Lazarus

TEATRO ARGENTINA, dal 12 al 23 Aprile 2023 –

La cifra di Valter Malosti, il suo essere cioè un regista, attore e artista essenzialmente “visivo”, si manifesta epifanicamente all’apertura del sipario.

Valter Malosti, regista della versione italiana dello spettacolo “Lazarus”

In principio fu l’Immagine: un maxischermo tv proietta un affastellamento di immagini, una fertile confusione, essenziale al progetto di regia. Malosti sceglie, infatti, di rivelare “visivamente” allo spettatore solo il flusso di coscienza del protagonista, rendendo Thomas Newton il migrante interstellare, un Manuel Agnelli che, chiuso in se stesso, si cela prossemicamente al nostro cospetto. Terrorizzato dall’ignoto di cui noi spettatori siamo portatori, sprofonda con seducente decadenza nella sua poltrona, volgendoci le spalle.

Manuel Agnelli, in una scena dello spettacolo “Lazarus” di Valter Malosti al Teatro Argentina di Roma

In un allucinato e ossessivo flusso, le immagini del maxischermo progressivamente si quintuplicano su altri piccoli schermi che, come collegati da insolite sinapsi, riproducono dettagli di quelle stesse immagini. E non solo.

Il geniale effetto, travolge e volutamente strania lo spettatore, che si ritrova a perdersi nei loop mentali del protagonista. A scorrere ciclicamente non sono solo i pensieri di Thomas Newton-Agnelli ma, altra efficacissima trovata scenografica, anche il pianeta sul quale è caduto (la Terra), reso da un roteante studio-laboratorio (le scene sono di Nicolas Bovey). Straniamento suggellato dal primo brano di David Bowie, interpretato da un magnificamente tormentato Manuel Agnelli: “Lazarus” .

Manuel Agnelli, in una scena dello spettacolo “Lazarus” di Valter Malosti al Teatro Argentina di Roma

In questo sinergico adattamento, dove i brani musicali sono parte intimamente integrante della drammaturgia, il progetto sonoro è affidato alla cura di Gup Alcaro e prevede in scena anche una band di 7 elementi, così efficacemente “metafisica” da sembrare essere stata scelta con la stessa folle dovizia con la quale David Bowie andò alla ricerca della propria per realizzare il suo musical. Quasi come sfere celesti, quindi, l’Immagine, la Musica e la Parola si armonizzano come attraverso moti di rotazione e di rivoluzione.

La band in una scena dello spettacolo “Lazarus” di Valter Malosti al Teatro Argentina di Roma

Ma ciò che rende il tutto un’eccellenza, è la capacità registica di far sì che questo sofisticatissimo meccanismo tecnico-filosofico-psicologico risulti una realtà fruibilissima: di immediata comprensione per ciascuno di noi del pubblico. Perché, in fondo, ciò di cui si parla è la natura della nostra quotidianità: di come “ci incagliamo”, per un barlume di sicurezza, rinunciando alla nostra più autentica libertà: quella del perdersi per poter rinascere. Ogni volta: come “quell’uccellino azzurro”.

Cromaticamente, infatti, l’azzurro è il colore che fa da filo conduttore a tutto lo spettacolo: azzurri, ad esempio, sono i capelli delle Moire: le dee del destino nella mitologia greca.

Le Moire, in una scena dello spettacolo “Lazarus” di Valter Malosti al Teatro Argentina di Roma

Onnipresenti nella vita reale e in quella “immaginata” da Thomas Newton, così come il destino è onnipresente alla vita di ciascuno di noi. Ma lungi dall’essere solo un’ossessione di insicurezza, l’adattamento del testo di David Bowie e di Enda Walsh realizzato da Valter Malosti enfatizza una “visione” del destino traducendolo in un input vitale potentissimo: “volgiti e affronta l’ignoto !”. E, quindi, apriti all’insicurezza ! Ogni volta. Sarai sempre “un assoluto principiante” sì, ma anche “un eroe”. Anche solo per un giorno. In una ciclicità tragica ma piena di grazia.

Casadilego, in una scena dello spettacolo “Lazarus” di Valter Malosti al Teatro Argentina di Roma

Ciclicità come quella sulla quale è costruito il giro di accordi di ” This Is not America”, tale da tollerare lo spostamento di tono ad un’altra altezza. Qui, a “osare” reinterpretare il brano-profezia è una diafana Casadilego che riesce, con la sua umana e celestiale fragilità vocale e posturale, a rendersi carismaticamente “trasparente”, permettendo così anche a noi, come in un incanto, di passare attraverso la pesantezza della natura umana. Come in un gioco di luce. Perché se la prima consapevolezza che gli umani hanno è quella di sapere “ciò che non si è”, è però possibile attraverso l’Altro venire a conoscenza “di ciò che si è”. Se si ama e si è ricambiati. In un perdersi, senza controllo, per potersi scoprire. Non dando le spalle all’ignoto (postura magnificamente resa dal Thomas Newton-Manuel Agnelli di Valter Malosti) ma “voltandosi verso di esso e affrontandolo”. Come il migliore degli incontri. Ogni volta. “Finché ci sarai tu, finché ci sarò io”. 

Una scena dello spettacolo “Lazarus” di Valter Malosti al Teatro Argentina di Roma

Valter Malosti ancora una volta, come un alchimista impegnato a lavorare in primis su se stesso, riesce a dare prova di sapere come avvalersi dell’ arte del mescolare elementi della Tradizione a quelli dell’ Avanguardia, dove tutto trova un equilibrio grazie alla valorizzazione di ciascuna preziosa diversità. E così, ciò che arriva al pubblico è un trionfo di coralità. Una “pietra filosofale” nella quale lo spettatore stesso è invitato a prendere parte, dando vita ogni sera a qualcosa di misteriosamente e meravigliosamente nuovo. Perché così è la vita.

Il cast al completo agli applausi


Qui, intervista su Corriere.it


Qui, intervista su RadioDeejay


Qui, intervista su Rolling Stone


il Gabbiano

Progetto Čechov – Prima tappa

TEATRO VASCELLO, dal 28 Febbraio al 5 Marzo 2023 –

Nessuna musica. Nessuna quinta. Il sipario si apre su uno spazio teatrale (le scene e le luci sono di Nicolas Bovey) completamente nudo e massimamente aperto. Indifeso e quindi pronto a essere plasmato. Come nella vita, gli attori in scena sono “gettati” in un luogo da riempire solo con la propria interpretazione. Con la propria vocazione.

Una scena dello spettacolo “il Gabbiano” di Leonardo Lidi

Unico oggetto in scena: una panchina in proscenio. E delle sedie disposte in un’unica fila sul fondo dello spazio: una sorta di dietro le quinte a vista. Un dietro che avanza. La panchina, così come la fila di sedie, “margini” sui quali “sedersi” . L’atmosfera è più quella di una sala prove che quella di un debutto.

Una scena del film “Vanya sulla 42esima strada” di Louis Malle (1994)

E fa tornare alla memoria il film di Louis Malle “Vanya sulla 42esima strada”, tratto da un adattamento teatrale di David Mamet. Anche per il tipo di recitazione affidata agli interpreti: più smaliziata, dai ritmi più sostenuti (a volte addirittura scevra da segni d’interpunzione), più gradevole, più attuale.

Il cast dello spettacolo “il Gabbiano” di Leonardo Lidi

A parlarcene sono anche i costumi che indossano (curati da Aurora Damanti): la scelta dei tessuti, il tipo di taglio, le scelte cromatiche. Poco nero, se non dove è indispensabile. E laddove (drammaturgicamente) consentito, alleggerito dal bianco. Contribuendo così, in sinergia al tipo di recitazione più essenziale e quasi autoironica, a rendere il confine tra riso e pianto meno netto.

Una scena dello spettacolo “il Gabbiano” di Leonardo Lidi

Fino a riuscire a strapparci di tanto in tanto un sorriso. O una risata. Di comprensione. Di complicità. Come sarebbe piaciuto a Čechov, visto che inalterata resta l’intensità e la bellezza del testo teatrale. Sono, questi rivisti dal regista Leonardo Lidi, personaggi che rispecchiano poeticamente la nostra stessa difficoltà, variamente declinata, di stare al mondo. Soprattutto nei momenti storici di passaggio. Vivono in una, a tratti consapevole, coesistenza di disperante malinconia e irresistibile comicità. E li comprendiamo: senza giudicarli.

Una scena dello spettacolo “il Gabbiano” di Leonardo Lidi

Oscillano: siedono sulla vita volteggiando su se stessi, anche quando sono in due a ballare. Senza avanzare davvero. Tentati dalla rassegnazione. Un desiderio, il loro, che non conosce vera intrepidità se non nei giovani, diversamente contagiati dal nuovo che sta entrando. “Silenzio, viene gente !” è il loro mantra per sfuggire a qualcosa che potrebbe invaderli: l’amore. “Come siete tutti nervosi ! E quanto amore ! “.  

Una scena dello spettacolo “il Gabbiano” di Leonardo Lidi

E quando cadrà su di loro il cielo del nuovo tempo, non li toccherà. Se non anagraficamente. Invecchieranno riuscendo ancora a schivare ciò che li sta investendo. Convincendosi, come il Dottore, di continuare a batterlo loro il tempo. Ipnotizzandosi. Impreparati, ancora, a debuttare. Nella vita.

“La bohème, la bohème, 

indietro non si torna mai”

(Charles Aznavour, La bohème).