LO ZOO DI VETRO – regia Leonardo Lidi

TEATRO VASCELLO, dal 22 al 27 Febbraio 2022 –

In un ambiente scenico che sa di marshmallow, abita quel che resta di una famiglia, in bilico tra un’apatica malinconia e un’ossessiva eccitazione.

Abiti-maschera amplificano visivamente l’indole principale di ciascun personaggio, resa invece in maniera convincentemente ambigua dalla recitazione.

Improbabili calzature (che ricordano quelle di alcuni personaggi Disney) sortiscono il geniale risultato di rendere ancora più impacciata e maldestra la convivenza, quasi elefanti in una cristalleria, e prossemicamente ancora più incomunicabili le relazioni.

Ciascuno, pur ostinandosi a restare in quella casa, riesce a sopravvivere ancorandosi ad una propria evasione: per Tommaso è l’andare, ad ogni ora libera del giorno, al cinema per sognare quelle avventure che nella realtà non riesce ad affrontare. Per Laura è l’ascolto di vecchi dischi che le parlano del misterioso rapporto tra genitori e figli e di come il giocare a nascondersi per essere trovati possa prendere insolite varianti: ad esempio, quella in cui a nascondersi è un padre (in scena visivamente nascosto ma motore immobile della narrazione). Occasione di massima evasione per Laura, però, è scegliere di prendersi cura di un’insolita famiglia di animaletti di vetro. Per Amanda, la mamma, evadere è poter ricordare continuamente l’indimenticabile serata al Blue Mountain, dove nel pieno della sua bellezza, le ronzavano attorno diciassette pretendenti, che lei dice di aver intrattenuto esercitando l’arte della conversazione, da lei confusa con l’oratoria.

Lo spettatore viene avvertito da Tommaso, in una sorta di prologo, che suo intento sarà quello di raccontare la propria storia (nelle vesti di personaggio e insieme di voce narrante) non in maniera realistica bensì “sentimentale”, avvalendosi dell’aiuto della finzione: “c’è molto trucco e molto inganno”. Da Amanda, invece, ci arriva l’invito metaforico a mangiare lentamente, masticando bene: solo così si riusciranno ad assaporare le spezie, nascoste nei cibi. 

Particolarmente emozionante l’interpretazione del personaggio di Laura, da parte di Anahi Traversi: nelle scene “in primo piano” ci si può incantare a seguire il percorso emotivo che lei attraversa e che, valicando l’estremo contenimento, si scatena finalmente in silenziose lacrime. Per poi, con la velocità del battito di ciglia di un sospiro, passare schizzofrenicamente ad una insospettata situazione di esasperata carica eccitativa.

Una scelta scenografica di grande impatto ed efficace nel rendere, per contrasto, la desolazione di quattro anime prigioniere nel labirinto iper zuccheroso della loro famiglia.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo MIRACOLI METROPOLITANI di Gabriele Di Luca

TEATRO VASCELLO, 11-23 Gennaio 2022 –

Lampeggia una luce rossa. Quale sarà il pericolo? Il luogo inizia a popolarsi di un’umanità egoista ed ipocrita, sciacallamente intenta ai propri interessi (e il pensiero va a “The Kitchen” di Arnold Wesker). Abbiamo perso un sogno, il gusto di parlarci, la voglia di aiutarci? Ha perso la comunità?

Regna il caos: i liquami delle fogne di un’ipotetica città hanno rotto gli argini e invadono ogni luogo. Soprattutto a livello olfattivo. Tutto è maleodorante. La soluzione è chiudersi in casa, ognuno nella propria casa, pensando di poter arginare così, singolarmente, il problema.

In scena una fantomatica cucina, con sede in uno squallido scantinato: “prepara” pasti precotti (acquistati in Cina) per celiaci, da consegnare a domicilio. E apparentemente si sta arricchendo. Più che una cucina, ci si rivela una fucina: un luogo infernale dove manca la cura nel preparare il cibo, primo veicolo di amore, ma soprattutto dove si forgia la filosofia del massimo risultato con il minimo sforzo.

A discapito apparentemente solo degli altri. Una fucina d’inganni, di forze sotterranee. Ma, e questo magari è il messaggio finale dello spettacolo, ci si può ancora inventare una vita ricca d’intensità emozionale, nonostante la nostra natura da Sisifo: proprio perché consapevoli dei nostri limiti e proprio per questo possibili artefici del nostro destino.

Un’esistenza dove si può vivere grazie a guizzi d’amore. Quelli che a volte non riusciamo a trovare: come è successo a Plinio, il personaggio che ha progressivamente smesso di nutrire la sua insaziabile curiosità da chef stellato, schiacciato dal macigno che ci ostiniamo esclusivamente a caricare sulle spalle. Senza pensare che a volte anche Sisifo può distogliere lo sguardo, come Perseo con Medusa. E trovare così la forza di alleggerirsi creativamente. E soffrire, creativamente. Perché spesso la nostra paura a qualcuno conviene.

Perché non è la sottomissione houellebecchiana la nostra unica possibilità di sopravvivere: quella espressa dal mantra del personaggio Mosquito “a chi devo succhiare il cazzo oggi per avere un panino?”. Né esiste solo il muto e consapevole urlo munchiano di Clara, lavapiatti assurta a manager del business delle ostie per celiaci. C’è anche la possibilità di stare al mondo proposta da quel Platone (del “Simposio”) che Cesare, l’oratore aspirante suicida, presenta a Igor, il figlio adulto di Clara a cui va ricordato ogni giorno di cambiarsi le mutande e di lavarsi i piedi: quella di stare insieme, con amore. Perché solo l’amore ci può salvare: non la singolarità ma il “due”, la relazione. Qualcosa di diverso dalle “storie” su Instagram nelle quali Clara non manca di condividere incidenti e funerali, oppure proporre scommesse sugli altrui conflitti. Piuttosto un amore che nasce e si alimenta di “mancanze”. Ma solo quando ami, non temi più la vita. Perché anche l’assenza dell’altro diventa una cosa che sta con te. E’ così che può nascere un miracolo. Molto umano e un pò divino. Un miracolo metropolitano.

Gli attori sanno rendere leggerissimamente la loro (e nostra) pesantezza esistenziale. E si librano, ognuno a proprio modo, dentro questa cucina-vita che pare pretendere solo ritmi ossessivamente frenetici e ipocriti egoismi. E riescono a farci ridere: amaramente e di gusto. Forse perché anche noi, come Mosquito, non crediamo (solo) in Dio ma in Shakespeare. 

La compagnia dimostra una straordinaria capacità di leggere il nostro tempo, nel quale regna la tentazione di disinteressarsi a lottare, tutti insieme, mano nella mano, per un mondo migliore. Ma non tutto è perduto.

Un brivido, ormai quasi dimenticato, quello poi di assistere ad uno spettacolo in un teatro totalmente pieno. Di persone di ogni età. Un altro miracolo metropolitano.


Uno spettacolo di
CARROZZERIA ORFEO

Drammaturgia Gabriele Di Luca
Regia Gabriele Di LucaMassimiliano SettiAlessandro Tedeschi

Con (in o.a.)
Elsa Bossi Patty
Ambra Chiarello Hope
Federico Gatti Igor
Barbara Moselli Clara
Massimiliano Setti Cesare
Federico Vanni Plinio
Federico Brugnone Mosquito/Mohamed

Si ringrazia Barbara Ronchi per la voce della moglie.

Musiche originali Massimiliano Setti
Scenografia e luci Lucio Diana
Costumi Stefania Cempini

Una coproduzione
Marche TeatroTeatro dell’ElfoTeatro Nazionale di GenovaFondazione Teatro di Napoli -Teatro Bellini

in collaborazione con il Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale”


Recensione di Sonia Remoli

Lavia dice Leopardi

TEATRO VASCELLO, 22 Ottobre 2021 –

Il palco è vuoto. Poi entra lui. E con lui una “donzelletta”. Conosciuta, ma in realtà tutta da scoprire. E’ come se Lavia facesse delle nuove presentazioni e poi ti guidasse attraverso “i perché” della scelta di determinate parole. Che regalano immagini. Che a loro volta ti consegnano la filosofia del Leopardi. Prima fra tutte, l’immagine che la vita si dà nel momento in cui tramonta. Non a caso la donzelletta arriva “in sul calar del sole”. E non a caso Lavia invita a soffermarsi sull’immagine successiva, costruita come un controcampo cinematografico: quella di una “vecchierella”. Che fila e che tanto ricorda le tre Parche dell’Antica Grecia.

E anche quest’ultima viene “incontro laddove si perde il giorno”. La descrizione prosegue e più avanti arriva un “Poi”, che ci sorprende come un colpo di scena. Ma in realtà ritorna sempre lo stesso concetto: “un legnaiuol che s’affretta e s’adopra di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba”. Ma se allora così è la vita, se la festa è nella sua fine, non ci resta che godere !

Lo spettacolo è tutto un “dire”, cioè un personalissimo e generoso donare al pubblico l’enigmaticità di alcuni nodi poetico-filosofici. Per poi scioglierli. Con le mani, che sanno svelare più delle parole: la destra sempre più libera e vibrante; la sinistra più contratta. Uno spettacolo che si apre ad una provocante interazione con il pubblico: complice anche quel piccolissimo gradino che separa il palco dalla platea, caratteristico di questo Teatro. E poi la chiusura, che leopardianamente apre a un nuovo inizio: tutti coralmente a “dire” L’Infinito.