– CIRCLE MIRROR TRANSFORMATION – regia Valerio Binasco

di Annie Baker

traduzione Monica Capuani, Cristina Spina

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TEATRO ARGENTINA

dal 3 al 14 Giugno 2026


“ Ricominciamo ! ”

E’ questa l’esortazione che Marty – la carismatica insegnante di teatro, qui interpretata da una fascinosa Pamela Villoresi – utilizza più frequentemente con i suoi allievi.

Loro sono persone vivacemente imperfette: persone cioè che hanno mancato qualche obiettivo in amore, o nell’esprimere il proprio talento. Ma che non hanno smesso di desiderare. Di desiderare una seconda possibilità, di desiderare ancora di ricominciare.

L’imperfezione, infatti, è molto più di un difetto: rappresenta la condizione stessa della vita e del suo evolversi. Perché l’imperfezione cerca sempre una trasformazione, che può darsi attraverso “lo specchio” che ci rimanda lo sguardo dell’altro.

Non a caso i personaggi di questa sapientemente imperfetta drammaturgia di Annie Baker – tradotta da Monica Capuani e da Cristina Spina che ne restituiscono tutta la meravigliosa imperfezione vitale – hanno scelto, più o meno consapevolmente, di iscriversi ad un corso di teatro. In un piccolo teatro di provincia del Vermont, per dilettanti. 

La prima sollecitazione che Marty rivolge ai suoi allievi è: “vorrei, che questo luogo sia per voi un luogo in cui sentirvi al sicuro, per potervi esprimere davvero liberamente”. Ma essere liberi – a teatro così come nella vita – significa anche “saper contare” (questo è il nome di uno degli esercizi-base proposti da Marty) ovvero saper non invadere lo spazio di libertà vitale dell’altro. 

Lo stesso motto dello Stato del Vermont – luogo dove la drammaturga statunitense Annie Baker decide di ambientare questo suo testo – è “Freedom and Unity” (libertà e unità). E venne adottato per la prima volta nel 1788 sul sigillo della Repubblica del Vermont. L’idea di fondo, anche qui, è quella dell’importanza del rispetto dell’equilibrio fra la libertà personale del singolo cittadino ed il bene della comunità. 

(ph. Virginia Brown)


Attraversata da una melodia al pianoforte – che sa farsi terra ma anche cielo, in quanto simbolo universale di ricerca introspettiva – la regia di Valerio Binasco lascia che il suo spettacolo si apra con un prologo non abitato da parole. La cura del suono è di Filippo Conti.

Una scelta che agisce come un imprinting sullo spettatore: a non prestare cioè troppa attenzione alle parole, quanto piuttosto agli effetti che sono capaci di provocare i sottotesti dei silenzi delle persone che sono dentro ogni personaggio.

Lo stesso varcare la soglia tra il fuori e il dentro da parte dei personaggi; il loro scegliere di entrare in scena e il loro diverso, eppure simile, assaporare questo “luogo del sottosuolo” che è la sala prove di un teatro, sono indizi messaggeri di un loro “cercare uno specchio”, per ridare avvio a qualcosa che si è bloccato. Ma che ha una natura circolare e che qui, a teatro, può trovare una possibilità di riattivarsi. E di trasformarsi in qualcos’altro.

Per esempio, attraverso l’esercizio-gioco di presentazione del “se io fossi te”. Ed è sorprendente scoprire quali caratteristiche intraveda in noi l’altro, per identificarci nella nostra unicità. Caratteristiche che derivano da una nostra sintomatologia comportamentale, la cui origine risiede nello scontro tra desideri e difese interiori.


Ogni sintomo è infatti l’espressione di un “patto”: permette al desiderio represso di esprimersi, ma in una forma talmente alterata da non essere intercettato chiaramente.

Il sintomo, quindi, non è un semplice difetto da eliminare, ma un messaggio cifrato attraverso il quale l’inconscio comunica un conflitto irrisolto, che chiede di essere ascoltato e decifrato.

Ed è su questi graffi e su queste cicatrici sintomatologiche – che ciascun interprete ha gran cura di non veicolare attraverso le parole – che si rivolge tutta l’attenzione di Marty.  

Il resto lo fa quel luogo speciale che è il palco del mettersi in prova e alla prova, capace di sprigionare tutto il suo potere maieutico e poietico: di rivelazione e di creazione. 

Un palco che brillantemente qui (la cura delle scene è di Guido Fiorato) è dotato di quella sacra circolarità che, addolcendo gli angoli, produce accoglienza facilitando il libero fluire dell’energia vitale. 

‍Abituati, infatti, a incastrare la vita nella routine e tra doveri, siamo portati a lasciare bloccate alcune parti della nostra personalità, dimenticando che anche loro sono dimensioni essenziali per raggiungere la nostra realizzazione come persone. Come ben sottolineato dal disegno luci di Alessandro Verazzi.

Ma qui in scena gli allievi possono contare sulla capacità “aerodinamica” di Marty: il suo farsi forma fluida e quindi priva di attrito, capace di muoversi tra le loro diverse resistenze.  E’, il suo, un fluire “con” gli eventi piuttosto che uno scontrarsi frontale con essi, che rivela la sua capacità di scivolare sopra le avversità senza opporre una resistenza rigida.

Aerodinamicità raffinatamente sottolineata anche dai suoi capelli e dal suo abbigliamento, specchi del suo habitus: del suo modo di essere interiore. La cura dei costumi è di Alessio Rosati. In particolate è quel suo indossare – ed essere indossata – da quell’ampia e cromaticamente vibrante sopravveste, che contribuisce ad ammantarla di un’allure carismatico ancor più seducente.

Allure che saprà lasciare il posto ad una trasformazione, che la vedrà protagonista e che la porterà, nei momenti in cui si darà “in prova e alla prova” come un’allieva, a dismettere la sua sopravveste.  

Nell’invitare i suoi allievi dicendo loro “accorgetevi di chi c’è intorno a voi” , lei stessa infatti finirà per vedere con nuovi occhi suo marito James (un affascinante sornione Valerio Binasco, capace di incendiarsi di fulgente passionalità) anche lui tra gli allievi del suo corso.

Perché nuovi incontri con persone sconosciute in un posto aperto come il teatro, possono risvegliare inclinazioni sintomatiche prima tenute celate, o addirittura sconosciute. Che, una volta liberate, anziché dare adito a pregiudizi, vengono accolte qui con una straordinaria capacità di compassione, da ciascuno di loro. 

In primis dalla stessa Marty, anche quando le rivelazioni la riguardano personalmente: sua la capacità “terapeutica” di individuare il momento più opportuno per contenerle in un argine – che spesso coincide con lo stabilire un momento di intervallo – il quale, a volte, produce l’effetto di far erompere l’inclinazione appena emersa e arginata.

E’ quell’erompere del sottosuolo – sollecitato anche da esercizi creativamente deflagranti, del tipo “come esplode una bomba?” –  che in scena viene visualizzato metaforicamente da quel mucchio di oggetti misteriosi accatastati, dotati di una loro luminosità, seppur coperti da un telo di nylon. Dove vanno a insinuarsi giocosamente James, Shultz e Theresa.

E’ il fascino tempestoso del rapporto con “il diverso” che porterà Shultz (il sorprendente Andrea Di Casa, falegname ricco in guizzi d’artista) a restare incantato da Theresa (l’esuberante e sensibile attrice di Alessia Giuliani). Una donna che lui definirà piena di “grazia” cogliendo in lei l’insolita combinazione tra la propria consapevolezza corporea e quel disequilibrio emotivo capace però di librarsi verso un profondo ascolto dell’altro. Grazia visualizzata anche attraverso il suo modo di abitare le superfici: simile a quello di un volatile.

Apparentemente distante, invece, è l’atteggiamento della più giovane degli allievi: la Lauren di Maria Trenta. In realtà – come si rivelerà nel suo ultimo esercizio – la più attenta e la più acuta nel leggere i suoi compagni, inclusa la sua insegnante. E alla fine anche se stessa. 

“Ti chiedi mai – dirà a Shultz – quante volte finirà la tua vita, quante volte cambierai per ricominciare”?

Ricominciamo, allora, finché non impareremo a starci vicino, soprattutto “quando la notte si avvicina e la terra è buia, e la luna è l’unica luce che vedremo”. 

Stimolanti sollecitazioni arrivano allo spettatore attraverso il luminoso testo di Annie Baker, reso con fascino silenziosamente graffiante dalla regia di Valerio Binasco, in fertile sinergia con l’interpretazione degli attori in scena.

Uno spettacolo che produce una sorta di giocoso solletico commosso, che invita lo spettatore ad abbassare le difese, per esporsi verso l’altro in quella dimensione di autentica empatia, che rafforza il senso di appartenenza ad un gruppo.

Uno spettacolo dal glamour raffinatamente politico, prodotto dal Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale  e dal Teatro di Roma – Teatro Nazionale.


Recensione di Sonia Remoli

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