– MORTE DI GALEAZZO CIANO – di Enzo Siciliano – a cura di Tommaso Capodanno

Il Teatro di Roma ricorda Enzo Siciliano a vent’anni dalla scomparsa

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TEATRO ARGENTINA

8 Giugno 2026

Insieme, nella serata dell’ 8 Giugno, in un Teatro Argentina al completo, si è atteso l’arrivo dell’anniversario della scomparsa di Enzo Siciliano – autore fondamentale della storia culturale italiana – rievocando un’altra attesa: quella dell’esecuzione da lui narrata in uno dei suoi testi teatrali più intensi, “Morte di Galeazzo Ciano”


E’ stata cura del Teatro di Roma, nell’anno in cui ricorre il ventesimo anniversario della scomparsa di Enzo Siciliano (1934-2006), onorarne la memoria attraverso un percorso scandito in tre tappe – palcoscenico di intersezione di storie umane  – così da tentare di restituire l’universo artistico e l’impegno civile di una delle figure centrali del Novecento italiano.
Attraverso questo progetto nel nome del padre, il Teatro di Roma ha desiderato valorizzare anche il legame affettivo e professionale con il figlio Francesco Siciliano, attore, produttore e oggi Presidente del Teatro di Roma.

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Teatro Argentina – Fondo Moravia  Nuovo Cinema Aquila

8 – 9 – 10 giugno 2026

OMAGGIO A ENZO SICILIANO

8 giugno, ore 20.00 | Teatro Argentina

Morte di Galeazzo Ciano

a cura di Tommaso Capodanno

con Filippo Nigro, Lorenzo Parrotto, Marco Prosperini, Galatea Ranzi, Francesco Siciliano, Carolina Sisto

voice off Paolo Cresta 

un progetto di Teatro di Roma – Teatro Nazionale

9 giugno, ore 18.30 | Casa Museo Alberto Moravia

Per Enzo Siciliano

incontro a cura di Francesco Siciliano, Lorenzo Pavolini, Simone Casini, Flavio Santi e del Fondo Moravia

10 giugno, ore 18.30 | Nuovo Cinema Aquila

Enzo Siciliano: lo scrittore e il suo guscio

la proiezione del film sarà preceduta da un momento di incontro e riflessione con Mimmo Calopresti, Arnaldo Colasanti, Leonardo Colombati, Catherine McGilvray, Bernardo Siciliano

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Ad aprire la serata al Teatro Argentina, il Vice Presidente della Fondazione del Teatro di Roma Danilo Del Gaizo. Suo il desiderio di ricordare come per Enzo Siciliano l’impegno quotidiano della cultura fosse il motore capace di promuovere la crescita sociale di un Paese.


In molti ricorderanno infatti, solo per fare un esempio,  il carattere di evento storico che rappresentò la scelta culturale di Enzo Siciliano, durante il suo mandato come presidente della Rai (1996-1998),  di trasmettere in diretta – in prima serata su Rai 1, sostituendo l’edizione serale del telegiornale delle 20:00 –  l‘evento inaugurale della stagione del Teatro alla Scala di Milano: il Macbeth di Giuseppe Verdi, diretto dal maestro Riccardo Muti, per la regia di Graham Vick (7 dicembre 1997).

Enzo Siciliano e Giancarlo Menotti (da Settimo Giorno, 1975)



Concetto – quello della cultura come motore di crescita sociale – ribadito anche nella testimonianza riferita al pubblico da Edoardo Albinati che, salito sul palco, ha sottolineato l’insolita inclinazione di Enzo Siciliano ad appassionarsi ad un ascolto trasversale delle creazioni artistico/letterarie, al di là delle ostilità di prospettiva con gli autori.

Ne è un esempio l’ammirazione per Ezra Pound: al quale Siciliano riusciva a riconoscere una grandezza poetica assoluta – tale da influenzare intere generazioni di autori – nonostante le forti contraddizioni ideologiche e le scelte politiche estreme del poeta. Non solo: negli anni ’50 Siciliano contribuì a diffondere l’opera poundiana in Italia e fu proprio lui a favorire uno storico—seppur burrascoso—incontro tra Pound e Pier Paolo Pasolini a Rapallo, mediando tra due delle menti più complesse del secolo.

L’attenzione del pubblico si è poi sagomata sulla restituzione – curata da Tommaso Capodanno – di uno dei testi teatrali più intensi e di stringente impegno civile, scritti da Enzo Siciliano: “Morte di Galeazzo Ciano”. Opera pubblicata nel 1978 da Einaudi nella collana Collezione di Teatro e portata in scena per la prima volta il 20 gennaio del 1998 dal Teatro Stabile di Torino, per la regia di Marco Tullio Giordana.

Acuta sensibilità drammaturgica di Enzo Siciliano è quella di riuscire a far emergere tutta la commozione verso la potenza drammatica di quella che – al di là di una cronaca documentaria – si diede come una “tragedia familiare”. Quella commozione che, facendoci “muovere insieme“ parla di un’unione capace di abbattere le barriere e di metterci in comunicazione gli uni con gli altri. Sia nella gioia, che nel dolore.

Qui in scena, è il carceriere degli Scalzi di Verona Mario Pellegrinotti (un Lorenzo Parrotto che sa unire fermezza e intelligenza emotiva) a presentare ciascun personaggio. E a suggerire gli ambienti nei quali vengono rievocate “le stazioni” della tragedia familiare: luoghi fisici e metaforici – frammenti emotivi – dove il distacco, l’attesa e l’ignoto s’incontrano. Crocevia tra il passato e il futuro di un percorso di spoliazione del potere, in cui Ciano viene costretto ad affrontare la fragilità umana, i propri errori e l’inevitabile morte. 

Villa Feltrinelli, Gargnano sul Lago di Garda


La prima delle “stazioni” proposte in scena è relativa all’ufficio di Mussolini a Villa Feltrinelli sulle sponde bresciane del Lago di Garda (1943). Qui un’appassionata e indomita Edda – interpretata assai efficacemente da Galatea Ranzi – provoca suo padre Benito (reso nella sua sovranità tragicamente logora da Marco Prosperini) affinché si attivi con “un atto politico” a favore di Ciano. “Sono contingenze impreviste” – si giustifica lui. E lei: “Hai sempre le SS alle calcagna. Sei impotente, ecco l’imprevisto!”.  Non a caso Mussolini era solito dire di lei: “Sono riuscito a sottomettere l’Italia, ma non riuscirò mai a sottomettere mia figlia”.

Accanto all’immagine pubblica di donna svagata e mondana, Edda si dimostra disposta a tutto per salvare il marito, lottando con freddezza e coraggio contro il padre e l’apparato nazista. Inizia così a delinearsi tutto il carattere tragico di questo frangente esistenziale, dove Edda si trova costretta a scegliere tra il legame di sangue con il padre e l’amore viscerale per il marito; e  il padre costretto a scegliere tra gli adorati legami familiari e la tentazione a non voler rinunciare al potere.

La seconda “stazione” è la casa dei Ciano a Roma. Siamo nel 1939: i due coniugi ballano sulle note di “Non dimenticar le mie parole” (1937), brano punto di svolta della musica leggera italiana del tempo, che inaugura il celebre “stile Novecento” esprimendosi musicalmente attraverso un ritmo sincopato che risente delle influenze swing e jazz. “Non dimenticar le mie parole” è infatti una canzone d’amore dal testo malinconico ma caratterizzata da quel ritmo dondolante, proprio della sezione ritmica del swing. Ballando, Edda punzecchia Galeazzo per gelosia ma anche perché lui non riesce, a suo avviso, a portare fino in fondo la sua opinione politica, divergente da quella di Mussolini (sulla non opportunità per l’Italia di entrare in guerra) dimettendosi da Ministro degli Esteri. “Io voglio la pace: non sono un fatuo livornese!” – gli risponde lui. E intanto ballano sulle note di “Non dimenticar le mie parole” : un brano che canta l’amore e i suoi tormenti.

 Frau Felizitas Beetz


In carcere Ciano conosce e si innamora di Frau Felizitas Beetz (qui interpretata da una Carolina Sisto ricca in quieta malinconia). “Lui la cerca come un cibo” – commenta Edda. E lei, Felizitas, per Ciano tradisce l’incarico affidatole da Hitler: quello di impossessarsi dei diari dell’ex Ministro degli Esteri. Manoscritti ritenuti compromettenti e che per questo motivo non devono finire in mano nemica. La missione di spia affidata a Frau Felizitas Beetz è ritenuta fondamentale dal Terzo Reich: deve convincere l’ex ministro a consegnarle quei documenti, con ogni mezzo. A costo di illuderlo che, in quel modo, avrebbe avuto salva la vita. Invece Felizitas commette l’errore più grave: si innamora dell’uomo che deve tradire.

Esecuzione dell’11 gennaio del 1944 al poligono di tiro di Verona


E invece di escogitare il modo di farsi consegnare i diari, instaura con lui un rapporto che, giorno dopo giorno, si fa sempre più profondo. Anche quando Ciano viene processato a Castelvecchio, assieme ai «complici» della caduta del Fascismo, lei partecipa a tutte le udienze, ritornando ogni sera al carcere degli Scalzi per rincuorare Galeazzo. Gli rimane vicino anche dopo la condanna a morte, fin quando viene trasferito al poligono di Porta Catena per l’esecuzione, l’11 gennaio del 1944. Si salutano – riportano le cronache dell’epoca – quaranta minuti prima che Ciano venga ucciso dal plotone d’esecuzione. A dispetto dei ruoli sociali Edda riuscirà poi ad entrare in amicizia con la spia tedesca. Tanto che è proprio Felizitas ad aiutarla a fuggire con i bambini in Svizzera, consentendo così di salvare i diari dell’ex gerarca, consegnandoli alla Storia. 

Galeazzo Ciano


In carcere continua poi anche lo stretto rapporto di amicizia tra Ciano e il Ministro ai Lavori Pubblici Zenone Benini (qui in scena un arguto Filippo Nigro). A lui Galeazzo confida che Mussolini “è un vile perché è il suggeritore dei suoi padroni… perché mette in mostra il dolore… e vile è qualcosa di diverso dall’aver paura”. Ma il suo amico lo aiuta a riflettere sul fatto che lui, Ciano, ha sicuramente “meriti nei confronti del futuro” ma è stato imprudente nel credere che Mussolini gli avrebbe perdonato qualsiasi offesa. 

Nel susseguirsi delle “stazioni” – complice la sinergia tra la drammaturgia di Enzo Siciliano, la cura di Tommaso Capodanno e la coralità del corpo della parola degli interpreti in scena – si assiste alla progressiva messa a nudo dell’animo di quell’uomo apparentemente solo “frac e decorazioni”. E il Galeazzo Ciano qui interpretato da Francesco Siciliano restituisce allo spettatore tutta la contraddittorietà propria dell’animo umano di fronte a certi ambigui frangenti dell’esistenza. 

Francesco Siciliano


La sua elegante spavalderia lascia spazio alla profonda riflessione interiore, alla paura, al desiderio di immaginare la propria sepoltura a Livorno insieme all’uomo che più di ogni altra cosa ha amato: suo padre Costanzo Ciano. E poi ancora il pensiero per il futuro dei suoi figli, la cura di affidarli allo sguardo del suo caro amico Benini. 

Ma un pensiero l’assilla e, nel confidarlo alla profonda umanità del suo secondino Pellegrinotti, ne riceve in cambio un po’ di sollievo: “dopo avermi massacrato, dove mi butteranno questi cani?”. E ancora : “questa notte io non me la voglio ricordare… e domani non voglio sentire il ghiaccio della pallottola”. Un orrore così viscerale il suo da portarlo a desiderare morire prima. Ma ritorna l’eco di quel brano: “non dimenticar le mie parole …”.

Processo di Verona, 8-10 gennaio 1944


E così il Ciano di Francesco Siciliano proprio nell’arrivare a restituire il suo animo sempre  più “nudo”, finisce per risultare “un uomo ridicolo”: un uomo moderno affetto dall’ indifferenza universale, convinto che nulla abbia importanza. Convinzione che lo porta all’alienazione e a desiderare l’idea del suicidio. 

Ce ne parla quella dilaniante comicità che si fa strada in quella sua assurda risata che serpeggia tra i suoi pensieri e le sue parole. Finche anche le sue mani iniziano a muoversi in modo ossessivo, all’unisono con le sue paure. 

Galeazzo Ciano nel Carcere degli Scalzi a Verona


E quel momento tanto temuto arriva: ma sorprendentemente mettere a nudo le varie parti della sua umanità lo portano a liberarsi dal rancore e dalla paura. E mentre Edda ci confida di essere ormai “una macerie di donna”, Galeazzo riesce a sentire ora la vita “piacevole” nonostante tutto: “La vita è sempre bella”. Amare il prossimo può significare redimere le perversioni dell’animo umano. E tornano le parole-guida di quella canzone: 

“Non dimenticar le mie parole,
bimba tu non sai cos’è l’amor,
è una cosa bella come il sole,
più del sole dà calor”.

Carolina Sisto, Filippo Nigro, Galatea Ranzi, Francesco Siciliano, Marco Prosperini, Lorenzo Parrotto

Una serata piena di commossa riflessione, questa che ha preceduto l’arrivo dell’anniversario della scomparsa di Enzo Siciliano. Uno splendido rito per omaggiare la presenza civile, culturale e sentimentale di un’assenza.

Il 9 giugno, giorno dell’anniversario, il percorso della rievocazione della presenza di Enzo Siciliano ha fatto capo al palcoscenico di intersezione di storie umane di Casa Moravia, attraverso l’incontro intitolato Per Enzo Siciliano a cura di Francesco Siciliano, Lorenzo Pavolini, Simone Casini, Flavio Santi e del Fondo Moravia.

Per poi concludersi il 10 giugno al Nuovo Cinema Aquila, con la proiezione del film Enzo Siciliano: lo scrittore e il suo guscio. La proiezione è stata preceduta da un momento di incontro e riflessione con Mimmo Calopresti, Arnaldo Colasanti, Leonardo Colombati, Catherine McGilvray, Bernardo Siciliano.


Recensione di Sonia Remoli