8 – 11 Ottobre 2026

Di grande poesia è la scena che ci accoglie in apertura dello spettacolo: un drappo che si lascia modellare dalla passionalità del vento (la cura delle scene è di Giuseppe Di Morabito). Un drappo in seta: fibra che per la sua leggerezza e reattività al movimento, amplifica l’invisibile, trasformando l’aria stessa in un elemento drammaturgico attivo.
Metafora di uno stare al mondo meravigliosamente tempestoso, che parla di sussulti e di tumulti emotivi. Ma anche dell’affiorare di pensieri inconsci, segreti, repressi, che fanno resistenza alla fluidità del tempo che scorre. Fluidità simbolo della natura temporanea e dinamica del teatro: dove nulla rimane mai identico a se stesso.
Immersi in questo scorrere, ci si può accorgere di una giovane donna, dal fare sotterraneo ed inquieto, che entrando guarda noi, poi il palco, e se ne va. Quello che ha tentato di fare è stato varcare una soglia: quella che separa il mondo che a breve andrà in scena da quello di chi è al di là di questo mondo.
Il lasciarsi modellare dal vento del drappo in seta parla anche, infatti – evocando l’immagine primordiale del mare – di questa transizione tra due mondi. Ed ecco allora che lo spettatore si ritrova catapultato in una nuova dimensione cromatica, shakesperianamente lasciata immaginare al pubblico dal potere della parola.

La parola di Caterina.
La parola infatti sta all’inizio di tutto: è Logos, è Verbo.
La parola dà una forma al caos – qui, quello simboleggiato dal drappo agitato dal vento – e fa esistere una realtà.

Ed è così che iniziamo a immaginarci Speronetta, una piccola e suggestiva insenatura naturale situata nella zona costiera di Bari, caratterizzata da un’atmosfera tranquilla, strade alberate e storici villini signorili di inizio Novecento. Come il Villino Tajani, la dimora immaginaria della famiglia di Caterina.
Un caratteristico “castelletto sul mare” circondato da cycas e oleandri, dove andare tutte le estati: “un paesaggio immutabile, per me” – ci confida Caterina (la stessa autrice e regista Caterina Filograno).
Un mondo che tenta di resistere ai cambiamenti esterni, ma soprattutto interni.
Un mondo dal quale lei ha provato tante volte a fuggire, senza riuscirci.
Consapevole però che: “Tutte noi scompariremo insieme a Speronetta, quando le sue coste saranno erose dal mare”.
Consapevole cioè che come nella realtà esterna l’insenatura protettiva di Speronetta (simbolicamente resa dalla foggia della poltrona della nonna) – così nell’iper protettivo mondo interiore del gineceo del Villino Tajani, prima o poi gli argini di separazione dal caos del mare aperto – simbolo di inebriante ed angosciosa libertà – saranno erosi.

Custode della (presunta) immobilità del Villino Tajani, è la nonna Maddalena. Il cui ingresso in scena, così come nei ricordi di Caterina, è immerso nel canto fastidiosamente libero delle cocorite. Che lei si illude di poter controllare. Ma le cocorite simboleggiano il comunicare viscerale dell’inconscio: la libera espressione della propria verità interiore senza il controllo del giudizio.
Il matriarcato Tajani, invece, è composto da splendide creature che sotterraneamente aspirano a volare, ma che si ritrovano a scegliere di restare preda di una gabbia dorata: quella iper protettiva offerta dalla nonna matriarca.

Caterina però ha scoperto il potere della parola scritta come una nuova lente per guardare la realtà familiare. Sublimando così anche le pulsioni più distruttive.
Sua sorella Rebecca (una Gloria Busti dall’allure conflittuale) ha scoperto invece il potere offerto dalla lente della psicoanalisi, per avvicinarsi al superaramento della soglia della gabbia familiare. Lei – esclusa dal racconto di Caterina – sa come entrarvi, a suo modo. Come un personaggio in cerca di autore: se stessa, facendo infatti difficoltà ad entrare in relazione con il punto di vista del racconto di Caterina.

Mina, la loro mamma (una Francesca Porrini dal fascino malinconico) prigioniera di una seconda pelle di pizzo, compensa la sua rinuncia a volare esibendo la coda (la sua vestaglia) come uno splendido pavone in cattività.

Simonetta, la loro zia ( una Simona Senzacqua dalla musicale fragilità) si è lasciata costruire addosso una gabbia protettiva, menomazione che sublima muovendo le sue braccia come una direttrice d’orchestra. Immaginando così di concertare la sua vita, fatta di iper sicuri rituali maniacali.

La nonna, creatura dalla splendida pelliccia da matriarca (una carismatica e poliedrica Maria Grazia Sughi) è colei che nutre ma che allo stesso tempo controlla, reprime e decide le regole della gabbia. In verità nasconde un cuore tenero e tempestoso, desideroso di vivere in libertà.

La drammaturgia e la regia di Caterina Filograno sa solleticare l’affioramento delle luci e delle ombre di cinque generazioni a confronto, per analizzare poeticamente, e politicamente, i problemi intergenerazionali che ne emergono.
Problematicità facenti capo ad una tendenza iper protettrice familiare, tesa a voler arginare una crescita autonoma e quindi anche fertilmente tempestosa dei figli, a favore di un orizzonte miope e quindi sterilmente sicuro.
Una raccomandazione manipolatoria li invita così a “restare ancora figli piccoli”: eternamente dipendenti cioè dalla propria famiglia. “A 27 anni prendo ancora la paghetta”.

Familiari che si accontentano di essere ricompensati dall’ipocrita gratitudine dei figli, nutriti a doppio nodo dal senso di sacrificio dei genitori. “Come si può dividere un figlio dalla madre?”.
Familiari che si sentono autorizzati a castrare ogni eventuale velleità incontrollabile, come quella artistica, a favore di studi che si fregiano di assicurare una stabile sicurezza economica: “si presentava così bene: una laurea in economia!”.
Slanci dell’animo, quelli artistici, ai quali – come a quelli delle cocorite – bisognerebbe “sparare”.
Un po’ come agli slanci verso “quel diverso” rappresentato dagli uomini: più sicuro è lasciarli brillare da lontano, come stelle.

Ma Caterina, che grazie alla scrittura riesce ad osservare le figure femminili che popolano il suo microcosmo familiare come parti costitutive della sua psiche, desidera fare sartranianamente qualcosa di proprio di ciò che loro hanno fatto di lei. E allora inizia ad interrogarsi, chiedendosi ad esempio: “Come si fa ad amare gli uomini? Da dove cominciare?”
Proprio da quel vento, da cui la seta si lasciava modellare all’inizio dello spettacolo.
Quel vento che però è tanto temuto dalla nonna: “c’è un vento pericoloso! Stai attenta!”. Un vento che sa di mare, di continui cambiamenti, di assunzioni di responsabilità. Come poeticamente visualizzato in scena dai drappi che increspano – come onde del mare – la superficie stagnante delle energie del villino.
Meglio allora muoversi nel Villino come in un carillon, percorrendo sempre le stesse rotte?
Ma senza il mare non si può vivere. “Morirei” – ci confida la nonna – dismesse le vesti da matriarca.
Dietro a ogni grande terrore – ci ricorda R. M. Rilke – si nasconde infatti un grande desiderio.

L’indagine familiare ed esistenziale condotta da Caterina Filograno gravita intorno al valore simbolico di quell’ “anche” che non apre solo il titolo dello spettacolo da lei scritto e diretto.
Quell’ “anche” è l’indizio di un superamento dei limiti, di uno spostamento dei confini del concetto di “casa” , del concetto di famiglia.
Segnala cioè che la realtà descritta non si ferma a ciò che appare, ma che si estende a un orizzonte più vasto. Nel quale si scopre che “per provare emozioni forti” non occorre uscire fuori dal proprio nucleo di origine: prima forma di società in cui si impara a vivere.
“Emozioni forti” che la Filograno veste di un abito – la cura dei costumi, come delle scene, è di Giuseppe Di Morabito – che parla anche dell’habitus (del modo di essere) di ogni personaggio.

“Emozioni forti” che si traducono nel dare forma ad abiti che, un po’ come corazze, sono un emblema di protezione ma anche di soffocamento vitale, diversamente declinato sulla personalità di ciascun personaggio. Rebecca, la sorella di Caterina, è l’unica ad indossare una morbida tuta, tempestata però di perle: elemento che rimanda metaforiamente alle lacrime scaturite simbolicamente da quelle ferite dalle quali ogni perla si origina.
“Emozioni forti” quelle raccontate dalla Filograno sinergicamente connesse alle energie del paesaggio emotivo da cui si origina la collezione di Giuseppe Di Morabito.
Una collezione che – come lo spettacolo – nasce in risposta all’esigenza di percorrere un viaggio all’indietro nel proprio passato, per decifrare creativamente il proprio presente.
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Anche in casa si possono provare emozioni forti è uno spettacolo prodotto da:
Sardegna Teatro, Teatro Stabile di Torino/Teatro Nazionale, Teatri di Bari

Simona Senzacqua, Caterina Filograno, Maria Grazia Sughi, Francesca Porrini, Gloria Busti

Recensione di Sonia Remoli
