Recensione CONTAGIO – regia Andrea Goracci

TEATRO DEI GINNASI

21 e 22 Febbraio 2026

Dopo aver esplorato nel suo precedente lavoro – “In alto mare” di Sławomir Mrożek  – cosa può scattare nella mente degli uomini, pur di sopravvivere, quando una comunità si trova privata di uno dei bisogni primari (il cibo); ora Andrea Goracci torna a interrogarsi, e a interrogarci, sulle dinamiche che si vengono ad instaurare in una comunità, dove il contagio delle idee “deve” essere virale per essere democratico.

Andrea Goracci

Dove la “qualità” delle idee rischia di passare in secondo piano a favore dei “numeri”, ovvero dei contatti da conquistare.

Gestire il popolo – diceva Giorgio Gaber – “è sempre un grosso problema per chi governa: bisogna scendere alla portata di tutti, bisogna adeguarsi. E così quando saremo tutti scemi allo stesso modo, la democrazia sarà perfetta”.

In maniera circolare allora lo spettacolo di Andrea Goracci si apre con l’analisi del concetto di democrazia proposto da Giorgio Gaber, per chiudersi provocatoriamente sul nostro essere inclini al conformarci. Canta Gaber:  

Il conformista
È uno che di solito sta sempre dalla parte giusta
Il conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa
È un concentrato di opinioni
Che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani
E quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire
Forse da buon opportunista
Si adegua senza farci caso e vive nel suo paradiso

(da “Il conformista” di Giorgio Gaber)

Giorgio Gaber

Ma a cosa allude Gaber quando dice “bisogna scendere alla portata di tutti?” E perché scendere alla portata di tutti porta l’uomo ad “adeguarsi”?

Il popolo non ne è consapevole ma chi decide di governarlo invece lo è assai. Sa, ad esempio, che l’uomo per natura tende prevalentemente a circondarsi di “sicurezza”. 

La tensione alla sicurezza e all’essere protetti da qualcun altro, prevale – se non educata allo sviluppo e all’esercizio critico – su quella a combattere per i propri diritti, assumendo la responsabilità della propria libertà.

Perché esseri liberi non è una felicità spensierata, ma un gran peso che implica la necessità di diventare creatori di se stessi, facendo propri valori precedentemente imparati.

Ecco allora che “scendere alla portata di tutti” significa insistere su questa tensione umana alla sicurezza, facendo sentire al popolo come il poter mettere la responsabilità della propria libertà nelle mani di chi governa – abdicando quindi ad uno sguardo critico – sia un vantaggioso scambio. Estremamente rassicurante. Al popolo non resta infatti se non “adeguarsi”: stare sempre “dalla parte giusta”, che spesso equivale a quella del più forte.

Il conformista
Non ha capito bene che rimbalza meglio di un pallone
Il conformista, aerostato evoluto che è gonfiato dall’informazione
È il risultato di una specie
Che vola sempre a bassa quota in superficie
Poi sfiora il mondo con un dito e si sente realizzato

Vive, e questo già gli basta
E devo dire che oramai
Somiglia molto a tutti noi
Il conformista, il conformista

(da “Il conformista” di Giorgio Gaber)

Lo spettacolo di Andrea Goracci prosegue ben visualizzando allo spettatore lo spirito satirico della drammaturgia di Enzo Ferrara: restituendo la suggestione cioè di come chi ci governa sia assai spaventato da chi osa pensare con la propria testa. 

Ecco allora che tre esponenti di tre diversi pensieri politici fanno ingresso in scena brutalmente prelevati per fare un test, da qualcuno che dice di prendersi cura della società. Fuori si sta  diffondendo, si dice, un virus che porta le persone a perdere le proprie idee, per contagiarsi l’una con l’altra in un’unica direzione di pensiero.

I tre esponenti dei tre diversi orientamenti politici sono: Stefano, un anarchico individualista interpretato con vibrante convulsività da Luca Vergoni; Aldo, il comunista vigorosamente musicale di Pietro Bovi e Daniela, una rampante esponente del capitalismo, interpretata con seducente supponenza da Francesca Blasutig.

Li accomuna un certo nervosismo impositivo, sintomo di una vacillante consapevolezza di sé, che mette a rischio la loro capacità di apertura critica verso nuovi inaspettati scenari. Nervosismo sul quale subito intuisce di poter far leva un misterioso infermiere senza nome, identificato buzzatianamente dal numero del livello raggiunto nella sua carriera sanitaria. Ad interpretarlo con serpeggiante ambiguità è Andrea Barbati.

Le diverse “fissazioni politiche” dei tre – ovvero i loro tre diversi modi di immaginare il nostro stare al mondo, che fanno di loro dei trasmettitori di bacilli di un diversificato sguardo critico sul reale – risultano, per qualcuno, da tenere sotto stretta osservazione. Cioè sotto controllo.  Come cavie. Anche perché, proprio in quanto “fissazioni”, risultano idee più restie “ad adeguarsi”.

Scopo del prelevamento dei tre, così come riferito dall’ambivalente infermiere deputato ad accoglierli – che non a caso ogni volta che entra in scena, in un ammiccante a parte, si addolcisce la bocca con una caramella prima di parlare – è studiare attraverso di loro un vaccino, che permetta a ciascuno là fuori di mantenere le proprie idee.  

Intanto però il mellifluo infermiere invita con blanda assertività ciascuno dei tre a rinunciare ai propri abiti – seconda pelle con la quale ciascuno parla visivamente della propria personalità – a favore di un rassicurante e anonimo pigiamino, uguale per tutti (la cura dei costumi è di Lucia Cipollini). Lo stesso infermiere poi subdolamente compensa questa iniziale richiesta di rinuncia alla perdita d’identità, con lusinghe personalizzate per ciascuno dei tre. Avendo scoperto nel frattempo i loro punti deboli, ovvero quei punti dove i loro nervi si danno scoperti. Vulnerabili. 

Punti deboli diversificati, ma con un unico denominatore comune: la paura di non sentirsi al sicuro. Raggiungere questa paura – cioè quello “scendere alla portata di tutti” che conduce l’uomo ad “adeguarsi”, come lo definiva Gaber – significa avere a disposizione un terreno fertilissimo sul quale chi dice di proteggerci, semina. E raccoglie. Allevando un virus che in questo microcosmo in scena replica il suo insinuarsi, così come avviene nel macrocosmo esterno. Perché un virus per diventare virale ha bisogno che qualcuno “gli creda” . E la paura, ovvero il nostro costituzionale senso di insicurezza, ci tenta “a credere”.  

In uno spazio al di là di precise coordinate spazio-temporali, con una regia volutamente incentrata su un’efficace interpretazione degli attori, Andrea Goracci porta in scena uno spettacolo brillante, che  restituisce con satirica profondità gli inciampi del nostro essere umani. 

In un bel fermento la platea, prevalentemente giovanile, si è lasciata trascinare nei meandri delle amare contraddizioni, proprie del nostro uso della libertà. Contraddizioni che non impediscono una continua e fertile ricerca di un sempre nuovo equilibrio tra l’ostinarsi e il conformarsi. Tra ciò che ci viene detto, e il sano desiderio di porsi dubbi e quindi di verificare attraverso altri punti di vista, l’opinione propinata.  

Opinione che in ogni momento, cerca di diffondersi tra noi. Come un virus.  Come il supposto infermiere. Diffondendo un contagio manipolativo, che ci allontana sempre più dall’intrattenere “contatti” con l’Altro. Imbonendoci, cioè, “a credere” e quindi a diffidare dell’Altro, la cui diversità minaccia la nostra sicurezza di “adeguati”. Di conformisti.

Pietro Bovi, Andrea Barbati, Luca Vergoni, Francesca Blasutig


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo L’IMPARATA di Roberto Iannucci – regia di Felice Della Corte

TEATRO MARCONI, dal 17 al 22 Ottobre 2023 –

Che cosa può succedere quando l’esterno, in questo caso il contesto sociale della criminalità organizzata, condiziona così prepotentemente le più intime dinamiche familiari? 

Cosa può succedere quando aderire al contesto sociale fa smarrire ad una madre il suo valore più profondo: quello di trasferire ad un figlio l’amore per la vita nonostante tutto ?

Quanto incide la crisi dell’etica pubblica nella crisi della famiglia?

Questo emozionante testo di Roberto Iannone narra infatti del dramma che si consuma all’interno di una famiglia che ha aderito all’etica camorrista. 

Felice Della Corte

La regia di Felice Della Corte ne esalta i chiaroscuri narrativi attraverso un interessante espressivismo linguistico-corporeo. Evidente è infatti il lavoro degli attori sulla parola e sul gesto: sulla loro voluta dilatazione o al contrario sulla loro estrema frammentazione compulsiva (deformazioni sottolineate anche dagli inserti musicali).

Da questo particolare connubio scaturisce un linguaggio espressivo che, al di là della suggestione propria del dialetto napoletano, si manifesta, proprio per il suo essere ricchissimo di suoni di origine onomatopeica, come una lingua quasi primitiva. Un po’ quella che Jaques Lacan chiamava “la lalangue”: una sorta di lallazione prelingistica matrice di tutte le altre lingue, che eccede dai codici di ogni linguaggio ma è in grado di descriverne i sentimenti.

Una lingua che si mescola al corpo e che da questo ne è tradotta. Perché non nasce come qualcosa che semplicemente “esce dal corpo” ma che si unisce ad esso nell’espressività. E che spesso attinge anche al mondo animale. È la stessa drammaturgia che invita a sottolinearlo. Un’umanità, quella in scena, quasi orwelliana dove la genuinità dei “maiali” è avvelenata da quella degli “scorfani”.

La drammaturgia narra, infatti, di un commesso viaggiatore di biancheria per la casa ( il “maiale”, un convincente Antonello Pascale ) che a sua insaputa si ritrova esso stesso ad essere “terreno” dell’espressione del potere che una madre e un figlio, subdoli rivali, si stanno contendendo.

In questo particolare frangente è la madre (una Teresa Del Vecchio dall’incantevole ambiguità) a concedere al commesso viaggiatore il permesso di frequentare la casa e quindi di entrare nei confini del quartiere, territorio di famiglia. La madre cioè continua, come quando il figlio era in prigione, a prendere lei stessa le decisioni da capo clan familiare.

Teresa del Vecchio

Vincenzo (un appassionato e appassionante Antonio Grosso) infatti è appena tornato a casa dopo aver scontato solo tre anni di reclusione anziché dieci, come prescritto. La madre, ma anche la moglie di Vincenzo ( un’accurata Marika De Chiara ), sospetta che il figlio “abbia cantato”: vergogna delle vergogne in ambito mafioso. E nell’attesa di averne le prove, prosegue nella gestione familiare del potere, marcando lei stessa il territorio e proteggendolo dall’infamia del disonore. Quando il figlio Vincenzo se ne accorge è ormai troppo tardi e non gli resta altro, per riconoscersi un’identità, se non esprimere il proprio potere “di nascosto”: sequestrando il commesso nel sotterraneo di casa. Ma il suo ruolo da carnefice è una guerra di nervi che non ha vere intenzioni criminali.

Antonio Grosso – Ritratti – 2014

Lo spettacolo prende avvio proprio da questo momento della storia, per proseguire in un intreccio avvincente che esplora il continuo mutare dei personaggi da vittime a carnefici. E gli attori in scena sanno restituirne la profonda densità.

Un mondo in apparenza molto solido ma in realtà fragilissimo quello proposto dall’ “organizzazione” che i camorristi napoletani definivano “Società della Umirtà”, alludendo alla difesa del “loro onore”: che consisteva nell’omertà (Umirtà). Codice malavitoso del silenzio e dell’obbligo a non parlare con la polizia degli affari interni all’organizzazione.

Ma non si può permette che per “onore” si intenda una ligia appartenenza ad una regola di oppressione. Non si può considerare l’onore come una losca affidabilità tenuta alta da chi ha le mani in pasta. L’onore deve essere il colore sensibile della morale, della solidarietà. Perché una società autenticamente solida è una società solidale.

Marika De Chiara, Antonio Grosso, Teresa Del Vecchio e Antonello Pascale

Per questo è importante che anche il Teatro partecipi alla costruzione di questa solidità solidale liberando le parole chiave della nostra umanità dall’inquinamento provocato in esse dal pervertimento del loro significato originario.

Questo spettacolo ne è un esempio.

Così come notare che in platea fossero presenti direttori artistici di altri teatri romani. Perché il Teatro, al di là di una sana competizione, resta un ambiente dove può esistere autentica condivisione.

Solidale.

In alto mare

TEATRO MARCONI, dal 17 al 19 Marzo 2023 –

Cosa scatta nella mente degli uomini pur di sopravvivere? Che può succedere in una comunità che si trova privata di uno dei bisogni primari: il cibo? La natura umana può tollerare soluzioni democratiche? La retorica, ovvero l’arte del parlare persuadendo, è davvero più democratica della polvere da sparo?

“Sto soffrendo! Lo capisci ?!” (bozzetto di Slawomir Mrozek)



Un microcosmo, quello descritto in questo pungente atto unico del drammaturgo polacco Slawomir Mrozek, fuori da ogni coordinata spazio-temporale e con personaggi manchevoli di un nome proprio ma identificabili con “una densità quantitativa” variamente interpretabile: Mrozek decide di chiamarli il piccolo, il medio e il grosso. Sono tre naufraghi che, avendo terminato le scorte di cibo, si trovano di fronte all’urgenza di decidere chi sarà il primo a sacrificarsi per essere mangiato. Così da garantire la sopravvivenza degli altri. 

Slawomir Mrozek, autore del testo “In alto mare”

Andrea Goracci, acutamente, sceglie per il suo debutto da regista un testo breve, intenso ed eternamente attuale: una situazione paradossale sì, ma preziosa per confrontarci con l’assurdo del quotidiano. E soprattutto con le contraddizioni della nostra natura umana. Vivere in un mondo di incertezze è difficile si sa; ma cosa siamo pronti ad aspettarci dal comportamento umano? Dall’umana follia?

Andrea Goracci, regista dello spettacolo “In alto mare”

La sublime bellezza di questo testo, preservata e valorizzata dall’adattamento di Andrea Goracci, è che si parte da presupposti verosimili, da situazioni apparentemente pacifiche, per arrivare – a fil di logica – verso conclusioni grottesche ed assurde. La narrazione, infatti, prende avvio e si snoda in un crescendo di criteri “democratici” per riuscire ad individuare “la giusta” vittima sacrificale. Feroce è constatare come proprio nella ricerca democratica si insinuino, dapprima semplicemente manifestandosi ma poi prendendo il sopravvento, atteggiamenti di umana disumanità.

“L’infanzia difficile, la guerra, l’occupazione sovietica e adesso tu?”
bozzetto di Slawomir Mrozek

Ed è proprio mettendo alla berlina i paradossi della società dell’homo sapiens, smontando quindi false certezze, che il testo di Slawomir Mrozek  riconsegna all’uomo la consapevolezza della necessità di un’interminabile ricerca della verità. Perché noi tendiamo a prendere poco in considerazione “la regola” secondo cui il risultato finale dei nostri sforzi, sia individuali che collettivi, si rivela spesso il contrario di quello che avevamo previsto. Il Piccolo, ad esempio, è il primo ad invocare la democrazia ma poi esige la propaganda e nella propaganda dichiara di essere “egoista”. E proprio per il suo egoismo pretende di non essere scelto come vittima sacrificale. 

Una scena dello spettacolo “In alto mare” diretto da Andrea Goracci

E’ una natura umana passivamente feroce e immersa in un’assurda incertezza vitale, quella che l’adattamento di Andrea Goracci, fedelmente alle intenzioni del testo originale, rende con profonda tragicità ma anche con abbondante ironia, a volte addirittura esilarante. Si tratta, però, di un umorismo surreale: necessario per rivelare le convinzioni distorte dei personaggi. E’ la risata angosciante dell’assurdo: mordente e corrosiva, irrinunciabile per descrivere i pericoli che si possono insinuare nel vivere comune dell’uomo moderno. Storicamente intorno agli anni ’60 in Polonia, a seguito di una serie di scioperi e rivolte a causa delle scorte di cibo e per lo sfruttamento sovietico, Wladyslaw Gomulka assume il potere e inizia una stalinizzazione controllata. Ma spesso, ed è questo l’intento più icastico del drammaturgo polacco, “stalinistico” è il nostro modo di fare quotidiano, quando ci arrocchiamo, cioè, in quel dispotismo delle nostre abitudini e dei nostri modi di pensare che culmina nella più perversa di tutte le dittature: quella autoimposta (nella quale si immolerà il Piccolo, ad esempio).

Una scena dello spettacolo “In alto mare” diretto da Andrea Goracci

Ecco allora che il riso, volutamente suscitatoci da Mrozek, in qualche modo costituisce un’arma formidabile per smascherare l’assurdo, riconoscerlo e affrontarlo con l’unico strumento possibile, anche se mai davvero risolutivo: la consapevolezza. Perché è davvero difficile essere umani.

Slawomir Mrozek, autore del testo “In alto mare”

Andrea Goracci riesce a confezionare un adattamento così come era nelle intenzioni dell’autore: Slawomir Mrozek anelava, infatti, che questo testo fosse rappresentato dando priorità assoluta alla precisione e alla chiarezza del senso logico delle battute, per aiutare lo spettatore a muoversi con agio nella profonda densità del testo. E così è avvenuto: il pubblico, prevalentemente giovane presente in sala ieri sera alla prima, è restato costantemente incollato alla rappresentazione di “trasparente” fruibilità.

Andrea Goracci, il regista dello spettacolo “In alto mare”

La scenografia, essenziale, curata ed efficace, nasce dall’estro ormai riconoscibile di Antonella Rebecchini e dall’importante artigianalità di Mattia Lampasona. I tre naufraghi Anania Amoroso (il medio), Livio Sapio (il grosso) e Luca Vergoni (il piccolo) si rivelano personaggi dotati di una significativa caratterizzazione e danno prova di riuscire a sostenere i giusti ritmi richiesti dal testo. Considerevole lo studio sul gesto. Sempre molto efficace la prossemica. Avvincente la resa a tutto tondo del personaggio del Postino (Andrea Meloni). Avvolta nel fascino di un colpo di scena, l’epifania del servo Giovanni (Riccardo Musto). I costumi (curati da Lucia Cipollini) regalano eleganza ed incisività alla realizzazione del quadro d’insieme.

Recensione dello spettacolo SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE di Luigi Pirandello – regia di Claudio Boccaccini –

TEATRO GHIONE, Dal 17 al 20 Marzo 2022 –

Che cosa desiderano davvero i “Sei personaggi”? L’eternità “garantita” dalla parola scritta, che incide e lascia impressi i segni di una presenza. Vogliono un autore che sappia trasformare l’unicità della loro storia in “scrittura”.

Ma per riuscirci occorre saper credere nei paradossi di un teatro che è metafora di se stesso e si autoanalizza. Non abbiamo qui attori che recitano una parte, ma Personaggi “incarnati”, “spiranti e semoventi” (come li definisce Pirandello nella Prefazione), che si presentano in un teatro, dove si sta provando la commedia “Il giuoco delle parti”, sempre di Pirandello.

“Sono” Personaggi partoriti e poi abbandonati da un autore che rinuncia a scrivere il loro dramma. Orfani della mente dell’autore, i Personaggi s’incarnano e ossessionano il Capocomico e la sua Compagnia, perché ascoltino la loro storia e la recitino così com’è: vita direttamente balzata sul palcoscenico, senza la mediazione di un testo scritto. La vita è già teatro.

Gli Attori protestano, si rifiutano di recitare parti non scritte ma i Personaggi impongono alla Compagnia di assistere direttamente agli eventi che verranno riproposti nella loro verità carnale, con le emozioni di quel momento ora vissuto dai Protagonisti. Gli Attori diventano cosi spettatori e gli spettatori della platea sono costretti ad assistere allo smontaggio analitico della forma teatrale.

La regia di Claudio Boccaccini sa restituire quelle atmosfere paradossali di un teatro che si autoanalizza. Lo si percepisce dalla valorizzazione dedicata a determinate parti del testo, colte nella loro polivalenza;

nella direzione degli interpreti (incluso se stesso, che da alcune edizioni interpreta con elegante arguzia il ruolo del Capocomico); nel lavoro sulla voce e sul corpo fatto su e con gli interpreti, così necessario in un testo come questo dove, più che in altri, anche il corpo è il luogo di un teatro. Dove qualcosa parla: dice l’anima.

A questo proposito è risultata particolarmente efficace la scelta (propria di questa edizione) di mettere in scena “scalza” la Figliastra, esaltandone così ancor di più la vibrante felinità (resa con molta efficacia da Francesca Innocenti). Di particolare intensità i personaggi della Madre (una Silvia Brogi che sa rendere le varie sfumature dell’essenza del dolore),

del Padre (un Felice Della Corte che sa tratteggiare le diverse pieghe del rimorso)

e quella del Figlio (un Gioele Rotini efficace maschera dello sdegno).

Tutti gli interpreti danno prova di specifica incisività e al tempo stesso risuonano ben accordati fra loro

ma la restituzione più intensa Boccaccini l’affida alla sua interprete preferita: la Luce, che sa rendere magicamente l’inquietudine tipica del teatro dell’inconscio, del rimosso, del fantastico come caos psichico.

Il fondale che ri-partorisce incarnando “quel che è” dei Sei personaggi è reso con una perizia tale da suggerire sempre nuovi giochi di panneggio a dei semplici teli di leggerissimo nylon, dai quali quasi rotolano, come onde concrete e insieme evanescenti, le sagome-fantasmi dei Sei personaggi. Sembra un mare dal quale, con la violenza selvaggia di onde cariche di elettricità, riescono ad emergere le creature della Fantasia.

Gli Attori, testimoni di questa epifania, iniziano a fare esperienza dell'”aperto”, del “senza margini”, del senza regole. E, colti da immenso disagio, ridono nervosamente, tentando di sminuire l’effetto provocato su di loro dall’angoscia e insieme dal’ebbrezza della libertà. Ma il Capocomico comprende che quella è l’occasione di dare la parola allo “straniero”, gettando così le basi ad una “integrazione”. Perché questi selvaggi personaggi non sono potenze minacciose da cui difendersi: sono luogo di energia inesauribile.

Va infine sottolineata l’opportuna resa iconografica del disegno luci che enfatizza la contrapposizione della “realtà” degli Attori da quella dei Personaggi.

Claudio Boccaccini rende la prima, immergendo gli Attori in una calda e rassicurante luce, come in certi quadri di Jack Vettriano; mentre per rendere la seconda

sceglie di tuffare i Personaggi in una luce brumosa che si carica di energia di tempesta ed esplode in bagliori, come in un quadro del Caravaggio.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE di Luigi Pirandello – regia di Claudio Boccaccini –

TEATRO VITTORIA, dal 26 al 31 ottobre 2021 –

Lo spettacolo narra il mito di Fantasia, dea cospiratrice, che dona vita ad una storia senza un copione che contenga i suoi personaggi. Questi, peccando di “hybris”, cioè di vitale e quindi divina esuberanza, finiscono per irrompere nello spettacolo in allestimento dei figli di Immaginazione, dea un pò parassita. Non c’è tra le due narrazioni un confine; o se c’è è di natura porosa, osmotica. Perché un confine è anche il luogo dove ci si incontra.

Come ci viene suggerito già dall’inizio: un regista e il suo assistente “comunicano” anche se separati dal confine del sipario. Questo tema si ripete e insieme si arricchisce per tutto lo spettacolo, quasi come in un sistema organizzato per cerchi concentrici. Lo si ritrova nel confine che stabilisce quando passare dalle prove sedute (a tavolino) a quelle in piedi. E, ancora, nell’invito a far sentire il senso del guscio nello sbattere l’uovo.

Solo la dea Fantasia possiede il dono della creazione; solo lei plasma le percezioni che riceviamo, le emozioni che patiamo e le restituisce in forme coerenti. Per questo i suoi personaggi sono così vibranti, così vivi ! Ma nonostante ciò il regista decide di esortare i suoi attori, figli della dea Immaginazione, ad una “concertazione”, cioè ad un accordo o ad una sfida con i sei personaggi, figli della dea Fantasia. Il fine però è una cooperazione. Il regista promuove cioè, ancora una volta, un passaggio osmotico.

Lo stesso che fatica a crearsi tra i figli legittimi e quelli illegittimi. E ancora tra l’essere donna e l’essere madre di Amalia. Tra l’essere uomo e l’essere donna di Madama Pace. Tra una sartoria e una casa d’appuntamenti. Tra il “falla tua” e il “non è più nostra”. Tra l’illusione e la realtà. Tra il credere d’intendersi e il non intendersi mai. Tra il racconto e la drammaturgia. Fino alla fine. E quindi senza una fine.

Il sipario si apre su una sala prove di un teatro nudo: senza le abituali e così rassicuranti quinte. I muri perimetrali sono a vista, senza veli, esposti a possibili incontri e a reciproci contagi osmotici. Le corde provenienti dalla graticcia e che sostengono gli elementi scenici sospesi, sono lì, disponibili ad essere sciolte. Anche il fondale è diverso: non chiude nettamente lo spazio scenico. E’ della natura di una membrana, disponibile ad essere sfondata e attraversata.

Questo particolare spazio scenico inizia ad essere abitato da alcuni Attori che arrivano alle prove troppo sicuri e quindi aridi, annoiati, privi della sacra apertura a rendersi disponibili ad essere “posseduti” dal personaggio da interpretare. Sono figli di Immaginazione: combinano e ricombinano situazioni tecniche già conosciute, senza generare nulla di nuovo. Sono affatto inclini alla propositività e al rischio di un’osmosi; piuttosto si mostrano fermamente risoluti nell’arroccarsi in posizioni di sterile difesa.

Soprattutto quando il fondale verrà attraversato dall’invasione barbarica dei sei personaggi, figli di Fantasia. Neri, non solo perché visitati da una serie di lutti (desiderosi d’interpretare in una maniera sempre nuova) ma perché disponibili ad ospitare tutte le ombre che illuminano la vita. Lo leggiamo dalle loro posture, così plasmate e segnate dalle vicissitudini. Anche le più tenere. Su tutte la postura, la voce e soprattutto la risata della figliastra. Talmente scevra da sovrastrutture da incarnare la natura istintuale di una fiera. Che non resiste più alla forza di gravità. E si piega o s’inginocchia in un perenne attacco.

Una “spostata”, come l’etichetta subito il regista. Spostato è il suo sguardo: sempre immerso in un altrove irraggiungibile e che spesso crolla a terra. Mai indifeso. Eppure pudico. Si sente, anche se non lo possiamo leggere nei suoi occhi. Che se li incroci, ti possono pietrificare, come quelli di una Medusa. Ma anche lei ha subito questa pietrificazione dagli occhi di chi non l’ha “riconosciuta”. Per questo ora, come Perseo, sa che deve guardare altrove per resistere. E si aiuta ad orientarsi con le braccia, che diventano i suoi occhi. Anche il suo incedere è precario, come quello di un’equilibrista che tenta di camminare su una fune, per saggiare il proprio equilibrio. Un equilibrio che include numerose cadute verso quel basso che tanto l’attira. Come “La ragazza sulla ponte”, avrebbe bisogno di un lanciatore di coltelli che le faccia”sentire” i suoi speciali confini.

E che dire di quel suo fratellastro, così prossemicamente distante ma anche lui così tentato di cadere giù dal palco, di saltare fuori dalla quarta parete. Quasi come in un trompe l’oeil di Pere Borrel del Caso. E poi la matrigna: l’unica che si dà un nome. Anche lei ha una sua natura da fiera, che a differenza della figliastra si sforza di arginare in un dolore composto, che però non sfugge a involontarie torsioni cariche di pathos. Per poi esplodere in tutta la sua materna ferocia, nell’attimo in cui annusa puzza d’incesto. Trauma che rivive assumendo le sembianze posturali di una croce, contenente e contenuto. Dove a urlare è il silenzio. Come in un quadro di Munch.

E infine il padre: una diversa declinazione del vissuto di Mattia Pascal. Che qui dimostra di aver appreso il potere di attrazione degli oggetti: uno su tutti il cappello. Quello per evocare Madama Pace e quello di paglia, ornato da una ghirlanda di rose, per sedurre la sua giovane amante.

Una qualche “concertazione” alla fine viene raggiunta tra i figli delle due diverse Dee: gli Attori finiscono per disarmarsi, riuscendo ad assorbire le ombre dei Personaggi. Lo vediamo dai loro corpi, che perdono ognuno il caratteristico à plomb e si rendono malleabili ad essere piegati dalle emozioni. In particolare la prima attrice, che trasforma l’ossessivo accavallamento delle gambe in un “basic instinct” sguaiato. Di spalle, non per continuare a ricordare a tutti che lei non può perdere tempo ma perché finalmente inserita e catturata osmoticamente nel personaggio. E nel tempo.


Recensione di Sonia Remoli