– GUIDA IL TUO CARRO SULLE OSSA DEI MORTI – regia, drammaturgia, sound design Federica Rosellini

– dal romanzo di Olga Tokarczuk –

IF INVASIONI (dal) FUTURO_LEGACY*2026

Teatro India

6 Settembre

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Come due cerve scese dal bosco ci aspettano.
E ci guardano: sedute.

Abitano uno spazio circolare, isolato dentro un confine: di luce, non di pietre. Una luce che recita: una barriera immateriale, viva, mutevole e poetica. Che definisce senza imprigionare: come é naturale tra uomini e animali. Un habitus di cui si tingono anche gli abiti di scena.

Nel silenzio, entra un altro raggio di luce: è una voce, è un canto. E crea un contrasto che si fa passaggio tra due mondi: quello visibile e quello invisibile.

La voce è quella piena di grazia nostalgica di Federica Rosellini. 

È un canto che sa di dolce lamento. 
È emozione pura.
È memoria collettiva.

La regia, la drammaturgia e il sound design curati dalla Rosellini – gravitanti intorno alla parola, al canto, al campionamento digitale, al suono del violino – creano un paesaggio che si fa corpo vivo dello spettacolo, creando ponti: temporali e di senso.

Come, ad esempio, il campionamento porta con sé il “fantasma” del suo contesto originale, così qui il sé più profondo della protagonista porta “il fantasma” della sua voce narrante. In scena ci sono Raffaella D‘Avella e Federica Rosellini: due parti di una stessa anima rock. Quella di Janina Duszejko: la protagonista di Guida il tuo carro sulle ossa dei morti di Olga Tokarczuk.

Un’anima, quella di Janina, il cui stare al mondo anticonvenzionale sa andare al di là di quel pigramente ossequiante “si è sempre fatto così”, che finisce per rivelarsi poi una prepotenza. 

Janina vive attraversando confini, provando a creare ponti: mettendo in discussione la visione del mondo “autorizzata” quando, ad esempio, assegna all’uomo una presunta superiorità sugli animali, tale da legittimare ogni gesto nei loro confronti. 

Con una scrittura lirica ed accattivantemente politica, Olga Tokarczuk manda in scena una sorta di eco-thriller-esistenzialista in cui interroga provocatoriamente il lettore/spettatore su chi “davvero” sia il colpevole di questo giallo: le continue morti in un piccolo e isolato villaggio di montagna, situato nella conca di Klodzko circondata da boschi fitti e montagne, nella regione della Slesia, in Polonia, al confine con la Repubblica Ceca. Omicidi di uomini, tutti accumunati dalla loro passione per la caccia. Ma ci sono anche le morti delle due cagne di Janina, per lei come delle figlie. E delle quali Janina va disperatamente alla ricerca dei corpi, per onorarli di una sepoltura. 

Olga Tokarckuz

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Il genere letterario del giallo visualizza la metafora della condizione umana e della costante ricerca di senso di fronte al caos della vita. Se infatti il delitto rappresenta la rottura traumatica dell’ordine sociale e morale, l’indagine simboleggia il tentativo della ragione umana di ripristinare la giustizia e la verità. L’indagine, in verità, non serve solo a trovare il colpevole, ma ad esplorare le contraddizioni, le ingiustizie e i mali nascosti nel tessuto sociale e storico di ogni epoca.

Anche il lettore viene chiamato a scovare e ad interpretare gli indizi seminati nell’indagine, trasformandosi lui stesso in un detective simbolico a cui viene affidato il caso da “risolvere”.

E in questo senso può essere interpretato il monito di Janina posto da Olga Tokarczuk ad apertura del romanzo. Un monito dal sapore di un oracolo delfico:

“E adesso fate attenzione!

Una volta scelto il sentiero

periglioso,

L’uomo giusto compiva

umilmente il suo tragitto

Nella valle della morte”

Un incipit che mentre annuncia una soglia psicologica e narrativa di rottura del quotidiano, sta insieme stringendo un patto con l’ascoltatore. 

Un incipit che racchiude l’invito a percorrere “un sentiero periglioso”. Avendo cura di tenere i piedi il più possibile puliti. Per renderli il più possibile “sensibili”: ricettivi, in ascolto. 

I piedi – ovvero l’unica parte del corpo che tocca direttamente il suolo – sono il punto di scambio energetico tra l’uomo e la natura. E lo stesso vale per gli animali, secondo le discipline olistiche.

Nel piede è racchiusa infatti una potentissima mappa di canali energetici, collegati a tutto il corpo da una carica attrattiva, erotica. Ma occorre averne cura: occorre mettersi in ascolto delle informazioni che trasmettono. Non come Piede Grande – il primo dei cacciatori morti – il cui nome rivela l’impronta pesante dell’uomo sul mondo: l’impronta di colui che calpesta tracce e territori che non gli appartengono. Che, come non tiene conto della Terra, non si pone in ascolto neppure del Cielo. 

A differenza invece di quanto propone Janine, con la sua passione per le tavole delle Effemeridi: capaci di unire il tempo umano ai cicli cosmici. Un ponte tra macrocosmo e microcosmo fondato sul principio ermetico “come in alto, così in basso”.

Un ordine superiore e geometrico dell’universo, dove i movimenti macrocosmici dei pianeti riflettono in maniera speculare i mutamenti microcosmici dell’animo umano. 

Un “diverso” punto di vista, quello che Janina propone rispetto alle abitudini del suo villaggio, dove ci si limita a seguire i contraddittori consigli di Padre Fruscio. Che dal pulpito della chiesa (come da quello degli appostamenti di caccia) benedice i cacciatori quali ambasciatori sodali della creazione divina.

William Duffield, Sir John Gilbert – “Cacciatori di frodo”, 1863

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Janina è portatrice anche di un femminile che preferisce prendere le distanze da un certo maschile che risulta affetto da una sorta di “autismo testosteronico”: quando diviene impossibile cioè un dialogo ricco in pathos, perché “temuto più dell’inferno”.

Un femminile, quello di Janina, che si scopre invece liricamente molto vicino all’integrazione con il mondo animale. Solo dai cacciatori di frodo Janina si sente minacciata: egoistici predatori non rispettosi dei cicli della vita, che così facendo portano all’estinzione delle specie, per il proprio profitto.
Sono, i cacciatori di frodo, come ombre che si muovono nell’inganno: usando trappole crudeli e violenza cieca. Come avviene anche in “un amore di frodo”: non a caso contro tali cacciatori Janina tiene sempre pronto in casa dello spray al peperoncino.

Ma Janina non desisterà dal percorrere il “suo sentiero periglioso” , guidando il suo carro sulle ossa dei morti. 

Una performance – questa immaginata da Federica Rosellini, affiancata in scena da una Raffaella D’Avella dalla brillante sagacità – che restituisce poeticamente l’anomalia del giallo di Olga Tokarczuk. Un giallo che, volutamente, dopo la scoperta del colpevole non chiude “il caso” ma apre alla riflessione: su una ricerca sempre più attenta alla dignità che accomuna uomini e animali.

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Recensione di Sonia Remoli