– LA SERA DELLA PRIMA Sei personaggi in cerca d’autore al Teatro Valle – di e con Francesco Piccolo

IL TEATRO VALLE

16 Ottobre 2026

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Spettacolo inaugurale

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Come in quella sera del 9 maggio 1921 il sipario è aperto, la scena nuda, la luce fioca.

Ma in questa sera del 16 ottobre 2026 Francesco Piccolo sceglie di mandare in continua sovraimpressione, su un lato del fondale, la didascalia che apre il testo del debutto del 1921: rievocando così la potenza drammaturgica ed esistenziale della scena che si sono trovati a sentire negli occhi gli spettatori della sera della prima al Teatro Valle. Una scena spiazzante.

“Troveranno gli spettatori, entrando nella sala del teatro, alzato il sipario, e il palcoscenico com’è di giorno, senza quinte né scena, quasi al buio e vuoto, perché abbiano fin da principio l’impressione d’uno spettacolo non preparato”


Da qui parte il rito inaugurale di Francesco Piccolo: da un particolare luogo fisico che allude a un luogo dell’animo.

Come seppe intuire la regia del 1923 di Georges Pitoëff, che rappresentò i “Sei personaggi in cerca d’autore” a Parigi alla Comédie des Champs-Élysées.


Un luogo dell’animo nel quale ci si può rendere disponibili a farsi trovare “impreparati”.

Questa è la condizione emotiva che quella sera della prima poteva permette al pubblico di “accogliere” il valore simbolico di un “nuovo” dramma il cui titolo – come ben sottolinea Francesco Piccolo – veniva percepito già come qualcosa di “strano”. Affatto rassicurante, alludente a una mancata unità, a una frammentazione. Allusione riaffermata nella scelta del sottotitolo: “Una commedia da fare”.

Un titolo, “Sei personaggi in cerca d’autore” dove, cioè, quel “sei” non allude solo a un numero, ma anche a un verbo: “(tu) sei (l’insieme di) personaggi in cerca d’autore”. Il tuo “io” non è qualcosa di unitario; non abita da solo nella tua psiche, né può considerarsene il padrone. Altri luoghi, altri condomini reclamano attenzione: chiedono di essere trovati e ascoltati. E se ciò non avviene, può accadere che decidano loro di invadere la scena del tuo rassicurante “io”.

E’ un pò come se Pirandello volesse dire al pubblico: “Guardati! Guarda chi sei davvero così da conoscere te stesso: sei fatto di (e da) personaggi in cerca d’autore, in cerca di ascolto, in cerca di accoglienza. In cerca di integrazione”.

E’ un pò come se Pirandello avesse posto il pubblico del Teatro Valle di fronte a un oracolo, che loro però non erano andati a consultare. Ma proprio questo voleva Pirandello – sottolinea Francesco Piccolo: voleva un pubblico “impreparato”.

E la consapevole scelta di Pirandello caduta su quei titoli, su quella scena, su quella situazione da “commedia da fare” – propria della fase “alla prova” – in cui irrompono personaggi consapevoli di essere personaggi, e come tali cercano per la prima volta l’attenzione di un “regista”, non poteva non provocare una scossa tellurica nel pubblico.

Pirandello lo sapeva. Tanto che, prima della messa in scena al Valle – ci rivela Francesco Piccolo – a sua figlia Lietta dice: “Vedi, ora mi applaudono ma poi mi crocifiggeranno”.

E la stessa impreparazione che cercava Pirandello nel pubblico, continua a cercarla ancora oggi, a 105 anni di distanza – chiedendola però manifestatamente come un’esortazione – Francesco Piccolo.

E’ utile infatti “per riuscire a capire quei poveri diavoli” seduti al Teatro Valle nella sera della prima del 1921.

E’ utile per noi, che oggi ci troviamo in un frangente storico non troppo dissimile da quello del 1921, come ha avuto cura di ricordarci Francesco Piccolo.

Perché questa disponibilità a darsi come “impreparati” può permettere un’osmosi, oltre che una resistenza.

Perché è lasciando aperto questo paesaggio emozionale, che la rievocazione di un evento come il debutto dei “Sei personaggi in cerca d’autore” arriva a parlarci ancora oggi, che – come ha saputo argutamente sintetizzare Francesco Piccolo – “facciamo così fatica a raccapezzarci”.

Perché è sull’imprinting di testi che irrompano sulla scena con nuovi canoni drammaturgici, che è indirizzata la missione del rinato Teatro Valle.

Un po’ come simbolicamente chiedeva di essere accolta “l’opera dalle forme nuove” (il dramma simbolista) di Konstantin Treplev ne Il gabbiano di Anton Čechov (1896). Un testo teatrale, quello di Treplev, che a qualche livello fa da prologo ideologico e formale al metateatro novecentesco, anticipando la crisi dell’autore e dello spazio scenico tradizionale.

La sapiente arguzia narrativa di Francesco Piccolo – ricchissima di notizie e aneddoti che hanno preceduto, accompagnato e seguito questo debutto indimenticabile del 1921– riesce a captare irresistibilmente l’attenzione del pubblico, che poi lo segue costantemente fino alla fine della sua performance.

Sua è la capacità virtuosa del saper combinare un vivace spirito critico alla moderazione: interagendo anche ironicamente, senza graffiare troppo.

Questa sua cifra narrativa – applicata all’incandescente sostanza della “Commedia da fare” – ha rappresentato una sorta di riscatto della parola sul reale traumatico, che ha permesso al pubblico di rendersi disponibile ad accogliere quella richiesta a farsi trovare “impreparato”.

Francesco Piccolo riesce infatti a tessere una vibrante reciprocità empatica con lo spettatore, indispensabile – come ricorda Shakespeare in Pene d’amor perdute – per la fertile riuscita di un’arguzia.

Un rito inaugurale, questo celebrato da Francesco Piccolo, che si è dato quale felice preludio alla rinascita del Teatro Valle, nel segno della missione assegnatagli dalla Fondazione del Teatro di Roma: quella di “Casa della Drammaturgia Contemporanea”.


“La sera della prima. Sei personaggi in cerca d’autore al Teatro Valle ”

è una produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale


Recensione di Sonia Remoli

Recensione del film CONFIDENZA – tratto dal romanzo di Domenico Starnone (Einaudi) – con Elio Germano, Federica Rosellini, Vittoria Puccini, Pilar Fogliati, Isabella Ferrari – un film di Daniele Luchetti

Stupefacente è come questo film riesca a destabilizzarci, anche senza esserne totalmente consapevoli. 

Indubbiamente ha la capacità di insinuarsi seducentemente in quella quotidianità, che crediamo di saper tenere sotto controllo. 

Non è necessario aver vissuto qualcosa di simile ai protagonisti per rimanere profondamente turbati, perché la narrazione ha il potere di arrivare in “un luogo” dove tutti confluiamo e che ci fa vedere quanto è labile il confine tra “amare” e “sopraffare”. 

Amare è quanto di più distante dalla nostra natura: ciò che riceviamo in corredo dalla natura é infatti un istinto alla sopraffazione utile per sopravvivere, senza andare troppo per il sottile sul “come” . 

Amare si impara: amare richiede un desiderio e un insegnamento erotico, un’educazione sentimentale, dove si apprende, per seduzione, a sublimare l’istinto all’individualismo nell’arte di entrare in relazione. Se ne occupa anche il prof. Pietro Vella (un Elio Germano investito della grazia della mediocrità).

Elio Germano è il prof. Pietro Vella

Ma allora, se questi sono i presupposti, quanto può risultare pericoloso chiedere e concedere di affidare una confidenza – qualcosa cioè di intimo e segreto tanto da essere quasi impronunciabile – ad un’altra persona?

Siamo spinti a correre questo rischio forse perché a prevalere sulla consapevolezza a riconoscere che il patto d’intimità si regga sul ricatto della paura reciproca ad essere smascherati, è l’idea che la confidenza implichi un grado di conoscenza così profonda tra due persone, raggiungibile solo quando si è disposti vicendevolmente a riconoscere all’altro un’accoglienza altruistica. Un atto quindi di grande fiducia, un investimento emotivo che non esclude un possibile tradimento dell’intimità della parola data, seppur suggellata dal segreto a custodirla entro le mura delle due persone coinvolte.

Non a caso Teresa (una Federica Rosellini dalla densità propria di una divinità mitologica) alla richiesta del suo insegnante Pietro Vella di tentare di definire cos’è l’amore risponde che l’amore non è mai alla pari: l’amore è sempre sopraffazione. Che un po’ è quello che lui, il prof, aveva poco prima scritto alla lavagna. Lui, però, separando l’amore dalla paura. 

Elio Germano è il prof. Pietro Vella

Ma invece al centro della nostra psiche, sotto la superficie di educate finzioni, giace inconfessata e perenne proprio lei: la paura. Non disgiunta nemmeno dall’amore e dai suoi fantasmi, che aleggiano nel buio delle nostre emozioni: sono i vari terribili “e se …” (“e se sapesse che …”; “e se la perdessi …”; “e se pensassero male di me …”; “e se fallissi …”). Per non parlare poi delle paure a cui non riusciamo nemmeno a dare un nome: vere e proprie angosce, perché quello che temiamo è proprio l’ignoto (il futuro, l’incomprensibile e la nostra stessa inettitudine). Tic, tic, tic: un vero stillicidio. 

Un po’ quello che si trova a vivere Pietro Vella: da sempre e per sempre, ma con un’impennata incontrollabile dopo lo scambio di confidenze con la sua ex studentessa Teresa. 

La quale, invece, sembra avere un diverso rapporto con la paura: quasi fosse un altro nome della fantasia. Un sintomo, il suo, della bizzarra potenzialità di una psiche che non si accontenta. Soprattutto delle cose così come appaiono: delle maschere che si tende ad assumere per difesa. Un sintomo che trasforma l’esistenza, soprattutto se animata come nel caso di Teresa dalla vendetta, in un thriller a puntate pieno di colpi di scena, di suspense e sobbalzi. Godendo proprio di quei misteri impossibili da svelare: le angosce dell’Altro, di Pietro appunto. 

Elio Germano è Pietro Vella

E quello che sembrava essere un felice “incontro” si tramuta in una sorta di “incantesimo”: nel rito magico della parola, prima magia dell’uomo e nella genesi dell’impossibile, che passa per l’intonazione della voce, per la scelta delle parole, per il ritmo del respiro. E’ quindi questa consapevolezza di Teresa sul potere dell’asserzione a travalicare le frontiere del fantastico, invadendo la realtà.

Sì, perché l’asserzione è quell’affermazione attraverso la quale si tesse una posizione e quindi un’identità. E’ il superamento delle dichiarazioni rabbiose – proprie della Teresa che scopre di essere stata tradita – così come delle dichiarazioni cerebrali, spesso prive di catene dimostrative. Ecco allora che l’affermazione, quella versata shakespearianamente da Teresa nell’orecchio di Pietro, viene data per vera, sebbene sia la prospettiva umana quella che veramente ne svela la cifra. E’ un po’ quello che Iago fa con Otello. 

Federica Rosellini e Elio Germano

Ecco, forse è proprio questo che risulta stupefacente: scoprire fin dove le possibilità umane possano bloccarsi dietro maschere (come accade a Pietro Vella), o invece spingersi oltre, verso quel qualcosa di “divino” che ci abita. Federica Rosellini, infatti, ci restituisce una Teresa Quadraro dalla densità di una divinità: che ha qualcosa delle Erinni (divinità vendicatrici dei torti subiti) e insieme qualcosa dello Zeus che sceglie la punizione per Tantalo. Come Zeus, Teresa sceglie infatti di infliggere a Pietro il tormento di chi desidera tantissimo qualcosa, apparentemente a portata di mano (in questo caso la conferma del silenzio sul segreto rivelatole) ma scopre che questo desiderio è destinato a rimanere perennemente inappagato. Un tormento che fa cadere la maschera buonista di Pietro, rivelandole l’indole da bestia pavida.

Quanta poca cosa è allora un tradimento umano rispetto alla punizione eterna, e quindi divina, di disporre del “laccio” di una “confidenza segreta”! Fino a quanto può stringere questo “laccio” ? Fino a quanto possiamo sopportarne il giogo?

Federica Rosellini è Teresa Quadraro

Perché mantenere il silenzio non è solo il contrario del comunicare. Il silenzio non racchiude un vuoto ma un pieno, non un’assenza ma una presenza: contiene infinite possibilità. E’ lo spazio dell’infinito.  E’ lì dove abita il silenzio, che tutto può essere detto.

Ed è questo tipo di intimità sospesa, senza cioè il vincolo della paura da parte di Teresa e quindi volutamente in dubbio relativamente al voto del silenzio sul segreto – quella sensazione di possibile tradimento di un patto di fedeltà orale che Teresa vuol far provare a Pietro, punendolo del tradimento del patto di fedeltà fisica. Che al confronto diventa davvero ben poca cosa. 

Da qualche tempo Daniele Luchetti  e Domenico Starnone ci stanno educando alle profondità abissali alle quali conducono ta erotika: le cose dell’amore. Profondità nelle quali sanno muoversi bene – come ci annunciava già Platone nel Simposio – le donne, perché dotate per natura di una psiche predisposta a orientarsi con più agilità nella “relazione” e nell’ambiguità delle sue dinamiche. 

“Confidenza” è un film potentissimo, irresistibile, che ci fa sentire disarmati: non confortandoci con una soluzione, con un finale definito.  E ci lascia senza parole, scegliendo di condividere con noi le infinite possibilità che ci confida il silenzio.  


Recensione di Sonia Remoli