Recensione dello spettacolo CHI COME ME di Roy Chen – regia di Andrée Ruth Shammah

TEATRO FRANCO PARENTI, dal 5 Aprile al 5 Maggio 2024

Andrée Ruth Shammah ci invita a salire a bordo della sua nave – la nuova sala A2A – e un po’ come il Prospero shakespeariano fa scoppiare una tempesta. 

Che non colpisce solo gli interpreti in scena. No, coinvolge anche noi del pubblico. Perché siamo tutti nella stessa barca: qui si parla della vita e di come possa essere desiderabile anche la morte.

E’ naturale – come ama ricordare Roy  Chen autore di questo appassionante e commovente testo – che la vita sia abitata da conflitti, da tempeste. Ma tutti noi sappiamo che possiamo contare sul “dialogo”: quel movimento che fa sì che due (o più) persone si lascino attraversare dal potere della parola. 

Roy Chen

Quel movimento che fa “incontrare” due (o più) singolarità che scoprono di preferire alle proprie ragioni rigidamente individuali quelle che nascono dall’incontro con le ragioni dell’altro. Perché il dialogo è il linguaggio della “relazione” e renderla possibile è lo scopo della nostra esistenza, qui in questo mondo. Perché solo attraverso la relazione ci riveliamo “creatori” e quindi artisti del vivere quotidiano. 

Misurare il nostro spazio vitale, definirlo rigidamente, ci regala l’illusione di sentirci sicuri e quindi forti. Ma in realtà ci rende “poveri”, sterili, proprio perché “separare” non genera vita, non fa nascere alla realtà cose nuove. 

Sala A2A

Di questo ci parla la postura con la quale ci accoglie questa sala: la A2A il cui nome è un omaggio allo sponsor che ha permesso l’ultima trance dei lavori.

Una postura che ci commuove: regala una scossa ai nostri individualismi e li fa crollare. Questa sala è così bella – una vera “figata” – perché così può essere la vita, se ci ricordiamo che siamo tutti sulla stessa barca e che “insieme” si ottiene molto di più che custodendo “da soli”, sterilmente, i nostri confini esistenziali. 

Non si poteva trovare modalità migliore, forse, per ricordarci “chi siamo”. E che per scoprirlo abbiamo bisogno di stare “insieme” agli altri, così diversi da noi e proprio per questo così preziosi per noi. 

Perché “la libertà non si definisce, si testimonia”, sosteneva Vitaliano Trevisan

Vitaliano Trevisan

Qui siamo nel libro di Roy Chen. 

Qui siamo nel libro della vita. 

Questa è la prossemica che possiamo tenere per essere “ricchi”, per essere “forti”: la prossemica del mescolarci, dell’incuriosirci compassionevolmente dell’altro. La cui diversità ci parla anche di noi e ci permette di amarci. E di avvicinarci al miracolo del “perdono”: ciò che resta di una “tempesta”, non solo shakespeariana.  Ciò che resta di un conflitto. 

La diversità è tra noi: non a caso il reparto di igiene mentale nello sguardo registico ed esistenziale della Shammah non resta confinato sul palco ma ci raggiunge in platea. E ci contamina fertilmente. L’allestimento scenico é curato da Polina Adamov.

La sala A2A

La diversità è in noi: ciò che notiamo nell’altro, in qualche forma, è anche in noi. E’ quello che consideriamo il nostro peggio e con il quale ci guardiamo bene di venire in contatto, mantenendo accuratamente le distanze, rinforzando i confini. Indossando maschere.

Invece è lì, in quella stranezza, in quel “difetto” provocato in noi da “una ferita” che ci ha segnati, che si nasconde qualcosa capace di generare cose meravigliose di noi. 

Sa parlarne con sapiente fascino la nuova edizione di “Elogio dell’inconscio. Come fare amicizia con il proprio peggio” di Massimo Recalcati (Castelvecchi). 

Più forte però è la tentazione a vergognarci dei nostri “difetti”: allora rinforziamo i nostri confini per delimitare la stranezza, per non farla uscire da lì. Addirittura riusciamo a dimenticarla. Convincendoci – e impegnando tutte le nostre energie a convincere anche gli altri – del contrario. 

Ecco allora l’importanza di allenare invece quell’ abilità – che tutti noi possediamo – del chiederci e del chiedere “Chi come me”.

Abilità al cui “sboccio” partecipiamo attraverso questa stupefacente rappresentazione teatrale. Che in verità è la semplice ed autentica riproposizione di qualcosa che è realmente accaduto all’autore del testo Roy Chen nel 2019: quando fu invitato a partecipare ad una lezione di teatro nel reparto giovanile di un centro di salute mentale di Tel Aviv. 


In scena – anzi tra noi – 5 splendidi adolescenti “diversi” con la freschezza e la grazia del loro essere ragazzi e con la pesantezza di essere diventati precocemente adulti. Sono interpretati da intensissimi attori esordienti (dai 14 ai 21 anni): Amy Boda, Federico De Giacomo, Chiara Ferrara, Samuele Poma, Alia Stegani.

Sono ragazzi che hanno la fortuna di essere guardati con meravigliosa attenzione dallo psichiatra direttore del reparto ( un appassionato Paolo Briguglia) che ogni mattina prima di svegliarli si prende un attimo: “ode” i loro respiri quando dormono e li trova la più ammaliante delle sinfonie. 

Paolo Briguglia e Federico De Giacomo

Desidera essere inserito – e quindi incluso, accettato – nei loro respiri: non tanto nelle loro menti. Perché il respiro è qualcosa di più profondo: regge la vita alla base. E più in alto, regge anche architetture senza le quali stenteremmo a pensare.

E parla di loro all’insegnante di teatro, la signorina Dorit (una commovente Elena Lietti), con l’incanto di “chi sa che sono come noi”. Ma con un contrappunto di Seriquel, Helydol, Prisma e Ritalin.

Sarà l’azione sinergica della cura dello sguardo e dell’ascolto poetico dello psichiatra mescolati all’erotica della didattica teatrale della signorina Dorit a produrre rigogliosi frutti nei 5 ragazzi, nonostante le non sempre favorevoli “condizioni atmosferiche”.

Elena Lietti

Perché efficaci nel lasciare il proprio segno sono quegli insegnanti che con il loro stile hanno la “capacità di immedesimarsi” rendendo possibile l’esistenza immaginifica di nuovi mondi. Riattivando così quel desiderio capace di accendere la vita e di allargarne l’orizzonte. Solo in questo modo ad ogni diversità sarà restituita la propria singolare bellezza.

Perché se è vero, come è vero, che l’empatia è importante, lo è ancor di più che non diventi un pretesto per imporre il proprio sguardo. Errore nel quale possiamo avere la tentazione di cadere noi genitori. Che infatti non possiamo non trovare qualcosa di nostro nella varietà degli atteggiamenti dei genitori di questi ragazzi, tutti interpretati con viva maestria da Sara Bertelà e Pietro Micci.  Perché i legami che durano nel tempo sono quelli che si fondano sul riuscire ad amare l’altro proprio in quanto diverso da noi.

Pietro Micci e Sara Bertelá

E intanto, superata la tempesta, qualcosa è successo.

Perché scendendo dalla nave (la nuova sala A2A) si ha una strana voglia: quella di non voler essere poi così normali. 

Il teatro contagia, per fortuna. E cura le nostre preziose fragilità.

E finché ci saranno urgenze che prenderanno forma attraverso regie di così profonda testimonianza, avrà ancora “sapore” il nostro stare al mondo.

Grazie Andrée Ruth Shammah: “randagia dello spirito”.

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CHI COME ME

di Roy Chen

adattamento, regia e costumi di Andrée Ruth Shammah
traduzione dall’ebraico Shulim Vogelmann

con in o.a. Sara BertelàPaolo BrigugliaElena LiettiPietro Micci
e con Amy Boda, Federico De Giacomo, Chiara Ferrara, Samuele Poma, Alia Stegani

allestimento scenico Polina Adamov
luci Oscar Frosio
musiche di Brahms, Debussy, Vivaldi, Saint-Saëns, Schubert … e Michele Tadini

assistente alla regia Diletta Ferruzzi
assistente allo spettacolo Beatrice Cazzaro
consulenza vocale Francesca Della Monica
direttore dell’allestimento Alberto Accalai
direttore di scena Paolo Roda
elettricista Domenico Ferrari
fonico Marco Introini
sarta Marta Merico
scene costruite da Riccardo Scanarotti – laboratorio del Teatro Franco Parenti
costumi realizzati da Simona Dondoni – sartoria del Teatro Franco Parenti
gradinate costruite da Pietro Molinaro – Scena4
Si ringrazia Bianca Ambrosio per averci fatto conoscere Roy Chen

produzione Teatro Franco Parenti

rassegna La Grande Età, insieme

Partner culturale

Fondazione Ravasi Garzanti

In collaborazione con

RINASCENTE

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Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello STUDIO PER UNA DANZA DEI SETTE VELI – Filippo Timi

SPAZIO DIAMANTE, dal 29 Aprile al 12 Maggio 2024

E’ un esotico eden crepuscolare, lussuriosamente informe, abitato da un firmamento di esuberanti sonorità.

E’ lo STUDIO PER UNA DANZA DEI SETTE VELI presentato ieri alla serata inaugurale del Festival inDivenire  allo Spazio Diamante dal collettivo artistico composto da Filippo Timi con Lorenzo Chiuchiù, Carlotta Gamba, Mattia Chiarelli, Vittorio Allegra, Alessandro Apostoli, Leonardo Carducci, Tiziana Di Tella, Andrea Memoli, Claudio Totino, Teresa Azzaro, Paola Balzarro, Stefania De Santis nel ruolo di Erodiade.

E’ un non-luogo che offre ospitalità a creature meravigliosamente ibride, che hanno mantenuto una forte aderenza al mondo ancestrale. Sa pulsare di sfinente carnalità e insieme di decadenti atmosfere metafisiche.

Gettato sotto un cielo di ombre, è “un illimitato” fuori dai principi della logica e oltre i principi della morale: ogni contrario scivola fluidamente nel suo opposto e viceversa. Si dà così come un paradiso perduto e di perdizione.

Qui il Tempo assume le sembianze di un clown dal lungo crine, che con familiarità epifanica si palesa muto. 

Demiurgo del libero arbitrio è la grande madre Erodiade (una dolce mefistofelica Stefania De Santis) dal gesto e dall’espressività così sonori, da andare ben oltre la capacità comunicativa della parola. 

Lo stesso Erode le riconosce il potere di donare moto alle acque. E’ lei il motore delle azioni e delle intenzioni: sua l’energia cinetica applicata agli elementi della natura, inclusa quella umana. 

La manipolazione sulla figlia è tale da non attribuirle un autentico nome proprio, quindi neppure un’autentica identità. Non a caso, con raffinata psicologia, l’Erode Timi gioca sulla plurisemanticità del suo presunto nome: Salomè – Solo me – Salume. 

Su Erode però la figlia di Erodiade ha un suo inscalfibile potere femminile, di natura ancestrale. E con indomita tenerezza sensuale rivendica solo e soltanto “la testa” del Battista. E alla fine la ottiene. Interessante qui come l’Erode di Timi si apra ad una sensibilità “ondivaga”,  propria della psiche femminile, provando a barattare la testa con altre parti del corpo del Battista. Ma il desiderio della ragazza è ossessivo: incanalabile.

Al personaggio di Erode Filippo Timi affida il tentativo e lo sforzo di tenere insieme ciò che tende a restare separato, potere insito in ogni “raccontare”. E laddove il potere della parola si rivela insufficiente e ambiguo, ricorre al sacro potere atavico della musica strumentale. Senza escludere quella melodica, attraversando trasversalmente le note di malinconica sensualità del fado fino all’esplorazione sensoriale dell’amore “…La parola non ha/Né sapore, né idea/Ma due occhi invadenti/Petali d’orchidea/Se non hai/Anima, ah/Ti sento/La musica si muove appena/Ma è un mondo che mi scoppia dentro/Ti sento/Un brivido lungo la schiena/Un colpo che fa pieno centro/Mi ami o no?…”.

E’ un’espressione di  mascolinità davvero molto interessante quella che ci propone Timi, che sa di narcisismo e di accoglienza. E poi ci sono i colori della sua voce: irresistibilmente contagiosi. Nonostante gli occhiali a specchio. Anzi tali proprio perché conservano quei sacri germi della vocalità di Carmelo Bene sommati a quelli di Demetrio Stratos. Un Erode, il suo, inquieto, istrionico, intrepido, straripante.

Delicate e maledettamente accattivanti le due figure femminili di Erodiade e di Salomè. Profili femminili “astrali”, nella loro carnalità. Stelle, che anche quando cadono continuano a produrre luce.

Intrigante e profondo questo studio su “La danza dei sette veli” incentrato attorno ad una trinità ancestrale (e contemporanea) che si avvale di un lavoro collettivo di promettente intensità.

Il direttore artistico Giampiero Cicciò e l’ideatore del Festival inDivenire Alessandro Longobardi


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo POETICA – poesie di Franco Arminio – testi e regia Tindaro Granata

TEATRO VASCELLO, dal 26 al 28 Aprile 2024

Chissà cosa siamo disposti a fare dei Paesi che abbiamo abbandonato. E che ci hanno abbandonato. Quelli fuori e quelli dentro di noi.

Ad indurci questo fertile dubbio è Tindaro Granata: autore, regista ed attore pluripremiato per la sua capacità di innovazione drammaturgia e per il suo impegno sociale e civile. 

Tindaro Granata

E attraverso questo spettacolo – in cui la drammaturgia scopre di potersi intessere al corpus poetico del poeta paesologo Franco Arminio – Granata ci invita a intraprendere un viaggio di ritorno, un nostos: quel tipo di viaggio animato da un nostalgico moto di ricerca. 

Caterina Carpio

Un viaggio al centro della terra (ovvero al centro delle aree interne dell’Italia) e al centro di noi stessi, alla volta di quei luoghi dove qualcosa si è spezzato, o a cui abbiamo scelto di dare un taglio. E se è pur vero che amare significa anche apportare dei tagli, per riuscire a star bene nei propri luoghi risulta utile rievocare – e quindi tenere bene a memoria – quello che lì ci è successo.

E farne un “racconto”, grazie al quale dare forma al nostro tentativo di tenere insieme ciò che tende a restare irrimediabilmente separato. E a fare le valigie. Perchè “bisogna saperci fare coi luoghi – sostiene il paesologo Arminio – Non può essere solo una faccenda di urbanisti o di sociologi. Non è una scienza, ma un vento che viene da sottoE’ un modo di usare la paura”.

Emiliano Masala

Ecco allora che a venirci in soccorso – sembrano confidarci Tindaro Granata e Franco Arminio – è quella comunicazione particolarmente efficace e naturale che è la Poesia. La sua musicalità, i suoi ritmi, la sua facoltà evocatrice collegano la nostra componente “divina” al “sacro” della natura e quindi anche dei nostri Paesi.

Eroiche si rivelano allora “le gesta”, e quindi le scelte quotidianamente epiche, di donne e di uomini: universo di identità individuali e collettive con un’inclinazione alla socialità e alla politica.

Perpetuarne la memoria attraverso l’oralità è utile in quanto sollecita la riflessione sulla nostra storia e sui nostri valori. Fino a dare vita ad un sapere condiviso, dove donne e uomini incarnano speranze, lotte, vittorie e sconfitte dell’esistenza umana.

Tindaro Granata

E’ l‘eredità del cunto siciliano a lasciare traccia nella nuova elaborazione del “racconto poetico” di Tindaro Granata. Ma è anche l’adesione al “Manifesto dell’Italia dei Paesi” di Franco Arminio, dove la rivalutazione delle aree interne dell’ Italia, meglio dette “intense”, rappresenta una forma di “resistenza dell’intelligenza artigianale all’intelligenza artificiale, il luogo dell’intreccio tra il computer e il pero selvatico, il laboratorio di azioni urgenti e concrete per costruire una nuova poetica dell’abitare, un nuovo umanesimo di cui l’Italia può e deve essere punto di riferimento nel mondo”.

Mariangela Granelli

L’autore e regista Tindaro Granata immagina allora che cinque interpreti (tra cui lui stesso) – qui coinvolti anche nella tessitura drammaturgica dello spettacolo: Caterina Carpio, Federica Dominoni, Emiliano Masala, Francesca Porrini – rappresentino quelle donne e quegli uomini che, una volta abbandonato il loro piccolo Paese dell’Italia interna, sentano l’urgenza, un giorno, di ritornare.

E nel constatare lo stato d’abbandono del proprio Paese succede che arrivino a ricontattare anche il loro essersi sentiti abbandonati dal Paese e dalla sua mentalità.

Con ironia e con commozione, allora, il racconto dei singoli s’intreccia a quello della comunità. E sono di incantevole bellezza quei momenti in cui l’eredità del “cunto” si fa più’ evidente, come durante l’originalissima recita del rosario, o in alcune rivelazioni personali. Ma anche nei momenti di allineato gossip in piazza.

Emiliano Masala, Caterina Carpio, Francesca Porrini, Federica Dominoni, Tindaro Granata

Propri dei cuntisti sono i loro cambi di volume, di tono e di ritmo. E ancora: le pause, l’andamento cantilenato che arriva ad una declamazione concitata ma che altre volte sa mutare d’improvviso in discorso familiare e rapido. Mentre il battito del piede rafforza gli accenti.

Efficacissimo poi il saper cogliere la relazione tra le varie fasi narrativo-poetiche e il ritmo che meglio loro si addice, così da conferire solennità ai momenti di maggiore pathos, trasmettere la concitazione e poi rallentare. E il pubblico ne resta avvinto.

Tindaro Granata, Francesca Porrini, Emiliano Masala, Caterina Carpio

Lo spettacolo costituisce una magnifica occasione per allenarsi a diventare custodi consapevoli di un antico sapere umano di cui è necessario farsi lievito. Ed è un po’ – e Granata ama ricordarlo in alcuni suoi laboratori – come un diventare testimoni di quell’antico sapere creativo del donare vita al pane. Un rito antico dove si ha la possibilità di fare un’esperienza profonda di creazione, durante la quale si diventa protagonisti del tempo dell’impasto, “lievitando” parole buone come il pane. 

E così, ricontattando il sapere sacro che ci lega ai nostri Paesi, scopriamo di aver resistito alla tentazione di rinunciare ad andare a ritrovare la nostra geografia più interna, solo perché bisognava fare tanta strada. Perché – come canta Franco Arminio – non è vero che un Paese è solo un aggregato di case. Un Paese è un corpo, che ti accoglie e che desidera essere accolto. 

E “Poetica” – questa tela intessuta da una comunità di interpreti e di persone, di drammaturghi e di poeti – è un incantevole affresco di geografia umana, dove si scopre che per poter stare bene insieme nel futuro occorre sapere da dove veniamo. Da quale vento siamo abitati. 

Ascoltami, c’è voluto
mezzo secolo di vento
per mettere insieme
quello che ti sto
dicendo

(Franco Arminio)

Franco Arminio


Recensione di Sonia Remoli

Recensione LA LOCANDIERA di Carlo Goldoni – regia di Antonio Latella

TEATRO ARGENTINA, dal 17 al 28 Aprile 2024

Che cos’è che ci rende “differenti”? Cioè speciali, unici ?  

Che cos’è “quel qualcosa in più” che alcune persone hanno, ma che è così difficile definire? 

Può essere una facile disponibilità economica, come quella di cui si avvale il Conte D’Albafiorita? Forse i titoli onorifici del Marchese di Forlipopoli ? Oppure l’essere immuni dal fascino femminile, di cui tanto si vanta il Cavaliere di Ripafratta? 

Insomma cosa “vale” davvero nella vita di un uomo, così come nella vita di una donna ?  

Ciò di cui ci parla Goldoni – proponendoci un’analisi della sua epoca – non è distante da quello che accade anche oggi. Ma tra noi si sta diffondendo un pericoloso atteggiamento: stiamo perdendo interesse ad “essere differenti”, preferendo essere il più possibile gli uni simili agli altri.

  Sonia Bergamasco (la Locandiera) e Valentino Villa (Fabrizio)

E che tipo di “differenza” è quella che rende così unica la Locandiera? 

Il suo “valore” pare essere quello di disporre di un’arte che non è finzione; di una capacità di muoversi tra educazione e provocazione. Di una consapevolezza a saper distinguere tra desiderare e possedere; tra donare e comprare. Un saper distinguere, il suo, tra questioni d’affari e questioni d’amore; tra amore e manipolazione. Un personaggio modernissimo, già nel  ‘700: una donna curiosa, dal carattere complesso e intrigante. 

E cosa succede quando uomini di diversa estrazione sociale – e dal diverso vissuto – incontrano una donna così consapevole delle proprie esigenze, così come di quelle maschili? 

Succede che di fronte alla complessità dell’animo femminile gli uomini perdono l’orientamento, come succede al conte e al marchese. Oppure fuggono, come fa il cavaliere. 

Lo diceva già Socrate nel Simposio di Platone che le uniche a sapere di “ta erotika”, ovvero delle cose dell’amore, sono le donne. Gli uomini possono apprenderle da loro, perché le donne per natura, costituzionalmente, sono dotate di una particolare dimestichezza con la dimensione del “due”, cioè della relazione. 

Ludovico Fededegni (il Cavaliere di Ripafratta) e Sonia Bergamasco (la Locandiera)

La psiche maschile invece per natura, costituzionalmente, tende a restare ferma nella dimensione solipsistica dell’ “uno”. Non a caso i tre ospiti della locanda s’interrogano su “quel qualcosa in piú” della Locandiera: che “incatena” e che “incanta”. Lei sa far uso di un diverso potere della parola.

Una commedia questa – annuncia Goldoni – “la più morale, la più utile e la più istruttiva”: una commedia che osa parlare di cosa significa “amare”, davvero. Disponibilità umana ben più complessa di quella dello sposarsi. 

Una disponibilità che lascia disarmata anche la Locandiera, quando il gioco che credeva di condurre la sorprende ad essere condotta. E perde i sensi. 

Un incantesimo di cui il regista Antonio Latella ci fa arrivare pervasivamente il sentore attraverso la seduzione sprigionata dalla complice sinergia tra la drammaturgia delle luci (affidata a Simone De Angelis), la drammaturgia acustica (curata dall’alchimista Franco Visioli) e quella della prossemica. 

Ludovico Fededegni (il Cavaliere di Ripafratta) e Sonia Bergamasco (la Locandiera)

E’ l’elogio della potenza erotica del disarmarsi: inizia il cavaliere ma la locandiera lo segue, lei che ora davvero arriva a perdere i sensi spingendosi ben al di là di una sterile strategia seduttiva.

E’ l’atto d’amore di un amante che, proprio come descritto da Platone, ha cura di far riemergere la sua donna dalla follia in cui si sono calati. Metafora mirabilmente visualizzata attraverso la cura che il cavaliere ha nel sollevarla da terra per appoggiarla su un piano superiore, il tavolo. Per poi lasciare che il rimanente percorso di risalita dal sacro della follia amorosa lo porti a termine la musica: la sua musica, quella da lui interpretata con l’armonica a bocca. Complici gli ombrosi accordi al basso di un cupido a loro servizio (un polimorfo Gabriele Pestilli). Una scena di mirifica bellezza. 

  Gabriele Pestilli (il servitore), Sonia Bergamasco (la Locandiera) e Ludovico Fededegni (il Cavaliere di Ripafratta)

Acuta è stata la sensibilità di Antonio Latella nel riproporre pressochè fedelmente questo testo, declinandolo in una variazione registica più vicina ai nostri tempi (di Linda Dalisi il contributo di dramaturg). 

Uno sguardo registico gravitante intorno al tema dei “costumi”: intesi non tanto come abiti e ambientazioni ma soprattutto come “habiti” ovvero inclinazioni, capaci di accogliere e valorizzare o meno “le differenze” che ci caratterizzano.   

Antonio Latella, il regista

Campeggia sulla scena, alludendo alle pareti della locanda, un fondale in legno: una materia viva, in continuo movimento (le scene sono di Annelisa Zaccheria).

A decorarlo sembrano dei rilievi simili a cornici che, a ben guardare, ricordano più i percorsi di un labirinto. Indicazioni raffinate e visivamente efficaci che ci parlano dell’avventurosa disponibilità che si richiede al nostro stare al mondo. Di cui la locanda è un microcosmo. 

Giovanni Franzoni (il Marchese di Forlipopoli), Francesco Manetti ( il Conte D’Albafiorita), Marta Pizzigallo (Dejanira) e Marta Cortellazzo Weil (Ortensia)

E’ infatti il luogo dove varie possono essere le forme di risposta agli incontri, che la locanda si rende disponibile ad ospitare.

E’ il significato racchiuso nel gioco dello shangai, di cui con sagacia Latella si serve per parlarci di cosa sta avvenendo dentro alcuni personaggi. Perché quello che forse “vale” davvero  – e quindi fa la differenza – é la nostra disponibilità ad entrare in relazione con l’altro, al di là di facili forme di manipolazione. “Vale”, fare la propria mossa senza arrecare danno: quell’avvicinarsi all’altro con rispetto, mantenendo sane distanze. 

Non a caso Latella veste la sua locandiera con un abito che non è una divisa omologante bensì la femminile espressione della sua particolare scelta di impostare creativamente il lavoro ( i costumi sono curati da Graziella Pepe).

Sonia Bergamasco (la Locandiera) e Giovanni Franzoni (il Marchese di Forlipopoli)

Delle decorazioni onorarie tanto amate dal Marchese di Forlipopoli (un efficace Giovanni Franzoni) qui restano quelle della decorazione a jacquard del suo maglione “iper protettivo”. Dal quale però, con il procedere degli eventi, risulterà disponibile a separarsi, optando per la fresca leggerezza di un tailleur in lino.

Il Conte D’Albafiorita (un insinuante Francesco Manetti), ebbro del recente essersi arricchito, si veste qui sfoggiando un outfit griffato. Anche lui “muterà pelle” poi, indirizzandosi verso un tailleur: l’importante è che non passi inosservato.

Giovanni Franzoni (il Marchese di Forlipopoli), Francesco Manetti ( il Conte D’Albafiorita), Marta Pizzigallo (Dejanira) e Marta Cortellazzo Weil (Ortensia)

E poi il Cavaliere di Ripafratta (un irresistibile Ludovico Fededegni) che si vanta del suo saper rinunciare al femminile calore, qui evita di rimanere stretto tra i lacci di confortevoli calzature. Ma non riesce a fare a meno di recuperare quel calore disperso attraverso un coprente paltò. Di cui poi, una volta preda delle fiamme dell’amore, saprà alleggerirsi.

Sonia Bergamasco (la Locandiera) e Ludovico Fededegni (il Cavaliere di Ripafratta)

Fabrizio il cameriere della locanda (uno stoico Valentino Villa) e’ un po’ il motore immobile della situazione: tutti sanno che c’è e che ha un suo potere, quello di saper aspettare. Forte del fatto che sa di incarnare il ruolo del pretendente predestinato dal padre a futuro marito di sua figlia.

Marta Cortellazzo Weil (Ortensia) e Marta Pizzigallo (Dejanira)

Le due ospiti femminili della locanda, Ortensia (un’esuberante Marta Cortellazzo Wiel) e Dejanira (una Marta Pizzigallo incantevolmente subdola ), nonostante il loro presentarsi vestite di abiti “da finzione nella finzione” si nutriranno delle fertili dinamiche offerte dalla locanda, trovando così il coraggio di essere se stesse.       

Ludovico Fededegni (il Cavaliere di Ripafratta), Sonia Bergamasco (La locandiera) e Valentino Villa (Fabrizio)

Sonia Bergamasco é la Locandiera esatta per lo sguardo registico di Antonio Latella: incarna  – al di là del suo aspetto angelico – tutta la magnifica complessità della psiche femminile. E la restituisce con un dosato equilibrio, che sa includere un folle e fragile disequilibrio. E’ epifanica e dannatamente femmina, come solo chi non sa di esserlo, é. E si dà rompendo continuamente i piani e facendo parlare, senza filtri, ora le viscere, ora la mente. Ma poi le si accende anche il cuore. E l’inaspettato rifiuta la logica linguistica. Solo alcuni gesti involontari possono venire in soccorso della comunicazione.  Ed è stupefacente vedere come il suo corpo agisca anarchicamente rispetto alle parole della logica, confidandoci quanto sia irrinunciabile per lei separarsi dal cavaliere. Ed è straziante constatare quale e quanta disperata tattile carnalità lei riesca ad esprimere attraverso la “terza pelle” di lui: il suo paltò. 

Sonia Bergamasco (la Locandiera)

Uno spettacolo dalla potenza alchemica, che ci invita a scoprire e a valorizzare  quella “differenza” che parla di “chi siamo”.  E che può emergere da “un processo di cottura” dei nostri pregiudizi, che rendono indigeribile la nostra identitá.

Perché questo significa “realizzarsi”, avere un valore. Il proprio e insostituibile.

Un valore da difendere, nel rispetto di quello dell’altro. 


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo SULLA MORTE SENZA ESAGERARE – regia di Riccardo Pippa –

TEATRO INDIA, dal 18 al 21 Aprile 2024 –

Ma come ci si scopre concilianti con la morte, dopo averla conosciuta attraverso lo sguardo di Riccardo Pippa, ideatore e regista di questo poetico, ironico e catartico spettacolo portato in scena da Giovanni LonghinAndrea PanigattiSandro Pivotti e Matteo Vitanza del Teatro dei Gordi !!!

E come può essere sensuale intrattenersi con la morte! Se ci facciamo caso capita spesso, ogni giorno, d’incontrarla. Mica solo quando siamo lì lì  per morire !

E come ci risultano familiari questi personaggi in maschera! E’ strano, ma sembra di averli già incontrati. E’ come se nei loro volti si riconoscesse una mostruosità familiare. Ma più autentica.

Ed è proprio la loro autenticità a sfidarci: si mascherano per spogliarsi, per mettersi a nudo.  Per essere “scandalosi” ma anche teneri, accoglienti.  E sono pronti a prenderci per mano. Come fa anche la morte. Quindi non esageriamo: anche la morte ci assomiglia. 

Ideatore e regista dello spettacolo è Riccardo Pippa: un autentico appassionato di drammaturgia che, tra le altre cose, ha scritto la prima biografia artistica di Renata Molinari, alla quale è legato il più fertile filone di riflessione sulla natura, il ruolo e la funzione del dramaturg.

In questo spettacolo parlare non serve: la parola è sempre così ambigua. E poi non c’è niente da “capire”. Molto meglio ascoltare il corpo degli interpreti in scena. In fondo, cosa c’è di più potente di mettere gli attori di fronte a degli spettatori?

Le maschere utilizzate per questo spettacolo nascono dall’estro della costumista e scenografa Ilaria Ariemme e si ispirano all’estetica della “Nuova oggettività” di Otto Dix (1891-1969) che prediligeva il ricorso alla caricatura, alla deformazione e quindi alla metafora morale per esprimere un forte dissenso.

Queste maschere infatti inquietano perché presagiscono qualcosa di prossimo: ci raccontano, anzi ci fotografano, la vita mista alla morte. La riconosciamo nella predilezione ad esprimersi attraverso la linea contorta e tormentata e attraverso un cromatismo acceso fino a divenir violento. Perché la morte ci fa, ci costituisce: tesse la nostra esistenza assieme alla vita. E poi quando la vita s’arresta o si esaurisce, la morte ci porta di là.

Non avendo però ancora appreso le buone maniere, la morte tende a muoversi maldestramente – come canta la poesia di Wislawa Szymborska “Sulla morte senza esagerare” (da La gioia di scrivere. Tutte le poesie, Milano, Adelphi, 2009) di cui questo spettacolo vuole essere un omaggio. Ma non lo fa apposta. Anzi, di suo la morte è gentile: aspetta che ci arrivi davvero il desiderio di morire e di percorrere il nostro ultimo red carpet: la premiazione di una vita e insieme l’inaugurazione di un nuovo inizio.

Ma finché non siamo pronti lei è lì, sulla sua panchina. E non forza la situazione: ci lascia liberi. Permettendoci di vivere ancora un po’, se davvero ne abbiamo voglia. 

Il Teatro dei Gordi é una compagnia indipendente formata da un collettivo di 11 soci.  Un gruppo di attori, ex allievi della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano: da qui il nome “gordi” che significa proprio “grassi”, “succulenti”.

Nomen omen: questi ragazzi sono una proposta teatrale davvero piena di succo, molto gustosa.

Bello il teatro “apollineo” di alto concetto sì, ma quello che parla di noi, del nostro corpo, delle nostre reazioni, è impareggiabile. 

Questo Teatro dei Gordi è ricco in freschezza – e quindi di succo – e regala un appagamento che sa durare, che si dà senza fretta. 

Perché anche la vita è un gioco di succhi, cui fa eco la reazione succulenta della nostra bocca. Anche per questo non è indispensabile passare attraverso le parole per arrivare a contattare l’esperienza della succosità, che resta inscritta nella nostra mente in maniera attraente.

Ed è così che si riesce ad apprezzare l’originalità della loro drammaturgia, il loro coraggio e la loro attenzione meticolosa. Ad esempio nella cura dei dettagli della comunicazione affidata ai corpi: dove il gesto si cura di non essere mai “verbale” ma di trovare di volta in volta quella precisione capace di portare avanti l’azione scenica.  Una cura meticolosa sì: perché descrive quel sentimento di irresolutezza di chi agisce temendo di sbagliare e che proprio per questo mette nel lavoro una cura di livello superiore, dettata dai minimi scrupoli, dai più attenti riguardi. Da un buon uso della paura.

Un po’ lo stesso uso che noi potremmo imparare a fare della paura della morte.

E forse è proprio questo il succo più persistente che ci portiamo a casa, una volta terminata la loro rappresentazione.

Andrée Ruth Shammah

E così – anche grazie alla feconda visionarietà della direttrice artistica del Teatro Franco Parenti Andrée Ruth Shammah che vedendo il primo studio dello spettacolo ha deciso di  co-produrre il progetto successivo – noi possiamo dire di aver assistito, citando A. Artaud, ad “una trascendente esperienza vitale”.

Uno spettacolo disorientante e fertile. Come il Teatro e la Vita insegnano. Insieme alla Morte. Senza esagerare.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione LA RAGAZZA SUL DIVANO di Jon Fosse – regia di Valerio Binasco

TEATRO VASCELLO, dal 16 al 21 Aprile 2024

Che talento serve per dipingere?  

E per vivere?

Forse, serve lasciarsi attraversare dal dolore. Non proteggersi troppo, non trattenere il dolore nascondendolo. Non far sì che si limiti al ritorno ossessivo e allucinato solo di un’immagine.  Farlo scendere piuttosto, fino a contattare la tridimensionalità del cuore. Delle viscere. 

Tra i flutti di una tempesta esistenziale e familiare, una giovane donna “naufraga” su un divano. Il suo corpo cresce insieme agli anni ma i suoi occhi continuano a vedere sempre e solo le stesse cose: quelle che l’hanno ferita fino a paralizzarla emotivamente. E che per una vita si è ostinata a lasciare che riapparissero solo come visioni: “Tante cose della vita non si possono pensare, per poterle sopportare”.

Giordana Faggiano e Pamela Villoresi: ragazza e donna sul divano

Lo spazio scenico immaginato da Valerio Binasco è il luogo della mente della protagonista, ormai invecchiata (una Pamela Villoresi dalla stupefacente bellezza interpretativa) dove convivono – senza delimitazioni – tutti quei luoghi e quei personaggi testimoni delle sue emozioni più dolorose. 

A differenza della scrittura di Jon Fosse, la narrazione registica di Binasco sceglie di sublimare quella magnifica e nauseante sensazione di “dondolio”, alla quale l’autore Premio Nobel per la Letteratura 2023 dona una forma quasi poetica. 

E’ il dondolio esistenziale in cui siamo gettati noi umani, quasi quello di una nave – metafora qui anche della figura paterna – “incantata” in un continuo retrocedere ed avanzare.


Nel riadattamento del testo (la cui traduzione è di Graziella Perin) Binasco “traduce il dondolio della lingua” in un andamento più piano, meno oscillante. Più “pop”. Dove la sensazione di produrre spiazzamento sensoriale nello spettatore viene affidata all’interpretazione degli attori: attraverso una resa della caduta dei principi della logica, in bilico tra il tragico e il comico. Ma lo spiazzamento maggiore è attribuibile, forse, a quella speciale “sacralità” restituita soprattutto attraverso gli occhi degli interpreti: in un dondolio tra ingenuità e perdizione.

Ma c’è di più: c’è qualcosa che ricorda il “realismo magico” proprio della poetica delle opere pittoriche di Antonio Donghi, i cui confini sfumano tra realtà e irrealtà.  Sono le scene “più segrete” – girate dietro la parete di velatino – a ricordarlo, per quell’ “ambigua chiarezza” che guida la scelta della drammaturgia cromatica delle luci (scene e luci sono affidate alla cura di Nicolas Bovey). Ma più di tutto, è quella tensione propria di Binasco a dare vita a “un’armonia degli ossimori”, a ricordare il pittore romano (1897 – 1963). 

E’ un mondo infatti dove non si smette di invocare Dio, senza essere troppo sicuri che però esista. Un mondo dove non si è sicuri di niente, dove non si cerca niente. Ma dove nonostante tutto non ci si blocca totalmente. Ci si accontenta di spegnersi e di riattivarsi. Continuamente, a vuoto, meccanicamente: “bisognerà pur fare qualcosa!” . 

Isabella Ferrari (madre) e Giordana Faggiano (ragazza)

Ma “cosa”, non si ha fame di saperlo. Se si prova a dare forma ad una propria idea, dopo l’insistere contrario dell’interlocutore ci si accomoda nella sua posizione. Ma neanche questo funziona: si crea uno scarto e ci si ritrova a pensare: “perché nulla è come dicono che sia?”. 

La parola, seppur molto utilizzata, risulta svuotata del suo valore comunicativo: si riducono le identità e si moltiplicano le contraddizioni, così come le cause non corrispondono più agli effetti.

Ma anche il valore terapeutico della parola è andato perso: non scendendo sotto la superficie del vedere, la parola non riesce a curare. “Me ne sto sempre qui seduta su questo divano, non faccio altro che parlare ma non serve a niente continuare a dire queste cose”.  

Pamela Villoresi (donna)

E viene meno anche il potere del “racconto”, perché fiacco è lo sforzo di tenere insieme tutti gli elementi che si vorrebbero comunicare. Così passano gli anni ma “alla fine non è successo quasi niente”.

Si vive sul ciglio della vita, senza mai spingersi ad esplorarne il centro, o il ciglio opposto. E ci si appaga di momentanee complicità relazionali, suggellate da frequenti “Eh, sì” che ne sanciscono il compimento. Ma insieme anche la fine.

Pamela Villoresi (donna) e Fabrizio Contri (padre)

In un mondo dove i personaggi restano così, come immobilizzati in un’atmosfera senz’aria, gli uomini sono stanchi, dimessi, ingenui, banali, inconcludenti. Il personaggio dello zio, qui in Binasco – lungi da un carisma da amante segreto – diventa quasi una caricatura di ingenuità. Ed è un irresistibilmente interrogativo Michele di Mauro ad interpretarlo.

Michele Di Mauro (zio)

E’ un mondo dove si resiste a vivere pur essendo saltate tutte “le identità” che fanno delle persone delle creature uniche, nel bene e nel male. Qui infatti evaporano i nomi propri, si diluiscono i confini spaziali (così come quelli tra video e pittura, nell’interessante proposta di Simone Rosset) e quelli comportamentali: i padri sono assenti ( Valerio Binasco -uomo- e Fabrizio Contri – padre-) e se ci sono rinunciano ad applicare con i figli il limite delle regole. Limiti che soli possono stimolare desideri di personale rielaborazione della regola. E le madri non ce la fanno a trasmettere la gioia di vivere ai figli, perché a loro volta figlie di genitori manchevoli.

 

Sono donne che indossano vestaglie che – quasi come ali – pur facendo sollevare, non si rivelano adatte al volo (i costumi sono curati da Alessio Rosati).  

Oppure sono donne, come la protagonista da ragazza (una Giordana Faggiano dagli intensi sbalzi di temperatura emotiva) che restano nel nido anche quando sembrano esserne fuori (ed è mirabile la freschezza decadente di Pamela Villoresi, ovvero la protagonista nell’età adulta).

Donne con una vocalità quasi da volatile: acuta, a tratti gracchiante, che passa dall’accorata e assillante lamentosità infantile agli isterismi dell’età matura. Senza la possibilità di esplorare fertilmente le calde e misteriose tonalità della seduzione.

Sono quelle note che non trovano il proprio colore né nel vissuto della madre della protagonista (un’efficacissima Isabella Ferrari dalla sciatta femminilità ma dall’ insopprimibile fascino) né nel vissuto della sorella (un’avvincente Giulia Chiaramonte, votata alla soddisfazione delle fantasie maschili). 

Giulia Chiaramonte (sorella)

Un testo che ci parla, ci risuona. E mette in subbuglio il nostro talento a vivere.

Ma lo sguardo che ci regala la regia di Valerio Binasco è quasi carezzevole. Magicamente reale.

Valerio Binasco (uomo) e Pamela Villoresi (donna)


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo I MASNADIERI di Friedrich Schiller – regia di Michele Sinisi

TEATRO BASILICA, dall’ 11 al 28 Aprile 2024 –

Sono ragazzi di oggi, ma basta un accessorio e si vestono di passato.

Sono “persona” e “personaggio”: in trasparenza. Si presentano anagraficamente come persone e ci anticipano qualcosa di essenziale del loro personaggio, del suo destino.

Sono voce d’entusiasmo; sono corpi dotati di un eccesso di energia.

Non ci celano nulla, tutto è “a vista”: i cambi d’abito, gli inserti musicali. Le entrate e le uscite non conoscono quinte. Neanche quando i corpi si preparano ad entrare dentro altri corpi, dentro altre posture, dentro altre vocalità.

E’ la storia di padri e di figli, di ieri e di oggi. E’ la storia di eredità affatto interessanti: troppo distratte, troppo proibitive. Che generano figli, testimoni degli stessi eccessi.

E’ un tempo inquieto: come il nostro, come ciclicamente capita si verifichi.

E’ una storia di intrighi e di violenza che non esclude però l’apertura verso “un inno alla gioia”: quegli accordi composti da Schiller nel 1775 e musicati da Beethoven nel 1826 continuano a risuonarci.

Questo dramma teatrale, rappresentato nel 1782 a Mannheim da un giovane Schiller, fu un successo clamoroso: si racconta che durante la rappresentazione alcune signore siano svenute dall’emozione e che gli spettatori si siano abbracciati perché coinvolti emotivamente dall’azione. Qualcosa di simile accadde alla rappresentazione del 1898 di Stanislavskij de “Il gabbiano” di Cechov.

E anche ieri sera, nella sublime cornice del Teatro Basilica, a fine rappresentazione grande è stata la commozione e l’entusiasmo del pubblico.

Gli interpreti del Gruppo della Creta(in o. a.) Matteo Baronchelli, Stefano Braschi, Vittorio Bruschi, Jacopo Cinque, Gianni D’Addario, Lucio De Francesco, Alessio Esposito, Lorenzo Garufo, Amedeo Monda, Laura Pannia, Donato Paternoster – guidati dall’ acuto sguardo registico di Michele Sinisi, riescono davvero molto efficacemente nel trasmettere tutta la potenza e tutta la necessità che anche il nostro secolo – che tende a concentrarsi nel “ruminare il passato” – ha di qualcosa e di qualcuno che favorisca il fermento, proprio come “lievito di birra”.

Una necessità di padri che sappiano essere padri rigorosi ma stimolanti e di figli che ereditino lo stimolo della “legge del padre” per fermentare fertilmente.

E – come già sosteneva vibrantemente Schiller – è il Teatro quella “istituzione morale” capace di rendere fecondo “il gioco” della vita: quello tra padri e figli, tra singolarità e collettività, tra ragione e sentimento.

E ci riesce attraverso “la bellezza” della sua Arte: facendo “cadere le bende dagli occhi” e sublimando “la vanità puerile” in impegno collettivo.

Dando vita così a un nuovo Umanesimo.

Il regista Michele Sinisi


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo L’ESPERIMENTO di e con Monica Nappo

TEATRO ARGOT STUDIO, dall’11 al 14 Aprile 2024

Quello di Monica Nappo è un tentare ragionato – un esperimento appunto – che unisce sinergicamente il potere della parola a quello dell’immagine. Laddove la parola tentenna a descrivere, è infatti l’immagine a rivelarsi più duttile ad esplorare e descrivere certi disagi. 

Un’esplorazione di sé – ma anche di noi del pubblico – quella proposta dalla Nappo che trova ispirazione e sostegno nell’estetica di Piet Mondrian. Lo spazio scenico infatti – pensato ed allestito per ospitare lo spettacolo (lo studio di una counselor) – ricorda lo studio del celebre pittore, in quanto riproposizione di una estensione dei suoi dipinti. Spazio ideale quindi per perdersi e così poter dare vita ad un nuovo esperimento di linee e colori, che provi ad ordinare e mettere in comunicazione un universo personale immerso nel caos. 

I confini ben definiti delle celebri “Composizioni” di Mondrian – alle quali allude la parete di fondo dello studio da counselor della donna interpretata dalla Nappo – non chiudono infatti ermeticamente gli spazi descritti ma permettono incontri, intersecandosi continuamente. Ed è una splendida metafora del lavoro su sé stessi – a cui lo spettacolo invita con ironica profondità – per un sano relazionarsi con gli altri.

Quante insidie – ad esempio ci si chiede – può nascondere un’attesa?

Quali sono i suoi confini?  E il non rispettarli in quali pericoli ci fa incappare?

La couselor interpretata dalla Nappo invece coglie l’occasione del protrarsi dell’attesa dell’arrivo del suo paziente per farsi lei stessa “il prossimo paziente”. E ci si consegna in tutta la bellezza del testo da lei scritto, oltre che interpretato.

E’ un raccontare, il suo, che non segue la linearità sicura di una narrazione già confezionata ma piuttosto esprime “il tentativo” – insito solo nel raccontare e nel fare esperimenti – di tenere insieme vari elementi per poter comunicare qualcosa d’interessante.

E assume la forma di un continuo riprendere daccapo – “ricomincio ” – ogni qualvolta qualcosa sembra sfuggire. Quasi come se nell’oralità si ricreasse lo stesso avanzare imperfetto del processo creativo della scrittura. Un po’ un tirar via il foglio dalla macchina da scrivere, accartocciarlo e ricominciare con un altro foglio.

La Nappo intriga per il suo acuto disarmo. E sorprende quando lo stesso disarmo lascia il posto alla provocazione. I toni della sua voce – che sanno come colorarsi delle emozioni che attraversano – sono prevalentemente acuti ma mai irritanti. Quasi musicali. Teneri e pungenti. Il suo corpo rompe continuamente tutti i piani ed è una continua sorpresa. Come gli interrogativi che ci sottopone.

Come possiamo desiderare ancora ciò che già abbiamo?

Quanto bene e quanto male riesce a procurare una somma di piccole cose? 

E cosa succede se questa somma di piccole cose nasce da una solitudine, diventa un’abitudine e poi arriva a trasformarsi in una dipendenza?

Un po’ come le diverse temperature che il corpo attraversa nel continuo e progressivo adattarsi ai differenti gradi dell’acqua, quando ci si immerge per fare un bagno al mare.

E se ancora aleggiasse nell’aria una qualche forma di scetticismo, la Nappo in chiusura tira fuori dal suo “cilindro che bolle” una vera e propria teoria scientifica a coronamento del risultato raggiunto con il suo accattivante racconto.

Perché la differenza tra amore e dipendenza, tra resilienza e sottomissione è tutta in un salto: quello che occorre fare ad un certo punto dell’attesa. Prima che esca fuori dai suoi confini. 


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo DUE DONNE CHE BALLANO di Josep Maria Benet i Jornet – regia di Giorgia Passeri

TEATRO PORTA PORTESE, 6 e 7 Aprile 2024

Quant’è difficile mettersi in gioco con gli altri?

Cosa ci spinge a isolarci, evitando di scendere in campo a giocare e a farci giocare dal relazionarci con gli altri?

Che realtà è quella qui descritta da Josep Maria Benet i Jornet dove nessuno ha più il suo nome proprio? Dove tutti sono stati privati della propria identità e quindi della propria unicità?

Flavia Di Domenico

E’ un mondo dove si è smarrita la cura di donare attenzione all’altro: di guardarlo con interesse, con acuta curiosità. E assomiglia paurosamente a quello in cui anche noi siamo immersi.

Giorgia Passeri – che cura la regia dello spettacolo – coglie e sviluppa anche scenograficamente la componente sociale ma soprattutto esistenziale che anima il testo, proprio come nelle intenzioni dell’autore. 

Con finezza costruisce una scena-campo da gioco dove risulta efficace la tentazione ed essere presi in scacco dalla vita.

Soprattutto quando i desideri restano appesi, frustrati, ignorati.  

Giocare allora la propria partita con la vita perde smalto e ci si ritira progressivamente ed inesorabilmente in difesa. Una difesa asfissiante.

Ce ne parla con efficace incisività la drammaturgia della prossemica: un potente gioco comunicativo non verbale dove i piani dei corpi e degli occhi nonché le loro distanze urlano la difficoltà a superare la soglia del sospetto, tra due donne – diversamente violente perché ugualmente spaventate – che non hanno mai fatto esperienza di autentica e quindi generosa accoglienza da parte degli altri.

Rese “invalide” a cogliere la fertile contagiosità di un incontro: “io non ho diritto a niente … per questo risparmio”. Ma i soldi non riescono a colmare l’abisso esistenziale in cui si stanno calando entrambe le donne. I soldi non riescono a comprare l’altruistica attenzione degli altri.

Fin dalle prime battute del testo ma soprattutto fin dai primi colori di voce delle due protagoniste ci arriva il sentore di come le stesse siano preda del fascino subdolo verso una diversa realtà finalmente di quiete atarassica: se nell’anziana signora (interpretata da Flavia Di Domenico) assume i toni di un velato ricatto manipolatorio, nella giovane badante (interpretata da Marina Vitolo) è il richiamo di una seduzione segreta.

Marina Vitolo e Flavia Di Domenico

Di densa ferocia non solo drammaturgica ma anche di maledetta bellezza interpretativa la pretesa dell’anziana signora (Flavia Di Domenico) di “farsi dare del tu” dalla badante. Una pretesa e non una ricerca, un’attenzione, una cura dell’avvicinarsi: premure impossibili se non si sono precedentemente vissute e acquisite come un imprinting di umanità. 

Così come elegantemente mortificante è l’equivalente ostinato – e insieme meravigliosamente scolorito – tenersi a distanza della badante (Marina Vitolo): “sono qui per lavorare, mica in visita!”.

Marina Vitolo

Una vita di relazione in cui niente “quadra”, a differenza del pavimento esistenziale in cui tutto “sembra” una perfetta ed equilibrata tessitura di luci e di ombre.

Ma è quando l’anziana signora, in un inaspettato gioco di seduzione tra il licenziare e il trattenere la badante, si scopre incline a rispettare i tempi e le modalità di avvicinamento dell’altra, che qualcosa di fertile inizia a manifestarsi.

Entrambe avvertono quel ponte che unisce le loro diffidenze: perché prestare attenzione è contagioso. “Parli con te stessa? Cioè con te quando eri piccola? Che cosa raffinata” – si sorprenderà a riconoscere la badante di fronte a questa autentica confessione disarmata dell’anziana signora. 

Flavia Di Domenico e Marina Vitolo

Perché si fa quello che si è ricevuto, nel bene e nel male.  E se corri il rischio di aprirti con l’altro, molto spesso succede che anche l’altro “sputerà il suo rospo”. 

Perché essere amiche, almeno un po’, significa essere interessanti l’una per l’altra: essere messi in mezzo alla vita dell’altro. E’ un ponte che lega due esistenze a tutto il mondo intorno. Miracolo che non riesce a fare neanche l’altare dei giornaletti, appeso a desideri chiusi.

E’ così che alla fine le due donne riescono a sintonizzarsi. E poco conta chi vince e chi perde: ora conta solo “farlo insieme”. Ballando.

In un malinconico ed eccitante passo a due : “Un passo me ne vado/Per sempre/ Un passo grande un passo così importante” (Mille passi di Chiara Galiazzo feat. Fiorella Mannoia).

Flavia Di Domenico

Flavia di Domenico ci regala un’anziana signora vibrantemente compressa come un vulcano che si prepara ad eruttare. La sua potenza maggiore sta proprio nel trattenere ciò che si ritarda a far esplodere. Recitano in tal senso le sue mani. E i suoi occhi, pur celando la loro incandescenza sottraendosi all’incontro con altri occhi.

Marina Vitolo

Marina Vitolo restituisce il personaggio della badante con una commozione dalla bellezza sublime: tale da riuscire a farla trapelare – con la complicità di occhi indimenticabili – anche in tutte le crepe di smarrimento d’entusiasmo di cui il suo personaggio brilla.

Lo spettacolo – da non farsi sfuggire –  resta in scena al Teatro Porta Portese ancora oggi pomeriggio alle ore 18:00.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione del testo teatrale AMEN di Massimo Recalcati –

EINAUDI, Collezione di teatro 456


Da questo testo il Teatro Franco Parenti ha prodotto l’omonimo spettacolo che l’8 Luglio 2021 ha debuttato al Festival di Spoleto, con Marco Foschi, Federica Fracassi e Danilo Nigrelli e con la regia di Valter Malosti.


La bellezza di certe verità è inafferrabile. Ma ci ospita. Possiamo lasciarci le nostre tracce. È così. 

Come accade con la neve: quella, ad esempio, sul fondo della scena qui descritta. 

Una neve che abita un confine.

In quanto tale, un confine si dà come inizio e come fine di qualcosa.

Ma può darsi anche come coesistenza di un inizio e di una fine di qualcosa: come soglia di un incontro, di una comunione.

Come i protagonisti di questa narrazione: sono 3 ma anche 1.

E’ la bellezza di certe verità, come quella della religione cristiana e dell’inconscio psicoanalitico.

I tre – un figlio, una madre e un soldato/padre spirituale – non si rassegnano a concepire il confine tra la vita e la morte come una “separazione” tra un prima e un dopo.

La narrazione dei loro vissuti ci parla di un desiderio di vita che non esclude la morte ed è così consapevole da fare di questo presunto confine – sperimentato in molte occasioni della loro vita – un luogo d’incontro e quindi di coesistenza:

Tra un passo e l’altro

Tra un battito e l’altro

Tra un sentire e un mancare 

Tra il totale altruismo di madre e l’insostenibile leggerezza dell’essere dei padri 

Tra battesimo ed estrema unzione

Tra l’amore diverso di ciascuno dei due amanti

Tra il restare di un nome e il corpo che muore

Tra il durare e il resistere

Massimo Recalcati

E’ così che la scrittura di Massimo Recalcati, noto psicoanalista e saggista, ci porta a fare esperienza dell’ eternità del caduco: dell’irresistibile trascendenza legata al piacere dei sensi. 

In primis, il vedere: quello che riceviamo in dono dai nostri “piccoli occhi mortali” accesi dalla luce, partorita dal buio.

Luce che a sua volta partorisce la vita e insieme la morte. E rende possibile l’entrata in scena di un altro meraviglioso senso: il tatto. È la bellezza dell’aderire. Che non significa afferrare. Ma contagiarsi nell’abbracciare un’attesa. 

Recalcati canta la continua meraviglia di un giorno qualsiasi, quella trascendenza che scende sulla quotidianità, come la polvere sulla consuetudine immortalata nelle opere di Giorgio Morandi.

Recalcati canta la bellezza irripetibile dei nostri corpi, così come sono: lungi da un desiderio di perfezionamento. 

Recalcati fa venire alla luce un testo dalla viscerale e lisergica potenza sinestetica: che riusciamo a “sentire” anche acusticamente, olfattivamente, tattilmente e in bocca. Al di là dei principi della logica.

È il racconto della rievocazione della “passione del vivere”: la preghiera delle preghiere.

Un testo sull’urgenza di nascere, non solo una volta ma ancora e ancora: tutte le volte che la vita si scontra fertilmente con la morte. 

Tre personaggi, tre diversi modi di essere ebbri di vita. Per se stessi e per gli altri.

Tre declinazioni di ostinato insistere a voler vivere: anche quando l’ impossibilità a proseguire diventa direttamente proporzionale all’impossibilità a non proseguire. Uno strazio e un’eccitazione che non escludono la tentazione a lasciarsi andare e a gridare contro Dio, come Giobbe.

Ma su tutto vince l’urgenza dell’inafferrabile bellezza di vivere, ancora, ancora, ancora: battito dopo battito, passo dopo passo.

Sì, così: “…adesso e nell’ora della nostra morte”. 

“Amen”: così sia, così voglio.

Massimo Recalcati


Recensione di Sonia Remoli