– LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E DEL SIGNOR HYDE – regia Fabio Condemi

– Liberamente tratto da R.L. Stevenson –

Drammaturgia Federico Bellini

TEATRO VASCELLO

Dal 23 al 27 Settembre 2026

– con Christian La Rosa –

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Che cosa c’è di più lindo e ambiguo del colore bianco?
Un colore acromatico ad alta luminosità, privo di una tinta specifica, che nasce dalla combinazione di tutte le frequenze dello spettro visibile ?
Un colore che al di là della purezza o dell’innocenza, incarna l’ignoto ?

In questo destabilizzante specchio deformante (la cura dello spazio scenico è di Fabio Cherstich) che spinge lo spettatore a guardare dentro tale luminosa oscurità, la regia di Fabio Condemi fa irrompere un grido: come in un originario essere gettati al mondo.

E’ infatti con un’insistente richiesta di presenza dell’Altro, che Federico Bellini apre la sua sorprendente drammaturgia.

Già lo stesso incipit del romanzo di Robert Louis Stevenson lascia emergere come la natura umana si dia attraverso una stupefacente dualità: una dualità che nel finale della confessione Jekyll definisce come ciò “che sta all’origine della religione ed è una delle più copiose forme di tormento“. 
E il primo esempio di dualità umana che Stevenson ci presenta è quello dell’avvocato Utterson: un uomo ispido, guardingo, tetro, eppure in qualche modo amabile. Personaggio chiave che apre ad una serie di specchi, che arrivano fino allo spettatore. 

Christian La Rosa

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E’ di Utterson, qui nella drammaturgia di Bellini, il grido che apre lo spettacolo: sua è la richiesta di presenza di Poole – il maggiordomo del Dottor Jekyll, dal passo di Mr.Hyde. Utterson lo cerca, evocandolo, perché lui è l’Altro la cui presenza fa esistere, sebbene possa costituire anche una minaccia.

E’ un Utterson poi, questo di Federico Bellini, che non trova soddisfazione nel modo in cui sono state condotte le indagini sullo “strano caso”. E che quindi si organizza per produrre nuovi atti, attraverso i quali illustrare la sua “Relazione completa di Henri Jekyll sul proprio caso” (la drammaturgia delle immagini è di Fabio Cherstich).

Utterson inizia con il sottolineare come Henri Jekyll fosse un uomo pubblicamente ben riconosciuto nel suo valore di medico, eppure con la tendenza a rimanere sempre solo. Non a caso il suo più grande segreto lo consegna nelle mani di un legale: nella professionalità e nello stare al mondo dell’avvocato Utterson.  Un uomo che si auto-definisce “incline all’eresia di Caino”: «lascio che mio fratello se ne vada al diavolo come meglio gli piace». Restando talvolta colpito però “quasi con invidia, della prorompente vitalità che gli uomini mettevano nel compiere i loro delitti”. 

Utterson rivela poi di aver smesso di assecondare la sua passione per il teatro: specchio della società e metafora dell’esistenza umana. Rito collettivo in cui la comunità si riunisce per esplorare la propria identità, i propri conflitti e la propria morale. Di questo suo precedente habitus – dice – gli restano oggi solo gli abiti. 

Ma nonostante del teatro sembrano rimanere solo resti, l’Utterson di Bellini dichiara di sentire la storia di Jekyll come la sua storia: “sono io il protagonista”. Tanto da scegliere di evocare la presenza di Poole, il maggiordomo di Jekyll. Ma non come servitore, piuttosto come un fratello: un fratello necessario per esistere, per ricomporsi.

Proseguendo nell’illustrazione della “sua relazione”, Utterson produce documenti per nuove indagini più accurate, partendo da quella che lui definisce “l’epifania di mr. nascondino”: ovvero l’irrompere del Signor Hyde nel “luna park notturno” sito tra l’area di Soho (la zona in cui si trova la tetra e degradata casa di Mr. Hyde) e Cavendish Square (l’elegante area della Londra bene, dove risiedono i rispettabili Dr. Jekyll e il Dr. Lanyon).

Utterson si interroga soprattutto su come sia stato possibile chiudere il caso del calpestamento della bambina da parte di mr. nascondino (Hyde) solo con il risarcimento offerto da un assegno. Un calpestamento avvenuto successivamente allo scontro – dal sentore edipico – dovuto ad una mancata precedenza. “Lo strano caso” infatti sebbene venga affrontato da Stevenson dentro un’accattivante forma da thriller, è tale proprio perché contiene in sè una matrice archetipale che tende a farlo restare aperto. Continuando a parlarci. A interrogarci. 

Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2026

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“Un amico avrebbe voluto saperne di più” – continua a insistere l’Utterson di Bellini. Lui, per esempio.  E si chiede – essendo rimasto profondamente letto da tutta questa vicenda – se ora possa fare ancora qualcosa. Come amico, come uomo. Come avvocato. La drammaturgia di Bellini lavora infatti anche sull’archetipo dell’avvocato, quale figura simbolica legata ai conflitti interni e alla ricerca di una giustizia psichica. E fa dire ad Utterson: “i sogni sono la parte colpevole che sfugge a ogni tribunale”.

Le immagini che hanno impresso nella sua psiche, meglio di ogni parola, il senso del male, ripugnano Utterson, ma insieme lo seducono. Fino ad ossessionarlo. E se l’Utterson di Stevenson si illude che andare a vedere queste immagini con la lucidità dei soli occhi – mettendosi cioè di guardia alla porta del “sinistro fabbricato” come nel gioco del nascondino – faccia cadere questa seduzione; Bellini immagina un Utterson che – caduta questa illusione e letta la confessione di Jekyll – continui ad essere ossessionato da qualcosa che si nasconde e dall’illusione di fare definitiva chiarezza sulla natura del male, così da liberarsi da quella straordinaria sensazione che gli si appiccica addosso.

Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2026

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E nell’indagare ancora sullo “strano caso”, Utterson finisce – come Edipo – per indagare sempre più a fondo su se stesso. Scoprendosi capace di poter attraversare straordinarie metamorfosi.

La regia di Fabio Condemi – attraverso un Christian La Rosa dalla vertiginosa disponibilità a lasciarsi attraversare da tutte le sfumature di un “temperamento irrequieto”, esigente sia nell’esibire il bene che nel nascondere la propria libertà non innocente – manda in scena, complice un’accattivante disegno luci (curato da Veronica Varesi Monti) la straordinaria metamorfosi di un uomo che oltrepassa i confini di una natura ostentatamente apollinea, per andare ad abitare (temporaneamente) quelli della sua natura dionisiaca. 

Una metamorfosi che, grazie a questo taglio drammaturgico, cattura lo spettatore fino a turbarlo profondamente. Aprendo anche una prospettiva che lascia intravedere la possibilità di “una” identità abitata da diverse esigenze interiori. Esigenze che chiedono di essere ascoltate e integrate, e non separate come gemelli nemici. Immaginando – come suggestivamente evocato nel finale dello spettacolo – un luogo dell’anima simile a quello di Hyde Park: dove ognuno
possa esprimersi ed essere ascoltato dall’altro, proprio per la sua diversità.

Uno spettacolo – questo di Fabio Condemi – la cui atmosfera riesce a far sentire sulla pelle dello spettatore quella sensazione di ponte tra il mondo conscio e quello inconscio, restituita così suggestivamente dalla cura estetica unita ai nuovi linguaggi tecnologici. Un’atmosfera cioè che dà vita ad uno spazio fisico (e della mente) privo di una tinta specifica (come il colore bianco) ma con un punto di colore regalato dalla bottiglia di gin color turchese. Una tonalità che – fondendo l’energia rassicurante del blu con la vitalità del verde – si dà anch’essa come metaforico ponte tra il cielo e la terra; tra il conscio e l’inconscio. Sensazione tipica di quando si decide di trascrivere un sogno al risveglio: sensazione vissuta da Stevenson, prima di scrivere questo romanzo.

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“Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” è uno spettacolo prodotto da:

Compagnia Umberto Orsini, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, Elsinor centro di produzione, Lac Lugano arte Cultura.

Christian La Rosa

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Recensione di Sonia Remoli