– LE NOTTI BIANCHE – adattamento e regia Lucia Rocco

di Fëdor Dostoevskij

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TEATRO TORLONIA

21 Maggio – 7 Giugno 2026


Cosa mi manca?”


Con questa domanda si apre il raffinato adattamento di Lucia Rocco a Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij.

Il suo Sognatore in primis è un uomo che s’interroga.

Perché la domanda – veicolando il desiderio di costruire una relazione con l’altro (fuori o dentro di noi) – svela la dimensione emotiva di chi si interroga: qualcuno che è alla ricerca non tanto di risposte ma di potersi aprire a nuovi orizzonti.

L’efficace Sognatore di Paolo Cresta ancora non lo sa – perché sarà il dirompente entrare in contatto con la vibrante Nasten’ka di Francesca Piccolo a renderlo consapevole – ma interrogandosi sta cercando non di colmare un vuoto, ma di metterlo in moto. Per scoprire come si accende quel desiderare che permette di lasciare libero l’altro di scegliere. 

(ph. Manuela Giusto)


Un desiderare che rende ricchi nel contribuire a sostenere le scelte dell’altro, anche quando queste scelte non sono indirizzate su di noi. 

Un desiderare che non si chiude nel rapporto a due, ma che erotizza lo sguardo sul mondo. E che resta. Anche dopo la fine del rapporto. 

E’ questa particolare inclinazione verso l’altro a provocare l’incanto di “attimi di beatitudine”. Perché l’incanto è  legato alla trasmutazione del reale attraverso quella meraviglia che eleva lo spirito dalla quotidianità.

Le stesse notti bianche – che fanno, non tanto da sfondo, quanto da crogiolo metaforico alla narrazione dostojeskjiana – si originano da una particolare inclinazione dell’asse terrestre rispetto al piano dell’orbita intorno al Sole. 

Inclinazione che provoca il fenomeno per cui il Sole, non scendendo mai abbastanza sotto l’orizzonte, impedisce il buio completo. Lasciando così il cielo in una condizione di penombra continua. 

Inclinazione assai suggestivamente restituita, qui, da una scena le cui pareti sono abitate da un insolito equilibrio di forze, che rimanda allo spettatore la sensazione sotterranea di un erompente desiderio di trasformazione. La cura delle scene è di Francesca Tunno; la realizzazione è opera del Laboratorio scenotecnico del Teatro di Roma.

E’ infatti dentro un‘alchemica architettura di stati liminari – tra giorno e notte; tra il sé e l’altro da sè; tra desiderio immaginifico e impegno reale; tra dimensione conscia e dimensione inconscia – che Dostoevskij dona forma a questo meraviglioso romanzo sentimentale, specchio delle ansie e dei desideri di una società in attesa di confrontarsi con una dirompente primavera. 

Condizione esistenziale ben incarnata dalla scelta stilistica di utilizzare prevalentemente la forma dialogica. La quale – attraversando le dinamiche amorose esplorate nel romanzo sentimentale – arriva a confrontarsi con conflitti universali quali: l’affermazione dell’individuo contro le convenzioni sociali; la ricerca di autenticità e l’integrazione tra ragione e passione; il passaggio dalla giovinezza alla maturità. 

(ph. Manuela Giusto)


Protagonista principale di questa trasformazione è un giovane 26enne, rappresentante dell’archetipo dell’ “Uomo superfluo”. Non ha un nome proprio: è Il Sognatore. Un “tipo” di intellettuale della Russia degli anni 30-40 del 1800 nel quale si include, almeno fino ad un certo periodo, lo stesso Dostoevskij. 

Un giovane uomo, Il Sognatore, per il quale Dostoevskij immagina e auspica una trasformazione: come è accaduto a lui. Una trasformazione ferocemente fertile come la primavera, dirompente come l’energia spesso incontrollabile dell’amore. Un passaggio quindi dallo stato di quiete ad una vitalità estrema: una forma di sovvertimento degli equilibri e quindi una rivoluzione vitale, così negata e troppo poco cercata dagli intellettuali immersi nel contesto politico russo del periodo. 

I quali, privi di libertà di espressione e delusi dalla realtà sociale, come reazione all’asfissiante regime autocratico dello Zar Nicola I, trovano rifugio nell’isolamento, nella letteratura e nell’idealismo romantico.

Non è un caso che Le notti bianche esca sulla rivista “Quaderni patriottici”.

Assai suggestivamente, qui in scena, questa reazione d’isolamento viene restituita dalle proiezioni video di Alessandro Papa che – abitate da un continuum trasformativo di angoli di luce e di ombra – parlano di confine, di scelta. Ma anche di ricerca di relazione con un centro. 

E le proiezioni di Alessandro Papa – con la complicità del disegno luci di Massimo Munalli – ben ci immergono in una bidimensionalità dai colori puri, che ci parla anche del bisogno di emozioni immediate, di relazione, di contatto, oltre che di isolamento. La prima risposta, infatti, che il Sognatore si dà cercando di analizzare il suo senso di angoscia, allude al terrore che tutti si allontanino da lui. Prova che, alla reazione a rifugiarsi all’angolo della vita politica, si associa l’angoscia di restare confinati nell’angolo, cioè esclusi dallo sguardo e dall’interesse dell’altro. Contatto che ci fa esistere, che ci dà la prova di esistere.

Acutamente quindi la regia di Lucia Rocco fa sì che questa acuminata geometria scenica “s’incontri” con le linee morbide di una panchina. Spazio pubblico incline alla socializzazione, che ospiterà l’esplosivo incontro tra lui e lei: Il Sognatore e Nasten’ka.

(ph. Manuela Giusto)


Un incontro che inizialmente avviene su un ponte: luogo per eccellenza della transizione, archetipo del cambiamento e della riconciliazione, che connette due sponde altrimenti separate. 

“Perché tremate?” – è la prima domanda che lei (una penetrante Francesca Piccolo) gli rivolge, una volta calmatasi la concitazione per lo scampato pericolo di aggressione, da cui la salva Il Sognatore.

E lei, che in lui a qualche livello si specchia, sente nel suo tremare la vulnerabilità propria dell’incontro con l’ignoto, con il sacro: con la perdita di controllo dell’ Io di fronte a forze soverchianti che aprono ad un nuovo orizzonte. E nel rendere il deflagrante e buffo passaggio di stato da un’emozione all’altra, la sensibilità interpretativa di Paolo Cresta è davvero sorprendente.

E questo il primo segnale di una nuova e dirompente primavera.

Quella primavera che Il Sognatore aspettava e che nelle ore precedenti aveva iniziato a manifestarsi attraverso il varco dei confini del suo solito e ossessivo percorso cittadino. Un’insolita inclinazione, questa, che a tarda notte torna a manifestarsi attraverso il suo spingersi fisicamente intimo verso una donna, sola, in lacrime, preda di un aggressore.

Quella primavera che sgorga dalle lacrime e dalla risata di lei: magnifico collante relazionale, capace di comunicare complicità. 

(ph. Manuela Giusto)


E la reazione del Sognatore non si fa attendere: è un primo incendio. 

Anche questo lei aveva intuito in lui – “siete polvere che prende fuoco in un attimo”. “Ma siete nemico di voi stesso !”.

“Che tipo di persona siete?”. 

Lui – lasciandosi invadere da questa domanda – osa maldestramente, si sporge intrepidamente e le rivela di essere “un tipo” (di appartenere cioè ad una categoria indifferenziata), “un uomo ridicolo”, “originale” (lontano dalla normalità: un sognatore che vive in un angolo).

E allora lei, anche per allontanarlo dal suo fare solitario, lo introduce a un patto paradossale: “non dovete innamorarvi di me”. Che comunque è un loro rito, e quindi qualcosa che va oltre il mero accordo. Anzi, a suo modo, è un vincolo di fiducia che trasforma la promessa in un’identità condivisa.

E’ una primavera destinata a fluire e a ricominciare. Ancora.

Ora lei sente che può raccontarsi a lui. E  gli rivela che a suo modo ha vissuto un’esperienza molto simile alla sua di sognatore: anche lei è stata mutilata nella sua esuberanza vitale. Non da frangenti socio-politici ma da frangenti familiari, comunque prima forma di società civile.

(ph. Manuela Giusto)


Ed è meraviglioso come la regia di Lucia Rocco – valorizzata dalle suggestioni sonore di Ran Bagno in sinergia alle suggestioni armoniche di Lea Giammattei – abbia immaginato e restituito questa forma traumatica di negata esuberanza vitale, decisamene iper protettiva. La immagina cioè – con l’elegante complicità di Francesca Piccolo – come la ballerina di un carillon: bloccata meccanicamente nei suoi spostamenti spaziali.

E sebbene poi Nasten’ka tornerà a legarsi all’uomo (qui interpretato da Andrea Codognato) che stava aspettando da un anno e che quella sera in cui il Sognatore la incontra lei stava aspettando in quanto giorno del suo possibile ritorno – la primavera attivata nel Sognatore resta. 

E come la pioggia che suggella il mattino successivo alla notte quarta – in cui i due si lasciano per unirsi in realtà in un nuovo patto che non esclude nessuno – scendendo dal cielo feconda la terra e permette alla natura di germogliare, così le lacrime del Sognatore inaugurano una nuova primavera. Che ogni anno si rinnoverà grazie a ciò che resta di questa esperienza di “attimi di beatitudine” relazionale. Essendo il Sognatore oramai entrato in un ciclo che ogni volta si rinnova, e che ogni volta chiede adattabilità al mutamento.

Lucia Roccco


Un adattamento e una regia – questi di Lucia Rocco – che intensificano l’invito tutto dostoevskijano a incuriosirsi del meraviglioso mistero rappresentato dal nostro stare al mondo. Come già a 18 anni Dostoevskij dichiara in una lettera al padre del 16 agosto 1839:

“L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo”. 

Uno spettacolo andato in scena in prima nazionale al Teatro Torlonia

e

prodotto da Teatro di Roma – Teatro Nazionale.


Recensione di Sonia Remoli