Si apre con un prologo tratto dall’VIII canto dell’ “Orlando furioso” lo spettacolo di Caroline Pagani che – con fine sagacia – lancia un monito a guardarsi da coloro che si nascondono dietro l’incantesimo della parola – prima magia dell’uomo – per dare vita alla genesi dell’impossibile.
Una giovane attrice piena di entusiasmo si presenta ad una audizione. Trafelata arriva in teatro e sale sul palco con una valigia piena di costumi di scena. Non sa ancora che salire su un palco questa volta significa salire a bordo della nave di un ostinato Capitano Achab, ossessionato dall’idea di poter riuscire a “catturare” le ignote profondità di una Moby Dick attraverso l’esercizio del potere che il ruolo gli conferisce. E sebbene il tema affrontato sia serissimo, la Pagani riesce ad affrontarlo con la giusta dose di ironica comicità.
Cavallo di battaglia dell’attrice-esaminanda è Shakespeare, o meglio le figure femminili delle sue opere: donne di cui il Bardo analizza mirabilmente i diversi volti della psiche.
Convinta di essere opportunamente preparata e quindi pronta – “perché come dice Amleto essere pronti è tutto” – scoprirà che il vero fine dell’audizione è un altro. Ma ciò nonostante lei si dimostrerà comunque “pronta”.
Sebbene infatti il regista esaminante fin da subito semini dubbi sul suo autentico intento e l’attrice a qualche livello lo percepisca, lei continuerà a rispondere – senza smarrire coraggio e consapevolezza – alle richieste tendenziose del regista cambiando continuamente pelle.
E così, dall’ ambigua austerità monacale di Isabella (protagonista del dramma shakespeariano “Misura per misura”) approderà – attraverso continui cambi d’abito e d’ ”habitus” – alla dichiarata sensualità di Cleopatra. E da qui arriverà un finale di riscatto, tutto personale.
Uno spettacolo, questo che ci propone Caroline Pagani, che indirizza lo sguardo dello spettatore “sulla parte acquea del mondo”, non solo attoriale. Senza perdere il sorriso, però. Proprio come riesce a fare un’altra donna che il personaggio della Pagani porta sempre con sé: l’indipendente e autoironica Betty Boop, dall’irresistibile fascino surrealistico.
«Lasciami qui / lasciami stare / lasciami così / non dire / una parola / che non sia / d’amore / per me / per la mia vita / che è / tutto quello / che io ho / tutto quello / che io ho / e / non è ancora finita»
E’ un gesto d’affetto quello che si dona e ci dona Patrizia Schiavo.
Un modo, il suo spettacolo, per onorare la sacralità del femminile: radice dello spazio teatrale.
Un grido, il suo, che si fa lamento fino a divenire evanescenza di sussurro.
Da un’esplorazione interiore prende vita una rievocazione personale che si traduce in teatro: attraverso lo pseudonimo di Letizia Servo (una sagace scelta di sinonimi) Patrizia Schiavo dà voce a tutte le parti di sé che la abitano, incluse le più oscure.
Silvia Grassi, Patrizia Schiavo e Sarah Nicolucci
Non ascoltarle e non lasciarle esprimere avrebbe rischiato di formare dannosi blocchi. Fluisce invece un racconto che riesce ad abbattere il muro del silenzio, delle ipocrisie e del perbenismo di una società che vuole le donne solo a determinate condizioni.
Un risultato raggiunto anche grazie agli efficaci interventi a specchio delle due alter ego Silvia Grassi e Sarah Nicolucci che, al di fuori di ogni vittimismo o moralismo, si espongono senza censura oltre quel velatino di scena, che contribuisce a creare la magia di renderle improvvise visualizzazioni dei pensieri. Epifanie della mente di Patrizia Schiavo, alias Letizia Servo.
Perché la bellezza, non tanto quella della forma, richiede una particolare cura per essere tutelata. E l’intensità della vocazione all’autenticità della Schiavo ci porta alla suggestione di ripensare ad Annarella, la Benemerita Soubrette di Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP.
Annarella Benemerita Soubrette CCCP Fedeli alla Linea – Prefazione di Marco Belpoliti con fotografie inedite di Luigi Ghirri – Quodlibet Edizioni
Perché è proprio da un disagio che un’artista coglie l’urgenza della propria ricerca. E la Schiavo da sempre sceglie di fare un teatro “necessario”, propedeutico al raggiungimento di una consapevolezza e quindi di una metamorfosi.
Un teatro come luogo d’incontro, strumento di denuncia e impegno civile contro la violenza. Luogo che attualmente ha preso la forma del Teatrocittà: una realtà artistica di altissimo livello, coraggiosamente insediatasi in una difficile periferia della capitale: Torrespaccata.
Ecco allora che anche la platea diventa “uno spazio di periferia” che necessita di aprirsi e di sperimentare. E infatti con generoso acume la Servo, rompendo la quarta parete, cerca continuamente il contatto e lo scambio con il pubblico, che provoca e insieme ristora. La risposta non tarda ad arrivare. Ed è generosa, complice, creativa.
Patrizia Schiavo è Letizia Servo
E poi, nel corso della rievocazione del suo complesso e fertile percorso a tutela di un’autonomia come donna e come attrice,arriva il momento di svolta: l’incontro con il Maestro e padre spirituale Carmelo Bene.
Ed è qui che la Schiavo ci regala una splendida testimonianza di come l’eredità che più conta è il modo in cui quello che abbiamo ricevuto viene interiorizzato e trasformato. Non si tratta tanto di uno spalmarsi passivo sull’eredità consegnataci ma di un fare proprio ciò che si è “respirato”.
Patrizia Schiavo è Letizia Servo
Consapevoli che nel destino di erede è incluso anche quello di essere orfano, come anche l’etimologia greca della parola erede ci ricorda. Perché un erede non può limitarsi a ricevere ciò che gli è stato lasciato, ma deve, proprio come un orfano, compiere un movimento di riconquista della sua stessa eredità. Perché quello che conta è la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra, come direbbe Massimo Recalcati.
E infatti la parola chiave di tutta la rievocazione della Schiavo – incentrata sul poter salvifico del raccontare – è “ancora”: la parola che meglio di ogni altra esprime l’essenza del desiderio, dell’entusiasmo, dello slancio vitale.
Patrizia Schiavo è Letizia Servo
Come anche il brano musicale che suggella lo spettacolo rivela con densa e malinconica potenza. Una malinconia che al di là dello stagnante rimpianto, si libera in una straordinaria forma di gratitudine: erede e orfana. E quindi creativa, viva. Ancora.
«Lasciami qui / lasciami stare / lasciami così / non dire / una parola / che non sia / d’amore / per me / per la mia vita / che è / tutto quello / che io ho / tutto quello / che io ho / e / non è ancora finita».
Vivere è un gran rompicapo: un pò come c’insegnava il cubo di Rubik.
Si nasce composti, ordinati e poi la vita ci scompone, ci spettina. Spesso sono venticelli calunniosi a farci perdere il senno, che come i petali di una rosa profumano eppur celano spine.
Ma il gusto del gioco forse è proprio quello di dedicarsi a ricomporre l’ordine. Continuamente. Perché la vita continuamente ricomincia, come amava ripetere Hannah Arendt.
Cloris Brosca e Gianni De Feo
Non ci sono vincitori né vinti quando una storia d’amore finisce. E lo stesso vale anche per quella tra Carlo Gesualdo (1566- 1613) – noto compositore e Principe di Venosa – e Maria D’Avalos.
Sebbene la storia abbia chiuso la vicenda che ha visto il Principe uccidere “legittimamente” Maria e il suo amante, la drammaturgia di Roberto Russo va oltre. E immagina qualcosa di diverso, di più vitale ed estremamente lirico.
ph Manuela Giusto
Ecco allora che legando sinergicamente il suo testo, all’intensa interpretazione attoriale di Cloris Brosca e di Gianni De Feo – che ne cura anche la regia – prende vita uno spettacolo che onora con grande efficacia lo sperimentalismo dello stile musicale di Carlo Gesualdo, dando prova di saper accordare l’audacia ritmica, l’intrepidità armonica e l’estremo cromatismo musicale del madrigalista di Venosa al testo poetico.
Complice l’estro musicale di Alessandro Panatteri che compone per l’occasione musiche originali sui testi di Torquato Tasso e la cura della drammaturgia musicale da parte di Gianni De Feo.
A coronamento, la costruzione solenne e magica dell’impianto scenografico – che può leggersi anche come spazio della mente – di Roberto Rinaldi. Davvero suggestiva l’installazione che allude al misterioso intrico di emozioni di cui si compone la vita (e che si ritrova poeticamente anche nell’acconciatura di Maria D’ Avalos) ma che può trovare composizione affidandosi alla potenza dell’amore e alle ali del perdono. Di Roberto Rinaldi è anche la cura molto efficace dei costumi dei due interpreti. Grande potenza iconografica quella sprigionata dai movimenti scenici.
ph Sabrina Cirillo
Ed è impossibile a tutti noi del pubblico non godere della musicalità linguistica del Cinquecento che si sprigiona nell’aria. Dove la lingua napoletana trova la maniera di legarsi e poi duellare fino a ricomporsi con lo spagnolo. Senza ostacolare incursioni di latino.
ph Sabrina Cirillo
La lirica creatività di Roberto Russo immagina che la vita di Carlo Gesualdo e di Maria D’Avolos non termini con la morte storica. Così fa in modo che i due si ritrovino oltre la morte: un pò come lo Jago e l’Otello del Pasolini di “Uccellacci e uccellini” catapultati tra l’immondizia di un “non posto”.
Una morte quindi, quella che per loro immagina il drammaturgo Russo, che non separa definitivamente ma che è un confine sul quale ci si può incontrare. Ancora. Provando a ricomporre il caos nel quale – solo temporaneamente – si era conclusa la loro relazione. Proprio come si faceva, appassionandosi, con il cubo di Rubik.
ph Sabrina Cirillo
Prende avvio allora una rievocazione che torna a saggiare le informazioni spesso manomesse dai pettegolezzi – che tanto fanno godere chi ha una vita povera di stimoli – i quali sembrano profumare così intensamente di verità quando invece nascondono l’aridità pungente propria delle spine di una rosa. E qualcosa succederà.
ph Sabrina Cirillo
La Maria D’Avalos di Cloris Brosca si dona in una magnifica articolazione vocale che le permette di essere matematica e lirica. Sempre credibile e dalla multiforme espressività, dona carattere anche alle altre partiture che le sono affidate in scena.
Gianni De Feo – che oltre a dare anima a Carlo Gesualdo si moltiplica in una varietà stupefacente di partiture, brilla d’intensa poliedricità. Brucia in tensione creativa. Con straordinaria efficacia e repentinità esce da una psiche per lasciarsi abitare da un’altra. E poi un’altra ancora.
E’ notte: Pupa va in strada per fare “carezze d’amore” . Spaventata, sussurra di Nino RotaCanzone arrabbiata. Ma una struggente malinconia domina sulla rabbia.
Canto per chi non ha fortuna
Canto per me
Canto per rabbia a questa luna
Contro di te…
Contro chi e ricco e non lo sa…
Chi sporcherà la verità
Penso all’illusioni dell’umanità
Tutte le parole che ripeterà…
Dipinto di Giuseppe Fava
Gli avventori le dicono che lei è una cosa inutile; si dimenticano il suo nome. Ma lei non perde la consapevolezza della sua identità.
Perchè si racconta a noi. E così grazie al potere del racconto può continuare a tenere insieme tutti i ricordi che le danno la prova di esistere.
Pupa s’innammora: riesce sempre a trovare qualcosa di cui innammorarsi. E ne è felice. Scopre di diventare madre ma prima che nasca suo figlio muore il suo Michele. Allora il bambino si chiamerà come suo padre e oltre al nome ne erediterà il destino.
Marco Aiello (Orlando) e Claudio Pomponi (Pupa)
L’amore poi prende il nome di Orlando ma lui la fa esibire nelle piazze: è il suo amore e il suo pappone. Sono storie d’amore e di morte. Pupa lo sa: basta chiudere gli occhi e immaginare che quelle carni siano del suo Orlando.
Ma le narrazioni di Pupa e di Orlando differiscono: dove sarà la verità?
Dipinto di Giuseppe Fava
Pupa si strugge per i suoi figli, per le contraddizioni dell’essere madre: desiderare di spingere fuori – alla vita – il proprio figlio ma poi desiderare anche farlo rientrare nel proprio grembo. Proggerlo dal crescere, dall’allontanarsi, dall’essere indipendente. Dal morire.
Quanto vale la vita di un uomo ?
Claudio Pomponi (Pupa) e Marco Aiello (Orlando)
In un’epica del sopravvivere dolce-amaro, Marco Aiello (Orlando) e Claudio Pomponi (Pupa) – a scena quasi nuda – riescono a “riempirci gli occhi di parole e la gola di sospiri per amore”.
La Pupa di Pomponi brilla di un femminile in purezza: candido e sordido; delicato e prorompente. E di una vocalità sinuosa e suadente. Un femminile trasversale all’ontologia del genere.
Di Marco Aiello emerge la versatilità, nella quale si muove attraversando le pluripartiture che in lui prendono vita: dall’avventore al musicista (di lacerante bellezza i suoi interventi contaminanti con l’armonica a bocca); dall’avvocato al pappone. Sostiene con efficacia e credibilità un dialetto siciliano parlato con un ritmo vorticoso eppure chiarissimo, netto, opportunamente articolato.
Entrambi ricordano un po’ i guitti della commedia dell’arte ma il riferimento più esplicito e ai cantastorie erranti siciliani.
Uno spettacolo che brucia il cuore.
È il teatro di Giuseppe Fava: il teatro che punta la luce sulla “normalita”, sullo stile popolare dal linguaggio denso e marcato. Sull’ “antica ed eterna contraddizione di vivere tra infelicità e speranza”. Un teatro come esercizio del potere investigativo verso la ricerca di quella libertà, che non è un dono di natura ma ardita e consapevole conquista.