– CIRCLE MIRROR TRANSFORMATION – regia Valerio Binasco

di Annie Baker

traduzione Monica Capuani, Cristina Spina

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TEATRO ARGENTINA

dal 3 al 14 Giugno 2026


“ Ricominciamo ! ”

E’ questa l’esortazione che Marty – la carismatica insegnante di teatro, qui interpretata da una fascinosa Pamela Villoresi – utilizza più frequentemente con i suoi allievi.

Loro sono persone vivacemente imperfette: persone cioè che hanno mancato qualche obiettivo in amore, o nell’esprimere il proprio talento. Ma che non hanno smesso di desiderare. Di desiderare una seconda possibilità, di desiderare ancora di ricominciare.

L’imperfezione, infatti, è molto più di un difetto: rappresenta la condizione stessa della vita e del suo evolversi. Perché l’imperfezione cerca sempre una trasformazione, che può darsi attraverso “lo specchio” che ci rimanda lo sguardo dell’altro.

Non a caso i personaggi di questa sapientemente imperfetta drammaturgia di Annie Baker – tradotta da Monica Capuani e da Cristina Spina che ne restituiscono tutta la meravigliosa imperfezione vitale – hanno scelto, più o meno consapevolmente, di iscriversi ad un corso di teatro. In un piccolo teatro di provincia del Vermont, per dilettanti. 

La prima sollecitazione che Marty rivolge ai suoi allievi è: “vorrei, che questo luogo sia per voi un luogo in cui sentirvi al sicuro, per potervi esprimere davvero liberamente”. Ma essere liberi – a teatro così come nella vita – significa anche “saper contare” (questo è il nome di uno degli esercizi-base proposti da Marty) ovvero saper non invadere lo spazio di libertà vitale dell’altro. 

Lo stesso motto dello Stato del Vermont – luogo dove la drammaturga statunitense Annie Baker decide di ambientare questo suo testo – è “Freedom and Unity” (libertà e unità). E venne adottato per la prima volta nel 1788 sul sigillo della Repubblica del Vermont. L’idea di fondo, anche qui, è quella dell’importanza del rispetto dell’equilibrio fra la libertà personale del singolo cittadino ed il bene della comunità. 

(ph. Virginia Brown)


Attraversata da una melodia al pianoforte – che sa farsi terra ma anche cielo, in quanto simbolo universale di ricerca introspettiva – la regia di Valerio Binasco lascia che il suo spettacolo si apra con un prologo non abitato da parole. La cura del suono è di Filippo Conti.

Una scelta che agisce come un imprinting sullo spettatore: a non prestare cioè troppa attenzione alle parole, quanto piuttosto agli effetti che sono capaci di provocare i sottotesti dei silenzi delle persone che sono dentro ogni personaggio.

Lo stesso varcare la soglia tra il fuori e il dentro da parte dei personaggi; il loro scegliere di entrare in scena e il loro diverso, eppure simile, assaporare questo “luogo del sottosuolo” che è la sala prove di un teatro, sono indizi messaggeri di un loro “cercare uno specchio”, per ridare avvio a qualcosa che si è bloccato. Ma che ha una natura circolare e che qui, a teatro, può trovare una possibilità di riattivarsi. E di trasformarsi in qualcos’altro.

Per esempio, attraverso l’esercizio-gioco di presentazione del “se io fossi te”. Ed è sorprendente scoprire quali caratteristiche intraveda in noi l’altro, per identificarci nella nostra unicità. Caratteristiche che derivano da una nostra sintomatologia comportamentale, la cui origine risiede nello scontro tra desideri e difese interiori.


Ogni sintomo è infatti l’espressione di un “patto”: permette al desiderio represso di esprimersi, ma in una forma talmente alterata da non essere intercettato chiaramente.

Il sintomo, quindi, non è un semplice difetto da eliminare, ma un messaggio cifrato attraverso il quale l’inconscio comunica un conflitto irrisolto, che chiede di essere ascoltato e decifrato.

Ed è su questi graffi e su queste cicatrici sintomatologiche – che ciascun interprete ha gran cura di non veicolare attraverso le parole – che si rivolge tutta l’attenzione di Marty.  

Il resto lo fa quel luogo speciale che è il palco del mettersi in prova e alla prova, capace di sprigionare tutto il suo potere maieutico e poietico: di rivelazione e di creazione. 

Un palco che brillantemente qui (la cura delle scene è di Guido Fiorato) è dotato di quella sacra circolarità che, addolcendo gli angoli, produce accoglienza facilitando il libero fluire dell’energia vitale. 

‍Abituati, infatti, a incastrare la vita nella routine e tra doveri, siamo portati a lasciare bloccate alcune parti della nostra personalità, dimenticando che anche loro sono dimensioni essenziali per raggiungere la nostra realizzazione come persone. Come ben sottolineato dal disegno luci di Alessandro Verazzi.

Ma qui in scena gli allievi possono contare sulla capacità “aerodinamica” di Marty: il suo farsi forma fluida e quindi priva di attrito, capace di muoversi tra le loro diverse resistenze.  E’, il suo, un fluire “con” gli eventi piuttosto che uno scontrarsi frontale con essi, che rivela la sua capacità di scivolare sopra le avversità senza opporre una resistenza rigida.

Aerodinamicità raffinatamente sottolineata anche dai suoi capelli e dal suo abbigliamento, specchi del suo habitus: del suo modo di essere interiore. La cura dei costumi è di Alessio Rosati. In particolate è quel suo indossare – ed essere indossata – da quell’ampia e cromaticamente vibrante sopravveste, che contribuisce ad ammantarla di un’allure carismatico ancor più seducente.

Allure che saprà lasciare il posto ad una trasformazione, che la vedrà protagonista e che la porterà, nei momenti in cui si darà “in prova e alla prova” come un’allieva, a dismettere la sua sopravveste.  

Nell’invitare i suoi allievi dicendo loro “accorgetevi di chi c’è intorno a voi” , lei stessa infatti finirà per vedere con nuovi occhi suo marito James (un affascinante sornione Valerio Binasco, capace di incendiarsi di fulgente passionalità) anche lui tra gli allievi del suo corso.

Perché nuovi incontri con persone sconosciute in un posto aperto come il teatro, possono risvegliare inclinazioni sintomatiche prima tenute celate, o addirittura sconosciute. Che, una volta liberate, anziché dare adito a pregiudizi, vengono accolte qui con una straordinaria capacità di compassione, da ciascuno di loro. 

In primis dalla stessa Marty, anche quando le rivelazioni la riguardano personalmente: sua la capacità “terapeutica” di individuare il momento più opportuno per contenerle in un argine – che spesso coincide con lo stabilire un momento di intervallo – il quale, a volte, produce l’effetto di far erompere l’inclinazione appena emersa e arginata.

E’ quell’erompere del sottosuolo – sollecitato anche da esercizi creativamente deflagranti, del tipo “come esplode una bomba?” –  che in scena viene visualizzato metaforicamente da quel mucchio di oggetti misteriosi accatastati, dotati di una loro luminosità, seppur coperti da un telo di nylon. Dove vanno a insinuarsi giocosamente James, Shultz e Theresa.

E’ il fascino tempestoso del rapporto con “il diverso” che porterà Shultz (il sorprendente Andrea Di Casa, falegname ricco in guizzi d’artista) a restare incantato da Theresa (l’esuberante e sensibile attrice di Alessia Giuliani). Una donna che lui definirà piena di “grazia” cogliendo in lei l’insolita combinazione tra la propria consapevolezza corporea e quel disequilibrio emotivo capace però di librarsi verso un profondo ascolto dell’altro. Grazia visualizzata anche attraverso il suo modo di abitare le superfici: simile a quello di un volatile.

Apparentemente distante, invece, è l’atteggiamento della più giovane degli allievi: la Lauren di Maria Trenta. In realtà – come si rivelerà nel suo ultimo esercizio – la più attenta e la più acuta nel leggere i suoi compagni, inclusa la sua insegnante. E alla fine anche se stessa. 

“Ti chiedi mai – dirà a Shultz – quante volte finirà la tua vita, quante volte cambierai per ricominciare”?

Ricominciamo, allora, finché non impareremo a starci vicino, soprattutto “quando la notte si avvicina e la terra è buia, e la luna è l’unica luce che vedremo”. 

Stimolanti sollecitazioni arrivano allo spettatore attraverso il luminoso testo di Annie Baker, reso con fascino silenziosamente graffiante dalla regia di Valerio Binasco, in fertile sinergia con l’interpretazione degli attori in scena.

Uno spettacolo che produce una sorta di giocoso solletico commosso, che invita lo spettatore ad abbassare le difese, per esporsi verso l’altro in quella dimensione di autentica empatia, che rafforza il senso di appartenenza ad un gruppo.

Uno spettacolo dal glamour raffinatamente politico, prodotto dal Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale  e dal Teatro di Roma – Teatro Nazionale.


Recensione di Sonia Remoli

– Presentata dalla Kustermann la prossima STAGIONE TEATRALE 2026/2027 del TEATRO VASCELLO

TEATRO VASCELLO

Conferenza Stampa

28 Maggio 2026

Pensatrice creativa da sempre alla ricerca di trasformare l’incertezza in visione, la direttrice artistica Manuela Kustermann – fondatrice del Teatro Vascello assieme a Giancarlo Nanni, di cui è appena ricorso l’anniversario della nascita (27.05.1941) – ha accolto stampa e spettatori lo scorso Giovedì 28 Maggio, per condividere la propria riflessione sul contributo che, in questo particolare frangente storico-culturale, il Teatro può offrire alla comunità. Riflessione che l’ha guidata nel plasmare la nuova Stagione 2026/2027 del Teatro Vascello.

Nel suo acuto interrogarsi, la Kustermann si è rivelata assai consapevole su come attualmente la platea – costituita da “solitudini collettive iper stimolate da un quotidiano digitale” – risulti ogni sera più ardua da conquistare. “Quella di oggi” – sottolinea la Kustermann – “è una sfida senza precedenti”. 

Ma inscalfibile resta la sua tensione – e quella di tutti coloro che contribuiscono ogni anno, dal 1989, a rendere vibrante la proposta culturale del Teatro Vascello – a scommettere su come l’essere umano abbia bisogno del rito del ritrovarsi insieme, fisicamente davanti alla stessa storia, a completare l’atto creativo degli attori.


Perché a Teatro il tempo accade “ora” e non può essere riavvolto. 
Perché il Teatro non inganna, visto che la finzione è dichiarata.
Perché il Teatro ha il coraggio di mettere al centro di ogni storia l’importanza del corpo umano, così com’è: nella propria vulnerabilità, nella propria mortalità. 

E’ una necessità antropologica quindi quella che porta il Teatro a “mettere al centro dell’attenzione ciò che è grezzo”.

E a contenerlo.

Il Teatro è infatti quel luogo interiore e collettivo in cui la complessità spesso intraducibile del reale umano, può essere contenuta. 
Il Teatro è il luogo in cui “l’argine contiene il fiume senza trattenerlo; è il contenitore che non nega ciò che racchiude, ma gli dà forma”.
La tragedia stessa, fin dalle origini – sottolinea la Kustermann – non diceva agli uomini cosa fare, ma facendo loro vedere come sono, li rendeva più forti. 

Nel plasmare la nuova Stagione teatrale 2026/2027 la Kustermann ha dichiarato di essersi lasciata guidare dall’urgenza di tornare ad esplorare determinati temi esistenziali – da quello del perdono a quello del male; dal tema del potere a quello del tempo – ed è partendo da questi temi che ha scelto, in un interessante excursus, di presentare la Stagione 2026/2027 alla stampa e agli spettatori in sala. 

A suggello della conclusione dell’incontro, la Kustermann ha immaginato uno spumeggiante brindisi propiziatorio – rito di convivialità, di offerta e di alleanza – consumato con entusiasmo nel foyer del Teatro Vascello. 

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STAGIONE TEATRALE 2026 2027

15-16 settembre martedì e mercoledì h 21

GLASS with SILENCE 

Lucinda Childs / MP3 Dance Project

musiche Philip Glass

direzione Michele Pogliani

produzione MPTRE Project

durata dello spettacolo 60 minuti

Glass whit SILENCE

Un viaggio straordinario nell’universo coreografico di Lucinda Childs, una delle voci più influenti e innovative della danza postmoderna americana.

La serata celebra la sua straordinaria capacità di intrecciare movimento, spazio e tempo in un racconto visivo e corporeo che unisce passato e presente.

Il programma si apre con Katema, una video/installazione esclusiva che rivisita i l video originale del 1978. Grazie a un nuovo montaggio e all’intervento dal vivo di due danzatrici, le immagini si trasformano in un dialogo vibrante tra storia e contemporaneità, costruendo un ponte dinamico tra memoria e innovazione.

La serata prevede due nuove coreografie firmate dalla stessa Lucinda Childs, ispirate alle celebri Études di Philip Glass. La struttura ipnotica e stratificata della musica diventa il terreno ideale per esplorare i temi cari alla coreografa: la ripetizione, il minimalismo e la metamorfosi del movimento nello spazio. In questo dialogo profondo tra danza e musica, l’eleganza e l’intensità della ricerca artistica di Childs trovano una nuova espressione.

Segue la proiezione di Calico Mingling, una delle coreografie più iconiche dell’artista datata 1973. Questo video storico offre al pubblico una preziosa retrospettiva sul suo linguaggio unico, senza tempo, e sulla visione rivoluzionaria che ha trasformato il mondo della danza contemporanea.

A completare il programma Pastime il primo solo della coreografa riproposto in una nuova versione con un trio di danzatrici.

Una serata che celebra la poesia del movimento e l’eredità immortale di una delle menti più

visionarie della danza moderna.

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dal 23 al 27 settembre da mercoledì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E DEL SIGNOR HYDE

Liberamente tratto da R.L. Stevenson

Drammaturgia Federico Bellini

Regia Fabio Condemi

Con Christian La Rosa

Drammaturgia delle immagini e spazio scenico Fabio Cherstich

Scenografo collaboratore Andrea Colombo

Luci Veronica Varesi Monti

Audio e Video Francesco Sileo

Assistente alla regia Andrea Lucchetta

Produzione Compagnia Umberto Orsini, La Fabbrica dell’Attore, Elsinor Società Cooperativa Sociale, LAC Lugano Arte Cultura

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde nasce da un incubo che Stevenson si affrettò a trascrivere in modo febbrile. La storia di Jekyll e Hyde è fatta (e scritta) con la stessa sostanza di cui sono fatti gli incubi e lascia nel lettore un senso di inquietudine misto a esaltazione.

L’ossessione per gli esperimenti e l’ambiguo potere della scienza, gli sdoppiamenti di personalità e i rischi della repressione fanno di questo romanzo scritto nel 1886 una riflessione sulla natura umana che seduce anche i lettori di oggi. Basti pensare a queste parole sull’immaterialità del corpo:

L’elogio del crimine in De Sade, gli incubi postindustriali di Ligotti, i deserti geografici e metafisici di Roberto Bolaño e ora il signor Hyde in persona\e. Con questo lavoro indago nuovamente un tema che attraversa molti dei miei lavori precedenti. È difficile per me dargli un nome preciso ma credo sia un’indagine sul male, una domanda sul male e sul suo rapporto con la rappresentazione e la creazione artistica. Anche la struttura del romanzo di Stevenson è quella frammentaria e

dell’indagine. Come il notaio Utterson (vero protagonista del romanzo di Stevenson), il lettore segue le tracce di mr. Hyde, del male nascosto in evidenza nelle città, nei rapporti umani, nelle istituzioni senza mai afferrarlo del tutto in un inquietante nascondino (hide and seek in inglese).

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/lo-strano-caso-del-dottor-jekyll-e-del-signor-hyde/303599

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dal 29 settembre al 4 ottobre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

TRAGUDIA Il canto di Edipo

liberamente ispirato alle opere di Sofocle e ai racconti del mito

Di Alessandro Serra

Regia Alessandro Serra

Con Alessandro Burzotta, Salvatore Drago, Francesca Gabucci, Sara Giannelli, Jared McNeill, Chiara Michelini, Felice Montervino

Regia, scene, luci, suoni, costumi Alessandro Serra

Traduzione in lingua grecanica Salvino Nucera

Voci e canti Bruno de Franceschi

Costruzione scena Daniele Lepori, Serena Trevisi Marceddu, Loic Francois Hamelin

Produzione Sardegna Teatro, Teatro Bellini, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale Fondazione Teatro Due Parma

In collaborazione con Compagnia Teatropersona, I Teatri di Reggio Emilia

durata ’80

guarda il trailer https://www.youtube.com/watch?v=hoIeyD4DtHk&list=RDhoIeyD4DtHk&start_radio=1

64th INTERNATIONAL THEATER FESTIVAL MESS:

“Golden Laurel Wreath Award” Grand Prix per il miglior spettacolo

“Golden Laurel Wreath Award”, miglior regista Alessandro Serra

“Golden Laurel Wreath Award”, miglior attore/attrice Chiara Michelini

Premio Radio Sarajevo “Sound of MESS” per il miglior uso dei suoni in teatro

Scrive Antifane nella commedia Poiesis:

La tragedia è un’arte fortunata, perché gli spettatori conoscono l’intreccio già prima che il poeta lo racconti, basta ricordarglielo. Appena pronunziato il nome di «Edipo», già si sa tutto il resto il padre Laio, la madre Giocasta, le figlie, i figli, che cosa ha sofferto, la sua colpa.

Come ricostruire oggi quel sapere collettivo che esonerava il poeta tragico dal dover volgere in prosa il mito e lo legittimava a sollecitare immediate visioni nel pubblico?

Come compiere il tragico oggi?

Quale linguaggio è, ciò che tramite Sofocle, vogliamo dire allo spettatore? E in quale lingua? Il greco di Sofocle era volutamente alto e musicale, una lingua che ci strappa dal piano di realtà e ci pone su un livello di trascendenza.

Come consegnare al pubblico la drammatizzazione perfetta del mito perfetto in una lingua non ostile e concettuale ma musicale, istintiva e sensuale?

L’italiano sembra abbassare il tragico a un fatto drammatico.

Abbiamo perciò scelto il grecanico, lingua che ancora oggi risuona in un angolo remoto di quella che fu la Magna Grecia, una striscia di terra che dal mare si arrampica sull’Aspromonte scrutando all’orizzonte l’Etna.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/tragudia-il-canto-di-edipo/303954

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spettacolo in collaborazione con Romaeuropa Festival 

dal 7 al 11 ottobre da mercoledì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

(7 e 10 ottobre date del REF)

8-9 -11 ottobre giovedì e venerdì h 21, domenica h 17 date del vascello

LEMNOS

regia, drammaturgia, scene e video Giorgina Pi 

dramaturg Massimo Fusillo 

con Gaia Insenga (Filottete), Giampiero Judica (Ulisse), Aurora Peres (Deus Ex), Gabriele Portoghese (Neottolemo), Alexia Sarantopoulou (Il Coro) 

ambiente sonoro Collettivo Angelo Mai 

arrangiamenti e cura del suono Cristiano De Fabritiis, Valerio Vigliar 

costumi Sandra Cardini 

luci Andrea Gallo 

produzione Bluemotion /Teatro Nazionale di Genova / ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione –Teatro Nazionale / TPE Teatro Piemonte Europa in collaborazione Angelo Mai

durata 1 ora e 15’

Lemnos è la prima tappa di un progetto performativo che attraversa mito, poesia e paesaggio contemporaneo. Il lavoro prende avvio dalla figura di Filottete, l’eroe abbandonato sull’isola di Lemnos dopo essere stato ferito da un serpente. La sua ferita, incurabile e maleodorante, lo rende intollerabile alla comunità dei guerrieri che lo lasciano solo sull’isola durante la spedizione verso Troia. Anni dopo, quando la guerra sembra impossibile da vincere, i Greci scoprono che solo il suo arco — l’arco di Eracle — può garantire la vittoria. Sono così costretti a tornare a cercare proprio colui che avevano espulso. Il mito narra che Ulisse e il giovane Neottolemo tornino a Lemnos, per sottrargli l’arco con l’inganno. Alla fine, però, la rivoluzione interiore di Neottolemo modificherà l’esito della storia. Lemnos è una drammaturgia originale che nasce da scoperte e risonanze con il presente, da viaggi nei luoghi della ricerca, da incontri e interviste. 

Da diari scritti nei mesi di lavoro. Il progetto assume questo mito come una figura nodale per interrogare i meccanismi di esclusione che attraversano le comunità politiche e le narrazioni storiche. Nella riscrittura scenica di Lemnos, Filottete è una donna: un gesto che si pone come omaggio alla poesia e al pensiero di Adrienne Rich, che sceglie proprio Filottete come suo alter ego che re-visiona il mondo da una prospettiva femminista e radicale. La ferita di Filottete diventa così il punto di emergenza di un corpo che la comunità non riesce a contenere ma di cui continua ad avere bisogno. Anche Eracle è una donna, ma ha perso le sue doti di deus ex machina. Queste due polarità circondano i due diversi modelli maschili: Ulisse archetipo di una strategia stanca accanto a Neottolemo che porta il peso di essere figlio di un eroe. E poi c’è il coro che dal presente racconta, sa, rende testimonianza parlando in greco.

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dal 14 al 18 ottobre dal mercoledì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

prima nazionale mercoledì 14 ottobre h 21

L’OROLOGIO AMERICANO

di Arthur Miller

traduzione Cristina Viti 

regia Elio De Capitani

scene e costumi Carlo Sala 

musiche originali e arrangiamenti Mario Arcari eseguite dal vivo

con gli attori della Compagnia dell’Accademia: Angelica Barelli, Alessandro Buono, Melissa Del Carmen Chaigan, Chiara Casarin, Laura Cestaro, Flavio D’Andrea, Edoardo De Padova, Anna Demichelis, Luca Duarte Di Gangi, Vittorio Maria Mearelli, Giorgio Petrotta, Gabriele Maria Pizzurro, Caterina Rugghia, Pietro Saccomani, Nicola Tagliatori, Chiara Tognarini, Chiara Trombini, Nicola Vantaggi

luci Nando Frigerio 

suono Hubert Westkemper 

costruzione scene Tommaso Frigerio

co-produzione Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, Teatro dell’Elfo

Una grande produzione che vede associati l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” e il Teatro dell’Elfo e che si avvale anche della collaborazione dell’Accademia di Brera. Per incarnare la mia visione di quest’opera, la più aperta e sperimentale di Miller, ho subito pensato a un circo, tra Brecht e Fellini, un nuovo teatro-circo per quest’epoca di accelerazioni brutali. Sotto la maschera di un clown, l’uomo si mostra nella sua sempre vulnerata grandezza. Dietro al ghigno di un ambiguo maestro di cerimonie, come nel Kit-Kat Club del film Cabaret di Bob Fosse, l’uomo mostra il suo lato mefistofelico.

Miller ci porta nel pieno della Grande Depressione e della crisi che investe l’America nel 1929. Rispetto ai testi precedenti, qui allarga il campo del suo racconto: il ring delle azioni non è circoscritto alla famiglia americana, ma guarda all’intero paese, da Brooklin alle pianure dell’Iowa, dalle sponde del Mississippi a quelle dei grandi laghi in Michigan.

La famiglia Baum – che è lo specchio di quella di Arthur Miller – un tempo benestante, vede restringersi i propri privilegi e scivola progressivamente nell’indigenza, dopo che il capofamiglia perde il lavoro. La sua storia è raccontata intrecciando i ricordi del giovane figlio e di Arthur Robertson, un uomo di affari che è scampato al collasso finanziario prevedendo gli esiti della grande bolla che ha trascinato il Paese nella più grave crisi economica e sociale conosciuta sino ad allora. I due evocano e mettono in scena una girandola di decine di personaggi, una folla proveniente dai più diversi contesti sociali, un grande affresco corale: la società stessa diventa protagonista e con essa la sua responsabilità nei confronti dell’individuo e quella del potere politico ed economico nei confronti della collettività. 

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in corealizzazione con Romaeuropa Festival

28 ottobre mercoledì h 21 data Romaeuropa

29 ottobre e giovedì h 21 data teatro vascello

La medium

uno spettacolo di mentalismo femminista ispirato alla storia vera di Hersilie Rouy

di e con Marta Cuscunà
liberamente tratto da Incantagioni di Mariano Tomatis
set & lighting design Paola Villani
assistenza alla regia e direzione tecnica Marco Rogante

Foto © Alessandro Ruzzier

produzione Etnorama – Cultura per nuovi ecosistemi
in coproduzione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’EuropaCSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia GiuliaCentro Teatrale BrescianoTeatro Stabile di Bolzano
con il sostegno di Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia

in corealizzazione con Teatro Vascello

in collaborazione con Teatro Piccolo di Milano

durata prevista di circa 60 minuti senza intervallo

Con La Medium, Marta Cuscunà prosegue il suo percorso di ricerca tra artigianalità scenica, teatro di figura e sperimentazione, tornando a misurarsi con i dispositivi del potere e con le radici storiche della violenza di genere. Al centro dello spettacolo c’è la storia vera di Hersilie Rouy, figlia dell’illusionista Charles Rouy (celebre per il numero de La Donna Invisibile in cui delle donne venivano fatte scomparire attraverso scatole magiche), rinchiusa in manicomio per quattordici anni.  Durante la prigionia, Hersilie scrive con il proprio sangue un diario-denuncia in cui registra i soprusi subiti, diventando la voce ribelle delle internate della Salpêtrière, luogo simbolico della psichiatria ottocentesca e degli studi sull’isteria femminile. Tra illusionismo, sedute spiritiche, guarattelle napoletane e dispositivi tecnologici, Cuscunà costruisce un immaginario scenico che riporta alla luce le “donne invisibili” dello spettacolo e delle istituzioni manicomiali del XIX secolo. La magia, qui, non serve a produrre meraviglia, ma a rendere visibile ciò che è stato rimosso. La vicenda di Hersilie (che dopo la liberazione riuscì a incidere sulla modifica della legge francese del 1838 sull’internamento) diventa così il punto di partenza per una riflessione lucida su emancipazione, resistenza e memoria, ma anche sui meccanismi con cui le istituzioni disciplinano, cancellano e riducono al silenzio i corpi femminili.

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in corealizzazione con Romaeuropa Festival

31 ottobre sabato h 19 data RomaEuropa

1° novembre, domenica h 17 data teatro vascello

CATALOGO

un’idea originale di Marta CiappinaMarco D’AgostinDamien Modolo
creazioni di Silvia GribaudiFrancesca Pennini / CollettivO CineticOSotteraneoEmio Greco | Pieter C. Scholten
con Marta Ciappina
suono Simone Arganini
drammaturgia Marco D’Agostin
cura, promozione Damien Modolo
organizzazione, amministrazione Eleonora CavalloIrene MaiolinPaola Miolano

produzione VAN
coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’EuropaERT Emilia Romagna TeatroRomaeuropa FestivalCDCN Pôle SudICK Dans Amsterdam
con il sostegno di Centro di Residenza delle Arti Performative del Friuli Venezia Giulia / La Contrada Teatro stabile di TriesteAtcl / Spazio Rossellini
in collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro per RAM – Residenze Artistiche Marchigiane

in corealizzazione con Teatro Vascello

Durata: 60 minuti circa (senza intervallo)

Come si orchestra la propria sparizione?
M. è una danzatrice che intende congedarsi dalle scene. Ogni suo giorno in sala prove sembra essere l’ultimo. Ogni frammento di danza è un affondo in un’estetica, in un linguaggio, in un tempo specifico.
Marco D’Agostin e Marta Ciappina orchestrano Catalogo come una rete di collaborazioni, sguardi, intenzioni e prospettive intorno al corpo e alla danza, riunendo in un’unica serata gli sguardi di alcuni tra i più importanti coreografi della scena italiana e internazionale.
Silvia Gribaudi, Francesca Pennini per CollettivO CineticO, Sotterraneo ed Emio Greco insieme a Pieter C. Scholten compongono un brano per M. senza averla mai incontrata prima. Ne nasce un blind date coreografico, come lo definisce D’Agostin, dagli esiti imprevedibili, in cui i diversi pezzi, cuciti dalla drammaturgia del coreografo Premio Ubu, compongono una partitura sull’addio, sulla fine e sulla sopravvivenza.

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in corealizzazione con Romaeuropa Festival

4 novembre mercoledì h 21 data di Romaeuropa

5 novembre giovedì h 21 data del teatro vascello

STARMAN

La vera storia di Leon Skum

Di e con Pietro Giannini

Produzione Teatro Nazionale di Genova

durata di 50 minuti

Chi è Leon Skum?
L’uomo più ricco del mondo, genio visionario, imprenditore discusso, pioniere dello spazio e delle nuove tecnologie.
Ma cosa si nasconde davvero dietro questo mito?
Con STARMAN. La vera storia di Leon Skum Pietro Giannini porta in scena la ricostruzione della vita di un Leonardo ai tempi di Elon Musk mettendo insieme tasselli o tracce che compongono un nero mosaico del XXI secolo. Dall’infanzia in Sudafrica fino alla costruzione dell’impero economico che tutti conosciamo. Da un vortice di testimonianze e quadri in salsa barbecue, linguaggio contaminato dai musical e dai talk-show, saghe galattiche e l’enigmatica presenza del robot Prometheus, prende forma la figura prismatica e controversa di Leon. Un ritratto tra mito e spettacolo, frutto di un percorso di studio e letture onnivore di saggistica americana per raccontare la morte dei “padri”, tra ambizione smisurata e fantasmi del passato, per provare a capire come nasce – e cosa diventa – un uomo deciso a cambiare il destino dell’umanità.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/starman/303950

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10 novembre martedì h 21 Danza contemporanea

C’ERA UNA VOLTA

Coreografia, Danzatori LIM Jinho, JI Kyung Min, LEE Kyunggu 

Strumentista (Gayageum) KIM Minjeog 
Lighting Designer LEE Seungho, 

Stage Manager KWAK Yongmin

Producer LEE Yeong Chan

Durata 60 minuti

Guarda la presentazione https://youtu.be/g8KpgOWf7Zg

Guarda il trailer https://youtu.be/JfafLCMBiHc

C’era una volta è un’opera basata sul movimento; utilizziamo elementi come l’hanbok (abito tradizionale coreano), il ventaglio, la pipa coreana, e il cappello tradizionale realizzato in bambù e crine di cavallo, oggetti impiegati nelle performance tradizionali coreane. Attraverso questi elementi, diamo nuovi significati alle figure storiche e reinterpretiamo eventi della storia.

Quest’opera, che rappresenta anche una riflessione su come i giovani artisti contemporanei possano portare avanti la tradizione, porta in scena elementi del passato coreano tramandati nel tempo; i costumi tradizionali hanbok, il pansori, l’immagine degli aristocratici yangban e i racconti antichi. Una volta sul palco, questi elementi vengono smembrati e, con l’aggiunta dell’immaginazione, viene costruito il racconto trasmesso al pubblico. Allo stesso tempo, l’opera può essere considerata un rito in danza contemporanea dedicato agli antenati che ci hanno lasciato tale eredità.

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11 novembre mercoledì h 21 Lettura-concerto con musica dal vivo

IL GIORNO DELLA CIVETTA

Musiche originali e direzione artistica Paolo Vivaldi

Pianoforte Paolo Vivaldi

Voce recitante Vita Villi

I Solisti dell’Augusteo ensemble musicale 

Organico musicale Quintetto d’archi, batteria, clarinetto, fisarmonica e pianoforte

Musiche originali: Paolo Vivaldi

Durata: circa 60 minuti

Il Giorno della Civetta – Lettura Concerto è un omaggio intenso e raffinato alla letteratura, alla legalità e alla memoria civile.

Ispirato al capolavoro di Leonardo Sciascia, lo spettacolo intreccia la forza della parola recitata con la potenza evocativa della musica dal vivo, dando vita a un’esperienza scenica capace di emozionare, interrogare e coinvolgere profondamente il pubblico.

La voce di Vita Villi attraversa le pagine più significative del romanzo, restituendo la tensione morale dell’indagine, la solitudine del Capitano Bellodi, il peso dell’omertà e la presenza invisibile di un potere che condiziona vite, coscienze e destini.

Le musiche originali del M° Paolo Vivaldi, eseguite dal vivo, creano una partitura intensa e cinematografica, in cui ogni nota diventa memoria, sospensione e denuncia.

Il Giorno della Civetta non è soltanto un romanzo sulla mafia. È una riflessione universale sulla verità, sul coraggio e sulla responsabilità. È la storia di chi cerca giustizia in un mondo che preferisce tacere. È una domanda ancora aperta rivolta a ciascuno di noi.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/il-giorno-della-civetta/303930

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in corealizzazione con Romaeuropa Festival

dal 13 al 22 novembre, debutto venerdì 13 novembre h 21, 13-14-15 novembre date di Romaeuropa

17-18-19-20-21-22 novembre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17 date del teatro vascello

IL PRODIGIO 

dal romanzo omonimo di Fabrizio Sinisi edito da Mondadori
adattamento di Giacomo Bisordi e Fabrizio Sinisi
regia Giacomo Bisordi
con (in o.a.) Chiara Ferrara, Candida NieriGabriele PortogheseFederica Rosellini
e un altro interprete in via di definizione
scene e luci Marco Giusti
costumi e scenografa collaboratrice Caterina Rossi
suono Dario Felli

produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
in coproduzione Romaeuropa Festival e LAC – Lugano Arte e Cultura

guarda la presentazione https://youtu.be/WsyTSd0Cnqo

Giacomo Bisordi porta in scena Il Prodigio, primo romanzo del drammaturgo Fabrizio Sinisi, accolto con entusiasmo dalla critica, trasformandolo in un dispositivo scenico visionario che interroga il nostro bisogno di credere. Più che una semplice trasposizione, il lavoro prende forma come un’apocalisse contemporanea nel senso originario del termine: una rivelazione. Nel cielo di una grande città italiana appare un volto dai tratti rozzi, quasi infantili; all’inizio è un’anomalia, poi una presenza, infine un enigma capace di catalizzare desideri, paure e tensioni collettive. Attorno a quell’apparizione si moltiplicano segni, guarigioni, eventi inspiegabili: proiezione, inganno o manifestazione divina? Al centro di questo smottamento del reale ci sono Don Luca, sacerdote mediatico più abituato a raccontare la fede che a praticarla, Marta, figura enigmatica e sfuggente, e Folker, profeta magnetico capace di intercettare il bisogno di spiritualità e trasformarlo in una nuova, inquietante forma di culto.

Con la sua regia tesa e lucidissima, Bisordi attraversa il romanzo come un libro di visioni, costruendo una sequenza di immagini, crolli e apparizioni che incrinano ogni sistema di senso. In scena, Gabriele Portoghese, Federica Rosellini e Chiara Ferrara danno corpo a un universo sospeso tra desiderio, fede e dissoluzione. Di fronte all’inspiegabile, quando ogni certezza vacilla, a che cosa scegliamo di credere?

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/il-prodigio/303928

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dal 24 al 29 novembre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

QUINTO: NON UCCIDERE

uno spettacolo di Massimiliano Civica

con Maria Vittoria Argenti, Monica Demuru, Luigi Fedele, 

Francesco Rotelli, Marcello Sambati, Paola Tintinelli

collaborazione all’elaborazione del testo Maria Vittoria Argenti

scene Loris Giancola

costumi Daniela Salernitano

luci Gianni Staropoli

produzione Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa

riproduzione in scena di un’opera di Annibale Carracci 

su concessione del MiC – Museo e Real Bosco di Capodimonte

durata 80 minuti

Guarda la presentazione https://youtu.be/pOEn6PxgyYE

Si può chiedere perdono per un gesto irreparabile? Si può perdonare chi ha ucciso il proprio figlio?

Durante la Prima Guerra Mondiale, Henri, un giovane soldato francese, ha ucciso Peter, un soldato tedesco, suo coetaneo. 

Nel primo anniversario dell’Armistizio, in una Parigi in festa, Henri è nella chiesa di Notre-Dame per chiedere l’assoluzione per l’omicidio che ha commesso. Non riesce a fuggire dallo sguardo dell’uomo che ha ucciso. Il prete, dopo aver ascoltato la sua confessione, lo benedice dicendogli che non ha nessun crimine da farsi perdonare: ha solo compiuto il suo dovere di soldato. 

“Io sono venuto qui per trovare pace. E tu non me l’hai data”, risponde Henri, decidendo così di partire per andare in Germania dai genitori di Peter e chiedere a loro il perdono. 

Una volta conosciuti gli anziani genitori di Peter e la sua promessa sposa, Annette, Henri si rende però conto di essere andato lì a chiedere loro un gesto dis-umano: ripetere “lo scandalo” di Gesù che perdona i suoi assassini, di Dio che perdona agli uomini l’uccisione del figlio. 

Di fronte a questo, Henri esiterà tra il suo bisogno di trovare pace e quello umano, troppo umano, di dire una bugia.

Lo spettacolo è ispirato al film Broken Lullaby di Ernst Lubitsch.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/quinto-non-uccidere/303948

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dal 1° al 6 dicembre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

THE SLEEPING QUEEN

Coreografia e Regia Mauro Astolfi

Interpreti Maria Cossu, Marco Prete, Martina Staltari, Miriam Raffone, Filippo Arlenghi, Lorenzo Beneventano, Alessandro Piergentili, Anita Bonavida, Giuliana Mele

Disegno luci Marco Policastro

Realizzazione scene Marco Fieni

Musiche Pëtr Il’ič Čajkovskij

Musiche originali Davidson Jaconello

Costumi Anna Coluccia

Assistente alle Coreografie Elena Furlan

Una produzione Spellbound con il contributo del Ministero della Cultura e Regione Lazio in collaborazione con Fondazione Teatro Comunale di Vicenza 

Durata 64’ 

Guarda la presentazione https://youtube.com/shorts/DqRi9F5XBUY

Sleeping Queen si propone come una riflessione poetica e simbolica sul potere, sull’alienazione e sul risveglio. Un lavoro che trae ispirazione dalla fiaba universale de La Bella Addormentata nel Bosco, ma ne sovverte i codici narrativi e i simbolismi per trasporli in una dimensione profondamente attuale.

La figura centrale non è una principessa, ma una regina: non una giovane donna in attesa del proprio destino, ma una figura di potere e autorità, intrappolata nei suoi nuovi poteri, perde il contatto con il suo scopo originario e con le persone che governa. 

Il cuore narrativo di Sleeping Queen si sviluppa attorno al tema del risveglio: cosa può scuotere una figura di potere dal torpore emotivo? Nella fiaba, il bacio del principe è un atto d’amore esterno, salvifico. Qui, invece, il risveglio è un processo interno, un ritorno all’essenza dell’essere umano che abita dietro la maschera della sovranità. È un cammino di riconnessione con la realtà e con coloro che, nella struttura gerarchica del potere, sono stati ignorati o soffocati. Il “bacio” simbolico non è un gesto romantico, ma un confronto diretto con la sofferenza, la ribellione o persino la speranza di chi la circonda.

Sleeping Queen si pone come una metafora del potere contemporaneo, interrogandosi su come l’autorità possa trasformarsi in una prigione. È un racconto sulla vulnerabilità del potere e sul suo potenziale di rinascita: il vero risveglio non avviene attraverso la forza, ma attraverso l’ascolto, la compassione e il riconoscimento della propria fragilità. La regina, alla fine, non si risveglia per essere salvata, ma per riscoprire se stessa come donna, leader e, soprattutto, come essere umano.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/the-sleeping-queen/303952

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dal 10 al 20 dicembre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

debutto giovedì 10 dicembre h 21

HOSPITALITY SUITE

di Roger Rueff
traduzione italiana di Paola Ponti Paola Ermenegildo
in accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di Roger Rueff

regia Francesco Scianna

con Francesco SciannaSergio Romano (miglior attore protagonista David di Donatello 2026), Lorenzo Crovo, Fabrizio Romano

scene e luci Angelo Linzalata
costumi Stefania Cempini
musiche Paolo Spaccamonti
regista assistente Luca Bargagna

produzione MARCHE TEATRO, GOLDENART PRODUCTION, Teatro Biondo Palermo, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

durata 1 ora e 15 minuti atto unico

guarda la presentazione https://youtu.be/z4j272AR-eo   

“Hospitality Suite” è un’opera teatrale scritta da Roger Rueff, un testo che affronta con acume e profondità i temi dell’identità, della moralità e delle scelte di vita. Ambientata in una suite d’albergo durante una convention aziendale, la pièce segue tre venditori di un’importante compagnia industriale che cercano di conquistare un potenziale cliente cruciale per le sorti dell’azienda.

Il dialogo serrato tra i personaggi svela a poco a poco le loro vulnerabilità, ambizioni e illusioni, offrendo al pubblico uno spaccato umano che va ben oltre la superficie professionale. Una riflessione attuale e potente sul lavoro, le relazioni interpersonali e le domande esistenziali che ognuno si pone nel corso della propria vita.

“Hospitality Suite” è uno spettacolo che tocca l’anima e il cuore dello spettatore. Un’occasione unica per vedere in scena un testo di rara profondità e attualità, interpretato da uno degli attori più talentuosi del panorama teatrale italiano.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/hospitality-suite/303927

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dal 22 dicembre al 17 gennaio 

REZZA MASTRELLA

dal 22 dicembre al 3 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

replica speciale lunedì 28 dicembre h 21

speciale capodanno giovedì 31 dicembre h 21.30

giorni di chiusura 24-25 dicembre, 1° gennaio

7-14-21-28

di Flavia Mastrella, Antonio Rezza

con Antonio Rezza

e con Ivan Bellavista

habitat Flavia Mastrella

(mai) scritto da Antonio Rezza

assistente alla creazione Massimo Camilli

luci e tecnica Alice Mollica

macchinista Eughenij Razzeca

organizzazione generale Stefania Saltarelli

ufficio stampa Artinconnessione

organizzazione e comunicazione This is Acqua

una produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello – Rezza Mastrella

Durata: 90′, 1 atto

Guarda la presentazione https://youtu.be/7iQyEtT3QFg

guarda il trailer https://youtu.be/dwkLB42EbAs

Civiltà numeriche a confronto. La sconfitta definitiva del significato.

Malesseri in doppia cifra che si moltiplicano fino a trasalire: siamo a pochi salti di

distanza dalla sottrazione che ci fa sparire.

Oscillazioni e tentennamenti in ideogramma mobile.

Improvvisamente cessa il legame con il passato: corde, reti e lacci tengono in piedi la

situazione. Si gioca alla vita in un ideogramma. Il tratto, tradotto in tre dimensioni,

sviluppa volumi triangolari diretti verso l’alto che coesistono con linee orizzontali: ma in

verticale si muove solo l’uomo.

Qui non si racconta la storiella della buona notte, qui si porge l’altro fianco. Che non è

la guancia di chi ha la faccia come il culo sotto. Il fianco non significa se non è trafitto.

Con la gola secca e il corpo in avaria si emette un altro suono.

Fine delle parole.

Inizio della danza macabra. 

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/7-14-21-28/303918

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dal 5 al 17 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

METADIETRO

di Flavia Mastrella Antonio Rezza 

con Antonio Rezza 

e con Daniele Cavaioli 

habitat Flavia Mastrella 

(mai) scritto da Antonio Rezza 

assistente alla creazione Massimo Camilli 

luci e tecnica Alice Mollica 

voci fuori campo Noemi Pirastru e Mauro Ranucci 

montaggio traccia sonora Barbara Faonio 

mix traccia sonora Stefano Falcone  

macchinista Eughenij Razzeca 

organizzazione generale Tamara Viola, Stefania Saltarelli 

metalli Cisall

foto Flavia Mastrella  

Annalisa Gonnella, Giulio Mazzi 

ufficio stampa Artinconnessione 

una produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello – Rezza Mastrella 

durata 1h e 35′

guarda il trailer https://youtu.be/x3jvUQHLmHA

L’ammutinamento è sempre auspicabile in un organismo sano. Un ammiraglio blu elettrico 

tenta di portare in salvo la sua nave spalleggiato da una frotta che lo stordisce con 

ossessioni di mercato: la salvezza di chi ti è vicino non è la via di fuga per chi vive delle

proprie idee. In ogni caso nessuno è colpevole, c’è solo un gran divario nello stare al 

mondo. Tra visioni difformi si consuma l’ennesimo espatrio, che non è la migrazione di un 

popolo, ma l’allontanamento inesorabile dalla propria volontà.   

E vissero tutti relitti e portenti.   

Tornare alla dimensione naturale e selvaggia è impossibile. Viviamo una nuova preistoria; 

la mansione umana è mortificata, confusa e inadeguata. Nello spazio virtuale fatto materia,

un ecopentagono provoca il vuoto, personaggi invisibili fiancheggiano l’egocentrico 

edificio: 

non sono fantasmi ma sollecitazioni induttive e, nonostante tutto, la realtà 

non è mai uniforme, scombina sempre i programmi prestabiliti e nutre in 

modo imprevedibile la funzione della fantasia. 

La crudeltà tecnologica permea l’essere vivente. 

È la scomparsa dell’eroe.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/metadietro/303941

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dal 19 al 24 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

IL VIALE DEL TRAMONTO

un progetto a cura di MUTA IMAGO

interpretato da IAIA FORTE, MASSIMO VERDASTRO e GIOVANNI ONORATO

regia e scene Claudia Sorace

drammaturgia Riccardo Fazi 

musiche Lorenzo Tomio

luci Maria Elena Fusacchia

una produzione Argot Produzioni

in coproduzione con INDEX, La Fabbrica dell’Attore teatro Vascello 

e con Solares Fondazione delle Arti

in collaborazione con Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito

Un giorno Iaia Forte è venuta a vedere Tre Sorelle. Non ci conoscevamo davvero, ma all’uscita ci ha detto: “Ragazzi noi dobbiamo fare uno spettacolo insieme.”

Per noi Iaia era un mito, una chimera, una sfinge.

Un mese dopo ci ha invitato a cena nella sua torre romana, piena di segni e voci di una vita enorme.

Davanti al caminetto acceso, ci è venuto in mente Viale del Tramonto.

Avevamo timore di proporle la storia di una diva dimenticata, abbracciata solo dal suo primo marito, Max von Mayerling. Invece Iaia si è illuminata.

Abbiamo continuato a incontrarci, mescolando racconti di vita e riflessioni sul teatro.

Poi ci siamo detti: “Se ha senso farlo, va fatto come nel film.”

Viale del Tramonto è un trattamento originale ispirato alla sceneggiatura del celebre film, facendola dialogare con la storia del teatro italiano.

Norma è una diva dimenticata, Max il suo cameriere e grande regista del passato.

La loro vita sospesa viene interrotta dall’arrivo di Joe, giovane sceneggiatore squattrinato che lentamente viene catturato nella rete della ricca diva, come accade nelle migliori favole nere. 

Un gioco di specchi tra finzione e realtà, dove i corpi e le biografie degli attori diventano materia drammaturgica. 

Il fascino di chi si ostina ad essere sé stessa in un mondo che cambia.

Norma è un fantasma che continua a infestare il presente, uno scarto tra essere e realtà. Una figura che resiste al tempo, alle estetiche, ai gusti che si trasformano.

Avere a che fare con questa storia significa fare i conti con l’idea stessa di tramonto, personale e collettivo. Claudia Sorace – Muta Imago

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/il-viale-del-tramonto/303929

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dal 26 al 31 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

STAGIONE TEATRALE 2026 – 2027 

dal 26 al 31 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

L’ULTIMO NASTRO DI KRAPP di Samuel Beckett, traduzione Carlo Fruttero
PRESS CONFERENCE di Harold Pinter, traduzione Alessandra Serra
regia Roberto Andò
con Renato Carpentieri
scene e luci Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
suono Hubert Westkemper 
aiuto regia Luca Bargagna
L’ultimo nastro di Krapp è rappresentato in accordo con Arcadia & Ricono Ltd

per gentile concessione di Curtis Brown Group Ltd

produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival

Roberto Andò accosta L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett a Press conference di Harold Pinter in un dittico che indaga il rapporto fra parola, memoria e potere, affidandoli all’interpretazione di Renato Carpentieri.

Ne L’ultimo nastro di Krapp, il cuore della scena è un “dialogo impossibile”: un uomo ascolta la propria voce registrata trent’anni prima e si confronta con il fantasma di sé stesso. La parola diventa archivio, traccia, residuo e la memoria un campo di battaglia. Un Krapp “archivista del nulla”, sospeso tra ironia e struggimento, tra lucidità e disfatta.

In ideale e inquietante contrappunto, Press conference sposta il conflitto dalla sfera privata a quella pubblica. Qui la parola non custodisce il passato, ma lo occulta: il portavoce governativo risponde ai giornalisti con frasi evasive e contraddittorie, evidenziando, attraverso l’ironia tagliente di Pinter, la manipolazione del linguaggio politico e il potere come dispositivo di controllo.

Se in Beckett la voce registrata scava nell’identità fino a rivelarne il vuoto, in Pinter la voce ufficiale costruisce un vuoto di senso per esercitare dominio. Due solitudini diverse, quella dell’uomo davanti al proprio tempo perduto e quella dell’uomo di potere davanti alla verità, compongono così un unico discorso teatrale sulla responsabilità della parola.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/l-ultimo-nastro-di-krapp-press-conference/303933

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dal 3 al 14 febbraio da mercoledì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

ORESTEA

parte 1° Mithos 3-4-5 febbraio mercoledì, giovedì, venerdì h 21 acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/orestea-1-mithos/303946 durata 1 ora e 30’

parte 2°Logos 9-10-11-12 febbraio dal martedì al venerdì h 21 acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/orestea-2-logos/303947 durata 1 ora e 30’


Orestea integrale 6-7-13-14 febbraio sabato h 19, domenica h 17, acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/orestea/303945 durata 3 ore e mezzo 

di Eschilo

traduzione Riccardo Favaro, Carmelo Rifici

regia Carmelo Rifici

con (in ordine alfabetico) Fausto Cabra, Alfonso De Vreese, Igor Horvat, Stefano Iagulli, Marta Malvestiti, Giusi Merli, Valeria Milillo, Francesca Osso, Valentina Picello, Monica Piseddu, Anahì Traversi

Scene Daniele Spanò

costumi Margherita Baldoni

disegno luci Marzio Picchetti

musica Federica Furlani, Zeno Gabaglio

sound design Andrea Gianessi

produzione LAC Lugano Arte e Cultura

in coproduzione con TPE – Teatro Piemonte Europa, La Fabbrica dell’attore – Teatro Vascello, Piccolo Teatro di Milano –Teatro d’Europa, Teatro Nazionale di Fiume – HNK Ivana pl. Zajca u Rijeci

Orestea – Parte 1 / Mithos

Si apre con l’Agamennone e si chiude con la prima lamentazione del coro delle Coefore. Si tratta di decifrare, nella storia dell’uccisione di Agamennone e Cassandra da parte di Clitemnestra ed Egisto, e nel riconoscimento di Elettra del fratello Oreste come unico vendicatore, portatore di giustizia, un trauma fondativo della civiltà occidentale. In questo mondo, fatto soprattutto di dèi del sottosuolo, i morti non muoiono se non vendicati. Qui la violenza è regolata dalla giustizia della vendetta. Su questa certezza si costruisce il primo pilastro della società occidentale e su questa evidenza si chiude la prima parte della tragedia.

Orestea – Parte 2 / Logos 

Inizia con Oreste e Pilade e il loro destino di uccisori di Clitemnestra; si apre con il matricidio e si chiude con il tribunale di Atene, dove il processo ai danni di Oreste termina con la sua assoluzione, grazie all’intercessione di Apollo, ma soprattutto alla strategia di Atena. Si abbandona la riva del mito per entrare nel territorio della storia dell’uomo; l’assoluzione di Oreste sancisce la nascita della democrazia occidentale, che poggia il suo primo pilastro sull’assassinio di una Grande Madre. La democrazia non nasce dalla pace ma da una violenza regolata: la polis non elimina la barbarie, la trasforma. Il logos non risolve ma è contenimento della forza arcaica.

Carmelo Rifici rilegge Orestea di Eschilo restituendole il suo carattere di origine, di trauma fondativo: non un racconto antico, ma la soglia in cui l’umanità scopre che la violenza non si elimina, si organizza. Un’indagine sulla fragilità della nostra idea di giustizia e su ciò che abbiamo perduto nel passaggio dal mondo arcaico al logos. In questa nuova produzione LAC, Carmelo Rifici sceglie di indagare le origini della democrazia occidentale a partire dall’unica trilogia della classicità greca giunta integralmente fino a noi: Orestea di Eschilo, composta dalle tragedie Agamennone, Coefore ed Eumenidi. Al centro del lavoro vi è l’ipotesi che la democrazia non nasca da una volontà di pace, bensì dall’esigenza di regolare la violenza ineliminabile; la polis, la città-stato non è l’alternativa alla barbarie della guerra e della vendetta, ma la sua trasformazione migliore. Questo pensiero, così nitido già in Eschilo, getta una luce malinconica sul nostro stesso concetto di democrazia. In scena si confrontano due mondi: le forze arcaiche, antica sapienza politeista che incarna la memoria sacrificale, e l’astrazione del logos, sotto l’egida di un unico Dio, che tenta di contenere – più che superare – il concetto di vendetta. Il tribunale di Atene che assolve Oreste dalla colpa di matricidio, grazie alle strategie oratorie e incantatrici di Atena, nata dal cervello di Zeus, mostra come, alla luce della storia contemporanea, l’uomo moderno sia il risultato di un fragile e pericoloso compromesso, sempre minacciato dagli eventi, e non il frutto della sapienza umana. 

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16 febbraio martedì h 21

VAI PURE 

autocoscienza di una coppia

gli anni 70 fra arte e femminismo nella storia di Pietro Consagra e Carla Lonzi

Riduzione teatrale a cura di Paola Pitagora

Con Paola Pitagora e Fernando Maraghini

scene Johanna Tedde 

musiche Mirio Cosottini

regia a Massimo Luconi

produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

un progetto in collaborazione con il festival di Radicondoli

durata 60’ circa

Un dialogo intenso e avvolgente fra un famoso artista come Pietro Consagra e Carla Lonzi, la più importante teorica del femminismo italiano fra gli 70 e 80.

Una massacrante autocoscienza che scava senza pudori e senza reticenze nell’intimità della relazione di due personaggi importanti mettendo a nudo il ruolo della donna e le debolezze dell’uomo.

Nel 1980, per quattro giorni, un uomo e una donna si siedono davanti a un registratore per parlare della relazione che li ha uniti per molti anni e che ha attraversato dei cambiamenti ineluttabili, e discutono accanitamente dell’incomprensione di fondo, insanabile che mina la loro relazione e il rapporto uomo donna.

È un colloquio intimo, impegnativo e a tratti struggente, che non nasce per diventare pubblico, ma si rivela da pubblicare alla luce della forza della conversazione. Sono Carla Lonzi e Pietro Consagra, due figure che hanno dedicato tutto il loro talento e la loro originalità all’arte e al femminismo, qui a confronto innanzitutto come uomo e come donna intenti a spezzare “l’omertà del rapporto a due”. 

Vai pure è uno straordinario match, serrato e avvincente che scavando nell’esperienza di una relazione, mette in luce tematiche ancora terribilmente attuali nell’insanabile magma di incomprensioni che avvolge la coppia e di un dibattito che a quasi 50 anni di distanza è ancora attualissimo.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/vai-pure-autocoscienza-di-una-coppia/303956

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dal 18 al 21 febbraio giovedì e venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

MA A CHE SERVE LA LUCE? / Le Ceneri di Gramsci

dal poemetto Le ceneri di Gramsci (1954) di Pier Paolo Pasolini

coreografia, regia, spazio e interpretazione Virgilio Sieni

voce registrata Pier Paolo Pasolini

musica a cura di Virgilio Sieni (Johann Sebastian Bach, William Basinski, Odetta Holmes)

luci Virgilio Sieni, Marco Cassini

sound design Mauro Forte

diapositive Pietro Viti

produzione Teatro della Toscana, Centro Nazionale di Produzione della Danza Cango /Firenze

durata 55 minuti

guarda il trailer https://youtu.be/Emq9a_EaCTY

Si ringrazia Mimmo Cuticchio per aver donato Ossatura/Pupo palermitano

prima assoluta 26 novembre 2025 – Teatro della Pergola, Firenze in occasione del 50°anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini

Ma a che serve la luce? / Le ceneri di Gramsci ha debuttato in prima assoluta al Teatro della Pergola di Firenze il 26 novembre 2025, in occasione del 50° anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini. Virgilio Sieni attraversa Le ceneri di Gramsci proseguendo il percorso dello spettacolo-manifesto Solo Golberg Variationscon la sua personale e unica ricerca sui linguaggi del corpo in relazione alle opere d’arte. Sieni plasma il gesto sull’opera letteraria di Pasolini con uno spettacolo che invita alla riflessione sulla condizione umana e sulla società contemporanea, immergendosi nella profondità dell’opera del poeta di Casarsa.

La scrittura della danza compone una partitura di battiti, gesti e respiri, in cui le terzine scivolano l’una nell’altra secondo una prospettiva che esplode dai dettagli. Il corpo diviene forma del sensibile, elaborando stratificazioni che convivono con la storia. La coreografia è un incontro organico tra voce e movimento: una “meloterapia coreutica” dove il gesto si fa dissidente e il corpo si apre alla comunità attraverso un’oratura cantata e danzata, cercando un punto d’incontro tra materia celeste e impegno civile.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/ma-a-che-serve-la-luce-le-ceneri-di-gramsci/303940

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dal 23 al 28 febbraio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

EDIPUS

di Giovanni Testori 
30 anni dopo
uno spettacolo di Federico Tiezzi e Sandro Lombardi
con Sandro Lombardi e Antonio Perretta
regia Federico Tiezzi
scene Pier Paolo Bisleri
costumi Giovanna Buzzi
luci Gianni Pollini
regista assistente Giovanni Scandella
produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi
in collaborazione con Fondazione Teatri di Pistoia e Associazione Giovanni Testori
1 ora e 20 minuti


A distanza di 30 anni dal suo apparire, Federico Tiezzi e Sandro Lombardi riallestiscono uno dei loro maggiori successi, quell’Edipus di Giovanni Testori che, all’indomani della morte del suo autore, ne rilanciò la drammaturgia.

Con Edipus (1977) Testori conclude, dopo l’Ambleto e Macbetto, la trilogia degli Scarrozzanti: fantastica reinvenzione, tutta in chiave barocca, del mondo tragico, grottesco e disperato di un’accolita di guitti plebei, che girano le periferie d’Italia, contaminando il piano mitico e alto della rappresentazione (desunta volta a volta da archetipi della grande letteratura teatrale), al piano delle vicende personali, innescando un meccanismo scenico di prodigiosa, intensa teatralità dove Sofocle e Shakespeare convivono con l’avanspettacolo, il melodramma con il varietà, il mito con il presente.

In Edipus si narra di un capocomico abbandonato da tutti: il primo attore ha preferito andare a fare il travestito in una compagnia di cabaret, e la prima attrice ha lasciato il teatro per sposare un mobiliere brianzolo.

Sera dopo sera, e tutto da solo, lo Scarrozzante mette su l’Edipo di Sofocle coprendo tutti i ruoli e tutte le funzioni: da Laio a Giocasta, da Edipo a Dioniso, nel progressivo intensificarsi di una tensione al delirio e alla follia.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/edipus/303923

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dal 2 al 14 marzo dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

FUGGIRE, CADERE E ALTRE COSE INUTILI

uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo

drammaturgia di Gabriele Di Luca

regia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti

con (in o.a.) Sebastiano Bronzato, Sara Cianfriglia, Aldo Ottobrino, Massimiliano Setti e due attori in via di definizione

assistente alla regia Matteo Berardinelli 

musiche originali Massimiliano Setti 

scene Enzo Mologni 

organizzazione Luisa Supino e Giulia Zaccherini 

ufficio stampa Raffaella Ilari 

una produzione TSA Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatro Nazionale di Genova, Teatri di Bari, Teatro Elfo Puccini, Teatro Biondo Stabile di Palermo

Dopo Misurare il salto delle rane, Premio della Critica A.N.C.T. 2025, Carrozzeria Orfeo prosegue la sua osservazione poetica e ironica sulla condizione umana contemporanea. Un’esplorazione, tra realismo e simbolismo, nelle contraddizioni dell’esistenza e nella complessità dell’essere umano, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi.

«Per Fuggire, cadere e altre cose inutili, il mio nuovo testo, ho trovato ispirazione nella poetica dello scrittore statunitense Raymond Carver, pur mantenendo alcuni elementi di continuità con lo stile che contraddistingue da sempre le nostre creazioni. Partendo da alcuni spunti narrativi mutuati dai racconti di Carver, ho lavorato sulla costruzione di un mio personalissimo mondo ispirato al suo, ma che per molti versi si allontana da esso, in cui trovano più spazio momenti di poesia e immagine. Personalmente, mi sembra si respiri la continua sensazione di essere immersi in una sorta di bolla, come in un grande sogno immaginifico sempre sospeso tra realismo, realismo magico e metafora. Partendo dalla narrazione, nel continuo alternarsi di momenti dialogati a momenti narrati in scena, accade che questa si evolva improvvisamente in un dialogo catapultando immediatamente il pubblico in una situazione concreta fatta di azione e carnalità per poi ritirarsi nuovamente all’interno della narrazione con un cambio repentino, anche se, a mio avviso, armonico, di stile e linguaggio. 

Come già per Misurare il salto delle rane, è certamente un testo per molti versi esistenziale, che prova a ricercare, attraverso la bellezza della parola e dell’immagine, una sua delicatezza e un suo equilibrio tra classico e contemporaneo. 

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/fuggire-cadere-e-altre-cose-inutili/303924

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Dal 16 al 21 marzo dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

MISURARE IL SALTO DELLE RANE

Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo

Premio della Critica A.N.C.T. 2025

Drammaturgia Gabriele Di Luca

Regia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti

Con (in o.a.) Elsa Bossi (Lori), Marina Occhionero (Iris), Chiara Stoppa (Betti)

Assistente alla regia Matteo Berardinelli Musiche originali Massimiliano Setti

Scene Enzo Mologni Costumi Elisabetta Zinelli Ideazione luci Carrozzeria Orfeo

Direzione tecnica e luci Silvia Laureti Macchinista Cecilia Sacchi

Realizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due

Realizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due

Illustrazione locandina Federico BassiGiacomo Trivellini Foto di scena Simone Infantino

Organizzazione Luisa Supino e Giulia Zaccherini Ufficio stampa Raffaella Ilari

Una produzione Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival in collaborazione con Asti Teatro 47

durata 1 ora e 40’ 

guarda il trailer https://www.youtube.com/watch?v=gg27zjXAlIM

Vincitore del Premio della Critica A.N.C.T. 2025, arriva al Teatro Vascellodal 27 gennaio all’8 febbraio,“Misurare il salto delle rane” uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo, testo di Gabriele Di Luca, anche regista insieme a Massimiliano Setti, che vede in scena le tre attrici Elsa Bossi, Marina Occhionero e Chiara Stoppa. Una produzione Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival in collaborazione con Asti Teatro 47.

Ambientata in un piccolo paese di pescatori negli anni ’90, Misurare il salto delle rane è una dark comedy che vede protagoniste tre donne di diverse generazioni – Lori, Betti e Iris – unite da un tragico lutto avvenuto vent’anni prima e ancora avvolto in un’aura di mistero. Il paese emerge come un frammento dimenticato, circondato da un vasto lago e da una palude minacciosa che lo isola dal mondo esterno, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate. 

Partendo da questo habitat, Misurare il salto delle rane vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea: un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che, in modo diverso, rifiutano etichette imposte dall’esterno. 

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/misurare-il-salto-delle-rane/303942

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dal 23 al 27 marzo dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19

SCEMI DEL VILLAGGIO

progetto teatrale di  NICCOLÒ FETTARAPPA e LORENZO GUERRIERI

drammaturgia NICCOLÒ FETTARAPPA

con NICCOLÒ FETTARAPPA e LORENZO GUERRIERI

aiuto regia MARIA CHIARA ARRIGHINI

contributo intellettuale CHRISTIAN RAIMO

sound designer LORENZO MINOZZI

regia e interpretazione di NICCOLÒ FETTARAPPA e LORENZO GUERRIERI

produzione AGIDI – ArtistiAssociati-Centro di Produzione Teatrale

durata 60 minuti senza intervallo

SCEMI DEL VILLAGGIO è un progetto teatrale che vuole riscoprire la città come per la prima volta, con uno sguardo satirico, beffardo e irridente. Protagonista è il territorio e il nostro rapporto conflittuale con i diversi spazi sociali, i paesi di provincia, le metropoli, i luoghi di villeggiatura. Ci proponiamo come scemi del villaggio, come aedi non richiesti che cantano le nevrosi del vivere cittadino, cantori pellegrini di città che in tutto il mondo tendono sempre più ad assomigliarsi e ad omologarsi secondo i diktat del mercato e del turismo. Con feroce ingenuità ci interroghiamo sul significato di “spazio pubblico” e su come in concreto esso si realizzi nelle nostre città. Come “stiamo insieme” nelle nostre città? Male, ci stiamo molto male.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/scemi-del-villaggio/304070

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dal 30 marzo al 4 aprile dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

RICCARDO III

di William Shakespeare 

traduzione Federico Bellini 
adattamento Antonio Latella e Federico Bellini

regia Antonio Latella 

con Vinicio Marchioni (Riccardo III),Silvia Ajelli (Regina Elisabetta), Anna Coppola (Regina madre, Duchessa di York), Flavio Capuzzo Dolcetta (custode), Sebastian Luque Herrera (Principe York, Richmond), Luca Ingravalle (Principe Edoardo), Giulia Mazzarino (Lady Anna), Candida Nieri (Regina Margherita), Stefano Patti (Buckingham), Annibale Pavone (Clarence – Re Edoardo – Stanley), Andrea Sorrentino (Hastings, Sindaco)

dramaturg Linda Dalisi 

scene Annelisa Zaccheria 

costumi Simona D’Amico 

musiche e suono Franco Visioli 

produzione Teatro Stabile dell’Umbria e LAC Lugano Arte e Cultura 

durata 2 ore e 40 minuti compreso intervallo

guarda la presentazione https://youtube.com/shorts/jN4tGaPnX90  

guarda il trailer https://youtu.be/NYkd3BTc6gc

Il male è. Non è una forma, non è uno zoppo. Non è un gobbo. Il male è vita. Il male è natura. Il male è divinità. Il nostro intento è quello di provare ad andare oltre l’esteriorità del male cercando di percepirne l’incanto. È chiaro che se il male stesso viene rappresentato attraverso un segno fisico il pubblico è portato ad accettarlo, vede la “mostruosità” e la giustifica. Anzi, prova empatia se non simpatia con e per il protagonista. Ma è ancora accettabile questo “alibi di deformità” nel ventunesimo secolo? Probabilmente il Bardo ne aveva bisogno per giustificare al pubblico, in qualche modo, tutte le malefatte del protagonista. Difatti utilizzò un corpo maschera, molto più vicino a un giullare di corte, al fool, la cui figura era spesso caricata di segni esteriori – come la gobba – che, nel tempo, hanno assunto significati ambivalenti: grotteschi ma anche propiziatori. Non è un caso che nella cultura popolare si corresse a toccare la gobba per buon auspicio.

La traduzione di Federico Bellini mi permette inizialmente di giocare con tempi e andamenti ritmici quasi da commedia, direi wildiana, in una pennellata che rimanda all’Inghilterra Vittoriana. Ci siamo presi il lusso, studiando i personaggi del testo, di ampliarne uno già esistente, chiamandolo Custode, apparentemente un servitore del male e di Riccardo III, che, con l’andare della narrazione, si scoprirà essere in realtà al servizio della bellezza del luogo; un custode che vuole garantire la sopravvivenza del giardino dell’Eden e per questo è pronto a tutto. acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/riccardo-iii/303949

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dal 6 all’11 aprile dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

TOO LATE

di Jon Fosse; traduzione Thea Dellavalle

un progetto di DELLAVALLE/PETRIS

con (in o.a.): Anna Bonaiuto NORA; Irene Petris DONNA; Roberta Ricciardi RAGAZZA; Emanuele Righi OMBRA; Giuseppe Sartori UOMO 

regia Thea Dellavalle

suono Franco Visioli; scene Francesco Esposito; costumi Marta Balduinotti

produzione Teatro Nazionale di Genova, TPE – Teatro Piemonte Europa

in collaborazione con Lido51

in accordo con Arcadia & Ricono Ltd; per gentile concessione di Colombine Teaterförlag

durata 1 ora e 10 minuti

In TOO LATE, ideato da Thea Dellavalle e Irene Petris, Jon Fosse ci mette di fronte alla scelta di una “nuova Nora”(Anna Bonaiuto), una donna che ha lasciato il marito e i figli per diventare un’artista.

Si è lasciata la vita alle spalle per ricominciare e non è mai tornata indietro.

Siamo nel suo sguardo e nel suo pensiero mentre, a distanza di anni, si lascia visitare dalle ombre e dai ricordi della sua vita e si accorge che quei frammenti di passato non si ricompongono.

TOO LATE nasce come progetto, ideato da Thea Dellavalle e Irene Petris, a partire da un testo inedito con una radice non puramente teatrale (un libretto d’opera) da cui trapelano atmosfere che vanno oltre il tempo e lo spazio e, nella maestria della scrittura di Jon Fosse, si evocano fantasmi o accenti del teatro di Henrik Ibsen, ma anche di Čechov e Samuel Beckett. 

Benché l’autore norvegese abbia più volte sottolineato che non bisogna «leggere i suoi testi per la trama» e che «scrivere dischiude dimensioni dell’esistenza che non si possono spiegare», TOO LATE ritorna ai temi cari a Ibsen, immaginando un “ritorno alla di Casa di bambola”, con una Nora anziana che fa i conti con le scelte di una vita, scoprendo che il “troppo tardi” le fa scoprire che i conti con il passato e i frammenti di una vita non sempre si ricompongono. Le ombre si allungano, ma, sono ombre che appartengono a tutti. La vita, i rapporti, i momenti, le fratture si ripetono: abbandoniamo e siamo abbandonati, siamo egoisti per noia o per necessità interiore, amiamo e non siamo ricambiati, spesso non riusciamo a non mentire, raramente ci sentiamo compresi.

Il titolo lo dice, è troppo tardi (“c’è qualcosa per cui è troppo tardi?”).

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/too-late/303953

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dal 13 al 18 aprile dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

TROUBLEYN / JAN FABRE

13-14-15-16-17 aprile dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19

LA POÉSIE DE LA RÉSISTANCE

Ideazione, testo e regia di Jan Fabre

Traduzione in italiano di Franco Paris

Con Annabelle Chambon e Cédric Charron

Drammaturgia Miet Martens

Musiche con improvvisazioni al corno Gustav Koenigs

Luci e progetto tecnico Wout Janssens

Spettacolo in francese, con sopratitoli in italiano. Traduzione di Franco Paris.

produzione Troubleyn/Jan Fabre – Carnezzeria

La compagnia Troubleyn/Jan Fabre è sponsorizzata da Katoen Natie

Durata: un’ora

Guarda il trailer https://youtu.be/M13w48shUHE

La poésie de la résistance è un testo teatrale potente e impegnato, scritto da Jan Fabre nel 2024, che celebra la forza dell’arte, della poesia e della resistenza contro l’oppressione. In un manifesto poetico e ritmico, due performer si presentano come membri di un movimento di resistenza artistica, che lotta in modo non violento contro la censura, la soppressione e il conformismo. I loro corpi e le loro parole diventano armi di bellezza, amore e creatività. L’opera è ricca di simbolismi e ripetizioni. I performer vengono “giustiziati” più e più volte da revolver, fucili, mitragliatrici, ma si rialzano, trasformando la violenza in movimento e poesia. Motivo ricorrente è l’atto di tatuare un nome sul corpo, presentato come una tela vivente, uno strumento di sfida che pensa e sente. Dai piedi alla lingua, dal cuore al cervello, ogni parte porta l’impronta dell’amore, della memoria e della lotta. Il nome inciso ancora e ancora è sempre lo stesso: Libertà.

“Créer, c’est résister. Résister c’est créer”

(Creare è resistere. Resistere è creare) – Stéphane Hessel, Indignez-vous!

La vera libertà vive nell’arte e in coloro che continuano a sognare, a danzare, a parlare e ad amare, anche se i proiettili continuano ad arrivare.

Lo spettacolo è ispirato al pamphlet Indignez-vous! di Stéphane Hessel e alla poesia

Liberté di Paul Eluard. 

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/la-poesie-de-la-resistance/303934

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18 aprile domenica h 17

UNA TRIBU’, ECCO QUELLO CHE SONO

Testo, concetto, regia Jan Fabre 

Traduzione di Franco Paris

Con Irene Urciuoli 

Drammaturgia Miet Martens 

Disegno luci e tecnica Wout Janssens

produzione Troubleyn/Jan Fabre – Carnezzeria

La compagnia Troubleyn/Jan Fabre è sponsorizzata da Katoen Natie.

Durata: un’ora

Guarda la presentazione https://youtu.be/k1GqZSwgY_g

Guarda il trailer https://youtu.be/ks-jzehlwwA

Spettacolo in italiano

Una tribù, ecco quello che sono (2004) è la prospettiva poetica di Jan Fabre sul lavoro del visionario del teatro Antonin Artaud, il “fondatore” del Théâtre de la Cruauté (1938).

Questa crudeltà non è fisica, ma spirituale: un invito a tornare alla verità cruda e non filtrata. Alla ricerca di un rituale segreto per risvegliare il divino dentro di sé, Artaud si recò presso le tribù indiane; cercava la purificazione e la scoperta di sé come modo per rivelare la malattia spirituale dell’umanità. “Mi spoglio del mio corpo fino all’osso”, si legge nel testo di Fabre.

L’umanità è spiritualmente incapace di affrontare la natura. L’umanità soffre di insoddisfazione spirituale. Da qui il desiderio di tornare a uno stato primordiale. Parlare di vita significa anche parlare di morte. Possiamo solo gridare alla morte. Il linguaggio deve tornare a essere un grido. Il cambiamento avverrà attraverso incontri che curano le ferite del nostro cuore.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/una-tribu-ecco-quello-che-sono/303955

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dal 20 al 25 aprile dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

THE FOREST

So dove sono, mi sono già persa qui

di Cristiana Morganti e Claudio Tolcachir

Con Cristiana Morganti e Lisa Lippi Pagliai 

Regia Claudio Tolcachir

Coreografie Cristiana Morganti

Assistente alla regia Tommaso De Santis 

Scena Cosimo Ferrigolo

Costumi Nika Campisi

Luci Alice Colla

Da un’idea di Gaia Silvestrini

Laboratorio di scenografia ATTOSECONDO | immagine fondale LOREM | foto di scena Alfredo Toriello

Produzione Carnezzeria con Théâtre de la Ville de Paris, Teatri di Pistoia, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Biondo di Palermo

in collaborazione con Timbre4 Madrid, coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone

Durata: 1 ora e 10 minuti

Guarda il trailer https://www.youtube.com/watch?v=rwZA9DOHVgg&t=19s

Claudio Tolcachir e Cristiana Morganti si incontrano per dar vita ad un racconto che parte da riflessioni e spunti autobiografici, ma che trova eco nelle vicende di personaggi del teatro classico, archetipi della sensibilità e del mondo femminile.

Scegliendo di intrecciare storie solo apparentemente distanti fra loro, la danzatrice, attrice Cristiana Morganti, per oltre vent’anni solista del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch, ora coreografa indipendente, e il regista e drammaturgo argentino Claudio Tolcachir, costruiscono una fiaba contemporanea per esplorare il tema del tradimento emotivo, riflettendo sulla crisi delle relazioni sentimentali tra genitori e figli e sul tempo che scorre.

La pièce unisce la costruzione narrativa alla poesia del movimento, mescolando fiabe, autobiografia ed echi shakespeariani. Come tipico dei due artisti, lo sguardo è sempre ironico e disincantato, attento a cogliere i risvolti tragicomici, a volte grotteschi delle ferite sentimentali. Le figure portate in scena da Morganti, affiancata in scena dall’interprete Lisa Lippi Pagliai, appaiono e scompaiono nella suggestiva scenografia di Cosimo Ferrigolo, dove anche le voci fuori campo interagiscono con la protagonista, dando vita a un luogo emotivo complesso e affascinante, un mondo popolato anche di ombre, fantasmi e visioni. In questo universo variopinto si muovono altri temi, dalla memoria ingannevole alla demenza senile, dalla morte alla possibilità di trasformare il dolore in energia vitale. 

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/the-forest/303951

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dal 27 aprile al 2 maggio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

GIULIO CESARE o La Notte della Repubblica

Da William Shakespeare

Adattamento drammaturgico e riscrittura Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo

Progetto Il Mulino di Amleto / A.M.A. Factory

Regia Marco Lorenzi

Collaborazione artistica Barbara Mazzi, Rebecca Rossetti, Daniele Russo

Con (in o.a.) Vittorio Camarota, Yuri D’Agostino, Raffaele Musella, Rebecca Rossetti, Francesco Sabatino, Angelo Tronca

Con la partecipazione in video di Ida Marinelli e Danilo Nigrelli

Disegno sonoro Massimiliano Bressan

produzione A.M.A. Factory in coproduzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello 
Durata 2 ore

Guarda il trailer https://www.youtube.com/watch?v=y8-P1uG45i4

GIULIO CESARE o LA NOTTE DELLA REPUBBLICA, da un adattamento drammaturgico di Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo, è un progetto nato per indagare il rapporto tra potere, individuo e fragilità degli ordinamenti democratici nel nostro tempo. È pensato per coinvolgere emotivamente il pubblico in una delle congiure più celebri della Storia, raccontata da Shakespeare con lucidità e contraddizione.

Lo spettacolo ha un duplice obiettivo: affrontare con radicalità uno dei testi shakespeariani più potenti e “usare” la storia di Bruto, Cassio, Antonio e del crollo della Repubblica romana, per interrogare il nostro presente. Le domande sono molte: cosa spinge alcuni a ribellarsi, anche con l’uso delle armi? Che rapporto abbiamo con la responsabilità legata alla libertà e alla democrazia? Quando smettiamo di credere nei nostri ideali? Che ruolo hanno i media nella costruzione del reale?

Non si tratta di una ricostruzione storica, ma di un’indagine del “nostro” rapporto, oggi, con questi temi e questo testo.

Cassio dice a Bruto: «La colpa non è nelle nostre stelle, ma in noi stessi». Da lì, parte il nostro viaggio nell’imperfezione umana di quel male che, moltiplicato, diventa motore delle forze sociali, le quali impediscono che lo sviluppo si trasformi in progresso.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/giulio-cesare-o-la-notte-della-repubblica/303925

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Dal 4 al 9 maggio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

CONGIURA

testo e regia Stefano Ricci

con Francesca Bonelli, Stefania Micheli, Barbara Piovella, Rita Quaglia, Fulvia Roggero

movimenti Stellario Di Blasi

suono Andrea Cera

scene Rosita Vallefuoco

costumi in via di definizione

assistente regia Ada Delogu

produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia,

La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

Congiura è una creazione che attraversa la terza età come territorio di resistenza, di lucidità e di sopravvivenza. Non come tema o categoria anagrafica ma condizione esistenziale e politica: quella di un corpo che continua a esistere quando il mondo smette di interpellarlo. Il progetto nasce da una riflessione sul rapporto tra tempo, organismo e memoria, su ciò che accade quando l’illusione della possibilità infinita si incrina e l’esperienza accumulata non coincide più con un riconoscimento sociale. In questa frattura si apre uno spazio fragile e radicale, in cui il soggetto non è più chiamato a produrre.

In scena, cinque donneintorno ai settant’anni occupano lo spazio. Il loro stare non è sola rappresentazione. I loro volumi, attraversati dalle stagioni, diventano misura, soglia, materia viva. Non offrono un racconto ma una durata condivisa. Non chiedono attenzione: la reclamano attraverso l’esistenza stessa.

Liberamente ispirato a Mine-Haha di Frank Wedekind, Congiura rovescia l’idea di educazione. Non più giovani fanciulle addestrate al futuro ma donne mature che disimparano l’obbedienza al declino. Il palco si trasforma in uno spazio di rieducazione al presente, un luogo in cui il gesto più semplice – stare, respirare, attendere – riacquista densità e senso.

Il lavoro manuale, la ripetizione, la fatica e il silenzio diventano linguaggio. In un tempo dominato dall’immateriale e dalla velocità, Congiura insiste sulla realtà del corpo e dello spirito, sulla sua imperfezione, sulla sua tenacia.

Il titolo stesso allude a un’impresa collettiva e segreta: una congiura nel senso originario del termine, con-giurare/cum spirare, respirare insieme. Un’alleanza silenziosa tra individui che condividono una condizione e scelgono di renderla visibile, senza chiedere permesso.

Dopo anni di ricerca sulla fisicità come immagine, superficie di desiderio o luogo del sacrificio, Congiura segna un movimento inverso: un ritorno all’organismo residuo, non spettacolarizzato, non funzionale, e proprio per questo irriducibilmente politico. 

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/congiura/303921

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dall’11 al 16 maggio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

LA TRILOGIA DEI POVERI CRISTI

Laika – Pueblo – Rumba

di e con Ascanio Celestini

musica di Gianluca Casadei

suono Andrea Pesce

organizzazione Sara Severoni

distribuzione a cura di Mismaonda

Laika e Pueblo durata 90’ senza intervallo

Rumba durata 110’ senza intervallo

Guarda il video di presentazione https://youtube.com/shorts/i9hwqP7x_yg

LAIKA

voce fuori campo Alba Rohrwacher

immagine Riccardo Mannelli

produzione Fabbrica, Roma Europa Festival, Teatro Carcano

PUEBLO

voce Ettore Celestini

immagine Riccardo Mannelli

luci Danilo Facco

produzione Fabbrica, Roma Europa Festival, Teatro Carcano

RUMBA

L’Asino e il Bue del presepe di San Francesco nel parcheggio del supermercato

voce Agata Celestini

immagini dipinte Franco Biagioni

luci Filip Marocchi

Produzione Fabbrica, Fondazione Musica Per Roma, Teatro Carcano

commissionato dal Comitato Nazionale Greccio 2023

martedì 11-05-27 h 21 e domenica 16-05-27 h 17 Laika acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/la-trilogia-dei-poveri-cristi-laika/303935

 
mercoledì 12-05-27 h 21 e sabato 15-05-27 h 19 Pueblo acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/la-trilogia-dei-poveri-cristi-pueblo/303936

giovedì 13-05-27 h 21 e venerdì 14-05-27 h 21 Rumba acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/la-trilogia-dei-poveri-cristi-rumba/303937

Laika e Pueblo durata 90’ senza intervallo

Rumba durata 110’ senza intervallo

LA TRILOGIA DEI POVERI CRISTI

Laika – Pueblo – Rumba

Ho cominciato dieci anni fa. Pensavo a un parcheggio in qualche periferia. Le periferie si

assomigliano tutte. I personaggi periferici pure. Protagonisti, ma fuori dalla grande Storia,

lontani da qualsiasi centro del mondo, ma al centro della propria vita. Lontano dai riflettori,

ma se ti abitui a vedere dove c’è poca luce: li vedrai brillare nell’ombra!

LAIKA

di e con Ascanio Celestini

musica di Gianluca Casadei

voce fuori campo Alba Rohrwacher

In principio c’è Dio. O forse il Big Bang. Poi c’è tutto il resto. C’è la Vecchia che ha letto una

montagna di libri e la prostituta che non ha letto abbastanza.

Tutto succede in un parcheggio nella periferia di una città. La periferia del mondo, senza

mai passare dal centro.

Produzione Fabbrica, Roma Europa Festival, Teatro Carcano

Distribuzione a cura di Mismaonda

PUEBLO

di e con Ascanio Celestini

musica di Gianluca Casadei

Io mi chiamo Violetta. A me la cassa mi piace. Faccio la pipì prima di sedermi come le

bambine prima di mettersi in viaggio. Sul seggiolino della mia cassa sono una regina in

trono, e i clienti sono sudditi gentili che mi vengono a regalare le cose.

Produzione Fabbrica, Roma Europa Festival, Teatro Carcano – 

Distribuzione a cura di Mismaonda

RUMBA

L’Asino e il Bue del presepe di San Francesco

nel parcheggio del supermercato

di e con Ascanio Celestini

musica di Gianluca Casadei

Ma perché Francesco ci affascina ancora dopo otto secoli? E dove lo troveremmo oggi? Tra

i barboni che chiedono l’elemosina nel parcheggio di un supermercato? Tra i facchini

africani che spostano pacchi in qualche grande magazzino della logistica?

Produzione Fabbrica, Fondazione Musica Per Roma, Teatro Carcano

commissionato dal Comitato Nazionale Greccio 2023

Distribuzione a cura di Mismaonda.

Card trilogia poveri cristi 45 euro tre spettacoli (Laika – Pueblo – Rumba)

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/card-trilogia-poveri-cristi/303964

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18 maggio martedì h 21

NON SEPPELLITEMI VIVA
Vita e poesie di Marina Cvetaeva

di Vico Faggi

con Raffaella Azim

produzione La Fabbrica dell’Attore

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/non-seppellitemi-viva/303944

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dal 20 al 23 maggio giovedì e venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

CINEMA CIELO

scenografia, maschere, manichini, costumi Danio Manfredini

con Patrizia Aroldi, Vincenzo Del Prete, Danio Manfredini, Giuseppe Semeraro

assistente alla regia Patrizia Aroldi

luci Maurizio Viani

realizzazione colonna sonora Marco Olivieri

direttore di scena Alex Carnevali 

elettricista Luisa Giusti 

fonico da definire
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
Spettacolo vincitore Premio Ubu 2004 per la Miglior regia  

Durata 1 ora e 20 minuti

A oltre vent’anni dalla vittoria del Premio Ubu per la miglior regia, è ancora in scena Cinema Cielo, lo spettacolo cult dell’autore, attore e regista Danio Manfredini, che combina la storia dell’omonima sala a luci rosse di Milano, ora chiusa, con il romanzo di Genet Notre Dame des Fleurs. Rievocando i frequentatori di quel cinema, l’artista propone un ritratto poetico e carnevalesco di un’umanità per la quale il sesso è bisogno, evasione, merce, voglia di compagnia e fantasma d’amore. 

C’era una volta a Milano il Cinema Cielo, una sala cinematografica a luci rosse ora chiusa.
Lo spettacolo è ispirato a questo luogo e mette una lente di ingrandimento su un’umanità per la quale il sesso è bisogno, evasione, merce, voglia di compagnia e fantasma d’amore.
Lo sguardo dello spettatore è rivolto alla sala cinematografica e spia le presenze che abitano il luogo.
Il sonoro del film è liberamente ispirato a un romanzo di Jean Genet e racconta di Louis, che tutti chiamano Divine, dei suoi amanti e di Nostra Signora dei Fiori, seducente assassino.
Trasferendo la storia del romanzo in una partitura sonora per quadri e intrecciandola con la vita di un cinema a luci rosse, prende forma un’opera che risuona della poetica genettiana e la aggancia fortemente a una realtà di vita concreta.
L’universo carcerario, diventa il buio mondo del cinema, metafora della stessa esclusione, le voci del film si fanno evocazione dello spessore poetico dei personaggi.
Lo spettacolo vive dell’incontro di due mondi che si appartengono, indissolubilmente legati: le ombre che abitano il Cinema Cielo, fanno riemergere le ombre e il mondo di Genet.

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/cinema-cielo/303920

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25 e 26 maggio martedì e mercoledì h 21

NOTTI

da Le notti bianche di Dostoevskij

ideazione Rajeev Badhan e Elena Strada 

regia, video, luci e musiche Rajeev Badhan 

drammaturgia e adattamento Elena Strada e Rajeev Badhan

con in o.a. Elena Strada, Alberto Baraghini, Ruggero Franceschini

e la partecipazione di allieve e allievi delle scuole secondarie di secondo grado di Feltre e Belluno

scene Badhan/Strada realizzate da Matteo Menegaz

assistente alla regia Harbans Badhan

assistente alla produzione Alex Paniz

operatore video Federico Boni 

fotografa di scena Elisa Calabrese

produzione esecutiva Rajeev Badhan

produzione SlowMachine

con il sostegno di Fondazione Teatri delle Dolomiti, FUNDER 35, Fondazione Cariverona

Durata Circa 1 ora e 15 minuti

guarda il video di presentazione https://youtube.com/shorts/nRV1PeN_3Tg

Può “Le notti bianche”, a duecento anni dalla nascita del suo autore, parlare ancora alle generazioni di oggi? Quali universi può aprire? Quali immaginari può svelare? Quali contrasti può portare alla luce? Uno spettacolo dalla forte tensione visionaria, un dialogo tra teatro, video e video live, realizzato partendo da una riflessione sul racconto “Le notti bianche” di Dostoevskij, passando attraverso “Amore liquido” di Bauman, in cui due e più livelli visivi e temporali si intrecciano nella ricerca di un senso profondo nelle relazioni ai nostri tempi.

In scena tre attori/autori di una storia che si sdoppia, tra parallelismi e seconde dimensioni, producendo nuovi interrogativi: può la liquidità della nostra epoca, intesa come la fragilità di qualsiasi costruzione, influire anche sui sentimenti più forti e apparentemente solidi? Il concetto di amore ha un denominatore comune? Amore e libertà sono un binomio così incompatibile? “L’opera dell’autore russo Dostoevskij è il punto di partenza, drammaturgico e narrativo, dell’intera performance teatrale che, con forza, riemerge attraverso il mezzo del video, quasi fosse un sogno o una proiezione caleidoscopica di ciò che è accaduto o potrebbe accadere. Il testo diventa sia elemento d’indagine che strumento metateatrale, all’interno del quale i personaggi stessi si immergono e si perdono, facendo affiorare nuove domande sull’amore nella liquidità dell’oggi attraverso una recitazione desaturata, “liberata” da cliché o sovrastrutture teatrali che possa così correre in parallelo alle emozioni e mettersi in dialogo con la costruzione registica che viaggia tra il video e il reale”. Rajeev Badhan

acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/notti/303943

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dal 27 al 30 maggio giovedì e venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

L’OSTAGGIO

scritto e diretto da Valentina Esposito

con Edoardo Pesce e Giancarlo Porcacchia

Costumi Mari Caselli

Musiche originali Luca Novelli/Mokadelic

produzione Fort Apache Cinema Teatro, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

Con il sostegno di Ministero della Cultura, Regione Lazio

Durata 1 h 15’

Guarda il video di presentazione https://youtu.be/HgQqxYV6lxo

In uno spazio vuoto che sembra non avere via d’uscita, un giovane uomo vive e racconta di un’esistenza vissuta ferocemente nella criminalità, in un’escalation di violenza e perdizione, tra sogno e rimorso, piacere e dolore, rabbia, risentimento, solitudine profonda. Un altro, più vecchio, lo sorveglia, lo giudica implacabilmente, lo tortura. Gli sta addosso, come un mastino affamato, un cane da guerra, lo tiene in ostaggio, gli rende impossibile precipitare fino in fondo, ma nemmeno gli permette di salvarsi, di redimersi. Il vecchio lo costringe ma è costretto a sua volta, trascinato dal desiderio, dalla voluttà, dalla smania volitiva dell’altro. Tra i due pende un cappio di corda che dondola inesorabile come un ammonimento, il segno di un presagio che li lega a doppio filo in un unico destino. Liberamente ispirato a una storia vera.

Note di regia

Un uomo solo è alle prese con se stesso e il suo passato nel carcere della sua interiorità. La memoria riempie lo spazio che si anima filtrato dalla soggettività, con le sue distorsioni, le sue proiezioni, il cranio spaccato in due con un’ascia, un chiodo piantato nel mezzo… Il dissidio prende voce, il tormento diventa visibile, la tortura dell’anima si fa materia, sulla scena la persona genera il suo doppio, un personaggio prende forma dal ricordo costretto a interpretare la persona, il soliloquio diventa dialogo e relazione. La dimensione onirica e archetipica deforma il realismo delle situazioni sceniche e del linguaggio. In testa quest’uomo vorrebbe solo silenzio, ma silenzio non c’è, mentre devoto all’altare dei soldi firma la sua condanna all’inferno. 

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Info e prenotazioni esclusivamente tramite abbonamenti Zefiro , Eolo e CARD LIBERA E CARD LOVE, Card Danza, card libera scuole, Vivispettacolo info promozioneteatrovascello@gmail.com  – promozione@teatrovascello.it
Biglietti: Intero 25 euro – Ridotto over 65: 20 euro – Ridotto addetti ai lavori del settore e Cral/Enti convenzionati: 18 euro – Ridotto studenti, studenti universitari, docenti e operatori esclusivamente delle scuole di teatro, cinema e danza 16 euro e gruppi di almeno 10 persone 16 euro a persona È possibile acquistare i biglietti, abbonamenti e card telefonicamente 065881021 con carta di credito e bancomat abilitati,
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Info: 06 5881021 – 06 5898031

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Teatro Vascello Via Giacinto Carini 78

Monteverde Roma

ORARI spettacoli

dal martedì al venerdì h.21

sabato h.19

domenica h.17

replica speciale lunedì 28 dicembre h 21

speciale capodanno giovedì 31 dicembre h 21.30

giorni di chiusura 24-25 dicembre, 1° gennaio, 28-29 marzo

BIGLIETTERIA

intero € 25

over 65 € 20

cral e convenzioni € 18

studenti € 16

Abbonamenti 

Zefiro (1 ingresso per 9 titoli) € 135 ACQUISTA ON LINE https://www.vivaticket.com/it/ticket/abbonamento-zefiro-9-spettacoli/303958

Tragudia

L’orologio americano

Quinto: Non uccidere

Hospitality suite

L’ultimo nastro di Krapp

Orestea

Riccardo III

Giulio Cesare

La trilogia dei poveri cristi

(uno spettacolo della trilogia)

Eolo (1 ingresso per 9 titoli) € 135 ACQUISTA ON LINE https://www.vivaticket.com/it/ticket/abbonamento-eolo-9-spettacoli/303957

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde

Lemnos 

Il Prodigio 

Il viale del tramonto

Edipus 

Fuggire, cadere e altre cose inutili 

Too Late 

The Forest 

Congiura

CARD

Card love (2 ingressi per 2 spettacoli a scelta su tutta la programmazione dal martedì alla domenica) € 74 acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/card-love-2-spettacoli-per-2-persone-4-ingressi/303961

Card libera (6 spettacoli non cumulativi a scelta su tutta la programmazione dal martedì alla domenica) € 114 acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/card-libera-6-spettacoli/303960

Card libera scuole di teatro* 5 ingressi anche cumulativi € 50

(su tutti gli spettacoli in cartellone dal martedì al giovedì)

Card libera scuole di teatro* week end 5 ingressi anche cumulativi € 65

(su tutti gli spettacoli in cartellone dal venerdì alla domenica)

* le scuole di teatro devono essere certificate e convenzionate con il teatro Vascello quindi acquistabili soltanto per telefono o alla biglietteria del teatro 

Card Danza 4 ingressi anche cumulativi € 50 Glass with Silence / C’era una volta/

The Sleeping Queen / Ma a che serve la luce? https://www.vivaticket.com/it/ticket/card-danza-4-ingressi/303959

Card trilogia poveri cristi 45 euro tre spettacoli ( Laika – Pueblo – Rumba ) acquista on line https://www.vivaticket.com/it/ticket/card-trilogia-poveri-cristi/303964

Le card devono essere acquistate preventivamente almeno 24 ore prima dal primo utilizzo. Si consiglia la prenotazione del posto e la verifica della disponibilità dei posti.

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Donaci il tuo 5×1000 con la prossima dichiarazione dei redditi basta indicare al tuo commercialista il nostro codice fiscale: 01340410586 – Coop. La Fabbrica dell’Attore E.T.S. BANCA INTESA SAN PAOLO ag. Circ. Gianicolense 137 A di Roma iban IT28f0306905096100000013849

#Drammaturgia Contemporanea #Prosa #Danza #Musica #Concerti #FestivaL #Eventi #Laboratori

Come raggiungerci con mezzi privati: Parcheggio per automobili lungo Via delle Mura Gianicolensi, a circa 100 metri dal Teatro. Parcheggi a pagamento vicini al Teatro Vascello: Via Giacinto Carini, 43, Roma; Via Maurizio Quadrio, 22, 00152 Roma, Via R. Giovagnoli, 20,00152 Roma 
Con mezzi pubblici: autobus 75 ferma davanti al teatro Vascello che si può prendere da stazione Termini, Colosseo, Piramide, oppure: 44, 710, 870, 871. Treno Metropolitano: da Ostiense fermata Stazione Quattro Venti a due passi dal Teatro Vascello. Oppure fermata della metro Cipro e Treno Metropolitano fino a Stazione Quattro Venti a due passi dal Teatro Vascello

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Recensione di Sonia Remoli

– La nuova Stagione 2026/2027 del Teatro di Roma

– La nuova stagione 2026/2027 del Teatro di Roma si fregia della riapertura del Teatro Valle –

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Il Teatro è  VITA:  

alle – ndia – orlonia – rgentina 

Quattro sale, Quattro visioni, Un solo grande Teatro

TEATRO ARGENTINA

Conferenza stampa

21 Maggio 2026

Una straordinaria presentazione quella della Stagione 2026/2027 del Teatro di Roma, che quest’anno festeggia anche il successo della riapertura del Teatro Valle: il teatro moderno all’italiana più antico d’Europa ancora in attività. 

Dopo dodici anni di attesa — un tempo sospeso che durava dal 2014 —lo storico teatro settecentesco riapre le sue porte per farsi Casa della Drammaturgia contemporanea. Più che una riapertura, la riconsegna del Valle rappresenta un atto di responsabilità civile e artistica che riverbera nell’anima della Capitale e dell’intero Paese, completando l’architettura culturale del Teatro di Roma che, oggi, si definisce attraverso quattro spazi e un solo teatro.

Per omaggiare tale evento di rinascita, la comunità romana ha scelto di essere presente in sala: il Teatro Argentina era “sold-out”.

“L’aprirsi di questa stagione teatrale su quattro sedi è di rilevanza storica”

(il Sindaco di Roma Roberto Gualtieri)

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“Per Roma tutta, per i Romani, un’attesissima restituzione. Per il Teatro di Roma, un grande onore e responsabilità”

(il Direttore Generale del Teatro di Roma Maurizio Roi)

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“E’ il segnale di una grande collaborazione istituzionale: un’istituzione, il teatro, mai da scalfire con tensioni politiche”

(il Presidente Regione Lazio Francesco Rocca)

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“Roma è il suo Teatro: ​il Teatro di Roma è oggi una realtà solida, aperta e coraggiosa”

(il Presidente della Fondazione Teatro di Roma Francesco Siciliano)

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“Ora l’offerta teatrale di Roma sta tornando ad essere quella di una grande capitale: la stagione che presentiamo ha dimensioni imponenti. Il numero di sale, spettacoli, rassegne collaterali, tournée nazionali e internazionali non ha precedenti nella storia del Teatro di Roma”

(il Direttore artistico della Fondazione Teatro di Roma Luca De Fusco)

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IL TEATRO E’  VITA:  

alle – ndia – orlonia – rgentina 

Quattro sale, Quattro visioni, Un solo grande Teatro

“La stagione che presentiamo ha dimensioni imponenti – dichiara il Direttore artistico dellaFondazione Teatro di Roma Luca De Fusco.

Il numero di sale, spettacoli, rassegne collaterali, tournée nazionali e internazionali non ha precedenti nella storia del Teatro di Roma. 

Se siamo in grado di presentarla al pubblico si deve al sostegno dei nostri soci, che hanno di molto aumentato i finanziamenti al Teatro anno dopo anno, al Ministero, che pure stenta fino ad ora a prendere atto della grande crescita dell’attività della Fondazione e non fa crescere parallelamente la nostra sovvenzione, all’arrivo di nuovi sostegni privati. Se siamo cresciuti così tanto lo dobbiamo naturalmente a questo Cda e a questo collegio sindacale che ci hanno incoraggiato a questa accelerazione e alle due persone che hanno pigiato con me sul pedale dell’accelerazione, il Presidente Francesco Siciliano e il mio collega Maurizio Roi. 

Per molti mesi la Fondazione avrà più di una prima alla settimana e non conoscerà pause estive con le rassegne di Ostia, India, Torlonia. Tanta offerta al nostro pubblico ma tanta fatica in più per i nostri lavoratori. Non posso citarli tutti e mi limiterò a tutte le figure di vertice, da Sandro Pasquini, la cui passione per il nostro Teatro non è inferiore a quella della squadra del suo cuore. Ogni sfida che ho proposto è stata sempre raccolta da Sandro e dalla vasta squadra dei “suoi” tecnici con entusiasmo, professionalità e competenza. 

Le stesse capacità, lo stesso entusiasmo misto ad un sano tentativo di tenere ancorata alla realtà la mia bulimia, l’ho sempre riscontrato in Carolina Pisegna e in tutto lo staff della produzione. 

Non riesco a spiegare ai nostri interlocutori come sia enorme lo sforzo di chi si occupa di riempire tutte le nostre sale sera dopo sera, teatro dopo teatro. Paola Folchitto, e tutto il suo vitalissimo staff hanno riempito Argentina, Ostia e le altre sale in percentuali che al termine di questa stagione non mancheremo di comunicare e che comunque oltrepassano spesso il 90%. 

Tutte queste persone in più, sono lavoro in più per i nostri servizi di sala e di botteghino. Grazie a Maurizio Todaro che li guida. 

Ma anche le nostre attività didattiche e culturali si sono arricchite delle serie de “Le verità sospese” e “Psiche e mito”, senza che Silvia Cabasino e le sue entusiaste e entusiasmanti collaboratrici non mancassero di tuffarsi in queste nuove attività con crescente energia. Altre nuove iniziative sono in programma in questa stagione, anche grazie al sostegno della Fondazione Roma.  

Potete immaginare come sia aumentato il lavoro dell’ufficio stampa che praticamente ogni giorno dell’anno diffonde comunicati di cui bisogna ottenere la pubblicazione, accoglie critici italiani e stranieri o troupe televisive. Con molte meno persone di altri Teatri questa attività viene svolta con successo da Amelia Realino e Raffaella Tramontano e dal loro staff. 

Il budget complessivo della Fondazione è passato da 12 mln di euro di prima del nostro arrivo ai quasi 20 mln che toccheremo nel 2026. Questo grande balzo in avanti, che ci fa intravedere il raddoppio nel 2027, significa il raddoppio dell’attività amministrativa di Patrizia Babusci, che affronta sempre col sorriso anche le strettoie più stressanti trasmettendo un misto di fermezza e serenità tipico dell’azione sua e del suo prezioso team.

Anche dal punto di vista mio personale l’aumento della nostra attività comporta che spesso io dovrei essere contemporaneamente a vedere due spettacoli in due nostre sale diverse, in uno dei teatri nazionali o internazionali che visitiamo coi nostri spettacoli, in una sala prove ad allestire una nuova produzione. Se riesco a tenere più o meno il ritmo di tutto ciò lo devo innanzitutto a Lucia Rocco, che diventa un altro me stesso nel vedere coi miei occhi e col mio gusto spettacoli, oppure a rimpiazzarmi alle prove o in tournée. Anche la nuova arrivata Federica Alegi ha imparato a viaggiare alla mia velocità.

Partiamo in questa stagione per un nuovo Viaggio, che comprende una sala in più e un festival di danza che, con la direttrice junior Lea Giamattei, spero diventi un appuntamento abituale. Abbiamo nella nostra squadra dirigente finalmente anche una donna e una giovane, cosa che ci mancava e di cui sentivamo la mancanza. Benvenuta Lea!

Sono felice che una attività così più estesa rispetto a pochi anni fa non perda, anzi acquisti maggiormente, una linea precisa dando identità a ciascuno dei nostri spazi.

(…) Credo che non si possa non convenire che la Fondazione Teatro di Roma, quella della gestione di questo Cda e di questa direzione, non è paragonabile al “vecchio” Teatro di Roma. Ha quasi raddoppiato il suo bilancio, quasi raddoppiato il numero delle sale, aumentato notevolmente il suo pubblico. Nessuno ha mai capito come funziona esattamente il famoso algoritmo che regola le sovvenzioni ministeriali. É uno dei segreti meglio custoditi d’Italia. Dato che per il progetto triennale il nostro teatro ha ricevuto il maggiore aumento di punteggio artistico dalla commissione ministeriale, ma non la propria sovvenzione, se anche in questa stagione tanti aumenti non saranno premiati bisognerà riflettere sull’ipotesi che l’algoritmo oltre che molto misterioso sia anche abbastanza sbagliato. Non è stato inventato da questa gestione ministeriale; è una ragione in più per cambiarlo”. 


IL CALENDARIO

TEATRO VALLE


16 – 18 OTTOBRE

“LA SERA DELLA PRIMA”. Sei personaggi in cerca d’autore al Teatro Valle

di e con Francesco Piccolo

Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

23 OTTOBRE – 1° NOVEMBRE

ESCAPED ALONE

di Caryl Churchill

traduzione Monica Capuani
un progetto di lacasadargilla

regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni
con Caterina Carpio, Tania Garribba, Arianna Gaudio, Alice Palazzi

dramaturg Margherita Mauro
paesaggi sonori e ideazione spazio scenico Alessandro Ferroni

drammaturgia del movimento Marta Ciappina
scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi

ambienti visivi Maddalena Parise,

drammaturgia delle luci Luigi Biondi

costumi Anna Missaglia
accompagnamento alla ricerca Marco D’Agostin

assistente alla regia Matteo Finamore

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale


COPRODUZIONE

10 – 22 NOVEMBRE

MEMORIA DI RAGAZZA

tratto dal libro Mémoire de fille di ANNIE ERNAUX © Gallimard

traduzione di Lorenzo Flabbi 

regia e adattamento Silvia Costa

drammaturgo Ewald Palmetshofer

con Federica Fracassi, Francesca Mazza, Emanuela Villagrossi

musica Ayumi Paul 

scenografia e luci Silvia Costa

collaborazione alla scenografia Thomas Lauret e Michele Taborelli 

costumi Rebecca Stange e Silvia Costa

assistente alla regia Jacopo Panizza

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale in corealizzazione con Romaeuropa Festival

Questo spettacolo è stato originariamente realizzato dal Teatro di Stato Bavarese, il Residenztheater di Monaco, nella stagione 2020–21, adattato dalla Comédie Française per la stagione 2022–23 e dal Teatro di Roma – Teatro Nazionale per la stagione 2026 – 2027

PRODUZIONE

26 NOVEMBRE – 6 DICEMBRE

CHE DOLORE TERRIBILE È L’AMORE

a partire da “Non dico addio” di Han Kang

drammaturgia e regia Daria Deflorian

con Anna Coppola, Daria Deflorian, Monica Piseddu

progetto condiviso con Monica Piseddu e Andrea Pizzalis

dramaturg Eric Vautrin

scene e aiuto regia Andrea Pizzalis

luci Giulia Pastore

suono Emanuele Pontecorvo

costumi Ettore Lombardi

direzione tecnica Enrico Maso

consulenza artistica Attilio Scarpellini

collaborazione alla drammaturgia Nikolai Palmieri e Blu Silla

per INDEX Valentina Bertolino, Francesco Di Stefano

produzione INDEX

in coproduzione con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale; Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa; Teatro di Roma – Teatro Nazionale; Festival d’Avignon; théâtre Garonne, scène européenne – Toulouse

distribuzione in Francia théâtre Garonne, scène européenne – Toulouse

con la collaborazione di Istituto Culturale Coreano in Italia; L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino | Centro di Residenza Emilia-Romagna; Residenza Olinda/TeatroLaCucina

con il supporto di MiC – Ministero della Cultura

COPRODUZIONE

9 – 13 DICEMBRE

CASANOVA

dell’infinita fuga

scritto e diretto da Ruggero Cappuccio

con Claudio Di Palma

voci delle donne Sonia Bergamasco

e con Emanuele Zappariello, Francesca Cercola, Viviana Curcio, Eleonora Fardella, Claudia Moroni, Gaia Piatti, Estelle Maria Presciutti

e le acrobate Maria Anzivino, Sara Lupoli, Marianna Moccia, Viola Russo Coreografie Aeree FUNA

musiche Marco Betta, Ivo Parlati 

costumi Carlo Poggioli 

progetto scenico Ruggero Cappuccio 

scenografi Paolo Iammarrone Vincenzo Fiorillo

aiuto regia e progetto Luci Nadia Baldi
produzione Teatro Segreto srl in coproduzione con Teatro di Napoli- Teatro Nazionale 

OSPITALITÀ

15 – 20 DICEMBRE

EQUUS

di Peter Shaffer

traduzione di Marco e Carlo Sciaccaluga 

con Luca Lazzareschi, Pietro Giannini, Paolo Cresta, Pia Lanciotti, Camilla Semino Favro,

Giulia Prevedello, Michele De Paola 

regia Carlo Sciaccaluga

scene e Costumi Anna Varaldo; Luci Aldo Mantovani

produzione Teatro Nazionale di Genova in accordo con la Concessionaria Antonia Brancati srl

OSPITALITÀ

14 – 24 GENNAIO

STATO CONTRO NOLAN

(un posto tranquillo)

di Stefano Massini

uno spettacolo di Alessandro Gassmann

con Daniele Russo, Gaetano Bruno, Mauro Marino, Emanuele Maria Basso, Gaia Benassi, Davide Dolores, Giuseppe Gandini, Stefano Guerrieri, Alessia Santalucia, Angelo Zampieri

scene Gianluca Amodio

luci Marco Palmieri

costumi Mariano Tufano

musiche di Pivio e Aldo De Scalzi

video Marco Schiavoni 

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo

OSPITALITÀ

26 – 31 GENNAIO

IL MALE OSCURO

di Giuseppe Berto

riduzione per il teatro e regia Giuseppe Dipasquale

scene Antonio Fiorentino

costumi Dora Argento

musiche Germano Mazzocchetti

movimenti coreografici Rebecca Murgi

con Alessio Vassallo, Ninni Bruschetta

(in o. a.) Cesare Biondolillo, Lucia Fossi, Luca Iacono, Viviana Lombardo, Consuelo Lupo, Ginevra Pisani

Produzione Teatro Biondo Palermo / Teatro Stabile di Catania / MARCHE TEATRO

OSPITALITÀ

4 – 14 FEBBRAIO

DOPO LA PROVA

Dall’omonimo film di Ingmar Bergman

regia Gabriele Lavia

con Gabriele Lavia e Federica De Martino

e con Eleonora Bernazza

scene Carmelo Giammello

costumi Andrea Viotti 

suono Riccardo Benassi

produzione Compagnia Gabriele Lavia– Teatro Stabile di Catania

OSPITALITÀ 

23 – 28 FEBBRAIO

LA GOVERNANTE

di Vitaliano Brancati

regia Valerio Santoro

con Franco Branciaroli, Giovanna Di Rauso

e cast in via di definizione

aiuto regia Nicasio Catanese 

produzione Teatro Biondo Palermo

OSPITALITÀ

11 – 21 MARZO

LA REGINETTA DI LEENANE

di Martin McDonagh

traduzione italiana Marta Gilmore

regia Raphael Tobia Vogel

con Ambra Angiolini, Ivana Monti, Stefano Annoni, Edoardo Rivoira

scene Angelo Linzalata

luci Oscar Frosio

costumi Simona Dondoni

musiche Andrea Cotroneo

produzione Teatro Franco Parenti in accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di Knight Hall Agency Ltd

OSPITALITÀ 

8 – 18 APRILE

VISITA AL PADRE

di Norm Foster
regia Piero Maccarinelli

traduzione e adattamento Pino Tierno

musica Antonio Di Pofi

con Massimo De Francovich e Maximilian Nisi

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

20 – 30 APRILE

STUDIO SUI SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE

di Luigi Pirandello

regia Emma Dante

produzione Sud Costa Occidentale/Carnezzeria, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Emilia Romagna Teatro ERT – Teatro Nazionale 

COPRODUZIONE

4 – 13 MAGGIO

IL DELIRIO DEL PARTICOLARE

di Vitaliano Trevisan

regia Giorgio Sangati

con Maria Paiato, Carlo Valli e Alessandro Mor

scene Alberto Nonnato – costumi Gianluca Sbicca 

musiche Michele Rabbia – luci Cesare Agoni – assistente alla regia Valeria de Santis

produzione Emilia Romagna Teatro ERT/ Teatro Nazionale in coproduzione con Centro Teatrale Bresciano

OSPITALITÀ 

20 – 30 MAGGIO

BELLA FIGURA

di Yasmina Reza

traduzione Donatella Punturo

regia Lucia Rocco
con Pierluigi Corallo, Manuela Mandracchia, Orietta Notari, Galatea Ranzi, Stefano Santospago 

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

TEATRO ARGENTINA


PRODUZIONE

8 – 9 OTTOBRE

WHAT THE BODY DOES NOT REMEMBER (REVIVAL 2026)

di Wim Vandekeybus

Ultima Vez

In corealizzazione con Romaeuropa Festival 2026

Con il sostegno di Dance Reflections by Van Cleef & Arpels

REF – DANZA

11 OTTOBRE

FOUR SEASONS CHANGED 

Max Richter, Didem Coskunseven, Jolente De Maeyer, BRYGGEN – Bruges String

coreografia, concept, scenografia, disegno luci Michiel Vandevelde

concept, direzione musicale, violino solista Jolente De Maeyer

danza Amanda Barrio Charmelo o Sophia Dinkel

esecuzione musicale BRYGGEN – Bruges Strings

violini primi Veronique De Raedemaeker, Paula Carmona Caminos, Eva Ackerman, Bérénice Awouters

violini secondi Isabel Dhallé, Femke Verstappen / Natalia Kotarba, Dominika Karbowniczek, Asude Ata

viole Oleksandr Petryakov, Ana Sofia Sousa, Eva Van de Ven, Natalie Glas

violoncelli Julia Kotarba, Suzanne Vermeyen, Lieselot Watté

contrabbasso Lisa De Boos

arpa Leen Van der Roost

clavicembalo Jan Devlieger

musica Max Richter – Recomposed: The Four Seasons; Didem Co?kunseven – Traveler on a Winter’s Night, parti 1 e 2

costumi Milk of Lime

produzione BRYGGEN – Bruges Strings

con il supporto del Tax Shelter belga tramite Flanders Tax Shelter

in corealizzazione con Romaeuropa Festival 2026

REF – DANZA

15 – 18 OTTOBRE

FAUST- FATTO, NON DETTO

Romeo Castellucci

SOCIETAS

concezione e regia Romeo Castellucci

musiche originali Scott Gibbons

con cast in via di definizione

drammaturgia Piersandra Di Matteo

produzione e tournée Giulia Colla

immagini Anna Paola Guerra, Juan Manual Castro Prieto

ritratto Francesco Raffaelli

in corealizzazione con Romaeuropa Festival 2026

REF

4 – 29 NOVEMBRE

OTELLO

di William Shakespeare

traduzione Gianni Garrera

adattamento Luca De Fusco e Gianni Garrera

regia Luca De Fusco

con (con o. a.) Alessandro Balletta, Francesco Biscione, Paolo Cresta, Rossella De Martino,

Luca Lazzareschi, Gianluca Merolli, Pierluigi Misasi, Sara Putignano, Mersila Sokoli, Federico Vanni

aiuto regia Lucia Rocco

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta 

luci Gigi Saccomandi – proiezioni Alessandro Papa 

musiche Ran Bagno

produzione Teatro di Roma -Teatro Nazionale, 

Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale, Teatro Biondo di Palermo

PRODUZIONE

2 – 13 DICEMBRE

PECCATO CHE FOSSE UNA SGUALDRINA

di John Ford 

adattamento Luca De Fusco e Gianni Garrera

regia Luca De Fusco

con (in o. a.) Alessandro Balletta, Debora Bernardi, Francesco Biscione, Andrea Codognato, Pierluigi Corallo, 

Paolo Cresta, Rossella De Martino, Gianluca Merolli, Pierluigi Misasi, Sara Putignano, Mersila Sokoli

aiuto regia Lucia Rocco

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta 

luci Gigi Saccomandi

musiche Ran Bagno

Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

9 – 31 GENNAIO

LA PAZZIA DI RE GIORGIO

di Alan Bennett

traduzione Franco Salvatorelli

regia Massimo Popolizio 

con Massimo Popolizio, Sandra Toffolatti, Raffaele Esposito, Michele Nani, Massimo Nicolini, Paolo Serra, Alberto Onofrietti, Giampiero Cicciò, Francesco Migliaccio, Tommaso Cardarelli, Riccardo Bocci

e con Adriano Exacoustos, Luca Carbone, Michele Lisi, Paolo Minnielli, Michele Montironi, Eros Pascale, Arianna Pozzi, Giorgio Sales

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, 

Teatro della Toscana, ERT Emilia-Romagna Teatro Fondazione


PRODUZIONE

2 – 14 FEBBRAIO

UNA DELLE ULTIME SERE DI CARNOVALE

di Carlo Goldoni 

regia Valerio Binasco 

cast in via di definizione

produzione Teatro Stabile Di Torino – Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, 

TSV – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano

COPRODUZIONE

18 – 28 FEBBRAIO

NON POSSO NARRARE LA MIA VITA

da Gli anni piccoli e altri testi di Enzo Moscato

drammaturgia e regia Roberto Andò 

con Lino Musella

e con Tonino Taiuti, Flo, Lello Giulivo, Giuseppe Affinito

Vincenzo Pasquariello, Ivano Battiston, Lello Pirone, Eleonora Limongi

voci e corpi della città Nikita Abagnale, Mariarosaria Bozzon, Francesca Cercola, Gabriella Cerino,

Nicola Conforto, Mattia Coppola, Vincenzo D’Ambrosio, Matteo Maria D’Antò, Ciro Giacco, 

Eleonora Fardella, Mariano Nicodemo, Maurizio Oliviero

scene e luci Gianni Carluccio  

costumi Daniela Cernigliaro

musiche Pasquale Scialò

suono Hubert Westkemper

coreografie Luna Cenere

trucco Vincenzo Cucchiara

parrucchiera Sara Carbone

aiuto regia Luca Bargagna

produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

OSPITALITÀ 

2 – 14 MARZO

AMLETO

di William Shakespeare

traduzione e adattamento Diego Pleuteri

regia Leonardo Lidi 

con (in o. a.) Alfonso De Vreese, Ilaria Falini, Christian La Rosa, Rosario Lisma, Nicola Pannelli, Mario Pirrello, Giuliana Vigogna

scene e luci Nicolas Bovey

costumi Aurora Damanti

suono Claudio Tortorici

cura movimenti scenici Riccardo Micheletti

puppets Damiano Augusto Zigrino e Silvia Fancelli

regista assistente Alba Porto

assistente regia Eleonora Bentivoglio

assistente scene Nathalie Deana

produzione Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale 

con il sostegno di Fondazione CRT

OSPITALITÀ

16 – 25 MARZO

LO ZAR

di e con Stefano Massini

e con Luca Roccia Baldini e Mariel Tahiraj (musicisti in corso di definizione)

scene Paolo Di Benedetto disegno luci Manuel Frenda suoni Andrea Baggio costumi Elena Bianchini

produzione Teatro della Toscana

OSPITALITÀ 

31 MARZO – 11 APRILE

PLATONOV

di Anton Čechov

traduzione adattamento e regia Peter Stein

con Alessandro Averone, Maddalena Crippa, Sergio Basile, Gianluigi Fogacci, Andrea Nicolini, Francesco Santagada, Maria Chiara Centorami, Odette Piscitelli, Alessandro Sampaoli, Emilia Scatigno, 

Tommaso Garrè, Davide Lorino, Sebastian Gimelli Morosini, Giulio Petushi                     

scene Ferdinand Woegerbauer

costumi Anna Maria Heinreich

luci Mattia De Pace 

assistente regista Carlo Bellamio

produzione Tieffe Teatro Milano, Fondazione Teatro di Roma, 

Teatro Stabile di Catania, Teatro Biondo Stabile di Palermo

COPRODUZIONE

14 – 25 APRILE

L’ANGELO DEL FOCOLARE

testo e regia di Emma Dante

con Leonarda Saffi, Ivano Picciallo, David Leone, Giuditta Perriera

scene e costumi Emma Dante                                                                                                                                                                                                          luci Cristian Zucaro                                                                                                                                                                                                                              

coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa / Teatro di Napoli – Teatro Nazionale / Châteauvallon-Liberté Scène Nationale / Les Célestins Théâtre de Lyon / Comédie de Clermont-Ferrand / La Scène Nationale d’ALBI-Tarn / Le Cratère, Scène Nationale d’Alès en Cévennes / L’Estive, scène nationale de Foix et de l’Ariège / Théâtre + Cinéma Scène nationale Grand Narbonne / Théâtre de l’Archipel, scène nationale de Perpignan / Théâtre Molière, Sète – Scène Nationale Archipel de Thau / Le Parvis, scène nationale de Tarbes Pyrénées / Compagnia Sud Costa Occidentale / Carnezzeria 

coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma  

organizzazione Daniela Gusmano

tecnico in tournée Marco Guarrera

OSPITALITÀ 

28 – 30 APRILE

EZRA IN GABBIA

scritto e diretto da Leonardo Petrillo 

con Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini

scene Gianluca Amodio 

costumi Lia Francesca Morandini 

disegno luci Enrico Berardi 

musiche Carlo Covelli 

aiuto regia Mario Rinaldoni 

produzione TSV – Teatro Nazionale, OTI – Officine del Teatro Italiano

TEATRO INDIA


OSPITALITÀ 

8 – 11 OTTOBRE

ANCHE IN CASA SI POSSONO PROVARE EMOZIONI FORTI

regia e drammaturgia Caterina Filograno

scene e costumi Giuseppe Di Morabito

con Gloria Busti, Caterina Filograno, Francesca Porrini, Simona Senzacqua, Maria Grazia Sughi

sound design Gerets

light design Stefano Bardelli

movement coach Ester Guntıń

aiuto regia e collaborazione artistica Ksenija Martinović

produzione Sardegna Teatro / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale/ Teatri di Bari

OSPITALITÀ 

16 OTTOBRE – 1 NOVEMBRE

GLI ELEFANTI NELLA STANZA

di e con Francesca Astrei

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

28 OTTOBRE – 1 NOVEMBRE

GONE

uno spettacolo di Kepler-452
ideazione e drammaturgia Enrico Baraldi, Nicola Borghesi, Riccardo Tabilio
regia Enrico Baraldi, Nicola Borghesi
con Nino Burduli, Temo Natroshvili, Nika Tserediani, Luka Chibukhaia, Kato Kalatozishvili, 

Paata Inauri, Keta Shatirishvili, Liza Nikvashvili, Giorgi Chachanidze
traduzione e adattamento in Georgia Tatia Mtvareldize
scene e costumi Simon Machabeli
musiche Gogi Dzodzuashvili
assistente alla regia Mariam Jamerashvili
direttore tecnico Anuki Khoshtaria
coordinamento Roberta Gabriele
produzione Lepl Mikheil Tumanishvili Film Actors Professional State Theatre (Tbilisi- Georgia)
coproduzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
con il contributo del Ministero della Cultura della Georgia
in collaborazione con GIFT  Festival, ATER Fondazione e Kepler-452

Spettacolo in georgiano sovratitolato in italiano

OSPITALITÀ 

3 – 8 NOVEMBRE

VIAGGIO A HONG KONG

testo e regia Pascal Rambert 

traduzione Chiara Elefante 

con Sandro Lombardi 

scenografia Aliénor Durand 

produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale 

in collaborazione con Compagnia Lombardi-Tiezzi 

OSPITALITÀ

11 – 15 NOVEMBRE

LA FIRMA

testo e regia di Valerio Vestoso

con Antonio Bannò 

produzione BAM teatro

OSPITALITÀ

18 – 19 NOVEMBRE 

BODIES ON GLASS

coreografia Diego Tortelli 

in collaborazione con i danzatori Cristian Cucco e Thomas Van de Ven 

interpreti Cristian Cucco e Thomas Van de Ven

musica dal vivo Andrea Rebaudengo/brani dal repertorio di Philip Glass

costumi ETRO by Marco de Vincenzo

coproduzione Triennale Milano, Volvo Studio Milano e Teatro Grande di Brescia

si ringrazia Fattoria Vittadini

OSPITALITÀ – DANZA

21 – 22 NOVEMBRE

AMAE NO KŌZŌ

concept, coreografia e performance Borna Babić e Eliana Stragapede

drammaturgia Margherita Scalise

musica Nenad Kovačić

voce Teresa Campos

musica originale Lola Beltràn

light design Joaquín Hernández

Produzione Paper Bridge

ringraziamenti speciali RV, Akira Yoshida and Mathieu Minjoulat-Rey

OSPITALITÀ – DANZA

25 – 29 NOVEMBRE

I AM THE WIND 
di Jon Fosse

regia Gábor Tompa

scene e costumi Gyopár Bocskai

coreografia Enikő Györgyjakab

musiche di Csaba Boros

luci Romeo Groza

spettacolo in rumeno con sopratitoli in italiano

OSPITALITÀ

27 – 31 GENNAIO

LU SANTO JULLARE FRANCESCO

di Dario Fo e Franca Rame

diretto e interpretato da Matthias Martelli

Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale / Teatro Stabile dell’Umbria

Spettacolo inserito nelle Celebrazioni per i Cento anni di Dario Fo promosse dalla Fondazione Fo Rame

OSPITALITÀ 

9 – 14 FEBBRAIO

VORREI UNA VOCE

di e con Tindaro Granata

con le canzoni di Mina

ispirato dall’incontro con le detenute-attrici del teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina nell’ambito del progetto Il Teatro per Sognare di D’aRteventi diretto da Daniela Ursino

disegno luci Luigi Biondi

costumi Aurora Damanti

regista assistente Alessandro Bandini 

produzione LAC Lugano Arte e Cultura in collaborazione con Proxima Res

partner di produzione Gruppo Ospedaliero Moncucco

OSPITALITÀ 

20 – 28 FEBBRAIO

THE BODY OF AN AMERICAN 

di Dan O’Brien

traduzione Enrico Luttmann Marco Maria Casazza

regia Jacopo Gassmann

con Danilo Nigrelli e Paolo Mazzarelli

produzione LAC Lugano Arte e Cultura, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova

Teatro di Roma – Teatro Nazionale

COPRODUZIONE

3 – 7 MARZO

LA FIRMA. NON TI FIDARE

tratto da Non ti fidare di Claudio Fava

regia Claudio Fava

con Ninni Bruschetta e Federica De Benedittis

produzione Teatro della Città Marche Teatro

OSPITALITÀ 

6 – 14 MARZO

FLUSSO

di Christian di Furia

regia Lino Guanciale

con Lino Guanciale e Gianmarco Saurino

videoanimazione Iole Cilento, Cristina Zanoboni

scenografia Iole Cilento

foto e video Peperonitto film

Coproduzione Teatri di Bari, Wrong Child Production in collaborazione con Premio Riccione

OSPITALITÀ 

17 – 21 MARZO

MADRI

di Diego Pleuteri

regia Alice Sinigaglia

con Valentina Picello e Vito Vicino

sound designer Federica Furlani

scenografo Alessandro Ratti

luci Luca Scotton

produzione La Corte Ospitale

coproduzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione

con il contributo della Regione Emilia-Romagna

con il sostegno del MiC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”

OSPITALITÀ 

1 – 4 APRILE

NEANCHE PARENTI

testo e regia Gabriele Russo e Arianna D’Angiò

con la Compagnia Bellini Teatro Factory:

Greta Bertani, Filippo D’Amato, Daniela De Riso, Miriam Giacchetta,

Gaia Napoletano, Matteo Ronconi, Umberto Serra 

assistente alla regia Bellini Teatro Factory Martina Abate

progetto sonoro Antonio Della Ragione

disegno luci Giuseppe Di Lorenzo

scene Accademia di Belle Arti di Napoli Cattedra di Scenografia Luigi Ferrigno 

con gli studenti Alessia Di Pace, Claudia Pugliese, Roberta Fierro, Laura lloret Garcia, Sabrina Oliva, Alessandra Avitabile, Salvatore Esposito, Emanuela Bartoli, Lucrezia Maria Aita, Claudia Sabella

costumi Enzo Pirozzi

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

OSPITALITÀ 

2 – 4 APRILE

ASFALTO

Poema fisico e musicale per sette attori

regia e coreografia di Michela Lucenti 

con la Compagnia Bellini Teatro Factory

Sofia Celentani Ungaro, Cristoforo Iorio, Tarek Ismail, Valeria Martire, 

Giuseppina Ruggiero, Luigi Savinelli, Lucia Straccamore 

assistente alla regia Antonio Basile

assistenza alla creazione Maurizio Camilli 

drammaturgia Balletto Civile

testi Emanuela Serra

musiche e progetto sonoro Antonio Della Ragione

collaborazione al progetto sonoro Rainer Monaco

disegno luci Michela Lucenti / Balletto Civile e Maurizio Di Maio

scene Accademia di Belle Arti di Napoli Cattedra di Scenografia Luigi Ferrigno 

con gli studenti Alessia Di Pace, Claudia Pugliese, Roberta Fierro, Laura lloret Garcia, Sabrina Oliva, Alessandra Avitabile, Salvatore Esposito, Emanuela Bartoli, Lucrezia Maria Aita, Claudia Sabella

costumi Enzo Pirozzi

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

OSPITALITÀ – DANZA

13 – 18 APRILE

LETTERA DI UNA SCONOSCIUTA

da Stefan Zweig

testo e regia Davide Sacco

con Giordana Faggiano

scene Luigi Sacco

luci Luigi Della Monica

costumi Luciana Donadio

musiche Arturo Annecchino

assistente alla regia Enrico Spelta – direttore di produzione Luigi Cosimelli

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale e LVF / Teatro Manini di Narni

COPRODUZIONE

23 – 24 APRILE

CRAZY GRASS

testi di Yordan Radichkov

versione scenica e regia Margarita Mladenova

scenografia Boris Dalchev, Mihaela Dobreva 

musica Hristo Namliev 

foto Yana Lozeva

con Albena Georgieva, Jana Rasheva, Antonio Dimitrievski, Katalin Stareishinska, Ivan Nikolov, Nadya Keranova, Dimitar Krumov, Rumen Draganov, Bilyana Georgieva, Galya Kostadinova, Georgi A. Bogdanov

spettacolo in bulgaro con soprattitoli in italiano 

OSPITALITÀ 

19 – 23 MAGGIO

RESTEREMO PER SEMPRE QUI BUONE AD ASPETTARTI

di Diego Pleuteri

regia Leonardo Lidi

con Marta Malvestiti, Beatrice Verzotti, Teresa Castello, Hana Daneri 

scene Fabio Carpene 

cura dei movimenti scenici Riccardo Micheletti

assistente alla regia Nicolò Tomassini

produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale 

con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”

OSPITALITÀ 

21 – 23 MAGGIO 2027

LOGORANTE, MA VIVO – Viaggio tra le parole di Paolo Grassi

drammaturgia Katia Ippaso

regia Arturo Armone Caruso

con Sara Valerio

produzione Piccolo teatro di Milano, Teatro di Roma, 

Saval Spettacoli, Fondazione Paolo Grassi-La voce della cultura.

COPRODUZIONE

25 – 26 MAGGIO 2027

REMINISCENCIA 
ideazione e creazione Malicho Vaca Valenzuela

con Malicho Vaca Valenzuela

in video Rosa Alfaro, Lindor Valenzuela

assistente alla regia Ébana Garín Coronel

produzione esecutiva MC2: Maison de la Culture de Grenoble – Scène nationale

produzione artistica Ébana Garín, Luis Guenel, Roni Isola – Collectif Cuerpo Sur

spettacolo in spagnolo cileno con sopratitoli in italiano

OSPITALITÀ INTERNAZIONALE (Cile)

TEATRO TORLONIA


15 – 18 OTTOBRE

PAZZO AD ARTE

frammenti di vita che ci ri-guardano

liberamente tratto da alcune scene del dramma The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark di William Shakespeare

di Alessandra Niccolini e Giuseppe Pestillo 

con Giuseppe Pestillo

OSPITALITÀ 

29 OTTOBRE – 1 NOVEMBRE

WITCH IS

progetto di LANDI/MIGNEMI/PARIS

drammaturgia di Francesca Mignemi

regia Virginia Landi

con Giorgia Iolanda Barsotti, Eleonora Paris, Cristiana Tramparulo

costumi di Rossana Gea Cavallo – musiche e sound design di Andrea Centonza

produzione IL TEATRO DELLE DONNE, Firenze

con il sostegno del Centro di Residenza della Toscana Armunia-Capotrave/Kilowatt e Z.I.A. – Zona Indipendente Artistica

OSPITALITÀ 

19 – 22 NOVEMBRE

MAY FALLING ASLEEP NEVER OPEN OUR MOUTH

ricerca, ideazione Gaia Ginevra Giorgi Performance Gaia Ginevra Giorgi, Denise Tosato Dialogo drammaturgico Giada Cipollone Accompagnamento artistico Stella Succi

pratiche vocali Veza Fernández

consulenza coreografica Asher O’Gorman

luci e direzione tecnica Andrea Sanson

suoni Devid Ciampalini – abiti Gianni Mattarucco

consulenza live electronics Emanuele Pontecorvo Cura e diffusione Edoardo Lazzari

organizzazione e amministrazione Giusy Guadagno ProduzioneExtragarbo Snaporazverein (CH),

Lavanderia a Vapore – Centro di Residenza per la Danza (IT), Murmuris (IT), IntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia (IT), Linha de fuga (PT),

con il sostegno di Premio Vienna (Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, d’intesa con la Direzione Generale per la Diplomazia Pubblica e Culturale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e l’Istituto Italiano di Cultura di Vienna), Phonogrammarchiv (AT)

OSPITALITÀ 

3 – 6 DICEMBRE

RACCONTI ROMANI – prima parte
regia di Danilo Capezzani
tratto da Ladro dei lumi di Elsa Morante
PRODUZIONE


10 – 13 DICEMBRE
RACCONTI ROMANI – seconda parte
regia di Danilo Capezzani
tratto da Roma amara e dolce di Ercole Patti 

PRODUZIONE

21 – 24 GENNAIO

QUARTET

di Heiner Müller

traduzione Saverio Vertone

regia Maximilian Nisi

con Viola Graziosi, Maximilian Nisi

musiche originali Stefano De Meo

scene e costumi Vincenzo La Mendola

produzione Teatro della Città

OSPITALITÀ 

28 – 31 GENNAIO

CRISOTEMI

di Ghiannis Ritsos traduzione di Nicola Crocetti

diretto e interpretato da Elena Arvigo

disegno luci Pietro Sperduti

scene e costumi Elena Arvigo in collaborazione con Maria Alessandra Giuri 

produzione SantaRita & Jack Teatro

si ringrazia la gentile collaborazione di Eleonora Bossi

OSPITALITÀ

3 – 7 FEBBRAIO

GERTRUDE, LUCIA E LE ALTRE

liberamente tratto da Il cuore è un guazzabuglio di Eleonora Mazzoni (Einaudi 2023)

di e con Eleonora Mazzoni

regia di Simonetta Solder

voce recitante fuori campo Lino Guanciale 

disegno luci Camila Chiozza sound design Lorenzo Danesin 

produzione 369gradi

OSPITALITÀ 

11 – 14 FEBBRAIO

WEEK-END

di Annibale Ruccello

con Sabrina Scuccimarra

e con Manuel Severino e Matteo D’Incoronato

scene Alessandra Solimene costumi Easy Costumes

luci Marco Linari

aiuto regia Matteo D’Incoronato assistente regia Elia Colacchio

produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi in collaborazione con Ass. Cult. Padiglione Ludwig

OSPITALITÀ

25 – 28 FEBBRAIO

LEI NON SA COSA VUOLE

di Luisa Merloni

regia Manuela Cherubini

con Luisa Merloni e Daniele Natali

disegno luci Camila Chiozza

produzione Bluemotion/Angelo Mai – Psicopompoteatro 

OSPITALITÀ 

4 – 7 MARZO

BEATA OSCENITA’

di Massimo Sgorbani

regia Serena Sinigaglia

con Gianluca Ferrato

scene Andrea Belli

luci e suono Roberta Faiolo

costumi Valeria Bettella

video Fabio Brusadin 

produzione Teatro Stabile di Bolzano

OSPITALITÀ

18 – 21 APRILE

ARCHIMEDE

di Costanza DiQuattro

con Mario Incudine

e con Antonio Vasta e Tommaso Garré

regia Alessio Pizzech

scene e costumi Andrea Stanisci

assistente alla regia Tommaso Garré

musiche Mario Incudine

eseguite dal vivo da Antonio Vasta

produzione Centro Teatrale Bresciano, La Contrada Teatro Stabile di Trieste / Teatro della Città,

in collaborazione con Teatro Donnafugata

produzione esecutiva A.S.C. Production Arte Spettacolo Cultura

OSPITALITÀ

16 – 30 APRILE

VITA A RATE

di Riccardo Caporossi

interpreti Nadia Brustolon, Vincenzo Preziosa

scena e regia Di Riccardo Caporossi

luci Nuccio Marino

PRODUZIONE

21 – 30 MAGGIO

SPETTACOLO POLITICAMENTE SCORRETTO CHE SI PUO’ INTERROMPERE PREMENDO UN TASTO

regia Enrico Torzillo 

con Jacopo Carta, Francesco Petruzzelli, Maria Grazia Trombino

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

CAPITALE DANZA 2027

TEATRO ARGENTINA

8 – 9 MAGGIO

PORTRAIT

concept e coreografia Mehdi Kerkouche

composizione musicale Lucie Antunes 

assistente alla coreografia Alexandra Trovato

light design Judith Leray

scenografia Mehdi Kerkouche e Judith Leray

costumi Guillaume Boulez

trucco Sabine Leib

vocal coaching Nathalie Dupuy

stage e sound management Frédéric Valtre e Vincent Henry

lighting management Marine Stroeher e Henri Coueignoux

danzatori (a rotazione) Marilou Bévis, Margot Bouchet, Maxime Gomard, Jaouen Gouevic, Matteo Lochu, Sacha Neel, Paul Redier, Amy Swanson, Nina Vernin, Titouan Wiener-Durupt et Timothée Zig

produzione Centre chorégraphique national de Créteil et du Val-de-Marne| EMKA

coproduzione Festival Suresnes Cités Danse 2023 avec le soutien de Cités Danse Connexions I Théâtre- Sénart, scène nationale I Chaillot – Théâtre national de la Danse I Visages du monde, Cergy I L’Archipel, Scène nationale de Perpignan

15 – 16 MAGGIO 

MOMO

coreografia Ohad Naharin 

con la collaborazione dei danzatori della Batsheva Dance Company e Ariel Cohen

danzatori Yarden Bareket, Emil Brukman, Adi Blumenreich, Nathan Chipps, Holden Cole, Guy Davidson, Iyar Elezra, Eddieomar Gonzalez Castillo, Sean Howe, Londiwe Khoza, Adrienne Lipson, Bo Matthews, Sofiia Pikalova, Danai Porat, Igor Ptashenchuk, Leann Reizer, Kelis Robinson, Yoni (Yonatan) Simon, Gili Yaniv Amodai, Yarden Zana.

light design Avi Yona Bueno (Bambi) 

scenografia Gadi Tzachor 

costumi Eri Nakamura – sound design & design e editing dei brani musicali Maxim Waratt

con il supporto di Batsheva New Works Fund, American Friends of Batsheva, L’Association Pluriel pour l’Art Contemporain, The Zita and Mark Bernstein Family Foundation, Factory54

TEATRO INDIA

4 – 5 MAGGIO

IN RELATION TO WHOM?

concept, coreografia e performance Marah Haj Hussein e Nur Garabli 

drammaturgia Krystel Khoury 

light design Pôl Seif

scenografia Agnese Forlani 

esecuzione e composizione musicale Verena Rizzo 

tecnico suono Korin Rizzo – costumi Smila Zinecker – manager di produzione Ehren Verrelst 

produzione Monty – coproduzione Kunstencentrum BUDA, Saraya Theater, Theater Rotterdam, Points communs, Nouvelle scène nationale Cergy-Pontoise / Val-d’Oise, Fondation Royaumont, EPPGHV La Villette, Centre national de la danse (CND), De Singel, La Briqueterie CDCN, Les Halles de Schaerbeek, Frascati Producties, Le Maillon – Théâtre de Strasbourg. Con il supporto di Ammodo, De Vlaamse Overheid. Si ringrazia Rabeah Morkus Dance Studio – Kofor Yasif, The Work Room – Glasgow, Battersea Arts Centre – London, KAAP – Bruges, Hana Dance House – Haifa

6 MAGGIO

LA MEZZANOTTE DELLA DANZA (che non è una Cenerentola)

concept e direzione artistica Gabriella Stazio

interverranno artisti e coreografi under 35

talk e panel a cura di AGIS – Associazione Generale Italiana dello Spettacolo

7 – 8 MAGGIO

CROCODILE

coreografia e drammaturgia Martin Harriague in collaborazione con Emilie Leriche

musica Canto Ostinato di Simeon Ten Holt

interpreti Emilie Leriche e Martin Harriague

musica dal vivo Julien e Stéphane Garin – Ensemble 0

arrangiamento Petar Klanac – scenografia e light design Martin Harriague – costumi Vanessa Ohl 

assistente alla drammaturgia Françoise Dubuc

regia luci Peïo Lamarque – regia suono Alexandre Maillet – regia generale Alexandre Maillet

produzione Scène Nationale Sud Aquitain, Scène 55 Mougins, Temps d’Aimer la Danse Biarritz, Malandain Ballet Biarritz. Con il sostegno del Ministère de la Culture / DRAC Nouvelle-Aquitaine.

11 – 12 MAGGIO

OUTBREAK

coreografia James Florendo

nuova produzione per 8 danzatori

musiche James Florendo e AA.VV.

light design Emanuele De Maria

ideazione costumi James Florendo

produzione Balletto di Roma

14 – 15 MAGGIO 

RENDEZ- VOUS

coreografia Simone Repele e Sasha Riva

con Leonardo Mazzarotto 

produzione Riva & Repele

16 MAGGIO 

Nuove Generazioni dai 6 anni

CUOR DI CONIGLIO

creazione Compagnia Dimitri/Canessa

regia Elisa Canessa

danzatori Federico Dimitri e Francesco Manenti

collaborazione artistica Giorgio Rossi 

light design Marco Oliani – sound design Tommaso Marzini Della Ragione 

scenografia e costumi Matilde Gori / Atelier Zaches

produzione Associazione Sosta Palmizi, Pilar Ternera / Nuovo Teatro delle Commedie e Straligut Teatro con il sostegno residenziale di Centro di Residenza della Toscana (Fondazione Armunia Castiglioncello –CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro), Wintergarten – Atelier di teatro permanente e In Tel Fade

NUOVE GENERAZIONI

TEATRO INDIA

16 – 27 NOVEMBRE

ENDING

di Roberto Gandini e Roberto Scarpetti

regia Roberto Gandini

con Iulia Bonagura, Edoardo Maria Lombardo, Fabio Piperno, Tiziana Scrocca, Carolina Sisto

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

22 DICEMBRE – 6 GENNAIO

STORIE DI NATALE

di Gianni Rodari, Bernard Friot, Andrea Valente, Roberto Gandini

adattamento e regia Roberto Gandini

con Irene Ciani, Edoardo Maria Lombardo, Paolo Minnielli, Giulia Navarra, Fabio Piperno

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

23 – 24 GENNAIO

MARMOCCHIO

una specie di Pinocchio di marmo

Radiodramma animato per i ragazzi di tutte le età

progetto scenico e regia I Sacchi di Sabbia

con Serena Guardone

e le voci di Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano, Carlo Ipata, Federico Polacci, Giulia Solano, Daniele Tarini

disegno luci Luca Tessieri

costruzione scene Antonio Calandrino disegno e progetto grafico Enrico Pantani

produzione Fondazione Sipario Toscana | I Sacchi di Sabbia

dai 7 anni

6 – 7 FEBBRAIO

CLÀSSICS

uno spettacolo di marionette in sette scene

autore, regista e performer Jordi Bertran

suoni e luci Isabel Martinez

costumi Ma Dolors Fernandez

produzione Companyia Jordi Bertran

dai 5 anni

TEATRO TORLONIA

10 – 11 OTTOBRE

ALBERT eD IO

di Francesco Niccolini

drammaturgia Flavio Albanese, Marinella Anaclerio, Francesco Niccolini

direzione scientifica Marco Giliberti

regia Marinella Anaclerio

con Flavio Albanese

produzione Compagnia del Sole, Fondazione Sipario Toscana Onlus, Fondazione TRG

dagli 11 anni

24 – 25 OTTOBRE

CHARLIE GORDON

di Patrizio Dall’Argine

liberamente ispirato al racconto Fiori per Algernon di Daniel Keyes

costumi Veronica Ambrosini

burattinaio Patrizio Dall’Argine

produzione Teatro Caverna

dai 6 anni

14 – 15 NOVEMBRE

ODE ALLA VITA

di e con Manuela Capece e Davide Doro 

un progetto della compagnia rodisio

in collaborazione con Unicorn Theatre (London, UK), Espace600 (Grenoble, FR) Centre d’Animation de la Cité (Lausanne, CH), VolterraTeatro Festival

dai 3 agli 8 anni 

17 DICEMBRE – 6 GENNAIO

LA MOSCA VERDOLINA

di Giorgio Parisi
regia Davide Doro

ddattamento drammaturgico Emanuele Di Giacomo
con Jacob Olesen

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

PRODUZIONE

16 – 17 GENNAIO

PETITES HISTOIRES SANS PAROLES

con Brice Coupey e Jean-Luc Ponthieux

produzione Compagnie l’Alinéa

dai 5 anni

20 – 21 FEBBRAIO

HO UN PEZZETTINO IN GOLA

di e con Valentina Dal Mas

testo originale Valentina Dal Mas

direzione tecnica Federico Fracasso

consulenza luci Alessio Guerra

produzione La Piccionaia Centro di Produzione Teatrale

in collaborazione con Compagnia Abbondanza/Bertoni

produzione 2025

dai 6 anni

13 – 14 MARZO

FARE UN FUOCO

di Francesco Niccolini e Luigi D’Elia

molto liberamente ispirato ai Racconti dello Yukon di Jack London

con Luigi D’Elia

regia Francesco Niccolini e Luigi D’Elia

disegno luci Francesco Dignitoso

assistenti alla produzione Elisabetta Aloia, Adalgisa Vavassori, Susanna Zoccali le musiche originali sono di Giorgio Lazzarini

produzione Teatri di Bari | Fondazione Sipario Toscana – La Città del Teatro In collaborazione con INTI

dai 9 anni

7 – 11 APRILE

FESTIVAL CONTEMPORANEO FUTURO

VII EDIZIONE

a cura di Fabrizio Pallara

Teatro India, Teatro Torlonia 

RASSEGNE CULTURALI 2026/2027

GENNAIO – APRILE
anteprima domenica 8 novembre 2026

LUCE SULL’ARCHEOLOGIA 

Voci di donne straordinarie. Il ruolo femminile nella storia e nella cultura di Roma

TEATRO ARGENTINA

FEBBRAIO – APRILE
TRA PSICHE E MITO. Dialoghi sull’essere 

TEATRO VALLE, ARGENTINA

NOVEMBRE – MAGGIO
LE VERITA’ SOSPESE 

TEATRO VALLE

NOVEMBRE – APRILE
CHE NE SARA’ DI NOI? 

TEATRO VALLE

NOVEMBRE – MAGGIO
IL TEATRO VALLE: TRECENTO ANNI DI SPETTACOLI 

TEATRO ARGENTINA – TEATRO VALLE  

NOVEMBRE – MAGGIO
LE STAGIONI DEL TEATRO DI ROMA. Volti, memorie e visioni 

TEATRO ARGENTINA – TEATRO VALLE  

GENNAIO – MAGGIO
LE DONNE DELL’ASSEMBLEA COSTITUENTE

TEATRO TORLONIA


Recensione di Sonia Remoli

– LOS DE AHI’ – regia Claudio Tolcachir

testo di Claudio Tolcachir

-.-.-.-.-

TEATRO INDIA

dal 20 al 24 Maggio 2026


In un non posto ai confini della cosiddetta vita civile lavorano 4 fattorini: Nuno, Munir, Dani ed Eduardo. Ci sono solo loro e una macchina intelligente che li avvisa delle consegne da effettuare. E poi li paga. 

In scena, lo spazio è organizzato in una modalità indeterminata che invita lo spettatore ad immaginarlo come una discarica, in qualche modo però strutturata come un anfiteatro. Dei gradoni, infatti, si affacciano su una sorta di palco dove va in scena la vita lavorativa e privata dei 4 fattorini (la cura delle scene è di Lua Quiroga Paul).

Li chiamano “Los de Ahí” – ovvero “quelli di là” – non meglio identificati da “quelli di qua”. Nessun contatto tra loro, neppure sul confine tra i due mondi, se non per il lancio di sacchi di spazzatura fatto con indifferenza verso i 4 fattorini. Nonostante “quelli di là” svolgano per “quelli di qua” il servizio delle consegne, non c’è nessun rispetto verso di loro. 

E i 4 fattorini a urlare: “familia!”. A sottolineare che lì dove tirano la loro immondizia, lì, proprio lì nella discarica, c’è una famiglia. 

Perché Nuno, Munir, Dani ed Eduardo si considerano davvero una forma di famiglia. 

Il valore della famiglia, infatti, trascende il legame biologico  e  giuridico. E loro “i Los de Ahi” sono un felice esempio di micro-società: sono una comunità ristretta dove si impara la cooperazione, la gestione dei conflitti e il rispetto delle regole di convivenza.

Le vite di Nuno, Munir, Dani ed Eduardo – nonostante fragilità inevitabili – sono ricche infatti di partecipazione. Tra loro c’è un bel senso di partecipazione: ci si aiuta, c’è un sacro rispetto per chi non c’è ma è stato una guida (incluse le sue cose, che in sua assenza restano sue e non diventano preda di altri), si scherza e si ha cura dell’altro se è in difficoltà. Anche quando chi ha bisogno fa fatica a riconoscerlo, chiedendo aiuto.

E poi consumano l’attesa tra una chiamata e l’altra per le consegne facendo musica, cantando, raccontandosi. Hanno una bella vitalità.

La loro attesa impaziente per il segnale di chiamata non nasce solo dal bisogno di guadagnare: è quel piacere più sottile di sentirsi chiamare, di sentirsi cercare – anche solo da un suono meccanico – che però crea l’ilusione di una sorta di contatto con l’Altro, che riconosce loro esistenza. E li fa sentire vivi. 

L’unico contatto, infatti, che riesce ad oltrepassare la cortina – e di cui tutti si inebriano – è olfattivo: è l’odore del forno che cuoce pane e dolci. Cuore alchemico della casa, l’odore del forno è il simbolo primordiale della trasformazione, del nutrimento e dell’accoglienza. E così il profumo della cottura rende per un attimo anche il loro ambiente accogliente e sicuro, evocando un gran bel senso di appartenenza.

L’effervescente drammaturgia di Claudio Tolcachir dalla provocazione poeticamente politica, racconta anche di Nuno che da poco ha avuto una bambina, che adora anche quando deve cambiarle i pannolini. I suoi amici lo portano bonariamente in giro dicendogli che quell’odore gli si attacca addosso ma lui ogni volta verifica, annusandosi, e se ha qualche dubbio tira fuori dal suo zaino deodorante e salviettine umidificate. 

Mirja è la sua ragazza, nonché mamma della loro piccolina ma, come spesso accade alle neomamme, ha difficoltà a dedicarle attenzioni. La piccola è un po’ quel “diverso” – con il quale ogni neomamma deve imparare ad entrare in relazione – che sembra succhiare via ogni istante di vita. Allo stesso tempo però una mamma che tende ad allontanarsi dalla propria figlia è considerata una madre incomprensibile: anche lei “una straniera” rispetto al cosiddetto “normale” sentire materno. 

E argutamente Tolcachir sceglie di cambiarle lingua, per rendere ancora più efficace questo distaccamento. Ma Nuno non giudica, né si perde d’animo: è sua cura essere più presente in questo momento di criticità. 

Ma nemmeno gli altri, seppur spiazzati, la giudicano. L’unica a permettersi dell’ironia è solo Susan, che essendo donna e conoscendo questa possibile crisi, in alcuni “a parte” ci confessa di sentirsi sollevata, a non essere sola. 

L’attenzione che Nuno dedica a sua figlia e a Mirja, la rivolge anche a Dani: il fattorino che cade continuamente dalla bici – mezzo che usano tutti per lavorare – avendo un problema visivo: fragilità di cui lui riesce a parlare solo con Susan, la donna con la quale convive. E che gli cura amorevolmente le sue abrasioni post caduta con lo zucchero. 

Dani suscita spesso l’irritazione di Munir perché vorrebbe sostituire la propria bici, piuttosto malandata, con quella di Edoardo, l’altro fattorino che però da giorni non si fa vivo. Munir prova un profondo rispetto per lui perché Edoardo gli ha insegnato il lavoro. E allora fa sì che la sua identità non venga sminuita solo perché al momento sembra invisibile. Ma Edoardo non tornerà e sarà Susan a prendersi cura con dolce malinconia di Munir, per aiutarlo ad accettare e ad attraversare il dolore. 

I colpi di scena non sono ancora terminati: i 4 amici perderanno il lavoro. Ma tra loro c’è quel legame che permette di sostenersi l’un l’altro. Ed è così – con la consapevolezza che dietro a ogni fine c’è sempre un nuovo inizio – che ciascuno intraprenderà un differente percorso. Tutto da scoprire. L’importante è non fermarsi: “continuiamo !”.

Gli interpreti in scena brillano in naturalezza, ritmo ed espressività: sono Nourdin Batán (Munir), Fer Fraga (Nuno), Malena Gutiérrez (Susan), Nuria Herrero (Mirja) e Gerardo Otero (Dani).

Decisamente interessante risulta la visualizzazione scenica qui restituita suggestivamente dall’anfiteatro costruito sulla discarica. Il Teatro, infatti, da sempre si dedica a lavorare sui resti, su ciò che preferiamo scartare e rimuovere gettandolo nella spazzatura dell’inconscio. 

Quelle nostre fragilità e quei traumi cioè che preferiamo non integrare con l’immagine che per tutta la vita ci impegniamo a costruire e a manutenere.

Il Teatro invece – ci ricorda Claudio Tolcachir – è la nostra casa dove possiamo trasformare la nostra immondizia, ovvero “ciò che resta” (il dolore, il ricordo, i frammenti di una storia o di una vita) in una nuova forma di conoscenza e di riflessione collettiva. 

Immondizia possono essere anche le tensioni sociali del presente, come la tensione provocata dall’immigrazione. Un naturale fenomeno sociale che – seppur incarni nella sua essenza i significati di cambiamento, globalizzazione e superamento dei confini – viene spesso percepito come una minaccia all’identità nazionale e alla sicurezza. Tanto che il migrante diventa il simbolo su cui la società proietta le proprie paure di impoverimento e di smarrimento.

E’ il timore che “ciò che è straniero” veicola entrando in una nuova comunità: tema affrontato da Tolcachir anche in “Rabia”, lo spettacolo che insieme a “Los de Ahí” dà forma al dittico che nei giorni scorsi è stato ospitato al Teatro India, riscuotendo grande partecipazione. 

Lo “straniero” rappresenta infatti quel “diverso” che facciamo fatica ad integrare, ad accogliere perché  percepito come quel qualcosa di ignoto che, solo perché non ancora conosciuto, si crede possa mettere a rischio l’identità del gruppo. Ma che invece, se non riconosciuto nella sua identità, può dare vita ad assai più pericolose degenerazioni.

E’ naturale che l’arrivo di culture “altre” solletichi la comunità ospitante ad interrogarsi sulla propria identità, sui propri valori fondanti e su cosa significhi appartenere a una specifica nazione. 

Ma la reazione può non essere solo quella di chiusura e di maggiore definizione dei confini della terra ospitante. Sono possibili ed efficaci, se ben calibrati, tentativi di integrazione che gioverebbero di molto ad un arricchimento e ad un rinnovamento di entrambe le culture che si stanno incontrando.

E il Teatro, attraverso l’esperienza artistica della compassione, aiuta a percepire “gli altri” – “quelli che stanno di là” – sorprendentemente più vicini, facendo sciogliere l’illusione di un’autosufficienza del “noi” rispetto al “loro”. 

Anche perché, simbolicamente, “straniero” non è solo il cittadino di un altro Paese. È la parte di noi stessi che ci risulta estranea e incomprensibile, e che ci spaventa. Ma che è fondamentale per comprendere la nostra identità e il nostro senso di appartenenza.

Significato meravigliosamente racchiuso in quel gesto di Susan che, per curare le ferite di Dani, mette dello zucchero per disinfettarle e farle cicatrizzare. Prendersi cura dell’Altro cioè – ci ricorda Claudio Tolcachir – è la prova che due opposti possono unirsi e convivere. 

Mettere il dolce sulla ferita racchiude, infatti, l’antico auspicio di trasformare il dolore in guarigione, o di lenire l’amarezza della vita con una cura dolce.


Recensione di Sonia Remoli

– RABIA – regia Claudio Tolcachir e Lautaro Perotti

dalla novella di Sergio Bizzio

adattamento Lautaro Perotti e Claudio Tolcachir

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TEATRO INDIA

dal 21 al 24 Maggio 2026

In quanti modi può manifestarsi il furore della rabbia? E quanti usi se ne possono fare?

Con la cifra stilistica che lo contraddistingue Claudio Tolcachir intriga e spiazza per poi intenerire fino alla commozione lo spettatore, portandolo al cospetto di manifestazioni dell’animo umano, così umane da sembrare surreali.

Questa volta è lui stesso a scendere in scena, oltre a curare la regia con Lautaro Perotti della novella omonima di Sergio Bizzio, di cui assieme a Lautaro Perotti, María García de Oteyza e Mónica Acevedo realizza anche l’adattamento.

La rabbia è un’emozione non univoca, decisamente sorprendente. Da un lato è l’archetipo del fuoco, della distruzione e della perdita del controllo in risposta a un’ingiustizia, o meglio in risposta alla percezione di un’invasione insopportabile di un confine vitaleDall’altro lato la rabbia incarna una forza vitale trasformativa, che libera e distrugge per creare un terreno fertile: per dare vita ad una nuova consapevolezza.

(ph. Lucia Romero)


In questo adattamento, il José Maria di Claudio Tolcachir si racconta in presa diretta: è il fidanzato di Rosa, una donna che lavora come domestica nella villa dei Blinder. Una coppia borghese di Buenos Aires, microcosmo sociale metafora di un’Argentina corrotta e priva di valori: decadente proprio come la villa che fa da palcoscenico alla narrazione. La novella è infatti ambientata nell’Argentina travolta dalla grave crisi economica e sociale del 2001 e descrive una società borghese arricchita ma disillusa, che fa da sfondo alle disuguaglianze e alle tensioni proprie del periodo.

Un complesso momento storico che si è trovato ad attraversare lo stesso Tolcachir che al tempo viveva a Buenos Aires. E che per reazione, per trasformare cioè la precarietà e l’isolamento in opportunità creativa, sceglie di dare forma, insieme alla sua compagnia, ad uno spazio indipendente di resistenza e di creatività. Fondando un proprio movimento culturale: il Teatro Timbre 4. La sede originaria non era un teatro tradizionale, ma la casa stessa di Tolcachir nel quartiere di Boedo, dotata di una sala allestita in fondo al patio. In un momento in cui il Paese si sgretolava, il teatro ha rappresentato un rifugio, uno strumento di aggregazione sociale e un’occasione per raccontare quell’umanità più fragile e invisibile, lasciata ai margini dalla crisi.

Quell’umanità di cui José Maria è un rappresentante.

Tornando allora alla narrazione, un giorno – dopo un’esplosione di rabbia che lo portò a reagire esageratamente verso un’ingiustizia in ambito lavorativo – José Maria senza farsi notare da nessuno (neanche dalla stessa Rosa) decide di insinuarsi nei meandri della villa e di rimanervi segretamente nascosco per tre anni. Questa invasione clandestina della villa è il suo modo di ribellarsi e di negoziare il prezzo di un’ingiustizia da lui arrecata, a fronte di un’ingiustizia sociale che è costretto a subire.

E così, dimenticato dalla società che lo considera invisibile nei suoi diritti, proprio da invisibile si esilia dalla società per trovare segreto asilo nelle parti (anche loro) dimenticate, e quindi in disuso, della villa. Scegliendo però di mantenere un contatto, a senso unico, esclusivamente con l’amata Rosa, che lavora e abita in questa villa.

In effetti José Maria riesce a dare forma, in questa sua vita parallela, ad una certa vita erotica con Rosa. Spiandola segretamente, si sente infatti comunque a lei vicino, seppur separato da un muro di segreti che lo esclude dalla vita reale.

Carico della sua rabbia, che a differenza della tristezza non svuota ma sostiene, José Maria per tre anni “resiste” inventandosi un nuovo modo di vivere senza farsi notare. E, a suo modo, paradossalmente, in questa casa trova anche un qualche conforto familiare: una sorta di rifugio esistenziale e un surrogato di affetti.

Ma la realtà esplosiva dei propri desideri repressi – che parlano di un disperato bisogno di contatto, indispensabile per essere riconosciuto nella propria identità – si farà sentire ancora, quando il silenzio e la finzione risulteranno insostenibili. Proverà anche, Josè Maria, a stabilire un contatto e quindi a socializzare e a farsi accogliere nel consorzio vitale dei topi, con i quali si ritrova a condividere gli spazi abbandonati della villa. Animale tra animali.

Ma anche qui, in questo consorzio, le cose non vanno meglio. La loro rabbia non è meno distruttiva di quella degli uomini. Infatti anche i topi con i quali José Maria si trova a dover coabitare nel buio della soffitta, lo attaccano: anche loro animali disprezzati che vivono nell’ombra. La loro è la reazione rabbiosa dell’emarginato, del represso, che se minacciato scatena una reazione sproporzionata e vendicativa.

Sembrerebbe allora che la massima difficoltà dello stare al mondo, generalmente inteso, sia proprio quella di integrare “il diverso” con “il simile”. Quel perturbante capace di far riaffiorare contenuti inconsci rimossi e credenze primitive superate. Quel brivido che proviamo quando ciò che dovrebbe restare nascosto, torna alla luce (come ben visualizzato dal disegno luci di Juan Gómez-Cornejo).

La scena sa rendere con magnifico simbolismo lo spazio non solo fisico (quello della villa) ma anche quello della mente del protagonista: la cura delle scene è di Emilio Valenzuela. E’ infatti uno spazio restituito da una scala, che ci si dà in varie prospettive, proprio come la mente di José Maria quando viene sollecitata da qualcosa di perturbante.

Più di ogni altra cosa – ci confida José Maria – a intimorirlo e insieme ad affascinarlo è il modo in cui i suoni penetrino in casa. Sua priorità è proprio quella di evitare, o di frammentare in piccole parti, i rumori che potrebbero rivelare la sua presenza. Anche i rumori, infatti, sono reazioni a determinati “contatti” che lui, in questa sua vita parallela, si sta imponendo di non avere.

E così, con eleganza sobria e riservata, in una seconda pelle grigio topo, il Josè Maria di Tolcachir penetra dentro e fuori di sè, temendo di essere intercettato anche attraverso contatti di luce, suggestivamente resi da un disegno luci calibratissimo. 

I suoi occhi sono ora le sue orecchie: sono loro che gli restituiscono la misura della sicurezza del muoversi vitale.  Nel suo spiare acustico segue tutto quello che avviene nella villa, incluso ogni momento di intimità di Rosa. Ed è così che un giorno si accorge di come lei cada preda del desiderio violento del figlio dei due coniugi padroni della villa.

Un evento che fa eruttare la sua rabbia incontrollata, accecata dal desiderio di dominare, annientare e incorporare il violentatore in un atto di sottomissione definitivo.

Dalla violenza subita da Rosa nascerà un figlio, che Josè Maria non farà alcuna fatica ad accettare come suo, teneramente seguendolo ogni giorno per rubare qualche attimo solo con lui, approfittando dei momenti in cui Rosa è costretta a spostarsi di stanza per le pulizie. 

Ma la storia di Josè Maria non finisce qui: ad attendere lo spettatore c’è un finale terribile eppure dolce.

La performance di Claudio Tolcachir è straordinaria. Lui sa farsi corpo disponibile ad accogliere l’intero spettro, perversamente emotivo, da cui la rabbia di José Maria è abitato.

Una disponibilità, quella di Tolcachir, piena di grazia. Colma di quella compassione che – lungi dall’essere semplice pietà o debolezza emotiva – è espressione di una interconnessione esistenziale che riconosce come la sofferenza e la fragilità appartengano a tutti gli esseri umani. Una disponibilità, la sua, che è espressione del coraggio di non distogliere lo sguardo di fronte al dolore altrui, trasformando l’empatia in un desiderio attivo di conoscenza e di autoconoscenza.

E lo spettatore, come ogni volta al termine del viaggio sentimentale affrontato partecipando ai suoi spettacoli, si sorprende del sentire affiorare in sè quel disarmante senso di tenerezza, segno di vulnerabilità condivisa.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione LE NOTTI BIANCHE – regia Lucia Rocco

di Fëdor Dostoevskij

adattamento Lucia Rocco

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TEATRO TORLONIA

21 Maggio – 7 Giugno 2026


Cosa mi manca?”


Con questa domanda si apre il raffinato adattamento di Lucia Rocco a Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij.

Il suo Sognatore in primis è un uomo che s’interroga.

Perché la domanda – veicolando il desiderio di costruire una relazione con l’altro (fuori o dentro di noi) – svela la dimensione emotiva di chi si interroga: qualcuno che è alla ricerca non tanto di risposte ma di potersi aprire a nuovi orizzonti.

L’efficace Sognatore di Paolo Cresta ancora non lo sa – perché sarà il dirompente entrare in contatto con la vibrante Nasten’ka di Francesca Piccolo a renderlo consapevole – ma interrogandosi sta cercando non di colmare un vuoto, ma di metterlo in moto. Per scoprire come si accende quel desiderare che permette di lasciare libero l’altro di scegliere. 

(ph. Manuela Giusto)


Un desiderare che rende ricchi nel contribuire a sostenere le scelte dell’altro, anche quando queste scelte non sono indirizzate su di noi. 

Un desiderare che non si chiude nel rapporto a due, ma che erotizza lo sguardo sul mondo. E che resta. Anche dopo la fine del rapporto. 

E’ questa particolare inclinazione verso l’altro a provocare l’incanto di “attimi di beatitudine”. Perché l’incanto è  legato alla trasmutazione del reale attraverso quella meraviglia che eleva lo spirito dalla quotidianità.

Le stesse notti bianche – che fanno, non tanto da sfondo, quanto da crogiolo metaforico alla narrazione dostojeskjiana – si originano da una particolare inclinazione dell’asse terrestre rispetto al piano dell’orbita intorno al Sole. 

Inclinazione che provoca il fenomeno per cui il Sole, non scendendo mai abbastanza sotto l’orizzonte, impedisce il buio completo. Lasciando così il cielo in una condizione di penombra continua. 

Inclinazione assai suggestivamente restituita, qui, da una scena le cui pareti sono abitate da un insolito equilibrio di forze, che rimanda allo spettatore la sensazione sotterranea di un erompente desiderio di trasformazione. La cura delle scene è di Francesca Tunno; la realizzazione è opera del Laboratorio scenotecnico del Teatro di Roma.

E’ infatti dentro un‘alchemica architettura di stati liminari – tra giorno e notte; tra il sé e l’altro da sè; tra desiderio immaginifico e impegno reale; tra dimensione conscia e dimensione inconscia – che Dostoevskij dona forma a questo meraviglioso romanzo sentimentale, specchio delle ansie e dei desideri di una società in attesa di confrontarsi con una dirompente primavera. 

Condizione esistenziale ben incarnata dalla scelta stilistica di utilizzare prevalentemente la forma dialogica. La quale – attraversando le dinamiche amorose esplorate nel romanzo sentimentale – arriva a confrontarsi con conflitti universali quali: l’affermazione dell’individuo contro le convenzioni sociali; la ricerca di autenticità e l’integrazione tra ragione e passione; il passaggio dalla giovinezza alla maturità. 

(ph. Manuela Giusto)


Protagonista principale di questa trasformazione è un giovane 26enne, rappresentante dell’archetipo dell’ “Uomo superfluo”. Non ha un nome proprio: è Il Sognatore. Un “tipo” di intellettuale della Russia degli anni 30-40 del 1800 nel quale si include, almeno fino ad un certo periodo, lo stesso Dostoevskij. 

Un giovane uomo, Il Sognatore, per il quale Dostoevskij immagina e auspica una trasformazione: come è accaduto a lui. Una trasformazione ferocemente fertile come la primavera, dirompente come l’energia spesso incontrollabile dell’amore. Un passaggio quindi dallo stato di quiete ad una vitalità estrema: una forma di sovvertimento degli equilibri e quindi una rivoluzione vitale, così negata e troppo poco cercata dagli intellettuali immersi nel contesto politico russo del periodo. 

I quali, privi di libertà di espressione e delusi dalla realtà sociale, come reazione all’asfissiante regime autocratico dello Zar Nicola I, trovano rifugio nell’isolamento, nella letteratura e nell’idealismo romantico.

Non è un caso che Le notti bianche esca sulla rivista “Quaderni patriottici”.

Assai suggestivamente, qui in scena, questa reazione d’isolamento viene restituita dalle proiezioni video di Alessandro Papa che – abitate da un continuum trasformativo di angoli di luce e di ombra – parlano di confine, di scelta. Ma anche di ricerca di relazione con un centro. 

E le proiezioni di Alessandro Papa – con la complicità del disegno luci di Massimo Munalli – ben ci immergono in una bidimensionalità dai colori puri, che ci parla anche del bisogno di emozioni immediate, di relazione, di contatto, oltre che di isolamento. La prima risposta, infatti, che il Sognatore si dà cercando di analizzare il suo senso di angoscia, allude al terrore che tutti si allontanino da lui. Prova che, alla reazione a rifugiarsi all’angolo della vita politica, si associa l’angoscia di restare confinati nell’angolo, cioè esclusi dallo sguardo e dall’interesse dell’altro. Contatto che ci fa esistere, che ci dà la prova di esistere.

Acutamente quindi la regia di Lucia Rocco fa sì che questa acuminata geometria scenica “s’incontri” con le linee morbide di una panchina. Spazio pubblico incline alla socializzazione, che ospiterà l’esplosivo incontro tra lui e lei: Il Sognatore e Nasten’ka.

(ph. Manuela Giusto)


Un incontro che inizialmente avviene su un ponte: luogo per eccellenza della transizione, archetipo del cambiamento e della riconciliazione, che connette due sponde altrimenti separate. 

“Perché tremate?” – è la prima domanda che lei (una penetrante Francesca Piccolo) gli rivolge, una volta calmatasi la concitazione per lo scampato pericolo di aggressione, da cui la salva Il Sognatore.

E lei, che in lui a qualche livello si specchia, sente nel suo tremare la vulnerabilità propria dell’incontro con l’ignoto, con il sacro: con la perdita di controllo dell’ Io di fronte a forze soverchianti che aprono ad un nuovo orizzonte. E nel rendere il deflagrante e buffo passaggio di stato da un’emozione all’altra, la sensibilità interpretativa di Paolo Cresta è davvero sorprendente.

E questo il primo segnale di una nuova e dirompente primavera.

Quella primavera che Il Sognatore aspettava e che nelle ore precedenti aveva iniziato a manifestarsi attraverso il varco dei confini del suo solito e ossessivo percorso cittadino. Un’insolita inclinazione, questa, che a tarda notte torna a manifestarsi attraverso il suo spingersi fisicamente intimo verso una donna, sola, in lacrime, preda di un aggressore.

Quella primavera che sgorga dalle lacrime e dalla risata di lei: magnifico collante relazionale, capace di comunicare complicità. 

(ph. Manuela Giusto)


E la reazione del Sognatore non si fa attendere: è un primo incendio. 

Anche questo lei aveva intuito in lui – “siete polvere che prende fuoco in un attimo”. “Ma siete nemico di voi stesso !”.

“Che tipo di persona siete?”. 

Lui – lasciandosi invadere da questa domanda – osa maldestramente, si sporge intrepidamente e le rivela di essere “un tipo” (di appartenere cioè ad una categoria indifferenziata), “un uomo ridicolo”, “originale” (lontano dalla normalità: un sognatore che vive in un angolo).

E allora lei, anche per allontanarlo dal suo fare solitario, lo introduce a un patto paradossale: “non dovete innamorarvi di me”. Che comunque è un loro rito, e quindi qualcosa che va oltre il mero accordo. Anzi, a suo modo, è un vincolo di fiducia che trasforma la promessa in un’identità condivisa.

E’ una primavera destinata a fluire e a ricominciare. Ancora.

Ora lei sente che può raccontarsi a lui. E  gli rivela che a suo modo ha vissuto un’esperienza molto simile alla sua di sognatore: anche lei è stata mutilata nella sua esuberanza vitale. Non da frangenti socio-politici ma da frangenti familiari, comunque prima forma di società civile.

(ph. Manuela Giusto)


Ed è meraviglioso come la regia di Lucia Rocco – valorizzata dalle suggestioni sonore di Ran Bagno in sinergia alle suggestioni armoniche di Lea Giammattei – abbia immaginato e restituito questa forma traumatica di negata esuberanza vitale, decisamene iper protettiva. La immagina cioè – con l’elegante complicità di Francesca Piccolo – come la ballerina di un carillon: bloccata meccanicamente nei suoi spostamenti spaziali.

E sebbene poi Nasten’ka tornerà a legarsi all’uomo (qui interpretato da Andrea Codognato) che stava aspettando da un anno e che quella sera in cui il Sognatore la incontra lei stava aspettando in quanto giorno del suo possibile ritorno – la primavera attivata nel Sognatore resta. 

E come la pioggia che suggella il mattino successivo alla notte quarta – in cui i due si lasciano per unirsi in realtà in un nuovo patto che non esclude nessuno – scendendo dal cielo feconda la terra e permette alla natura di germogliare, così le lacrime del Sognatore inaugurano una nuova primavera. Che ogni anno si rinnoverà grazie a ciò che resta di questa esperienza di “attimi di beatitudine” relazionale. Essendo il Sognatore oramai entrato in un ciclo che ogni volta si rinnova, e che ogni volta chiede adattabilità al mutamento.

Lucia Roccco


Un adattamento e una regia – questi di Lucia Rocco – che intensificano l’invito tutto dostoevskijano a incuriosirsi del meraviglioso mistero rappresentato dal nostro stare al mondo. Come già a 18 anni Dostoevskij dichiara in una lettera al padre del 16 agosto 1839:

“L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo”. 

Uno spettacolo andato in scena in prima nazionale al Teatro Torlonia

e

prodotto da Teatro di Roma – Teatro Nazionale.


Recensione di Sonia Remoli

– SISTEMA NERVOSO – di e con Leonardo Capuano

TEATRO LE MASCHERE

15 e 16 Maggio 2026

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Rassegna Serale CON#tatto


Dopo aver esplorato con poetica comicità le inquietanti dinamiche insite nelle relazioni della prima forma di società civile, ovvero il microcosmo familiare (vedi gli spettacoli Pasticceri: Io e mio fratello Roberto e Elettrocardiodramma ), qui in Sistema Nervoso lo sguardo brillante e acuminato dell’autore, regista e performer Leonardo Capuano si allarga all’analisi macrocosmica delle perverse dinamiche insite nel rapporto tra individuo e sistema esterno.

Leonardo Capuano


Il focus dell’analisi resta sempre quello del pensare in maniera non lineare il rapporto tra corpo e sintomo: perché il corpo non chiede una sostanza, ma una trasformazione di stato. Se cambia il sistema, cambia il modo in cui il corpo si organizza.

Il sistema nervoso umano, ad esempio, interpreta il contatto fisico come l’informazione base sulla quale costruire una memoria. Il tatto infatti è la prima forma di linguaggio ed è capace di donarci la conferma della nostra esistenza grazie alla percezione dell’altro.

Non a caso Capuano fa iniziare questa sua drammaturgia con l’urlo silenzioso, ma non meno disperato, di un uomo solo, privato del conforto di un sistema di contatti. Un uomo che ci si offre steso, ripiegato su un fianco, consapevole di poter trovare una conferma tattile solo attraverso “la pelle” del suo tavolo.

L’uomo non ha un nome – perché tutti li può contenere – ed è ossessionato dal senso di vuoto che gli procura vivere. E questo perchè il suo sistema nervoso nel cogliere, tradurre ed elaborare gli stimoli del sistema nervoso globale con cui entra in contatto, non ne ricava nulla di davvero soddisfacente e realizzante.

“Ho corso tutto il giorno come un pazzo e non mi sono mosso di un millimetro”…

Dov’è finito tutto, chi l’ha rubato?” 

Un interrogativo che lui finisce per sottoporre al confronto delle aree della sua mente – oramai le uniche presenze che riesce a “contattare” – alle quali, nel suo lucido delirare, attribuisce una sorta di identità tattile: “Scimmia “ e “Sassofonista” rendono diverse aree dell’ es;  “Capitano”, “Direttore” e “Medico” il Super io.

“Tutto dipende dalle circostanze”: questa è la conclusione a cui arrivano. Ovvero tutto dipende dal sistema nervoso globale. Perché il sistema nervoso individuale può pure far bene il suo lavoro di “ponte” tra esterno e interno, ma se “le circostanze globali” sono poco nutrienti, cioè non restituiscono valore alla diversa unicità del singolo individuo, il risultato – o meglio “il contatto” – che ne deriva è mortificante.

Ma mai abbattersi troppo – si dicono. Dopo essere sprofondati sul fondo, occorre risalire. E l’invito-testimonianza del personaggio di Capuano è: allora “tieni il tempo!”. Un guizzo di geniale creatività che con sapiente leggerezza rivela come si può contattare il ritmo della pelle del tempo. E non solo quello musicale. Contatto molto più energizzante di quello restituito dalla superficie del bordo del tavolo, che tuttavia – contagiato da questa nuova prospettiva – viene rivitalizzato quale oggetto di scena dalle insospettabili sorprese funzionali e relazionali.

E’ possibile quindi reagire a “circostanze globali” mortificanti. E per convincersi dell’efficacia di questo nuovo atteggiamento vitale, basta osservare l’effetto che produce sul personaggio di Capuano: guardandolo non si può non sentire come nel “tenere il ritmo” sia perfettamente in sintonia con se stesso. Il suo stesso corpo cambia divenendo sensualmente vitale, musicale.

E allora – continua – “teniamo il tempo per tutto il tempo che serve: finché non riusciamo a muoverci a tempo. Anche tutto il giorno, se serve”.  E se gli altri ci domandano cosa stiamo facendo – non vedendoci correre dietro al tempo, evaporandoci dentro – rispondiamo consapevolmente: “tengo il tempo!”. 

E non bisogna credere all’altro – dentro e fuori di noi – quando ci dice che “non ci vede” (e quindi non ci rimanda la conferma del nostro valore): lo dice infatti solo se “non ci può vedere, cioè se non ci può soffrire.”

Resta inevitabile però che la conferma da parte dell’altro sia necessaria, vitale. E’ importante infatti per capire anche “chi gestisce il nemico, chi lo smista”. Ma soprattutto per “prestarci soccorso reciproco”. Per essere umanamente – e non commercialmente – utili a qualcuno. Per prestarci – senza comprarlo – sollievo.

Perché è forte l’inclinazione, tutta umana, a ossessionarsi sulla paura di quello che eventualmente ci aspetta dietro l’angolo. Una paura di cui noi spesso non siamo consapevoli, a differenza invece di chi sa che questa inclinazione umana può risultare molto utile per manipolarci. 

E allora, con fecondo paradosso, l’uomo in scena ci provoca così: “e se diventassimo noi il pericolo?”. Se cioè anziché uniformarci alla massa, illudendoci di riceverne in cambio una qualche forma di sicurezza, “ci sparpagliassimo”?

Potrebbe risultare difficile. Ma, in fondo – continua l’uomo in scena :  “cosa c’è di meglio di un bel cancello davanti a te, che si apre e tu entri ?”. E non importa se  capitano fallimenti: l’importante è continuare ad aprire un cancello dietro l’altro. E, nel farlo, diventare fra noi amici: “per sopportare insieme l’insopportabile”. Proprio come fa un sistema nervoso sano, che si esprime attraverso “una risposta integrata” ai segnali che provengono dal nostro corpo e dall’ambiente che ci circonda.

Perché ciò che regala forma e senso al nostro stare al mondo, è “incontrarsi”. Entrare in contatto l’uno con l’altro.

Una drammaturgia davvero spiazzante e piena di energia, questa di Leonardo Capuano. Trasversale: leggibilissima a vari livelli, tutti emozionanti. Ma soprattutto stimolanti. Perché l’uomo che Leonardo Capuano manda in scena è una sorta di archetipo della nostra condizione esistenziale moderna e contemporanea. Un archetipo che in quanto tale non si limita a descrivere concetti astratti ma sa tradurre istinti, paure e desideri in immagini e narrazioni vive, capaci di parlare direttamente al cuore, senza mediazioni razionali. 

Complice della sapientemente arguta drammaturgia, una capacità interpretativa poeticamente vibrante, tenera e feroce, disorientante eppure capace di trascinare in profondità lo spettatore dentro un possibile nuovo orientamento esistenziale. 

Uno spettacolo – ambientato suggestivamente in paesaggi di sottotesti e di controluce emotivi – avvincente e pieno di ritmo anche nei momenti più drammatici. Capace di risintonizzare corpo e mente per un nuovo avvio. Per un nuovo “contatto”.

Una produzione Compagnia Orsini.


Prossimi spettacoli della Rassegna serale CON#tatto:


Recensione di Sonia Remoli

-CASANOVA- regia Fabio Condemi

di Fabrizio Sinisi

liberamente ispirato a Storia della mia vita di Giacomo Casanova

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TEATRO VASCELLO

dal 13 al 17 Maggio 2026


Affronta le ombre dell’oscurità attraverso il rito della luce. Complice il richiamo delle campane.  Si muove sulla soglia con prudente eleganza, indossato dalla sua preziosa vestaglia di broccato, confine fluido tra il sonno e la veglia, tra la dimensione privata e la dimensione pubblica. Sa cosa cercare quando si avvicina alla sua biblioteca. Ma poi si lascia tentare da un peccato di gola. 

E’ il Casanova di un ancora fascinoso Sandro Lombardi che – dopo l’ennesimo esilio da Venezia, umiliato e in cerca di stabilità economica – vive nel Castello di Dux in Boemia, dove accetta un lavoro da bibliotecario, offertogli dal Conte di Waldstein. Un lavoro da custode geloso della memoria e del sapere. 

Casanova vive questi suoi ultimi anni scrivendo – e quindi anche custodendo e organizzando – la sua memoria biografica. Ma, arrivato alla compilazione del settimo volume, succede qualcosa di diverso. 

La memoria viene meno, non si lascia contattare: come se avesse iniziato a parlare un’altra lingua, diversa, a lui incomprensibile. Come quel dannato tedesco che lì a corte tutti parlano tranne lui. E così, esiliato anche dal rapporto con il suo presente a causa di una lingua barbara, resta nevroticamente intrappolato in una sorta di inferno, dove “non riceve mai quello che chiede”.

Ci vorrebbe un altro tipo di bibliotecario: meno geloso, meno custode. Qualcuno che riesca a muoversi nel caos di “una diversa” forma di lingua, di memoria. Casanova a qualche livello lo sa –“non mi convince ma mi affascina“ – e convoca allora da Parigi un medico esperto di mesmerismo: un approccio medico seducente che mescola storia, esoterismo e psicologia. Proprio nell’Età dei Lumi. Una teoria medica che attribuisce la causa delle malattie al blocco di un fluido corporeo, proponendo di scioglierlo tramite “influssi magnetici” e ipnosi.

Franz Anton Mesmer (1734-1815) – celebre medico viennese, di quando Vienna era una delle grandi capitali del mondo, ovvero la Vienna di Maria Teresa e di Haydn – inventore di questo metodo, studiò a lungo l’opera di Paracelso, medico del Cinquecento, che sosteneva che le cause e i rimedi delle malattie vanno cercati nelle forze dell’universo, perché sono loro a influire sulle nostre condizioni fisiche. Tra queste forze che legano il macrocosmo al nostro microcosmo umano Mesmer individuò il magnetismo, immaginandolo come un fluido sottile e invisibile emanato non solo dalla calamita, ma anche dal proprio corpo (o da quello di persone che ne risultassero particolarmente cariche) e con il quale sosteneva di poter curare vari disturbi.

Mesmer, di spalle, durante una seduta di terapia a Parigi attorno a un grande baquet magnetico a forma di ellisse

(Foto: Alamy / Aci)


Nelle illuminate corti settecentesche era diventato molto di moda il mesmerismo e, effettivamente, le sedute qualche effetto lo avevano su chi riceveva questo trattamento. Mesmer fu in effetti un pioniere nell’individuare la possibilità di una diversa relazione con la persona malata e con la sua esperienza della cura. Inoltre, le sue osservazioni riguardanti un certo tipo di sonno magnetico che lui induceva, fornirono una base per i successivi sviluppi dell’ipnosi.

D’altra parte Casanova vive in un secolo decisamente complesso e, in quanto tale, affascinante.

E’ il secolo di Kant (1724-1804) e della differenza tra “fenomeno” (la realtà come ci appare organizzata dalle strutture della nostra mente) e “noumeno” (la realtà vera, indipendente dalla nostra percezione, che rimane inconoscibile). 

E’ il secolo del terremoto di Lisbona (1755), accompagnato da un incendio e da uno tsunami. Non solo una catastrofe naturale, ma un vero e proprio evento traumatico collettivo che scosse le fondamenta intellettuali, religiose e filosofiche dell’Europa del XVIII secolo. Un disastro che mise in crisi la filosofia teodicea e l’ottimismo razionalista, in particolare quello di Leibniz, che sosteneva vivessimo nel “migliore dei mondi possibili”.

Voltaire – presenza rievocata qui in scena (e interpretata da un efficace Alberto Marcello) – divenne il portavoce dello shock europeo, scrivendo il Poema sul disastro di Lisbona (1756) e il celebre romanzo Candido o l’ottimismo (1759). Opere, dove attaccò l’idea che la sofferenza avesse un senso provvidenziale, chiedendosi perché innocenti (e bambini) dovessero morire in modo così orribile. Un terremoto, quello del 1755, che ha costretto la generazione dei Lumi a confrontarsi con l’irrazionalità e l’imprevedibilità della natura, ponendo le basi per un nuovo approccio alla vita, alla sofferenza e alla scienza.

E’ il secolo però anche dell’introduzione delle macchine e della prima rivoluzione industriale (1760), eventi che ebbero un impatto dirompente sulla coscienza della società, ponendo le basi per una mentalità moderna basata su produttività ed efficienza.

E’ il secolo del primo volo a bordo di una mongolfiera (1783) che rappresentò la concretizzazione fisica dei sogni illuministi di progresso e di dominio della natura attraverso la ragione. Così come la sfida dell’ignoto da parte dei primi aeronauti contribuì ad alimentare un senso di ammirazione per lo spirito d’avventura umano.

E’ il secolo della Rivoluzione Francese (1789-1799) che ebbe un impatto dirompente sulla coscienza sociale del Settecento, trasformando radicalmente il modo in cui le persone percepivano il potere, i diritti e la propria posizione nella società. Fu un vero e proprio shock nella coscienza europea, in quanto sostituì l’idea di una società statica e gerarchica con quella di una società dinamica, fondata sui diritti individuali e sulla partecipazione politica.

Casanova si trova ad attraversare e ad essere testimone nell’arco della sua vita (1725 al 1798) di tutte queste sconvolgenti e fertili contraddizioni, che fanno di lui una coscienza che non si accontenta e indaga le sfumature della realtà, dell’arte e della scienza. Una coscienza, la sua, che nonostante una stabilità precaria, cerca comunque un nuovo orientamento. E’ questa sua energia eccedente, che impedisce il suo totale chiudersi su se stesso.

Casanova sente infatti che ha bisogno di essere aiutato da qualcuno – come “un vecchio amico o un compagno di scena” – che lo porti “a volare” oltre quei confini della sua coscienza che lui, da solo, non riesce a varcare. Ha bisogno di un medico mesmerico. Ed è questa particolare tipologia di medico che sta aspettando ora, in scena. 

Con fascinosa perspicacia la sinergia artistica tra il drammaturgo Fabrizio Sinisi e il regista Fabio Condemi immagina allora di rendere forma drammaturgica la sessione di mesmerismo, così da visualizzare suggestivamente le fertili contraddizioni che convivono nell’uomo che ha dato accoglienza a innumerevoli identità. La sua vita fu un susseguirsi di fughe, intrighi, travestimenti: avventuriero, amante, giocatore d’azzardo, latitante, soldato di ventura, filosofo, scrittore, diplomatico, studiò diritto, fu matematico, scrisse saggi su scienza ed economia, si occupò di spionaggio.

Fu un acuto osservatore della società del suo tempo, quella società che desiderava incantare. Ma fu anche un acuto osservatore di se stesso: un uomo che alla fine del suo tempo è ancora interessato alla ricerca di se stesso. Tanto che sul limitar della sua vita sente e accoglie la spinta di avventurarsi ad indagare il più grande mistero dell’esistenza: la memoria, la psiche.

Il medico mesmerista (interpretato in scena da un rigorosamente magnetico Marco Cavalcoli) accompagna allora Casanova in un viaggio onirico tra le sue memorie più nascoste – irraggiungibili alla razionalità logica perché depositate in aree diverse da quella dell’io – per scoprire cosa accade nel suo teatro dell’inconscio. 

E’ “un volo”, questo, che chiede fiducia, che va affrontato “a occhi chiusi”, o meglio con gli occhi del sentire. Occorre salpare dal controllo razionale per poter incontrare una nuova terra, una razionalità onirica, fuori dai principi della logica. Una lingua nuova: che si dà per frammenti dell’io, per immagini, che mirabilmente gli occhi del Casanova di Sandro Lombardi riescono a proiettare su di noi. Ed è incanto.

E’ in questa nuova dimensione che arriva a Casanova – prendendo forma dallo sciabordio dell’acqua – la memoria di un antico trauma: un episodio di epistassi, che riporta in scena un piccolo Casanova (un talentuosissimo Edoardo Matteo).

(ph. Luce Del Pia)


Un’epistassi, comunemente nota come “sangue dal naso”, che pur essendo un evento di natura medica legato alla fragilità capillare o a fattori ambientali, può rivelare, in una prospettiva simbolica, significati legati a emozioni, ad una richiesta di attenzione.

Ma in questa nuova area frammentata della psiche tutto scorre, si sovrappone, fluisce, si arresta, ritorna. Così come, con stile accattivante, viene visualizzato dalla concertazione tra la drammaturgia della scena e dell’immagine curata da Fabio Cherstich; il disegno luci di Giulia Pastore; le musiche e il sound design di Andrea Gianessi. Una sinergia che riesce a riprodurre la continua trasformazione del paesaggio psichico di Casanova.

E così dal trauma dell’epistassi, si passa all’eros di un altro ricordo traumatico: l’abbandono del più grande amore della sua vita. Henriette: donna intellettualmente a lui complice e assai appassionata (qui in scena una Simona De Leo dall’aura seducentemente enigmatica).

Ricordo che lascia il passo a quello vissuto nella prigione dei Piombi assieme al monaco barnabita Padre Marino Balbi (qui in scena interpretato da un interessante Marco Cavalcoli, divinamente grato e umanamente gaudente) con il quale condivise la detenzione e il piano di fuga.

(ph. Luca Del Pia)


E poi ecco l’imbarazzo per  il rapporto poco onesto con la finanziatrice, protettrice e cliente esoterica frequentata durante il suo soggiorno parigino, in particolare nel periodo post-fuga dai Piombi: la marchesa Jeanne de Durfé ( in scena una meravigliosa Betti Pedrazzi).

(ph. Luca Del Pia)


E  ancora, continua ad emergere lo sconcerto per il terremoto di Lisbona, descritto dallo stesso Voltaire (qui di Alberto Marcello).

(ph. Luca Del Pia)


E poi quella frase che torna senza cancellarsi: “Dimenticherai anche Henriette”. Forse perchè, come ricorda Fabrizio Sinisi nelle sue note di drammaturgia, “soltanto quel che non cessa di dolorare resta nella memoria” citando il Nietzsche della “Genealogia della morale” (1887).

(ph. Luca Del Pia)


Tutto si sblocca, tutto fluisce attraverso questa nuova dimensione mentale che non ha fretta di capire, perché “le verità sono scritte in forma di enigmi e gli enigmi vanno intesi in forma allegorica, non lineare”. 

Ma il medico stabilisce che il tempo è finito e che ora si può tornare ad aprire gli occhi. 

(ph. Luca Del Pia)


Resta la sensazione di come sia diverso “il cercare di non morire, dal cercare di vivere”. Di come ricordare i propri successi per inserirli in una memoria biografica non sia più interessante del raccontare e condividere le proprie fragilità.

Perché si può rincominciare. Sempre. Anche quando tutto cambia. Anche quando ci sembra di non avere più un “nostro” posto, perché tutte le precedenti certezze sono state stravolte. Anche dopo la morte. A teatro si può. 

(ph. Luca Del Pia)


Uno spettacolo che brilla di sapiente cura e fertile ricerca in ogni sua componente, per raggiungere picchi di eccellenza nell’interpretazione di Sandro Lombardi. 

Lo spettacolo è una produzione LAC Lugano Arte e Cultura, in coproduzione con Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale, TPE Teatro Piemonte Europa, Compagnia Lombardi Tiezzi, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello


Recensione di Sonia Remoli

– PRIMA DEL TEMPORALE – con Umberto Orsini – regia Massimo Popolizio

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TEATRO ARGENTINA

dal 5 al 10 Maggio 2026

E’ inverno: una stagione della vita che parla di introspezione. E di promessa di rinascita. 

Soffia vento e crepitano tuoni fuori dal camerino di un teatro – luogo dell’animo oltre che luogo scenico – nel quale un attore sceglie di rifugiarsi, “prima” dell’inizio della sua ultima replica dello spettacolo “Il temporale” di August Strindberg.

Sebbene solitamente abitato da attese frementi, questa volta il camerino accoglie un attore che non ha alcuna ansia di gettarsi alla ribalta. Preferisce altro: qualcosa che ancora non sa, ma che ha interesse a conoscere. 

Ha paura. Ha paura dell’approssimarsi della fine. E sceglie di accoglierla lì in casa: nel camerino del teatro. Nel suo “teatro da camera” strindberghiano. 

L’acuta cura delle scene di Marco Rossi e Francesca Sgariboldi fa sì che il grigiore delle pareti del camerino trovi alimento da una pavimentazione ancora verde. Ancora vitale.

L’attore è lì e attende una fine metaforica, necessaria e propedeutica ad una nuova rinascita. 
E si dà ospitale: come un albero. La sua è una postura aperta, anzi spalancata, come un solstizio d’inverno: il culmine delle tenebre ma anche il circolare inizio del ritorno della luce.

E’ inquieto, ma disponibile ad accogliere quella carica di forte trasformazione che sente arrivare.

L’accurata regia di Massimo Popolizio dona a Umberto Orsini la possibilità di rivivere la bellezza dirompente del caos necessario al preludio di ogni rinnovamento. E’ lui, Orsini, l’attore dal vitalismo vibrantemente naturale che qui, in scena, si racconta con stupefacente freschezza fisica e metafisica.



E una sorta di temporale, in effetti, irrompe nel camerino scatenato dall’incontro con un libro. Un libro intimamente legato alla sua vita, che misteriosamente qualcuno gli fa recapitare, lasciandolo sul tavolo del suo camerino.

Umberto Orsini inizia allora, come un albero, a spogliarsi: il suo raccontare e’ come un lasciar che si stacchino foglie di ricordi, che registicamente Popolizio rende attraverso lo sfoglio delle pagine del libro appena ricevuto. Ricordi, legati agli incontri più importanti della vita percorsa da Orsini fino ad ora. 

Perché sono certi incontri particolarmente significativi a far sì che la nostra vita assuma una forma, continuamente modellata dal susseguirsi di altri incontri speciali.

Il biglietto anonimo che accompagna il libro dice: “Per Umberto, il ragazzo che non si ferma mai” ed il libro è proprio il “suo” libro: quello tanto amato da ragazzo. Letto e riletto varie volte. Proprio perché, ieri come ora, da questo libro Orsini “è letto nel profondo”.

(ph. Claudia Pajewski)


E’ grazie al nuovo incontro con questo libro, e alle emozioni tempestose che ne conseguono, che può scatenarsi uno scroscio di ricordi che la regia di Popolizio ci permette di “vedere con i suoi occhi”: quelli di Orsini (la cura dei video è di Lorenzo Letizia).

Il libro è “Dove corri Sammy” di Budd Schulberg: un piccolo romanzo che esplora l’ambiente competitivo e spesso privo di etica di Hollywood, durante la sua epoca d’oro. Per il giovane Orsini – che lo ricevette in dono da Romolo Valli, che aveva notato il suo forte desiderio di arrivare e glielo aveva consegnato con affetto e con ironia – è una sorta di romanzo di formazione sulle conseguenze di un’ambizione sfrenata, e più in generale sul costo del successo.  Un libro che rimase fra loro come “un codice segreto”. 

Il giovane Orsini, infatti, era scappato dalla provincia per approdare nella città che per lui rappresentava l’America: Roma. Letto nella sua autentica vocazione d’attore dalle ragazze dello studio dove stava crescendo come avvocato, si presenta all’esame d’ammissione dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e viene preso, portando “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello. Complice del successo, forse, anche un altro incontro di buon auspicio: quello in treno, durante il viaggio da Milano a Roma, con Orson Welles. 

All’eredità contenuta nel testo galeotto di Pirandello – la disperata ricerca del valore della vita attraverso la consapevolezza della morte imminente – inizia ad associarsi il contributo onirico di sogni dove, ad esempio, una vibrante Virna Lisi lo invita a seguirla, sebbene lui sia avanti con gli anni e lei giovanissima. Si innamorerà perdutamente, Orsini, di attrici bellissime: saranno esperienze indimenticabili. 

E poi ritorna l’emozione per il primo copione, le esperienze fortunatissime con il cinema, l’importanza dei fotoromanzi: tante emozioni dolci, eccitanti, tristi, malinconiche, traumatiche. Un caos emotivo in cui è sostenuto dal conforto del rito della sigaretta: interrotto, ogni volta, dal pronto intervento in camerino di un giovane vigile del fuoco: un efficacissimo Flavio Francucci, inizialmente glaciale nel suo rigore, ma poi intercettato emotivamente da Orsini nella sua calda e fragile umanità. 

E in lui Orsini individua la persona giusta per una sostituzione dell’ultimo minuto: quella per il ruolo dell’ “uomo che porta il ghiaccio”. Personaggio de “Il Temporale” di Strindberg, che qui si allontana dalla sua natura fantasmatica per parlare concretamente, invece, di come ci possa essere una solida complicità tra le varie età della vita. Ne è prova anche l’altra giovanissima attrice in scena: l’incisiva sarta Diamara Ferrero. Sebbene anch’essa con una funzione “da grillo parlante”, in realtà si rivela amorevolissima con l’Orsini attore, al quale dichiara fin dall’inizio: “a me piace stare qui, con lei”.

E non a caso lo spettacolo “si chiude” con la complice circolarità di “un nuovo inizio”: l’alzarsi del sipario su “Il Temporale ” di Strindberg. 

Perché così è la Vita, e così è il Teatro: un continuo finire per continuamente incominciare. 

Ora – attraversato “il suo” inverno introspettivo – l’attore Orsini torna a sentire il gusto eccitante di quella nuova primavera che lo spinge a nascere alla sua ultima replica de “Il Temporale” di Strindberg. Perchè lui è “Umberto, il ragazzo che non si ferma mai”.

A dire il vero, forse, il vero temporale è quello che si è scatenato al termine dello spettacolo: dalla platea gremita e da tutti i palchetti, prorompenti applausi hanno continuamente richiamato sul palco un attore, che il pubblico non riusciva a smettere di acclamare con entusiastica esultanza.

Lo spettacolo, che nasce da un’idea di Umberto Orsini e Massimo Popolizio, è prodotto dalla Compagnia Umberto Orsini.



Recensione di Sonia Remoli

– LE BACCANTI dei Marcido – riscrittura e regia Marco Isidori

– scene e costumi Daniela Dal Cin –

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TEATRO VASCELLO

dal 5 al 10 Maggio 2026


“ Ma soprattutto, buio! “

E’ al buio – ponte tra il visibile e l’invisibile, capace di trasformare lo spettatore da semplice osservatore a partecipante emotivo – che Marco Isidori affida l’apertura e la chiusura della messa in scena della sua riscrittura del testo euripideo: una pungente e poetica drammaturgia immersa in una fragorosa regia.

Avvolgendo e nascondendo, il buio crea una sospensione dalla normalità del quotidiano che getta lo spettatore in un ascolto introspettivo che lo porta a immaginare, a perdersi. E a ritrovarsi “diverso”. Un ascolto introspettivo simile alla suspense inquietantemente vitale del venire alla luce dell’attore quando, ogni volta, si trova a nascere alla scena. 

Qui, è dal buio che si libera la prima dimensione allucinatoria messaggera di un mondo interiore, altrimenti inaccessibile alla mente: quello che ci ricorda come il nostro essere umani si dia anche attraverso eruzioni di liquor divinamente dionisiaco. Pericolosissime, se trattenute da rigide presunzioni logiche. L’estrosa cura dell’agire scenografico prende vita, come sempre, dall’intensa ricerca spaziale e dalla visionaria creatività di Daniela Dal Cin

Precipitato e immerso in questa stupefacente dimensione interiore, prodotta dal contatto con il reagente artistico proprio dei Marcido, a qualche livello vengono somministrate allo spettatore “istruzioni per l’uso del divino amore”: di una razionalità enigmatica cioè molto più potente del pensiero logico. Perché di origine divina, come ricordava Platone nel “Fedro”.  Un “mana enigmistico” che più che incaponirsi a risolvere, i Marcido invitano ad esplorare: entrando a capofitto nel loro magma dionisiaco.

Perché il mana – termine diffuso in molte lingue austronesiane e che significa “forza sovrannaturale” – rappresenta una energia che impregna ogni aspetto della realtà, essendo insita nell’atto rituale, nel soggetto che lo compie e nel contesto di quanti vi assistono. 

E’, il mana, la rete energetica che connette l’individuo con il divino e con la natura: proprio come fa Dioniso. Originariamente dio arcaico della vegetazione legato alla linfa vitale che scorre nelle piante, diviene in seguito l’essenza del creato nel suo perenne e selvaggio fluire.

Essenza che permane anche nell’uomo civilizzato come sua parte originaria e insopprimibile, e che può riemergere ed esplodere in maniera violenta se repressa ostinatamente e non elaborata correttamente. Uno degli epiteti con cui è definito Dioniso è infatti “colui che scioglie”, ovvero colui che scioglie l’uomo dai vincoli di una rigida identità personale, per ricongiungerlo all’originarietà universale della natura.

E’ con la lente del grottesco che i Marcido scelgono di rileggere la vicenda del testo euripideo: una lente capace di rendere sopportabile l’esplorazione delle contraddizioni umane, trasformando la paura per il sacro in qualcosa di umanamente accettabile. Lo stesso apparato scenico della Dal Cin parla di questa ricerca a tirar fuori e a far scorrere, libera dalle barriere univoche del pregiudizio, una dimensionalità altra, diversa, che sa spogliarsi di rigidi modi di pensare e di agire sovrastrutturali. 

Non a caso i costumi dei personaggi sono acutamente resi da una tuta di bianco indifferenziato – cromaticità inquietantemente divina – sulla quale troneggia un’enorme bocca con “lingua in erezione” irriverentemente affamata. Argutamente posizionata sugli occhi. Ed è di sagace poesia per lo spettatore, inebriarsi dell’effetto di questo uso sinestetico degli occhi dei personaggi, che qui vedono con la bocca. Laddove una nuova capacità visiva fa spalancare la bocca, bramosa di esplorare la singolare luminosità del buio, parte divina della nostra umanità.

Lo stesso Palazzo di Tebe – così come immaginato dalla Dal Cin quale luogo della psiche, oltre che scenico – viene spogliato della sua maschera egoica, rivelando, simbolicamente, un sottosuolo psichico molteplice. 

“Quando il Palazzo di quel Re/dopo/si frantuma

Anche la testa di quel Re/un poco/si frantuma:

Balza di qua e di là/dà un ordine/contraddice l’ordine/si svia”

Un sottosuolo psichico non solo molteplice ma ricco di quel “diverso”, di quel sentirsi stranieri a se stessi”, a cui dare accoglienza per non incorrere in pericolose derive.

immagine tratta dal Catalogo”Marcido 2007-2025″ – Introduzione Oliviero Ponte di Pino –


Quel “diverso” che caratterizza così specificatamente Dioniso – “Dio di tutto il teatro possibile all’uomo” – e che nella iniziale visione allucinatoria del prologo assume le sembianze di ciò che può definirsi una declinazione dell’archetipo dell’emarginato. Ricorda infatti una variazione dello Charlot chapliniano l’irresistibile personaggio di Maria Luisa Abate, simbolo della libertà di pensiero e dell’insubordinazione di fronte alle convenzioni sociali.  

Una declinazione, questa della riscrittura di Marco Isidori, che sceglie di rinunciare alle barriere linguistiche della parola per abbracciare il linguaggio universale del muto, dove la visione allucinatoria è affidata alla seducente espressività dello sguardo e a gesti enfatizzati. Che sanno parlare di come l’uomo, schiacciato dalla logica consumistica e dalla meccanizzazione, sia spinto a ritrovare un contatto originario con il ritmo dei cicli della natura. 

Un richiamo verso un fluire libero, selvaggio, che anche il Teatro – così originariamente legato al culto di Dioniso – ha bisogno di recuperare, come proclamato nella “Canzone per Dioniso” che apre la riscrittura di Marco Isidori:

“ ‘O Tiatro è decaduto

non lo si può negar!

Narratori e proiettori

se lo stanno a disossar!

Tutto è sciapo e risaputo

manca la novità

ma qua forse tra un minuto

jamm a falla debuttà!”

La promessa di novità è quella di far “ritrovare” ad ognuno “il bellissimo Dioniso, re del tirabuscion”. Come? Riconducendoci ad attraversare l’accoglienza dell’originaria luminosità del buio :

“Questi tempi sono spenti

Chi li riaccende più

se per fare la recita ci vogliono i TV.

Proposta modestissima

io ve la butto là

salvamolo ‘o Tiatro

via l’elettricità”

Laddove infatti la cultura greca arcaica riconosceva al Teatro la capacità di accogliere sia l’impulso apollineo che quello dionisiaco; la civiltà moderna ha iniziato a soffocare lo spirito dionisiaco, in favore di un razionalismo apollineo, pericolosamente sterile e illusorio.

Perché Dioniso si presenta come un dio anomalo, “diverso”, e in quanto tale da emarginare.

Perché la sua è una natura indifferenziata: maschile e femminile. La gestazione della sua nascita avviene fino al sesto mese nel ventre materno e poi, per gli ultimi tre mesi, nella coscia di suo padre Zeus.

Perché Dioniso nasce da una madre mortale e da un padre divino (Zeus) che non si può manifestare in tutta la potenza di un dio al cospetto dei mortali. Quando viene costretto a farlo – su preghiera di Semele, sua amante e madre di Dioniso – la donna ne resta incenerita. 

Questo “divino darsi sotterraneo” di Dioniso, fu concausa del suo mancato riconoscimento sociale come personalità “dal manifesto” carattere divino. E tutte le tremende sventure che accadono all’interno di questa tragedia euripidea sono la conseguenza del non aver saputo riconoscere il dovuto onore alla potenza di Dioniso in quanto “diverso”, in quanto divino. In quanto energia divinamente inconscia. 

Perspicacemente la riscrittura di Marco Isidori sceglie che Dioniso si presenti attraverso una sorta di cogito – “Io Sono/ e sono Dio” – “spacciato” come il “mistero più grande” in una città e in una comunità familiare chiusa dentro i confini univoci dei principi della logica: identità-non contraddizione e causa-effetto.

Allora, proprio come accadde a suo padre Zeus nei confronti di sua madre Semele, Dioniso si sente costretto a manifestarsi e a fluire in tutta la sua essenza follemente divina. Una dimensione troppo potente per essere sopportata dalla natura umana quando non riconosce accoglienza a questa “razionalità diversa”.  E così colui che “non viene visto” (ovvero riconosciuto nel suo diverso potere divino) finisce per manifestarsi in tutta la sua “accecante” multiformità indifferenziata.

Ulteriore rappresentanza dello stare al mondo da “emarginati”, è il Coro: che qui in Euripide perde il ruolo di portavoce della polis, a favore di un ruolo da commentatore emotivo. Contrariamente al coro maschile e cittadino di Eschilo ad esempio, Euripide utilizza spesso cori composti da donne, da stranieri, da prigionieri: rappresentanti della categoria dei “diversi”.

E’ un Coro che non agisce ma partecipa, entrando in relazione con il dramma interiorizzato dei protagonisti. E rappresenta quella soggettività emotiva della comunità, che si tende in alcuni particolari frangenti storici –  ieri come oggi – a sottovalutare. 

Ieratico ed erotico, “con le grazie di Afrodite negli occhi” – il Dioniso di Paolo Oricco trova nel Penteo di Ottavia Della Porta un’impenetrabilità nevrotica.  Penteo teme (e desidera segretamente) i riti dionisiaci, in quanto ritiene corrompano l’onestà delle donne ma soprattutto perché sente come coinvolgano indistintamente tutti: tutte le classi, tutte le età.  Se stesso incluso. E sarà così che Penteo, ostinandosi a lasciarsi guidare dalla sua prepotente logica egoica, cadrà preda di quell’inquietante “straniero”, sempre capace a svincolarsi. Proprio come il nostro inconscio.

foto tratta dal volume “I teatri della Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa” (volume secondo) – prefazione di Raimondo Guarino – collana Spaesamenti – Editoria &Spettacolo


Penteo finirà smembrato: metaforicamente frantumato nella presunzione che il proprio “io, possa essere padrone in casa propria”. Pur essendo, in verità, molto meno potente dell’enigmatico mana dionisiaco. 

Sparagmòs, opera di Daniela Dal Cin


Ed è lo sparagmòs (lo squartamento del corpo) a simboleggiare la completa distruzione e frammentazione dell’Io di Penteo che, non riuscendo ad integrare l’irrazionale al razionale, il dionisiaco all’apollineo, ne viene annientato.

“Uomo che disprezzi il divino, rammenta la vicenda, considera l’epilogo, poi

fatti bene i conti uomo…e ascolta me che ti sussurro…credi!”

Un po’ come Mangiafuoco suggerisce a Pinocchio – personaggio che l’estro di  Daniela Dal Cin riprende e rivisita evidenziandone l’autentica capacità di partecipazione commossa: «E bada, Pinocchio, non fidarti mai troppo di chi ti sembra buono… e ricordati che c’è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo!» (da “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi).

Il Teatro dei Marcido ludicamente provoca, misura, altera, innesca, trasformazioni nello spettatore.  

La poetica rigorosamente surreale della Compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa è già tutta nell’insieme delle coppie di binomi con le quali ha scelto di evocare esotiche definizioni di sè, che tutte la rappresentano. Uno stare al mondo, il loro, che accoglie poeticamente l’humus rilasciato da decadenti declinazioni di putrescenza attiva, unite a soavi fragranze di pionieristica creatività. Declinazioni che parlano di una capacità creativa linguistica e spaziale incline ad esprimere le sfumature complesse in cui si dà il nostro essere umani. 

E così, in una “fertile confusione” tra razionale e irrazionale; tra ossequio alla tradizione teatrale e apertura ad un esuberante “surplus energetico/performantivo” – i Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa hanno dato espressione, in questi primi 40 anni di attività, ad una tradizione teatrale reinterpretata artisticamente attraverso una vitalissima energia “sporca”. E quindi pioniera: capace di fiorire anche in condizioni avverse e in terreni difficili, lontani dalla “normale stabilità teatrale”.

Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa è una storica e innovativa compagnia di teatro di ricerca, fondata a Torino nel 1985 da Marco Isidori (regista), Daniela Dal Cin (scenografa) e Maria Luisa Abate (attrice). La compagnia ha festeggiato lo scorso anno i suoi primi 40 anni di attività, confermandosi come una delle realtà più coerenti e longeve del teatro sperimentale in Italia.

Sua è un’irrefrenabile vocazione verso una modalità di fare vita e teatro che “ha accompagnato con un instancabile lavoro, condotto con singolare vigore, la trasformazione della Città”- ha dichiarato l’Assessora alla Cultura della Città di Torino Rosanna Purchia, in occasione dei festeggiamenti del quarantennale della fondazione della Compagnia. Una vocazione la cui eredità artistica – continua l’Assessora alla Cultura – si proietta verso il futuro grazie al darsi della Compagnia come fertile testimonianza “di trasmissione di sapere e di saper fare, verso generazioni di giovani, pieni di passione per il teatro”.

Un teatro, quello dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, che esplode nella fisicità di attori, commossi dall’ “enigma che serpeggia nel centro del teatro, dalla sua presenza dolorosa e zeppa di sconcerto”.

Qui in scena, sono: Paolo Oricco (Dioniso), Maria Luisa Abate (Tiresia, pianista), Marco Isidori (Cadmo), Ottavia Della Porta (Penteo), Alessio Arbustini ( Messaggero/Pastore/portatore del pianoforte), Valentina Battistone (Agave), Alessandro Bosticco (Servo di scena/portatore di pianoforte).

Affidandosi esclusivamente alle potenzialità del suono e della densità naturale della voce, portata verso un surrealismo epico, i Marcido non fanno ricorso all’amplificazione. Così come si tengono lontani dal “balordo disio di raccontare e poi raccontar” e soprattutto dal “terrore attoriale di darsi troppo… di esporsi di più”.

Un teatro, il loro, che è un autentico stare al mondo. Iconico.

Daniela Dal Cin – Marco Isisdori


“… si è poeti, attori anche, pittori senza dubbio,

danziamo, innanzitutto melodie, ma il nostro carattere principe

è quello che ci concede di plasmare un’energia quasi a-nonima,

dispensandola con l’aiuto del dio Dioniso,

la cui epifania sul palco

è quanto poi davvero ci interessa provocare”

(Marco Isidori)


Lo spettacolo “Le Baccanti” dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa è una coproduzione con Fondazione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale


Recensione di Sonia Remoli