Recensione dello spettacolo SPORES PROJECT, Trasformazioni artistiche tra poesia, scienza e nuove tecnologie – spettacolo itinerante di un collettivo di artisti di grande spessore –

LA PELANDA, Ex Mattatoio di Testaccio – 8 e 9 Ottobre 2024

L’8 e il 9 Ottobre u.s. anche Roma è stata contagiata da spore di creatività che si sono liberate nell’aria: l’epicentro si è verificato in prossimità degli spazi della Pelanda, presso l’Ex Matttatoio di Testaccio ma poi il raggio di diffusione è stato tale da non essere quantificabile. Certo invece è che, per loro natura, le spore di creatività sono capaci di sopravvivere alle più avverse condizioni ambientali. E riprodursi.

Il Romaeuropa Festival ha ospitato infatti l’ultima tappa di Spores Project: trasformazioni artistiche tra poesia, scienza e nuove tecnologie.

Progetto vincitore di “Europa Creativa 2022”  focalizzato sull’intersezione tra sperimentazione intermediale, arti performative, sostenibilità e innovazione audiovisiva.

Uno spettacolo itinerante composto da un collettivo di artisti di grande spessore come Federica Altieri, Flavia Mastrella, Antonio Rezza, Maria Letizia Gorga, ACRE+Michael Thieke, Eugenio Barba, Julia Varley, Valerio Magrelli, Paola Favoino, Ashai Lombardo Arop, Giovanna Zanchetta, Claudio Ammendola, Valerio Peroni e Alice Occhiali, i quali hanno performato insieme a giovani promesse come: Giuliano Logos, Gabriele Ratano, Riccardo Gadenzi, Cora Gasparotti, LOTTA, Sharxx, Gioia Perpetua, Sacha Piersanti, Daniele Torracca Oriana Cardaci, Valentina Pacifici, Carlo Ronzon i, Yurii Khadzhymiti, insieme ai ragazzi dei corsi di formazione “Spores” e insieme agli allievi della Palestra delle Emozioni (313).

A tutti gli artisti appartenenti ai diversi ambiti dell’arte performativa è stata chiesta una rielaborazione del concetto di Creatività.

La Pelanda dell’ex Mattatoio di Testaccio

Ecco allora che in questa due giorni di fertili contagi il viaggio dello spettatore nel “Paese della Creatività” ha avuto inizio con un’immersione sonora e il suo possibile riflesso visivo.  Un po’ come se il ritmo e le sonorità sprigionate venissero creativamente visualizzate – oltre che sulle pareti del locale – anche sulla tela di possibili muri osmotici, in dialogo con i muri reali. E poi ci sono i corpi degli spettatori: anche loro superfici carnali coinvolte nel gioco del riverbero e della proiezione. Una splendida sinergia tra il suonare uno strumento e insieme l’essere uno strumento che si lascia suonare. Tra il possedere e l’essere posseduti. Tema comune – e diversamente declinato – di tutte gli incontri di contagio creativo della serata.

Lungo le vie di questo caleidoscopico Paese può capitare di incontrare chi in intimo dialogo con la luna intonasse un melanconico canto, seduto sul davanzale della propria finestra di casa e chi invece scegliesse di riportare in casa una protesta che prima aveva fatto girare lungo le vie del paese. 

Si respira ovunque la bellezza di restare sospesi, di non avere necessariamente i piedi per terra: ed è inebriante tanto quanto angosciante. Perché la libertà creativa può spaventare, anche. 

E’ il paese dell’interrogarsi: ovunque ci si chiede – tra il sedurre e l’essere sedotti; tra il sopraffare e l’essere sopraffatti – cosa valga la pena proteggere. O cosa fare del dono della parola, in un orizzonte “senza un cristo da inchiodare per dispetto”.

Soffiano per le vie venti di tragiche profezie; soffia ovunque la Poesia qui nel paese della creatività dove tutto trova accoglienza. Anche la violenza, in tutte le sue forme energetiche. Perché forte è la tentazione a brillare fino ad esplodere: a sapersi fino in fondo. Qualcosa che ci tenta irresistibilmente ma che poi, se raggiunto, non riusciamo a tollerare. 

Ci siamo seduti in una delle piazze ad anfiteatro di questo Paese, rapiti e contagiati da un desiderio di volare, di spingerci più in alto possibile, e poi di vedere. Tutto. 

E’ energia, è respiro, è voce: è ossigeno per le cellule della creatività. 

Un desiderio di lasciarsi andare ad habitat onirici di stupefacente bellezza surreale, dove risiede la polivalenza, la polimorficità, l’ambiguità, l’incertezza. 

Un desiderio di zummare  lo sguardo fino ad avvicinarci così tanto, da esserne risucchiati; un desiderio di allargare l’orizzonte visivo, fino a perderci  in esso. Un desiderio di tutto, dove è bandito ogni “senza”. Un desiderio di “fino in fondo”. Fino a sbagliare.

E ci si chiede: “di chi è la colpa?”.

E diventa una domanda ossessiva, che si fa eco. Un’eco che fa trapelare anche una possibile risposta: “bastava ascoltare”.

Basta pensare che non è tutto nostro.

Basta pensare che il piacere più grande è quello di condividere e non quello di possedere. E che “parlare” è anche una responsabilità.

Camminando ancora, abbiamo incontrato donne che parlavano danzando; vestite di abiti e di veli, come pareti scelte per proiettare e continuare a portare con sé il proprio passato. Per poi avanzare, crescere e spogliarsene, lasciando che la proiezione del passato diventasse consapevolezza. 

Il Paese della creatività è sulla costa, bagnato dal mare. E così ci siamo fermati sulla spiaggia, attirati dall’inquietudine dell’habitat marino. E da una nave in difficoltà. Nella tempesta, luogo fisico e della mente, è tutto un chiedere e un chiedersi. L’ammiraglio diventa come l’amministratore di un condominio psichico: l’oracolo da cui tutti vanno in pellegrinaggio a chiedere cosa fare. E lui, con feroce sagacia, gestisce il panico della meraviglia del reale. Ascoltarlo ci fa sorridere, anche. Ci piace il suo piglio feroce e disincantato. L’incanto del suo disincanto. E’ una dissacrante forma di sublime creatività: quella propria di Antonio Rezza.

Lasciata la spiaggia ci avviciniamo ad una zona ricca in ritmo, sonorità, concitazione, eccitazione. Una zona di un’affascinante arcaicità, potentemente contagiosa. Come quella propria del legame viscerale di una madre con il proprio figlio, oppure quella che si libera in noi partorendo nuove rappresentazioni di noi stessi. Sonorità, ritmi, richiami che danno vita a un indomito linguaggio del corpo. E non solo. Sono corpi che sanno sprigionare luci, scritture luminose, disegni. Confini come riflessi specchianti. Ed è magia. 

Voltandoci ci accorgiamo poi di un giovane che si sta prendendo cura del suo spazio vitale: lo sta liberando da scorie, rifiuti. Sono anche pensieri, i suoi, che si ripuliscono dall’egoismo, dal delirio di onnipotenza di credere di essere come un dio. Pensieri che ora, depurati, riescono a nutrirsi di vicinanza epidermica, di anse che ammorbidiscono ansie. Così l’attenzione creativa può indirizzandosi verso la ricerca di possibili soluzioni, anziché restare incastrata nell’ossessivo biasimo delle colpe, dove l’esistere entra in sterile conflitto con il vivere. Perché “la noncuranza ci uccide ma senza umanità il mondo comunque vive”.

Dietro di lui si fa spazio una giovane donna che fa coppia con il suo contrabbasso; la sua durezza sembra sposarsi con quella delle corde del suo partner musicale. Come un’amazzone indossa una faretra dove custodisce il suo archetto, quasi fosse un’arma. Ma questa non è musica: è qualcosa che si è allontanato dall’accoglienza generosa della creatività: dal suo bel caos, da cui “può nascere una stella danzante”. Ecco allora però che la giovane donna in crisi creativa ed esistenziale sa interrogarsi chiedendosi se ha ancora senso il suo voler fare musica. Se è disposta anche a essere musica e a lasciarsi suonare. Sì, perché la musica è un linguaggio di trasformazioni. Perché il mondo si può cambiare senza mostrare necessariamente l’arma della durezza ma facendosi musa di un’arte.

Con il ritorno circolare di questa splendida metafora sulla corrispondenza tra il possedere e l’essere posseduti l’esplorazione del Paese della Creatività ha raggiunto una momentanea conclusione. I saluti della coordinatrice anarchica Federica Altieri e della demiurga di habitat fantastici Flavia Mastrella sono stati un arrivederci, contaminato da quel senso di vuoto che contraddistingue ogni separazione. Vuoto che ci permette di continuare a desiderare, a voler ancora esplorare, contaminare, essere contaminati. Creativamente: come spore e da spore.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo SOLE & BALENO – Una favola anarchica – Opera originale di Teatro Musicale – testo di Pietro Babina – musica di Alberto Fiori

TEATRO LE MASCHERE, dall’8 al 10 Ottobre 2024 –

Cosa c’è di meno omologante – e quindi di più scandalosamente creativo – del colore giallo? 

Già per Van Gogh e per tanti pensatori della sua epoca il giallo era il simbolo del rifiuto dei valori vittoriani di repressione del sé. Il giallo induce a una vita versatile e vagabonda e tale è anche la natura del pigmento stesso: instabile, facile ad annerirsi. Gli artisti sapevano bene quanto fosse insidioso questo colore. Più recentemente però è Claudio Parmiggiani ad offrirne un magnifico esempio in una sua opera – Senza Titolo, 1995 – dove brilla tutta la bellezza esplosiva del potere creativo del giallo. Opera non a caso scelta per vestire la copertina di un saggio di Massimo Recalcati sull’inconscio: “Elogio dell’inconscio. Come fare amicizia con il proprio peggio” (Castelvecchi editore, 2024). 

Claudio Parmiggiani, “Senza titolo”, 1995

E di giallo si avvolgono i protagonisti in scena ieri sera sul palco del Teatro Le Maschere: Serena Abrami, Pietro Babina, Alberto Fiori. Per la parte inferiore del corpo scelgono il nero: un colore in perenne espansione, pronto ad inghiottire tutto. Come l’omologazione. Ma gialle sono anche le loro postazioni: luoghi fisici e della mente. E il fondale grigio alle loro spalle è sì metafora di un muro ma dove ogni blocco è in comunicazione con l’altro grazie a dei confini osmotici e quindi creativi. Gialli, appunto.

Questa tensione cromatica incarna perfettamente un tema portante di “Sole & Baleno” – l’opera originale di teatro musicale di Pietro Babina – e cioè quanto sia necessario, ma maledettamente complesso, resistere alla tentazione di restare inghiottiti in una paralizzante e mortifera omologazione.

Infatti nel tentare di superare la nostra inclinazione naturale alla sopraffazione, dobbiamo anche confrontarci con la paradossale tentazione di desiderare abdicare alla nostra libertà. Consegnandola nelle mani di chi ci promette di prendersene cura, sgravandoci dal peso della sua ebbrezza. Perché la libertà porta con sé anche l’angoscia legata alla sua grande apertura. Ma mentre noi fatichiamo a rendercene consapevoli, chi in società pretende di presiedere ai nostri desideri ne è così consapevole da approfittare, quasi come sciacalli, del fragile potere della libertà umana. 

Pietro Babina e Serena Abrami ci veicolano attraverso la musicalità polimorfica della loro voce – prima ancora che con il significato delle parole – lo straniamento necessario per ridestarci da quell’eccessivo bisogno che per natura abbiamo di sentirci al sicuro. Perché sentirsi al sicuro spesso implica il lasciarsi manipolare da qualcuno.  Ecco allora che allo straniamento vocale Babina concerta quello musicale prodotto dalle mutevoli, fluttuanti, instabili, incostanti, imprevedibili composizioni musicali di Alberto Fiori. Brecthianamente straniare aiuta infatti a “de-automatizzare” la nostra percezione, inducendo nel fruitore della percezione un’impressione insolitamente viva di un determinato contenuto.

L’occasione di quest’affascinante opera originale di teatro musicale viene da un fatto di cronaca di alcuni anni fa, passato in sordina dai media dell’informazione. Negli ultimi anni ’90 del Novecento, in una stagione di lotte e sabotaggi contro la costruzione della TAV Torino-Lione, furono arrestati due giovani attivisti: Soledad Rosas (qui Sole), ragazza argentina, e il suo compagno Edoardo Massari (qui Baleno, il suo soprannome) anarchico italiano. Imputati di associazione sovversiva e soggetti a reclusione preventiva, si suicidarono a breve distanza l’uno dall’altro. Dopo 4 anni, però, la Corte di Cassazione lasciò cadere per mancanza di prove l’accusa di sovversione e terrorismo.

Il lavoro drammaturgico di Pietro Babina parte da questo fatto di cronaca e va molto oltre. Attraverso la sua capacità di lettura e di interpretazione della realtà, Babina infatti indaga e fa emergere quelle che sono le grandi potenzialità insite nella realtà, provocando un’interessante interrogazione su che cosa sia umano e cosa vada oltre.

Un indagare il suo che è l’attitudine a non dare per consolidato né per esaurito nessun livello dell’agire umano e artistico, per poter restare curiosi verso sempre nuove letture.  Così dall’osservazione dei mutamenti sociali, tecnologici, estetici nasce quel tipo di comprensione che porta Babina all’individuazione di potenzialità applicabili anche agli ambiti dell’arte.  

Ad esempio il concetto di “occupazione”: un concetto che contiene una potenzialità preziosa che è quella del “non rimanere indifferenti”. E quindi quella di non limitarsi al lamento solipsistico, solo perché unica forma di pensiero (addomesticato) conciliabile con quell’omologarsi alla massa, così rassicurante ma così anonimo.

Un germe fecondo, quello della potenzialità insita nel concetto di occupazione,  del quale Babina si è lasciato più volte fertilmente contagiare in gioventù: quando rimase affascinato da una fabbrica di scatolame abbandonata e occupata, nella quale riuscì a dare vita – concordando uno spazio con gli occupanti – a quella che fu la prima idea del suo  “Teatrino clandestino”. E ancora quando, durante gli anni dell’Accademia, frequentò un laboratorio di Leo de Berardinis nel primissimo luogo occupato di Bologna.

E proprio durante gli ultimi anni dell’esperienza del “Teatrino clandestino” nasce “Candide”: una performance sui generis dove prende forma una evoluzione concertata tra scena, musica e personaggio. E dove al giovane Babina si affianca già il musicista Alberto Fiori. Una performance dove qualcosa del personaggio “Candide” sembra ora passare nella Sole di Serena Abrami: quel suo splendido “perdersi nel mondo” e quella certa necessita di “coltivare il proprio giardino”, così necessari anche oggi. 

Obiettivo dell’indagine di Babina è infatti far sì che il Teatro e la Musica trovino il modo per essere efficaci – e quindi magnetici – nel ridare vitalità a posture ossidate della società, in concorrenza con la tensione manipolatrice dei mass media.

Ed effettivamente in questa opera originale di teatro musicale che è “Sole &Baleno” Pietro Babina cerca e trova in noi percorsi sotterranei e giacimenti emozionali preziosi per il nostro risveglio esistenziale.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo GIOVANNA D’ARCO – di Maria Luisa Spaziani – regia Luca De Fusco

TEATRO TORLONIA, dal 3 al 13 Ottobre 2024

Un taglio di luce l’annuncia, quasi come in un quadro del Caravaggio.

La sua è un’autentica vocazione: una dedizione senza riserve, solida, appassionata, trasformatrice, rara. Persino assurda.

Ci siamo riuniti a cerchio “segnando” – come in un rito – uno spazio sacro sul palco, all’interno del quale abbiamo desiderato e chiesto che si manifestasse lei: una testimonianza vitale, carismatica, di caratura eccezionale, alla quale chiedere direzione, consiglio, ispirazione.

Ecco allora che Giovanna arriva come un’epifania.  E avanza tra noi. Ma non di moto proprio: il suo è più che un camminare un essere camminata da qualcuno o da qualcosa. Un essere attirata, calamitata, da una forza d’attrazione. 

Mersilia Sokoli è la Giovanna D’Arco di Luca De Fusco

(foto Claudia Pajewski)

Complici il netto disegnarsi della luce e il dolce incedere ossessivo delle note (composte da Antonio di Pofi), questa magnifica visione ci guida dentro di noi per condurci fuori, fino a contattare e ad esplorare una insolita consapevolezza.

Sì, il fulgente poema della Spaziani ci confida un’inedita versione del finale della storia di Giovanna D’Arco. Ma c’è molto di più.

E “il più resta da dire”. 

Maria Luisa Spaziani

La stessa Spaziani, ha saputo rimanere in ascolto a lungo, prima che un opportuno vuoto tagliasse quel troppo pieno che stava ospitando. Fino a che non fosse pronto a dare alla luce un varco, dal quale potesse prendesse forma questo testo. Efficace proprio perché pieno, anche, di quei necessari spazi dove “il più” può continuare a dire. Proprio attraverso di noi.

Mersilia Sokoli è la Giovanna D’Arco di Luca De Fusco

A questa affascinante consapevolezza sembra opportunamente ispirarsi anche l’interpretazione di Mersilia Sokoli, dalla carismatica natura narrativa. Perché è nei varchi che s’impongono nei suoi brevi momenti di silenzio – come in quelli necessari a certe deglutizioni, o a certe torsioni degli occhi prima ancora che del corpo – che ci arriva tutta la fascinazione delle parole. Perché in lei, come nella Spaziani, anche quello che tace, parla.

Mersilia Sokoli è la Giovanna D’Arco di Luca De Fusco

(foto Claudia Pajewski)

Al termine del rito, e dopo aver applaudito gratitudine alla Giovanna d’Arco di Mersila Sokoli diretta sapientemente da Luca De Fusco, veniva quasi istintivo – forse favorito dalla nostra magica disposizione sul palco – desiderare cercare lo sguardo di qualcuno dei presenti. E scoprirvi, forse come nel proprio, tracce di un varco dal quale qualcosa era riuscito a palesarsi. 

Perché, forse, c’è una Giovanna in ciascuno di noi. Una meravigliosa creatura, una poesia.

Mersilia Sokoli è la Giovanna D’Arco di Luca De Fusco

Luca De Fusco


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo LAVINIA FUGGITA di Anna Banti – ideazione e messa in scena di Michela Cescon –

DOMUS AUREA – MOISAI 2024 Voci contemporanee in Domus Aurea – 5 Ottobre 2024 –

“Le storie delle donne non possono essere solo storie invisibili”

Quale miglior luogo della Domus Aurea si rivela simbolicamente più appropriato per rappresentare questo lussureggiante racconto di Anna Banti, contenuto nella raccolta “Le donne muoiono” (1951) ?

Forse nessun luogo come questo è la testimonianza pulsante di cosa rappresenti una damnatio memoriae, un esilio che qui in “Lavinia fuggita” prende la forma dell’ “interrare” il ricordo di una donna eccessivamente dotata in capacità conoscitive.

Anna Banti

Tutta la produzione di Anna Banti, in verità, si nutre del grande tema della solitudine della donna che, alla ricerca di riconoscimento nel mondo degli uomini, si ritrova protagonista di umiliazioni. Ma, a volte, anche di riscatti.

E’, per certi versi, anche la solitudine che la stessa Banti ha cercato di fuggire “ri-nominandosi” (Anna Banti è uno pseudonimo di Lucia Lopresti) e ri-convertendosi ad un genere letterario (la narrativa) diverso da quello al quale lei avrebbe voluto dedicarsi e nel quale avrebbe desiderato essere riconosciuta: la critica d’arte.

E così anche Lavinia, la protagonista principale di questo racconto – che Cesare Garboli definì il più bello di tutto il Novecento – è costretta a fare esperienza di una “solitudine di merito” tipicamente femminile.

Fin da giovanissima infatti il suo brillare conoscitivo venne oscurato attraverso allontanamenti. Era dotata, ad esempio, di una particolare attitudine nel riuscire “a balzare” da uno strumento musicale all’altro: “che ci vuole?”- era solita rispondere a chi ne rimaneva incantato. Come per effetto di un sortilegio, infatti, ogni difficoltà si scioglieva al suo cospetto.

Ma anziché curarsi di valorizzare questa sua eccellenza – proprio lì all’Ospedale della Pietà dove si studiavano canto e musica – “la interrarono”,  allontanando Lavinia dallo studio dove eccelleva, per confinarla tra le scartoffie di un’attività da maestra.

L’urgenza di comporre musica però – quando è davvero un’autentica passione – non trova argini: come si fa “a star zitti se ti chiama qualcuno che ti vuole bene “. E così’ Lavinia iniziò ad inserire dapprima, a sostituire poi, le sue partiture nelle partiture altrui: quelle che si doveva limitare a trascrivere. Consapevole che mai le avrebbero permesso di comporre musica, se non di nascosto. Fino a che una sua partitura arrivò nelle mani di Don Antonio Vivaldi. Fu la fine, o meglio, l’inizio di una nuova vita. 

Perché proprio quel giorno in cui tutti all’Ospedale si usciva per andare “a merendare”, si rivelò un giorno di appassionati e appassionanti incontri: chi si sposò, chi s’innamorò e chi come Lavinia ricontattò le proprie origini, fino ad allora sconosciute. E così quando Don Antonio Vivaldi le intimò: “venga Lavinia !” – lei, come nel mito accadde a Dafne inseguita, fu dalla “sua terra d’oriente” accolta nel proprio seno. E lì, dal luogo dove la giovane disparve, crebbe l’alloro.

Ieri sera in Domus a scegliere di riportare l’attenzione su questo tema della solitudine femminile è stata Michela Cescon: attrice pluripremiata, produttrice e direttrice del Teatro di Dioniso di Torino. 

E’ lei che ha avviato il racconto concertandolo con il canto e la musica di Tullio Visioli e di Livia Cangialosi. La sua interpretazione del testo della Banti – di una raffinatezza deliziosamente succulenta – è reso con una tavolozza di colori vocali, che acquistano una definizione a tutto tondo grazie ad una gestualità generosamente aperta ad un puntinismo cromatico da commedia dell’arte. Efficacissimo nel rendere il ventaglio di tonalità delle pennellate stilistiche che danno corpo alla scrittura della Banti, così ricca in lirismo metaforico e in scavo psicologico. 

Gli intervalli di musica e di canto – oltre a definire il carisma di alcuni passaggi decisivi della narrazione – disegnano, con la complicità della Musa Polimnia, come nuove armonie ricche in sacralità. Intellegibili non solo attraverso l’ascolto ma percepibili ad un livello più alto, dove la libertà riscopre una nuova melodia fatta di continui inizi. 

Lo spettacolo è stato dedicato a Eleonora Duse (1858 – 1924) – nell’occasione dei suoi 100 anni dalla morte – per la vibrante sfrontatezza nell’affrontare la vita così ben rappresentata dalla sua postura con le mani sui fianchi. Postura con la quale la Banti caratterizza anche la sua Lavinia .

Michela Cescon, Tullio Visioli, Livia Cangialosi


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo ISMENE/ANTIGONE, La sorella minore – da “Pale Sister” di Cold Tóibín – adattamento e regia di Carlo Emilio Lerici –

TREND – NuoveFrontiere dalla Scena Britannica

– Rassegna ideata da Rodolfo di Giammarco –

dal 3 Ottobre al 17 Novembre 2024

TEATRO BELLI, dal 3 al 6 Ottobre 2024

Carlo Emilio Lerici sceglie di immergere il testo di Colm Tóibín in un ambiente abitato da sonorità oniriche: il luogo di un altro linguaggio, di un linguaggio di là dei principi della logica, che dà la parola al silenzio delle ombre.

E’ il luogo di Ismene: la figlia nell’ombra, che sta dietro la fulgente Antigone, la figlia nell’angolo e che percepisci solo con l’angolo dell’occhio: per la quale non ti volti. Perché lei è la figlia “opaca”; dall’altro canto c’è Antigone: la figlia che brilla, che brucia, che accieca.

Colm Tóibín – che nel 2018 si appresta a riscrivere la tragedia sofoclea sulla scorta di recenti casi di cronaca legati a «questioni di genere, di abuso di potere, di silenzio e comunicazione», temi a lui cari e trasversali alla sua produzione – sente una speciale attrazione per le figure del mito oscuramente chiare, a cui si è trovata una casella e un’etichetta nelle quali confinarle per metterle poi a tacere in un canto, in un angolo.  Ma lui da queste figure si sente come chiamato: ascolta il loro grido di richiesta d’attenzione e le fa rivivere togliendole dagli impropri confini in cui sono state asfissiate. Riattivando così la luminosità delle loro ombre, perché sono ombre che plasmano – o possono plasmare – ogni essere umano. E che quindi è utile conoscere: per conoscerci meglio e per riuscire a farne un buon uso.  Un uso creativo.

Carlo Emilio Lerici, regista solleticato dalle scelte difficili e dalle sfide drammaturgiche che richiedono un‘inclinazione a misurarsi con orizzonti culturalmente ambiziosi, sceglie il testo di Tóibín, lo adatta e lo mette in scena calibrandolo al suo sentire.

E fa di Ismene prima ancora che un personaggio, l’espressione di un luogo della nostra psiche. Un luogo dove sopravvivono resti, rovine, traumi che, sapientemente illuminati dal basso e resi più prossimi, parlano di noi più di mille parole. Perché il silenzio di ciò che è andato dimenticato, sotterrato, rimosso, parla. Ci parla.

Lerici fin da subito evidenzia come proprio attraverso quel luogo in cui è immersa Ismene – un sottosuolo da cui sta riemergendo come sul confine tra il sogno e la veglia –  le arrivino quegli indizi, quei resti mnemonici andati persi e attraverso i quali lei – solo dopo aver attentamente osservato in silenzio – riuscirà a condurre un efficace mutamento. 

Perché è proprio di chi si sa mantenere sul confine – ovvero sul margine inteso come luogo d’incontro e non solo di separazione con l’altro – riuscire a cogliere la preziosità della vita. 

L’Ismene di Lerici diventa “la sorella minore” anche perché minore ha tra i suoi significati quello di “marginale” appunto, al quale noi siamo tentati però di dare esclusivamente il significato di trascurabile, di irrilevante, di inferiore. E’ nella nostra natura cadere in questo terreno paludoso, perché il primo istinto che ci viene dato a corredo al momento in cui veniamo gettati nella vita è l’istinto alla sopraffazione. Per poter sopravvivere. Poi, per vivere, si impara ad amare e quindi ad entrare in relazione. Resta sempre però la tentazione a non mantenersi in dialogo con l’altro sul margine che ci separa, quanto piuttosto a scavalcarlo. 

Antigone è in questa visione colei che ha scelto di allontanarsi da quel luogo fisico e psichico che è la camera dove le sorelle dormivano, scegliendo di andare ad abitare un’area mortifera della psiche: quella della grotta. Quella di un eccesso di giustizia insensibile a mediazioni, al dialogo, alla relazione. 

Ismene non è solo preoccupata, lei “sente”  l’avvicinarsi del pericolo in cui sta per affidarsi la sorella. Lei, Ismene – come è mirabilmente evidenziato dall’interpretazione di Francesca Bianco – è una donna che acutamente trova risposte – più che nelle parole – nella prossemica, nella postura, nelle espressioni non verbali del viso dell’altro. Nei silenzi. E proprio perché interessata a “fare amicizia con il proprio peggio” – per citare il titolo di un saggio di Massimo Recalcati sull’inconscio – proprio perché ascolta le sue ombre, riesce a leggere e a decifrare quelle dell’altro.

Quelle ombre così incantevolmente rese in tutte le loro variazioni dal canto di Eleonora Tosto: un canto opportunamente enigmatico eppure pungentemente chiaro, risuonante, perturbante. Così come il contrappunto della chitarra elettrica di Matteo Bottini.

Carlo Emilio Lerici ha trovato una modalità raffinata e umbratile per mandare in scena il teatro del nostro inconscio mettendolo in dialogo con il teatro della luce diurna del conscio. Una luce apparente, ma che è così facile far diventare certa, netta, tagliente e quindi mortifera per gli altri e per se stessi. Perché non è possibile fare del bene senza calarsi ogni volta nella situazione specifica, senza incontrarsi con l’altro sul margine che vorrebbe dividerci.

Per riuscire a dire “io non ho paura di te”: come fa Ismene, anche su consiglio dello stella spettrale di Antigone, che come le stelle morte del cielo continua a essere luminosa anche se ormai morta. Luminosa di una luce diversa ora, meno eccessiva, meno accecante perché intrecciata e in dialogo alla luce delle ombre di sua sorella Ismene.

Una dichiarazione “io non ho paura di te” che impropriamente siamo tentati di cogliere come un atto di sfida (come fa Creonte) ma che invece può diventare la base di un possibile dialogo. Possibile appunto solo a patto che si deponga a terra, sul confine, l’arma della paura.

Un testo necessario, tradotto da Lerici in una messa in scena che riesce a farci tornare a casa con delle domande, necessarie per “fare amicizia” con nuove prospettive.

In scena al Teatro Belli fino al 6 Ottobre 2024


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo LA FABBRICA DELL’ATTORE: 50 ANNI DI (R)ESISTENZA – progetto, drammaturgia e regia di Manuela Kustermann –

TEATRO VASCELLO, dal 2 al 6 Ottobre 2024

E’ una meravigliosa “bimba” la Kustermann: una creatura che continua a far sua la magia dello stupore.

Quello di chi sa incantarsi di fronte al mondo e di questo incanto, incantare.

Quello che “la bimba K come Kustermann” alimenta in sé quale primitivo e prezioso linguaggio vitale, avendolo appreso incontrando e continuando ad amare Giancarlo Nanni: un uomo, un Paese delle Meraviglie.

Manuela Kustermann

(ph. Tommaso le Pera)

Quello stupore che – come fermento – si è ancora una volta sprigionato ieri sera tra le pareti del Teatro Vascello, fino a contagiare il pubblico in sala, trascinato come per incanto a bordo del viaggio-spettacolo. Una splendida rievocazione che ha celebrato i primi 50 anni di continua sperimentazione del Teatro Vascello. 

Manuela Kustermann e Massimo Fedele

(ph. Tommaso le Pera)

Quello stupore sapientemente restituito attraverso una scena caleidoscopica come un rullo fotografico; dinamica come un libro da sfogliare; segretamente doppia come uno specchio svobodiano.

Una scena dove luce e immagine si confermano elementi fondamentali della creazione dello spazio teatraleE dove – in un’immaginaria e potentissima continuità  – quel multiforme telo nero  che vestiva come “habitus” , prima ancora che come abito, i personaggi  allora in scena per “Il Gabbiano”, trova eco ora nella seconda pelle dei quattro testimoni in scena. Loro che sanno continuare ad “abitare” l’eredità di Nanni, facendo di un lutto “un risveglio”. Anzi, continui risvegli.

Una scena de “Il gabbiano” di A. Cechov regia di Giancarlo Nanni

Gaia Benassi, Manuela Kustermann, Paolo Lorimer

(ph. Tommaso le Pera)

Ecco allora che nella voce-corpo di Manuela Kusterman confluiscono – come colori di una stupefacente melodia – quelle di Massimo Fedele, di Gaia Benassi, di Paolo Lorimer e di Alkis Zanis. Voci che testimoniano e nutrono una memoria che suscita in noi del pubblico una grata e vibrante malinconia per quel rivoluzionario modo di fare teatro, il loro, che segnò un’epoca.

Manuela Kustermann

(ph. Tommaso le Pera)

Loro la creazione di un nuovo linguaggio multidisciplinare che scelse di privilegiare “l’immagine” sulla “parola” e – proprio attraverso l’immagine – tenere insieme tutte le arti: teatro, musica, pittura, danza, cinema. Quella che Giuseppe Bertolucci definì “la scuola romana”.

Un teatro che sceglie di “provocare”: intellettualmente – ancor più che fisicamente – emozioni, turbamenti, domande. Lutti e risvegli. 

Manuela Kustermann e Massimo Fedele

(ph. Tommaso le Pera)

Un teatro che si nutre di immaginario e che lo restituisce in spettacoli che riescono a solleticare il linguaggio inconscio di giovani e di adulti. 

Gaia Benassi, Manuela Kustermann, Paolo Lorimer, Massimo Fedele

(ph. Tommaso le Pera)

Un teatro che “si visualizza” in spettacoli storici come A come AliceRisveglio di primaveraL’imperatore della Cina, solo per citarne alcuni, nati dall’arte maieutica di Giancarlo Nanni, che riusciva a far liberare a ciascun interprete frammenti della propria singolarissima creatività. Solo così, attraverso continue improvvisazioni, venivano rilasciate tracce di un inconscio collettivo che Nanni componeva in immagini visionarie. A lui infatti – che veniva dalla pittura degli anni Sessanta e Settanta della “scuola di Piazza del Popolo” (Schifano, Festa, Angeli, Kounellis) – non interessava tanto la recitazione quanto piuttosto il tentativo di composizione di un quadro visivo. Senza la pretesa di “compiere” un’unificazione finale, quanto piuttosto di “evocarla” attraverso la ricerca di sempre nuovi frammenti.

Gaia Benassi, Manuela Kustermann, Paolo Lorimer, Massimo Fedele

(ph. Tommaso le Pera)

Evocazione che ieri sera ha raggiunto la Kustermann nel ricostruire i frammenti più significativi che hanno dato, e danno, vita a questo magnifico quadro esistenziale – ancor prima che artistico  – in continua evoluzione che è stato ed è il Teatro Vascello.  E che si è rivelata una testimonianza storica davvero preziosissima. 

Imperdibile soprattutto per i giovani, che a differenza degli adulti non hanno potuto contagiarsi di quell’aria carica di elettricità creativa che animava la Roma di quegli anni.  

Manuela Kustermann e Massimo Fedele

(ph. Tommaso le Pera)

Contagio possibile però ora, proprio grazie a questa straordinaria testimonianza, che si impreziosisce anche del film girato allora da Mario Schifano – e che la Kustermann ha fatto restaurare – relativo alla forza dirompente liberata da uno spettacolo quale fu “Risveglio di primavera” .

Una memoria storica – quella ripercorsa per salienti frammenti dalla Kustermann – che meriterebbe di essere “accolta” in un vero e proprio documentario.

Grazie.

Paolo Lorimer, Gaia Benassi, Manuela Kustermann, Massimo Fedele

(ph. Tommaso le Pera)


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo E D’OGNI MALE MI GUARISCE UN BEL VERSO (Farei parlando innamorar la gente) – Breve discorso su Dante, la poesia, il dolore e la vulnerabilità – di Fabio Stassi – con Franco Piana –

In collaborazione con l’Agenzia Letteraria ALFERJ

DOMUS AUREA – MOISAI 2024 Voci contemporanee in Domus Aurea – 27 Settembre 2024 –

Fabio Stassi ha una voce che sorride, una narrazione sognante e una tenerezza di quelle che lasciano il segno. E che non dimentichi.

Pensare che la tenerezza sia una vulnerabilità è improprio  perché la tenerezza è un sentimento che – potente senza essere prepotente – ci spinge oltre la superficie di noi stessi e degli altri. La tenerezza scende dentro e scopre. Ma non giudica. Non spreca troppa energia per il rancore, né per il narcisismo. Il suo è uno scuotere che ci fa resistere con calviniana leggerezza. Un’inclinazione da coltivare e di cui non aver paura, come ci sollecita a fare anche Papa Francesco

Forse è anche per questo che la casa editrice Sellerio chiede proprio a Fabio Stassi – scrittore, bibliotecario e paroliere italiano di etnia arbëresh – di immaginare e proporre poi al pubblico una conferenza sul potere terapeutico di Dante.

Non sarebbe stata la stessa cosa fatta da qualcun altro. Ma lui, non appena ricevuto questo invito, è colto dal panico – così ci confida. La tenerezza però lo libera, prima ancora che la fantasmagorica cultura di cui si nutre e che condivide con generosità. 

E allora accetta. E desidera – proprio come Dante – un compagno di viaggio: un suo Virgilio. Lo trova in Franco Piana: trombettista, flicornista, compositore e arrangiatore, uno dei più importanti jazzisti italiani.  Un uomo che sa fare un buon uso della malinconia: che ne è grato. Uno che apre il canto e che sa attendere, ascoltare, senza mai scegliere soluzioni ma piuttosto proporne il ventaglio dei possibili colori. Un po’ come in un setting psicoanalitico, nel quale anche noi del pubblico ci riflettiamo come in uno specchio. 

Franco Piana e Fabio Stassi

Perché se è vero – come è vero – che la parola è una magia, il tramite è dato dal respiro, dal ritmo e quindi dalla musica. Ecco perché la scelta di Fabio Stassi cade su un fiato, un ottone dal timbro caldo e pastoso con un buon virtuosismo tecnico – il flicorno – che musica il respiro della parola. Quella in movimento, quella di chi sta facendo un percorso, anche interiore.

Una parola che in quanto magia è terapeutica attraverso la ritualità delle ripetizioni, l’incastro degli endecasillabi e perfino attraverso le metafore delle avventure di Sigfrido, così amate dallo Stassi bambino.

Perché la parola, la letteratura, la scrittura ci liberano proprio per la loro capacità di metterci in contatto con la nostra fragilità. Che va guardata senza vergogna ma anzi con tenerezza. Così da poterla valorizzare in maniera creativa.

E’ quello che accade anche a Dante che – grazie allo scrivere – “ripristina o modifica le sue funzioni fisiologiche compromesse”. Un farmaco per lui che, fin dai primi anni di vita, è stato messo così a dura prova con i legami e più in generale con il senso d’appartenenza.

Franco Piana e Fabio Stassi

Dante – ci racconta con fascino onirico Stassi – tende a perdersi, a smarrirsi: ad appanicarsi diremmo oggi. E non riuscendo a trovare sul momento un orientamento, è solito fuggire nel sonno: si addormenta di colpo. 

Ma non se ne vergogna, anzi lo racconta a tutti nei suoi libri: racconta e analizza fin nei minimi dettagli – con una cura scientifica oltre che poetica – quello che gli succede. “Fraile” si definisce: una parola che acusticamente rimanda a una vulnerabilità ancora maggiore della parola “Fragile”.

Una “frailità”, la sua, che col doveroso affetto della pietà e della tenerezza Dante riesce a  tradurre creativamente in scrittura musicale di smisurata bellezza.

Perché grandi cose possono prendere vita dalla nostra vulnerabilità, dalla nostra intelligenza inconscia che si cela dietro a delle apparenti “impresentabilità”: quelle che siamo tentati di nascondere, vergognandocene, perché inefficaci. Tentati di affidarci a chi – in cambio della nostra intelligenza più creativa – demagogicamente ci promette la sicurezza del far parte di una massa tutta uguale e quindi informe in cui saremo accettati.  Prigionieri di quell’omologazione che mette a tacere il fulgore della bellezza delle diversità, necessariamente vulnerabili. 

Sala Ottagonale della Domus Aurea

Per una buona salute poetica e politica è necessario quindi allenare la nostra inclinazione alla tenerezza, al doveroso affetto che la pietà riconosce alla ricca fragilità di noi umani.

Non c’è cura dell’anima e del corpo, se non accompagnata dalla tenerezza che, oggi ancora più che nel passato, è necessaria a farci incontrare gli uni con gli altri, nell’attenzione e nell’ascolto, nel silenzio e nella solidarietà” – ci ricorda Eugenio Borgna nel suo “Tenerezza“ (Einaudi 2022).

E anche Massimo Recalcati in ”Elogio dell’inconscio. Come fare amicizia con il proprio peggio” (Castelvecchi editore 2024) ci ricorda – già dalla prima prefazione al libro – che non salvaguardare l’esistenza della nostra intelligenza creativa inconscia “significa mettere in gioco un’intera concezione dell’uomo che si sostiene sull’importanza del pensiero critico e sul carattere particolare e incommensurabile del desiderio soggettivo”

E così, con la complicità di Fabio Stassi e di Franco Piana, ha trovato espressione ieri sera il canto della Musa Euterpe “ …che dona a coloro che l’ascoltano cantare letizia…” (Diodoro Siculo, Biblioteca Storica IV, 7.3). Un canto che è una carezza che, insieme, ci libera e ci unisce. Lì, negli insoliti vani del complesso della Sala Ottagonale, straordinaria macchina scenica creata dagli architetti Severo e Celere per rispondere al progetto visionario di Nerone. 

Uno spettacolo – questo di Fabio Stassi e di Franco Piana – prezioso, necessario, terapeutico.


Recensione di Sonia Remoli

VERMIGLIO – film di Maura Delpero

Film vincitore del Leone d’argento

alla 81ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia

Film selezionato per rappresentare l’Italia

ai Premi Oscar del 2025 nella sezione del miglior film internazionale

Venire alla luce – nascere – è un po’ come andare in guerra: è un combattere per riuscire a stare al mondo, senza disertare il proprio desiderio di vita.

Il film è punteggiato da grida di neonati che devono trovare il modo di farsi ascoltare: la famiglia è il primo campo di battaglia, oltre ad essere il luogo dove si può imparare ad amare e ad essere amati.

Direttore della fotografia Mikhail Krichman

“Vermiglio” si apre iconograficamente con una scena di mungitura che sembra uscita da un quadro di Jan Vermeer. E ci arriva la sensazione netta di come anche la mucca si lasci mungere solo a patto che si realizzi quella sorta di sintonia relazionale, propria del rito del dare e del ricevere. 

La scena ci viene consegnata negli occhi con una prospettiva così intima che lo sentiamo tutto il trasporto epidermico con il quale Lucia, la mungitrice (Martina Scrinzi), si lega alla mucca fino a costruire insieme a lei una sorta di accordo musicale. 

E’ la regia della Delpero a guidarci nella comprensione delle immagini che compongono la narrazione, quasi facendoci entrare fisicamente nei loro sotto-testi: nella ricchezza dei significati che riescono ad esprimere. 

Lucia (Anna Thaler), Adele (Roberta Rovelli) e la regista Maura Delpero

In questo caso sono inquadrature che ci fanno percepire come quella del “nutrire” non sia solo un’operazione seriale, come potrebbe apparire quella della mungitura oppure quella, successiva, del versare il suo latte in svariate ciotole. Perché ogni ciotola é cinta da mani che accolgono il latte in maniera personalissima. Ed è proprio quel certo “calore” con cui viene versato ad ognuno il “suo” latte, che permetterà a chi ne berrà di confrontarsi, con maggiore o minore audacia, con il bianco latte della neve là fuori: quel gelo che si attacca sulle ossa e sull’anima. Perché è proprio di una madre alimentare ciascun figlio non solo con il latte, ma anche con il gusto della vita.

Orietta Notari (zia Cesira) e Tommaso Ragno (Cesare Graziadei)

Adele (Roberta Rovelli) la mamma della famiglia Graziadei, così come la zia Cesira (Orietta Notari) sono madri molto accudenti ma piuttosto in ombra nel testimoniare il quotidiano gusto della vita, funzione che sembra essere stata rilevata dal padre. In un’occasione però Adele testimonia qualcosa di molto più profondo del quotidiano accudimento: qualcosa che aiuterà sua figlia Lucia a riprendersi da un trauma. Smarritasi in una profonda depressione, le mani di Adele torneranno ad essere per Lucia un linguaggio, prima ancora che un accudimento: quella lingua originaria che al momento della nascita è il nostro primo contatto con il mondo. Quella lingua che riesce a trattenere la vita, evitando che precipiti nel non senso.

Lucia (Martina Scrinzi) e Adele (Roberta Rovelli)

Cesare – un Tommaso Ragno ieraticamente sornione, pervaso da quell’enigmatica bonomia che riesce a parlarci del dietro delle cose – è invece il padre della famiglia Graziadei. A lui è affidato, in qualità di insegnante, l’addestramento esistenziale e culturale del suo esercito familiare e di quello paesano. Un esercito che accoglie soldati di tutte le età, diviso in due classi:

una che ancora non conosce il campo di battaglia della guerra; l’altra invece di chi ha combattuto ma ha dimenticato cosa significhi desiderare vivere.  E a questo devono essere riaddestrati, perché essere consapevoli del proprio desiderare e alimentarlo, lo fa concretizzare. 

L’occhio registico della Delpero ci porta a vedere poi cosa succede “nella trincea” delle camere da letto: luoghi dove si sta stretti stretti per regalare più respiro alle fantasie. Dove ci si confida sui pensieri e sulle domande più segretamente vitali: quelle che non si possono confessare fuori da quel luogo franco ma che si riveleranno preziosissime per trovare il coraggio di portare sul campo di battaglia esterno ciò che il desiderio conoscitivo suggerisce. 

E la telecamera della Delpero ci porta epidermicamente lì, stretti stretti a loro. Perché la vita e la guerra vanno sentite con gli occhi dei bambini: con le loro curiosità, con le loro paure, con il loro coraggio, con la loro capacità di accoglienza. 

Come quando arriva dal fronte bellico un disertore siciliano. Siamo infatti alla fine della Seconda Guerra Mondiale e il film è ambientato in un villaggio di montagna del Trentino Alto-Adige, ultimo comune della Val di Sole, storicamente zona di frontiera: il villaggio di Vermiglio

Pietro (Giuseppe De Domenico) Flavia (Anna Thaler) e Lucia (Martina Scrinzi)

Pietro (Giuseppe De Domenico) è fuggito dal campo di battaglia portando con sé, dopo avergli salvato la vita, il commilitone Attilio (Santiago Fondevila Sancet). Il ragazzo è parente dei Graziadei che, grati, scelgono di ospitare Pietro. Ma che significa essere un disertore?

Lucia (Martina Scrinzi)

Il Maestro Cesare sostiene che è un concetto “relativo”, come quello di “vigliacco”. Ma a Vermiglio non tutti la pensano così. Per i bambini di casa Graziadei Pietro è un uomo che viene da un Paese favolosamente lontano – la Sicilia – dove magicamente crescono delle meravigliose arance color vermiglio. 

Quel rosso con una sensazione acuta, come di acciaio rovente – per dirla con Kandinskij – che fatalmente presagirà i futuri eventi in cui si troverà coinvolta la famiglia Graziadei. 

Pietro (Giuseppe De Domenico) Flavia (Anna Thaler) e Lucia (Martina Scrinzi)

Un colore preziosissimo che nasce dalla combinazione e dalla trasformazione di due elementi alchemici- il mercurio e lo zolfo – con i quali un tempo si credeva di poter dar vita ad ogni altro materiale, incluso l’oro. Un colore quindi dalla potete carica seduttiva, come può esserlo la vita che non teme quella vitalità fulgente in cui la morte ama avvolgersi. Quella velatura così caratteristica del pigmento vermiglio per la quale gli artisti impazzivano e che piaceva da togliere il fiato a chi la guardava. 

Quella seduzione di vermiglio che qui nel film, così come nella vita, alcuni personaggi scoprono di voler seguire, spingendosi al di là dei confini rassicuranti, ma non fulgenti, del quieto e regolato vivere. Perché così è fatta la natura umana.

Con cruda grazia ce ne parlano i dialoghi, ma ancor di più ciò che non si dice ma parla dagli sguardi: quando guardare non basta più e si osa insinuarsi più sotto, oppure dietro. 

Lucia, colei che sa mungere, cadere in amore per un uomo dall’irresistibile “fascino esotico” ma anche rialzarsi e riprendere a desiderare, ne è un luminoso esempio ( l’interprete Martina Scrinzi è risultata vincitrice del Nuovo Imaie Talent Award nell’ambito della 81esima mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia per la sua interpretazione in Vermiglio). Lei sa riconoscere il potere di certi incontri, soprattutto se di frontiera, capaci di dare un nuovo corso all’ esistenza. 

Lucia (Martina Scrinzi)

Il suo slancio a conoscere e quindi a desiderare non s’incaglia – come invece accade a sua sorella Ada  (Rachele Potrich) – sull’ossessione mortificante ad ”eccellere” nella vita. Perché Lucia a qualche livello ha metabolizzato la regola dettata dal padre lasciandola sopravvivere solo come tensione: se è vero che occorre eccellere, per eccellere occorre anche osare e quindi poter sbagliare, per poi riaggiustare il tiro e spingersi più avanti. 

Ada  (Rachele Potrich)

Ed è questo che desidera insegnare loro il padre – un davvero mirabile Tommaso Ragno, dal necessario piglio “traumaticamente virtuoso”, per usare una definizione cara a Massimo Recalcati – facendo sentire la sua voce con la solennità del ruolo paterno e con la passione incandescente di un insegnante. Posture indispensabili per poter aiutare a sviluppare una libertà, generativa di profonde passioni. Al tempo stesso però Cesare Graziadei è un padre e un insegnante consapevole che il raggiungimento dell’ “eccellenza” è sempre in bilico, a causa del “relativismo” nel quale siamo immersi. In vita e in guerra.

Lucia (Martina Scrinzi)

La Delpero sembra ispirare la sua regia all’estetica di Jan Vermeer: in moltissime inquadrature si possono rintracciare citazioni da dipinti quali “La ragazza con l’orecchino di perla”, “La lattaia” ecc.

Come Vermeer, anche la Delpero è attentissima a riconsegnarci immagini di ordinaria vita quotidiana, ricchissime di dettagli: non solo quelli che si danno in luce ma anche e soprattutto quelli che si celano nelle ombre. Inoltre, ci sono elementi che si riescono a notare, proprio come nei quadri di Vermeer, solo guidati da una particolare attenzione. 

Ad esempio l’uso che anche la Delpero fa del colore blu oltremare: sembra farlo cadere come polvere su alcune ombre preziose, oppure farlo sopravvivere nella laccatura di alcuni oggetti particolarmente significativi, custodi di segreti. Perché il blu è il colore di cui si tingono i sogni, sosteneva Joan Mirò. 

Un colore da sempre associato al “sacro”, inteso sia in senso laico che religioso. Perché quello del blu, soprattutto del blu oltremare, è un “blu vero” (scevro di verde) che ci parla di quell’andare oltre, da cui l’uomo è stato sempre attratto.

Lucia (Martina Scrinzi)

Perché nutrire sogni e segreti, non è proprio solo di coloro che tornano dalla guerra – come si dice in Paese, a Vermiglio – ma è proprio dell’essere umano gettato nella vita. 

Perché la vita stessa è un segreto, sembra sussurrarci la Delpero, che vale la pena esplorare. 

Il cast


Recensione di Sonia Remoli

Serata inaugurale della stagione 2024-2025 del TeatroBasilica, condotta da Antonio Calenda- ospite Alessandro Preziosi

TEATROBASILICA, 26 Settembre 2024

In una calda notte del settembre romano si è atteso con entusiasmo  l’inizio della Serata inaugurale della Nuova Stagione del Teatro Basilica.

Ad aprire i festeggiamenti, il saluto di Antonio Calenda, tra i più prolifici registi teatrali italiani, che nel 2019 ha partecipato alla riapertura dello spazio Sala 1 di Piazza San Giovanni – rinominato TeatroBasilica – dove tuttora collabora attivamente come supervisore artistico e dove ha presentato nel 2020 la sua interpretazione dell’ Enrico IV di Pirandello con Roberto Herlitzka. 

Roberto Herlitzka

Calenda ha iniziato col sottolineare il carattere di “cenacolo” di questa realtà teatrale: un luogo di ritrovo di artisti legati dalla tensione al confronto reciproco e impegnati nella celebrazione del rito del coniugare le radici della tradizione con gli slanci del teatro dell’avvenire.

Quest’anno – a suggello di tale inclinazione – prenderà vita un progetto con l’Università di Tor Vergata su Aristofane, partendo dagli studi del grecista di fama internazionale nonché specialista della drammaturgia greca Benedetto Marzullo. Di lui non si può non ricordare anche che – con la collaborazione di altri grandi intellettuali italiani di quegli anni tra cui Luigi Squarzina e Umberto Eco – nel 1971 creò il DAMS (Corso di Laurea in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo) e lo diresse da 1971 al 1975.  

Anche quest’anno il TeatroBasilica  ha rinnovato la residenza ai giovani del Gruppo della Creta – ospitalità riservata a chi dimostra una particolare sagacia culturale – con i quali sono stati creati o selezionati gli spettacoli della stagione prossima all’inizio.

Un cartellone quello della stagione 2024/2025 che – sulla scia del padre della medicina Ippocrate – desidera rivalutare il valore terapeutico della frequentazione teatrale. Ippocrate infatti, per mantenere i suoi pazienti in salute, prescriveva loro di trovare il tempo di allontanarsi dalla vita quotidiana per recarsi nell’isola di Kos dove – oltre a riposare e magari anche digiunare – dovevano vedere almeno tre tragedie e una commedia.

Tema centrale di questa sesta stagione del TeatroBasilica  – non a caso denominata “Persona” – è infatti una particolare attenzione e cura verso lo Spettatore in quanto personaggio, individuo, essere umano. Persona, appunto. 

Sono spettacoli di drammaturgia italiana proposti dallo sguardo dell’ultima generazione di teatranti. E proprio per questa particolare scelta vocazionale, il TeatroBasilica si sta affermando quale “spazio del contemporaneo su Roma”, con l’obiettivo di rendersi “bottega del teatro che verrà”. Saranno quindi ospitati per presentare la loro ricerca alcune delle compagnie più interessanti del teatro italiano del futuro come Greta Tommesani e Federico Cicinelli, il collettivo Be Stand, gli artisti di Labirion Officine Trasversali e il Gruppo RMN.

Greta Tommesani

Per la prima volta il TeatroBasilica si aprirà all’ospitalità di una compagnia internazionale: dal Belgio i Poetic Punkers presenteranno la loro ultima produzione “Mario e Maria”.

Poetic Punkers

Brilla poi all’interno di questa caleidoscopica stagione il progetto “La stanza dello Spirito e del Tempo” che proporrà incontri – condotti dagli artisti ospiti in stagione – che stimoleranno la comunicazione tra le pratiche e la comunità teatrale romana. Le giornate di scambio varieranno dai due ai cinque giorni e saranno distribuite per tutta la stagione. 

Archivio-MARCELLO-NORBERTH foto di-MARCELLO-NORBERTH

E poi ancora una cascata di eventi multidisciplinari: la mostra fotografica in memoria di Marcello Norberth; approfondimenti sulla geopolitica del Limes Club; presentazioni di libri; un evento letterario condotto dal geniale poeta e scrittore Davide Brullo; ascolti di musica elettronica curati da Marco Folco e ancora molto altro. 

Alessandro Preziosi e Antonio Calenda

A testimonianza della filosofia del TeatroBasilica, ieri sera ha preso corpo la rievocazione – di fulgente bellezza – di quel rito che alchemicamente sa legare le radici della tradizione agli slanci del teatro dell’avvenire.

Antonio Calenda ha scelto infatti di inaugurare questa sesta stagione del TeatroBasilica assieme ad un suo storico allievo: Alessandro Preziosi. Ed è stato entusiasmante sentire la qualità dell’energia che scorre ancora tra i due: una solida complicità che onora al tempo stesso la tradizione e il testimone critico.

Alessandro Preziosi è l’araldo nell’ “Agamennone” di Antonio Calenda

Calenda – che condivide con Preziosi il fertile fascino per il diritto giuridico (si è infatti laureato con una tesi in Filosofia del Diritto incentrata intorno al concetto di giustizia nell’ Orestea di Eschilo) – ha fin da subito colto nel giovane Preziosi la ricchezza del suo sguardo al testo teatrale: gli veniva dall’esigenza di un’analisi della battuta anche dal punto di vista  della “norma”. E sortiva una restituzione interpretativa plurisemanticamente fascinosa.

Alessandro Preziosi entra in scena onorando il teatro di Eduardo: non solo interpretando con raffinata suspence un brano tratto da “L’arte della commedia” ma facendo sua con vibrante originalità la massima eduardiana che “a teatro la suprema verità è la suprema finzione”. 

E regalandoci una splendida dimostrazione dell’arte dell’incredulità, sulla quale si basa il lavoro dell’attore. 

La serata è proseguita tra monologhi, piacevoli bizzarrie, arguzie e facezie mantenendo, fino a superarle, le aspettative di questa speciale ricorrenza. 

Dalla prima fila della platea si librava il fascino di due grandi ospiti: Francesca Benedetti e Paolo Bonacelli, onorati dall’amorevolezza del ricordo dei due protagonisti in scena.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo MALEDETTO NEI SECOLI DEI SECOLI L’ AMORE – dal racconto di Carlo D’Amicis – con Valentina Sperlì – regia di Renata Palminiello –

TEATRO LE MASCHERE, dal 24 al 26 Settembre 2024 –

Piccolo Festival di Drammaturgia Contemporanea “Le voci del presente”

– dal 4 Giugno al 10 Ottobre 2024 –

Che cos’è “normale” ?

Che cosa significa che “è normale” che un uomo in coma reagisca a degli stimoli verbali?

Cos’è che fa reagire un uomo – o meglio un cadavere immerso in un sonno letargico – agli stimoli di una presenza fisica al suo cospetto?

“Sentire di essere desiderato dal desiderio dell’altro”, risponderebbe Jacques Lacan.

Perché percepire il desiderio dell’altro ci fa esistere, ci dona un’identità, un valore. E’ un lievito che ci fa vibrare, ci rende tonici: evita il nostro appassimento nell’indifferenziato sopravvivere.

Ed è un po’ anche l’effetto che la perversione seduttiva del desiderio dell’uomo ora in coma è riuscito a sortire sul suo “irraggiungibile” oggetto del desiderio. 

Lei è Lady Mora: colei che ha indugiato nel ricambiare l’amore di suo cugino e che ora si scopre sedotta dalla sua assenza. 

Un’assenza che si materializza attraverso la consegna a lei delle “chiavi” della sua vita. Una vita che ora lui, con subdola raffinatezza, le permette di scegliere se “indossare” o meno.  Abbandonato l’inefficace e ronzante “tu sei Ninni mia”, ora lui si propone come colui che dona quello che non ha.

Lei inizia a parlargli solo perché così le viene detto. Ma parlare ha uno stupefacente magnetismo: la parola è la prima magia nelle mani dell’essere umano. Complice, qui, il pungente sperimentalismo linguistico di Carlo D’ Amicis: una scrittura, la sua, così iper-realistica da divenire quasi metafisica.  Generosa nello stanare tutti i sottostesti e le polivalenze lessicali di cui si gonfiano le sue parentesi tonde, custodi dell’essenza plurisemantica della comunicazione.

“Maledetto nei secoli dei secoli l’amore”, di Carlo D’Amicis, Manni Editori (2008)

La narrazione – affidata alla raffinatezza alchemica di Valentina Sperlì – brilla del potere dell’inaspettato: è la rottura dei piani del suo ritmo, associata a quella repentinità del felino gesto da pantera, a rendere l’ascolto irresistibile. Ecco allora che la presunzione inaspettatamente abdica alla meraviglia; il cinismo sfiora il piano della tenerezza; la ripetitività si scatena nell’improvvisazione. 

E, a qualche livello, Lady Mora scopre di essere disposta a rinunciare a galleggiare sulla superficie delle acque della vita – a differenza dei telespettatori che si rivolgono a lei, cartomante, quasi fosse l’Oracolo di Delfi – per incamminarsi in un profondo percorso di ricerca interiore. Dove si farà trovare nuda, senza difese, disponibile a disattendere ogni antico proposito difensivo di fuga.

“Unica e sola” sì, ma questa volta non nel senso di “insostituibile” ma in quello di “dannatamente sola”.

Non più la presunzione di essere “sole e luna”, quanto piuttosto la consapevolezza di essere drammaticamente irraggiungibile. Unica sopravvissuta. Privata di quella che credeva la sua identità privata. Manchevole.

Non più colei che – al di sopra di tutto e di tutti – detiene un suo cogito: guardo, penso, dico e quindi accade; non più una donna che accorre al capezzale di suo cugino, che non vede da 40 anni, spinta solamente dal senso del dovere. E maledice l’amore.

Ma una donna che finalmente si lascia raggiungere in qualche modo dall’amore. Un incontro, questo, che ora sta cambiando quello che considerava “il normale” andamento della sua vita.

Ora c’è tempo, c’è un nuovo tempo. E allora il suo corpo si muove, come stregato dal tintinnio di quelle chiavi, che lui ha messo nelle sue mani. Esce dalla camera dell’ospedale e va dalla Stazione Termini a Via delle Ninfee: da una chiusura, verso un nuovo inizio. Verso quel luogo dove lui, una volta smesso di inseguirla, si era rinchiuso: Centocelle. 

Perché l’amore è anche un’impostura, è anche una sopraffazione. Ce ne parla con sublimità il suo corpo che ora, finalmente raggiunto dall’amore, cerca di arroccarsi su quella poltrona di cielo. Ed è qualcosa di così insolito: una paura ma anche un che di desiderabile; una fuga mista a un desiderio di essere presa. 

E lei allora si lascia scivolare giù dal cielo fino a terra, fino a imbrattarsi tutta. Accorgendosi di non essere sola: con lei c’è “il testimone” della sua nuova esistenza: Zampa Furio.  Con lui scopre – proprio in quella “cella” dove si era ritirato a vivere suo cugino – un memoriale di tracce d’amore. Ovunque, su qualsiasi occasione di vita. Un luogo intriso di lei e a lei sconosciuto. 

Un luogo a cui finalmente dare ossigeno e in cui ricaricarsi. Un luogo che chiede di essere finalmente nutrito e tirato a lucido. Perché sente che questo luogo sconosciuto, le appartiene profondamente: parla di lei, è anche la sua dimora. 

La di-mora di La dy – Mora: dove “tu più ti allontani, più ti sento mio… Respirandoci”.

Renata Palminiello

La regia di Renata Palminiello rivela tutta l’essenza drammaturgica di questo racconto di Carlo D’Amicis. E ne fa, con la complicità di Valentina Sperlì, un’occasione di teatro fisico e coinvolgente, ispirato al teatro della crudeltà. Un teatro attento a cogliere – con una recitazione quasi intimista – le sfumature più recondite del testo.

Allo spettatore è richiesto, in qualche modo, uno sforzo nel collaborare nel ricostruire il racconto in scena: volutamente non tutto è chiaro e questa enigmaticità chiama ogni spettatore a fare un percorso personale, dentro le tracce seminate dall’interprete.

Perché il Teatro è un luogo che ci permette di vivere diversamente: un luogo che riesce a tirar fuori da ciascuno quell’indomita volontà di vita, che guida i sopravvissuti di ogni distruzione.  

Perché il Teatro ci fa sentire la nostra precarietà, connessa alla nostra inestinguibile capacità di amare.


Recensione di Sonia Remoli