Recensione dello spettacolo MADDALENA, L’AMANTE DI GOLDONI – di Antonella Antonelli – regia di Massimiliano Milesi –

TEATRO ELETTRA , 8 Luglio 2024

Terza edizione “Re(s)print” – L’Estate Elettra , 1 -15 Luglio 2024

Quanto bisogno abbiamo di vivere “un incontro” che per anni abbiamo solo immaginato?

Quanto bisogno abbiamo di rivelare, chiedere e sentirci rispondere qualcosa di univoco, al di là delle mille ipotesi che abbiamo formulato nel tempo?

Anche su questo ci porta a riflettere il penetrante testo di Antonella Antonelli, autrice dello spettacolo di cui Massimiliano Milesi cura acutamente la regia, andato in scena ieri sera nel piccolo gioiello del Teatro Elettra, ad un passo dal Colosseo.

Massimiliano Milesi

La Antonelli, che con Milesi e la loro Compagnia “TeatroDaViaggio” condivide la passione e quindi il lavoro di ricerca pluriennale sulle opere di Carlo Goldoni, da queste si è lasciata attraversare fino ad arrivare ad interrogarsi sulla stessa personalità del celebre commediografo. Nello sguardo di Antonella Antonelli confluisce infatti oltre alla prospettiva di attrice e a quella di dramaturg della compagnia, anche quella di psicologa clinica.

Antonella Antonelli

E se è vero, come è vero, che è la capacità travolgente e sconvolgente di certi “incontri” a dare forma alla nostra vita, allora si può convenire che fosse necessario immaginare e dare realtà teatrale ad “un incontro” tra le due donne più amate dal Goldoni: sua moglie Nicoletta Connio e la presunta amante Maddalena Marliani, musa e prima interprete della Mirandolina de “La locandiera”.

E’ la Connio (qui resa da Barbara Bergonzoni) a sentire l’esigenza di contattare la Marliani, per chiederle di recarsi da lei, all’indomani della morte del marito. Ed è sulla qualità del suo attendere, resa mirabilmente dalla postura e dal sentire degli occhi, che si apre lo spettacolo di Milesi. 

Appassionato si rivela l’incontro tra le due femminilità così diversamente esuberanti: l’una, la Marliani, visibilmente vibrante; l’altra, la Connio, decisamente più composta ma parimenti partecipe in emozione. 

E la sensazione che arriva allo spettatore nel corso della rappresentazione è qualcosa di simile ad un fertile ricongiungimento di due costitutive parti del femminile. 

La moglie di Goldoni non può tacere la sorpresa nel vedere l’amante del marito senza l’abituale coronamento seduttivo dei lunghi capelli. “Pesavano” – le risponde con intensa profondità Maddalena. 

L’ Antonelli autrice – qui anche interprete di densa sensibilità nel ruolo di Maddalena – semina con questa allusiva risposta il primo dubbio e quindi il primo indizio che fa immaginare allo spettatore che una qualche ricerca di trasformazione interiore sia già in atto anche in Maddalena. 

Lei stessa lasciata da Goldoni, come le altre amanti di cui amava circondarsi, anche a causa di un disturbo di ciclotimia: un’estrema instabilità dell’umore che lo faceva scivolare in atteggiamenti depressivi per poi risalire al suo consueto ottimismo. Così ci rivela l’Antonelli nelle sue note d’autrice. 

“Ma voi non siete stata come le altre” – le rivela la moglie Nicoletta, restituendole quell’identità unica e necessaria che aveva così bisogno di contattare Maddalena. “Lui non ha mai smesso di pensarvi e di riconoscere il vostro talento, fino agli ultimi giorni: voi siete stata un sostegno per lui, non l’avete usato. Per questo io, di voi, non sono mai stata gelosa”. 

Nicoletta infatti, sebbene avesse sempre accolto con paziente disponibilità le incursioni del marito nel femminile delle altre donne, al femminile di Maddalena sente il bisogno di congiungersi, riconoscendo a qualche livello in esso il sano completamento del suo femminile. Esclusivamente di natura comprensiva, prudente e devota, in omaggio al quale il Goldoni scrisse la commedia “La buona moglie”. Ma solo conoscendola di persona Nicoletta scopre che Maddalena chiama il “suo” Carlo, Osvaldo. Nome che Nicoletta sapeva che il Goldoni detestasse, ma di cui ora scopre si lasciasse “rinominare” in esclusiva da Maddalena.

Ecco allora che, attraverso il potere del “racconto”, l’Antonelli rende possibile una fertile contaminazione tra le due femminilità, a cui la regia di Massimiliano Milesi sa donare corpo con guizzo naturalistico. Entrano così nello spazio scenico – spazio della memoria delle due donne – i compagni complici e rivali di tante giornate e di tante avventure artistiche ed umane.  Sono Arlecchino (Alessio Serafini), Brighella (Giovanni Pratichizzo), il Giovane Innamorato (Manuel Kilani), la Giovane Innamorata (Maria Elena Pagano), il Poeta (Marco Laudani), Silvestra (Laura Nardi), Teodora (Maria Grazia Bordone) e il Goldoni (Fabio Di Valentino).

Molto interessante il lavoro sulla prossemica – opportunamente calibrato per un palco così “intimo” come quello del Teatro Elettra – nel quale è riuscita ad esprimersi un’appassionata sinergia attoriale.

Grazie alla quale noi del pubblico riusciamo a condividere il prender forma di un personaggio così moderno come quello di Mirandolina, al quale il Goldoni si era ispirato conoscendo Maddalena. Ciò che non immaginava però è quanto la stessa fosse disposta ad osare, non solo nell’interpretarlo – consapevole di rischiare di non assecondare il gusto del pubblico e della morale vigente – ma anche contribuendo alla stesura stessa del testo, con sempre accresciuta audacia.

Audacia decisamente non ipocrita in quanto dichiarata, anche all’interno della compagnia, alla luce del sole e non garbatamente alle spalle: “Ma io sono l’amante del Goldoni !” – soleva rispondere alle insinuazioni dei compagni di lavoro.

Quell’audacia di cui ci parlano le volute di quel filo rosso di cui Maddalena si adorna il collo e i piedi, segno – e non solo oggetto – di quell’amore per se stessa che solo in quanto tale poteva essere così generoso verso l’Altro. Segno e non solo oggetto di quel suo desiderare, a cui si è sempre mantenuta fedele. Disponibile ad accoglierne tutti i possibili disequilibri; proprio lei che per così tanto tempo si era allenata invece a curare il proprio equilibrio fisico, così come richiesto ad una ballerina di corda.

Ma sarà proprio questa accoglienza verso il disequilibrio ontologico al nostro desiderare a restituirle la consapevolezza dell’instabilità della vita e delle relazioni che la tessono: “occorre vivere il momento !”. Stabile, può e deve essere la nostra follia all’interno del teatro della vita.

Un testo e una regia – questi di Antonella Antonelli e di Massimiliano Milesi – che ci parlano con poetica bellezza del bisogno, che tutti ci accomuna, di essere riconosciuti e quindi apprezzati nella nostra unicità.  E dell’esigenza, sempre più consapevole, che tale unicità sia la risultante di un lavoro di ricerca su noi stessi aperto ad accogliere  – e quindi ad “incontrare” in fertile “dialogo” – parti differenti e in continua evoluzione di noi stessi.

Un’evoluzione esistenziale non meno necessaria dello scardinamento della fissità delle parti attoriali, di cui si avvertiva così tanto il bisogno nel teatro goldoniano. 


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo L’ULTIMO ICARO – drammaturgia e regia di Pietro Floridia

Terza edizione del Festival “Teatro delle Migrazioni”

dal 1° al 3 Luglio 2024, presso il Nuovo Teatro Ateneo

Sapienza Università di Roma


NUOVO TEATRO ATENEO, 3 Luglio 2024

L’Ultimo Icaro

drammaturgia e regia di Pietro Floridia

con Donatella Allegro, Anna Luigia Autiero, Younes El Bouzari

al drone Francesco Lombardi

scenografie Luana Pavani

musica Stefano D’Arcangelo

videodisegni Sara Pour


Quanto siamo intimamente legati al desiderio di volare ? 

Cosa siamo disposti a fare per assecondare questa spinta ontologica così legata al nostro desiderio più profondo di libertà’ ? 

Una libertà che così magnificamente trova espressione nell’ebbrezza del volo e che non sembra essere sfiorata da una spinta centripeta alla sicurezza, che pure ci abita? 

Lo spettacolo portato in scena ieri sera al Nuovo Teatro Ateneo dell’Università Sapienza di Roma a conclusione della terza edizione del Festival “Teatro delle Migrazioni”, ha rappresentato un tentativo di sublime efficacia nel rendere la labirintica rete di punti di vista su questo folle e necessario desiderio: quello del volo.

Lo sguardo drammaturgico e registico di Pietro Floridia sceglie di impostare la narrazione con un taglio giornalistico: si parte da un’intervista “on air” che dà avvio alla ricostruzione della vicenda – al limite tra una fake e una teoria da sito complottista – che vede protagonista un cosiddetto “arabo volante” presunto “veicolo” per l’ingresso clandestino di migranti. Taglio giornalistico successivamente integrato arricchendolo – e quindi contaminandolo – con una molteplicità di punti di vista, resi registicamente con un’efficace ed avvincente tecnica, anche cinematografica, di suspence. 

Suspence che si origina dalla scrittura drammaturgica per arrivare a declinarsi nella multiforme suggestione di proiezioni visive – anche specchio di dinamiche interiori – raffinatamente integrate alla liricità di un evocativo disegno luci. 

Pietro Floridia

Ed è attraverso la bellezza della struggente malinconia del canto-racconto di Joseph “l’arabo volante” (un Younes El Bouzari la cui voce sa farsi cielo e corpo) che arriviamo a fare esperienza di quanto la nostra natura umana educata -quando non obbligata-  a muoversi dentro confini, patisca l’effetto-gabbia.

E poi, è ancora attraverso l’atto d’amore, espressione di sconfinata vitalità umana, che possiamo sperimentare qualcosa di simile all’ebbrezza del volo. Così come nell’attività artistica. Ma in tutte queste modalità espressive sembra non essere possibile rifuggire da un desiderio umanissimo di confinamento, di manipolazione.  

Labilissimo è infatti il limite tra la ricerca della libertà e la tentazione alla sopraffazione. E la regia di Pietro Floridia sa come visualizzare – e quindi veicolare emotivamente seducendo la mente – questa tensione esistenziale nella quale, volando, rischiamo di finire bruciando noi stessi o l’Altro.

E’ l’urgenza che abbiamo di “lasciare un segno” che fa sconfinare la nostra esperienza di volo, di libertà.

E’, ad esempio, il tratto che l’artista (un’accattivante Anna Luigia Autiero) traccia durante l’atto d’amore con il suo modello-amante Jouseph, intenta prioritariamente a portare a realizzazione il suo ciclo di quadri dedicati all’esperienza del volo.  Splendida qui la drammaturgia dei corpi, che ci racconta con sensuale lacerazione come l’atto d’amore sia non tanto “un rapporto” sessuale quanto piuttosto un “corpo a corpo” tra un fluido incontrarsi e un confinante mettere l’altro “in croce”.

E’ il desiderio di sapere che l’antropologa (un’efficacissima Donatella Allegro) sente di assecondare per un’urgenza di conoscenza sempre più esigente.  E che poi prende la forma (il segno) di un dossier sul caso dell’ “arabo volante”. Desiderio del quale riesce anche a contaminarsi, abbandonandosi nell’adesione al sogno di volare con  Jouseph.

Riuscire a instaurare un fertile conflitto dialettico tra queste due tendenze che ci abitano, quella verso la libertà e quella verso il controllo, può rendere il nostro stare al mondo un’esperienza interessante e feconda.  Perché “il confine” non è solo il luogo che separa ma anche “la soglia” sulla quale ci si può incontrare. Così da evitare il più possibile la degenerazione dannosa in rapporti di simbiosi o di sopraffazione di varia natura.

E’ un invito ad una riflessione oggi più che mai necessaria, questa sollecitata con grazia inquietante dal teatro di cui si fa testimone il collettivo dei Cantieri Meticci, che accoglie e restituisce i temperamenti della geografi umana di artisti provenienti da 30 diversi Paesi del mondo.

Che elegge a luoghi di interesse quei luoghi che ancora tendono a rimanere troppo inesplorati: le periferie, le scuole, i centri di accoglienza, le piccole biblioteche di quartiere, le parrocchie. Fucine di storie di un’umanità desiderosa di incontrarsi “sulla soglia” con le realtà centrali della città, così da poter dare vita ad un’inedita Agorà. Perché ciò che ci risulta estraneo, “straniero” può essere accolto anche come un “ospite”.

Perché saper volare significa anche saper atterrare, cioè far sì che con la terra si realizzi un incontro e non un drammatico scontro. Come Abbās ibn Firnās, inventore arabo del primo aereomobile nel IX sec. ci ha insegnato: solo cercando di integrare e di accordare tra loro ali e coda si può davvero volare.

Abbās ibn Firnās


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo STORIE DI PERSONE – di e con Ascanio Celestini

Terza edizione del Festival “Teatro delle Migrazioni”

dal 1° al 3 luglio 2024, presso il Nuovo Teatro Ateneo


NUOVO TEATRO ATENEO, 1 Luglio 2024

Storie di persone

Di e con Ascanio Celestini

e con, alla fisarmonica, Gianluca Casadei

produzione Fabbrica srl


In che modo si riconosce valore alla vita di un uomo o di una donna? 

Siamo sicuri di saperlo? Ma soprattutto, siamo sicuri di riuscire a farlo ? 

Perché il primo requisito per valorizzare la vita  di un essere umano è riconoscerne la “diversità”: riconoscere come speciale quel qualcosa che lo rende “diverso da noi” e dagli altri.

Ad  iniziare dal nome proprio, ovvero ciò che ci attribuisce quel primo riconoscimento d’identità, tale da poter essere considerati esistenti e quindi da poter essere ricordati. “Io sono Joseph, ricorda il mio nome” – insiste a sottolineare il protagonista della “prima storia” ( appartenente ad un progetto di ricerca sui migranti iniziato nel 2015 e composto da racconti raccolti sul campo) “cantata” da Ascanio Celestini,  accompagnato alla fisarmonica da Gianluca Casadei.

Particolarmente attento nel restituire non solo la testimonianza ma anche “lo stile  espressivo” proprio del racconto di Joseph, Ascanio Celestini  raccoglie e cesella la sua “storia” restituendoci le parole che Joseph ha cercato e trovato per dirlo, il suo rammarico.  

Un rammarico discreto, tanto da essere cortese. Ma intenso: pieno di stupore.

Ne scaturisce un commovente racconto dello stare al mondo di uomo dalla profonda disponibilità umana, che ha accettato di fare lavori per i quali non era richiesta nessuna competenza.  Come, ad esempio, il seppellitore di salme.

Ma siamo davvero sicuri che per svolgere questo lavoro non si richieda nessuna competenza?  Cura di Joseph – scopriremo – sarà infatti non solo quella di soddisfare l’efficienza dello scavare una fossa per poi richiuderla, ma anche quella di preparare ogni corpo appena morto ad attraversare l’ultimo viaggio – la discesa nella fossa – attraverso “un canto personalizzato” che completi quel che manca al suo desiderare. 

Un giorno gli capitò, ad esempio, una salma che non era stata onorata da un funerale. E lui allora gli “canta” tutto il percorso che la sua salma avrebbe fatto se davvero avesse ricevuto in dono un funerale. Inclusa la seduzione olfattiva di quelle siepi che si gonfiano di fiori di gelsomino, che avrebbe incontrato durante il tragitto.

Ma siccome – come recita un proverbio eritreo – “l’uccello che canta non costruisce il nido” è tempo per Joseph di mettersi in cammino con un suo compagno di viaggio. Le difficoltà non tardano a palesarsi – come la melodia densamente concitata “cantata” dalla fisarmonica di Gianluca Casadei sottolinea, quale drammatico contrappunto – ma loro non si arrendono.

Finché un giorno Joseph non arriverà a scoprire che in fondo al mare esiste un cielo di corpi morti che,  a differenza delle stelle in cielo, non brillano di luce perché non hanno un nome, né qualcuno che li canti. Nessuno che senta l’esigenza di ricavare nella terra il loro ultimo nido; nessuno che li metta a letto sotto una morbida coltre, per l’ultimo sogno. Nessuno che ne canti  il valore.

Ma  quanto costa, e quindi, quanto vale una vita umana ?   Forse per avvicinarsi ad una risposta occorre chiedersi prima di cosa è fatta la specificità di ogni vita: cosa c’è dentro, al suo interno. 

Un po’ come l’interno così misterioso di quegli scatoloni di cui ci parla la seconda storia: quella della cieca inaccettabilità della diversità di Giovanni.

Giovanni è diverso ma non come uno zingaro: no, lui è “uno stanziale” non ruba, va a scuola ed  è educato. “Cammina sulle righe” benissimo, infatti.  

Ma ha qualcosa di diverso dentro, qualcosa di incomprensibile. E tale deve rimanere: come si  fa con gli scatoloni che tutto il giorno suo padre sposta ma di cui è tabù chiedersi che cosa contengano, pena la perdita del lavoro.  

E Giovanni, a forza di essere spostato come un pacco dal contenuto da ignorare, non ce la fa.  E la responsabilità tende a voler ricadere su uno dei tanto odiati zingari. L’odio infatti aiuta a vincere la paura, propria di chi si considera “puro”, del presunto “impuro”.  E ci riesce proiettando “la propria impurità” sull’altro. 

Così l’inciviltà dell’ignoranza fa del “non sapere” una pretesa di verità: un pregiudizio.

Ascanio Celestini, accompagnato dalla fisarmonica di Gianluca Casadei, c’incanta. E’ una mirabile capacità narrativa, la sua, che riesce a farci arrivare – quasi con ingenua soavità – la ferocia di cui siamo capaci noi “stanziali”. Il suo è un rito magico che pone l’accento sulla parola, prima magia dell’uomo.

Ecco allora il prendere forma, sul campo, di una raccolta di “storie” preziose, proprio perché diverse.  Storie che ci consegnano la possibilità di  custodire una memoria e di apprendere da ciò che i nostri simili hanno fatto in passato. 

Perché migrare, soprattutto in gruppo, è una vitale esigenza comunicativa per cercare un luogo migliore in cui vivere. Sempre più spesso guerre, depressioni economiche, cataclismi spezzano il legame sociale con la propria terra d’origine, imponendo la terribile fuga verso un posto dove sopravvivere in serenità non sia impossibile.

Perché la storia, così come ogni storia, non è un sistema che procede accumulando progressivamente quote di verità sempre maggiori. E’ un percorso discontinuo, costellato di fratture e di momenti rivoluzionari, in cui nuovi sguardi soppiantano i vecchi.

Perché la storia, così come ogni storia,  chiede di essere riletta e riascoltata sempre, continuamente.

Perché la storia, così come ogni storia, non si lascia confinare in una ricostruzione ordinata ma ci si dà in maniera sempre nuova nel presente. Ci versa nell’orecchio il suo eco, in attesa di integrazione.

Perché raccontare storie è la cifra più importante della  nostra specie. 

Ascanio Celestini


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo SEE PRIMARK & DIE ! – di Claire Dowie – regia di Dafne Rubini

TEATRO LE MASCHERE, dal 25 al 27 Giugno 20224

Quanto è difficile essere liberi ? 

Quanto ci angoscia poter scegliere ? 

Anzi, dover scegliere: anche scegliere di non scegliere è comunque una scelta.

La libertà è una condanna: siamo obbligati ad essere liberi – sosteneva Jean-Paul Sartre.

Meno male che c’è l’economia capitalistica. 

Lei sì che ci legge nel pensiero: lei ci solleva dall’usare il cervello e quindi ci libera dalla libertà. E quanto ci piace ?! 

Lei si assume tutte le responsabilità e noi ubbidiamo. Senza pensieri, senza dover usare con libero spirito critico la nostra capacità di pensare.

Come recita la filosofia del franchising dei negozi Primark: costa tutto così poco che non devi pensare a cosa scegliere. Puoi comprare tutto, ingordamente. Fino alla nausea. Fino alla morte. 

Martina Gatto

Da qui prende avvio lo spettacolo, che ammicca alla stand-up comedy, diretto con sapiente minimalismo da Dafne Rubini e interpretato da un’esplosiva e penetrante Martina Gatto. La drammaturgia è di Claire Dowie, anche attrice e poetessa: sicuramente uno dei personaggi più divertenti, anticonformisti ed iconoclasti della scena teatrale inglese contemporanea.

Con provocante ingenuità Martina Gatto ci racconta di quel giorno in cui si accorge di non stare bene: non sente più l’istinto di andare a comprare qualcosa di nuovo, sintomo di una “sana e robusta costituzione” nella società consumistico-capitalistica in cui viviamo. 

E sebbene, in verità, non avvesse bisogno di nulla, come si poteva resistere a non andare da Primark a comprare almeno una T-shirt, che generosamente avevano scontato a 2euro e 50 centesimi ? 

Pur non avvertendo più la seduzione di questa opportunità, si sforza di andare comunque. Ma quelle luci così attraenti ora hanno perso il loro potere euforizzante, così irresistibilmente trendy. Quella scioglievolezza che normalmente le si iniziava a generare in bocca varcando le porte d’ingresso, ora le provoca terrore. E più entra all’interno più si sente morire, tanto il consueto piacere ha lasciato il posto a un disagio sempre più invadente. 

Persa la dipendenza all’istinto compulsivo ad acquistare, tagliata fuori dallo spazio incantato del Primark, in quale altro modo sarebbe stata al mondo ?

In realtà, al di là dei confini del tempio del consumismo, lei farà esperienza di una nuova speciale sensazione: quella della mancanza, unica porta d’ingresso ad un autentico desiderare. Non a caso i genitori del dio Eros – ci racconta Platone ne “Il Simposio” – erano Penia (che significa “mancanza”) e Soros (“la via”). La via della mancanza genera eros: il desiderio.

Ed è qualcosa di diverso dall’istinto meccanico a fare qualcosa che fanno tutti per essere accettati e inclusi in quel particolare modo di vivere. Che non è l’unico. 

Ecco allora che con ironica sapienza la protagonista ci racconta di aver scoperto di tornare ad avvertire una mancanza, un senso di vuoto, che inaspettatamente la rende incline a prestare attenzione anche alle piccole cose. Incluse quelle che nel modo di vivere precedente andavano a finire nel cassonetto, solo perché così aveva senso per il sistema economico: continuare incessantemente a produrre per poi indurre il consumatore a continuare a comprare ancora cose, perché sempre “più nuove”.

Uno spettacolo che sa far uso dei toni più scoppiettanti e provocatori per veicolare l’urgenza di riscoprire nuovi modi di vivere, diversi rispetto a quello in cui si siamo impantanati.

Assaporando la fertile tensione delle spinte di cui si compone la nostra possibilità di essere liberi: la spinta a lasciarci guidare e l’ebrezza a dare noi una direzione al nostro sentire. Perchè assecondarne solo una, rischia di essere troppo limitante, fino a diventare distruttiva.

Dafne Rubini (regista) e Martina Gatto (interprete)


Recensione di Sonia Remoli

Recensione del libro ELOGIO DELL’ INCONSCIO – Come fare amicizia con il proprio peggio – di Massimo Recalcati

Castelvecchi Editore Collana Frangenti – 2024

In questo libro di accattivante bellezza Massimo Recalcati, noto psicoanalista e saggista, dimostra quanto sia vantaggioso non mettere a tacere il nostro inconscio.

Pur essendo un “elogio”, al tono della solennità Recalcati preferisce quello di una narrazione dalla sapiente pragmaticità, per invitarci a non lasciare andare – ma anzi a difendere – i nostri desideri inconsci: quelli in attesa di essere guardati con nuovi occhi.

A sigillo di questa consapevolezza, sceglie di inserire in esergo – quale prima fascinosa presentazione al libro – un passo della ballata di Fabrizio De André, ispirata ad una poesia dell’ “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters: la ballata intitolata “Un medico”, sesta traccia della raccolta “Non al denaro, non all’amore né al cielo” (1971).

E, attraverso il racconto di quell’esigenza vocazionale –  tesa ad individuare lo stato di salute dei ciliegi nel loro rinnovato bianco rifiorire, piuttosto che nella realizzazione di una rossa maturazione – ci arriva tutto l’inebriante profumo del libero uso del linguaggio dell’inconscio. 

Capace di rassicurare stimolando, Massimo Recalcati desidera fin da subito trasmetterci la sensazione che i nostri desideri, le nostre inclinazioni, non meritano di essere snaturati – e quindi traditi – per essere piegati a diventare qualcosa che risulti conforme alle richieste della società. Che ci vuole efficienti e prestanti come macchine, piuttosto che creativi come persone. 

Richieste sociali dalle quali ci lasciamo tentare per essere accettati, piuttosto che allontanati ai bordi della società come diversi. Solo perché interessati a conoscere meglio noi stessi – e quindi le nostre potenzialità – fino a  “diventare ciò che siamo” : quel qualcosa di speciale e unico che si manifesta attraverso continue rifioriture. Ed è proprio qui la nostra dignità, la nostra salute e la nostra felicità. 

Accettare di desiderare ciò che invece è la società ad obbligarci subdolamente a desiderare, all’insegna di una piatta etica del sempre nuovo – vale a dire desiderare possedere oggetti e affetti sempre “più nuovi” al fine di ritrovarci tutti anonimamente in una innocua felicità omogenea – comporta che i nostri autentici desideri inconsci abdichino alla loro originalità, per farsi numeri spenti di una massa informe, dove ciascuno replica lo stesso desiderio dell’altro. Senza utilità per nessuno, se non per chi ci vuole mansueti, addomesticati e quindi non pericolosi perché non pensanti.

E non vale la pena aspettare di essere morti – come ci suggerisce la lettura dell’ Antologia di Spoon River – per immaginare di poter esprimere tutta la verità su noi stessi.

Anche la scelta iconografica per la copertina del libro di Recalcati – l’opera di Claudio Parmiggiani Senza titolo”, 1995 – contribuisce fascinosamente nell’emanare tutta la bellezza esplosiva del potere creativo, chiuso nella nostra razionalità inconscia. La luce stessa di quel pigmento di giallo di cadmio puro, per sua essenza, ha una carica simbolica di prorompente vigore, come già gli artisti di fine Ottocento ben sapevano.

Claudio Parmiggiani, “Senza Titolo”, 1995 – Vetro, pigmento di giallo di cadmio puro, tavola 100×140

In questo saggio Massimo Recalcati sceglie di tessere l’elogio dell’inconscio freudiano passando attraverso il “dar voce” a tutte le critiche avanzate dai suoi detrattori contemporanei più agguerriti – soprattutto i terapeuti cognitivo-comportamentali e una parte della cultura filosofica, in particolare Jean-Paul Sartre, Herbert Marcuse e Gilles Deleuze – per poi arrivare a confutarle, dimostrandone l’inefficacia.

Così facendo, Recalcati ci fornisce un’audace testimonianza del rispetto del principio freudiano secondo il quale chi la pensa diversamente ha comunque diritto di essere accolto e ascoltato con attenzione. 

Perché pensare diversamente non significa essere inefficienti; ma soprattutto perché l’ossessione all’efficientismo spegne in noi ogni originalità, predisponendoci verso la prepotenza tipica degli intolleranti. 

Con questa postura Massimo Recalcati manifesta anche la sua vocazione antropologica di psicoanalista, consapevole che l’interiorità di un individuo non è mai da considerarsi a sé rispetto all’esterno in cui è immersa.

Recalcati, quindi, resiste e ci invita a resistere “a pugni chiusi” contro la tendenza che vuole estinguere l’intrepidità del nostro inconscio, lui che solo sa aprirsi all’eventualità dell’inatteso. 

Perché non salvaguardare l’esistenza dell’inconscio e quindi smarrire il nostro rapporto singolare con il desiderio significa mettere in gioco “un’intera concezione dell’uomo che si sostiene sull’importanza del pensiero critico e sul carattere particolare e incommensurabile del desiderio soggettivo” – scrive Recalcati nell’ Introduzione alla prima edizione di questo libro. 

Perché chi non è disposto ad ascoltare una voce diversa rispetto a quella del proprio “io”, è destinato a perdere il contatto con la propria linfa vitale, che ci consente di dare forma al nostro desiderio.

Ecco perché è fondamentale riallacciare un rapporto di confidenza e di amicizia anche con la razionalità di quella parte di noi stessi che ci sembra meno “presentabile” . 

Preziosissima, anche, per bilanciare quelle pretese narcisistiche che derivano da un’eccessiva consapevolezza della propria identità. O per non rimanerne succubi, visto che chi sceglie di disconoscere la presenza di un inconscio, attribuisce paranoicamente all’altro le proprie responsabilità. Ma così facendo non potrà mai aprirsi né al dono della gratitudine né a quello del perdono. Doni che implicano la conquista della consapevolezza che la nostra parte “oscura” non è poi così diversa da quella che vediamo nell’altro. 

A sua volta la razionalità del desiderio chiede, nonostante il suo impeto – anzi proprio per l’irruenza del suo impeto – di trovare un limite, un ostacolo, nelle leggi del vivere civile, così da poter offrire il meglio di sé: essere creativa, senza correre il rischio di essere impositiva. 

Per questo, per un vivere davvero costruttivo, è indispensabile che entrambi i tipi di razionalità (quella del controllo e quella della libertà creativa dell’inconscio) siano in fertile conflitto. 

Annullare la presenza di una delle due razionalità diventerebbe davvero limitante.

Fino a diventare distruttivo.

E’ questo di Massimo Recalcati un libro che attrae magneticamente e che, pur nella complessità dei temi trattati, stimola una seducente e trepidante simpatia in chi legge.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo SETE di Walter Prete – regia di Lorenzo Parrotto

TEATRO LE MASCHERE, dal 21 al 23 giugno 2024 –

Che uso stiamo facendo oggi della parola “separare” ?

Se nella “Genesi” – fonte di riferimento sulla quale è drammaturgicamente tagliato e cucito lo spettacolo – il concetto di “separare” conserva il significato di un generare distinguendo  due entità nuove ma autonome, oggi invece che cosa sta succedendo? 

Oggi  a “separare” non è più Dio come nella Genesi ma l’uomo in quanto  arrogante possessore del cosiddetto “genio”: quella scintilla creativa, e quindi divina, presente in noi. 

Ma il genio non si possiede: dal genio si è posseduti, si è guidati. E la sua attività – autenticamente creativa – produce bellezza di cui tutti possono partecipare. 

Giorgio Sales

La separazione che effettuano coloro che si auto-definiscono “geni” non è una nuova creazione fondata sul rispetto dell’essenza di un oggetto. No, l’essenza viene letteralmente eliminata, buttata via, privata del suo autentico valore, pervertendo così il significato etimologico della stessa parola “separare” . Al suo posto, ad acquisire valore sostanziale è l’apparenza: quella di una nuova immagine associata arbitrariamente all’oggetto, il cui valore non è quello della cosa in sé ma quello che qualcun altro ha deciso di attribuirle per fini di lucro. Finendo per separarla anche da una fruizione collettiva. 

Ma, concretamente, chi è “il genio”  di cui la sagace penna di Walter Prete ci propone varie declinazioni, interpretate con graffio seduttivo da un Giorgio Sales, diretto con raffinato guizzo da Lorenzo Parrotto

Giorgio Sales

Solitamente sono  influencer: personaggi di successo, popolari nei social network e in generale molto seguiti dai media, capaci di influire sui comportamenti e sulle scelte di un determinato pubblico. Sono coloro che formano le opinioni dei più, fornendo gratuitamente (in apparenza) consigli, che hanno un retrogusto impositivo. 

Persone che si sentono “Dio” perché siamo noi a farle sentire così, affidandoci a loro. Credendo in loro. Lasciando a loro la facoltà di scegliere – e quindi separare – ciò che davvero ci piace da quello che non ci piace. Tanto che i brand si stanno sempre più avvalendo del supporto degli influencer nelle proprie strategie di comunicazione, finalizzate all’aumento delle vendite.  

Ma chissà perché preferiamo che altri scelgano per noi ? 

Giorgio Sales

Forse perché non abbiamo più un libero accesso ai nostri desideri: ci siamo indeboliti, smarriti, disorientati. E se qualcuno viene e ci dice che lui è sicuro che è bene desiderare determinate cose, forse è meglio così. Lui si prende la responsabilità di desiderare per noi – perché, si sa, la libertà di desiderare non è facile da gestire – e noi eseguiamo. Tanto lo fanno tutti. E per essere uguali occorre desiderare e avere le stesse cose. Sempre “più nuove”, però.

Giorgio Sales

Poi, se uno vuole davvero essere un tipo invidiato da tutti, deve imparare a desiderare ciò che tutti non possono permettersi. E in una totale eterogenesi dei fini, i nostri ”consiglieri” influencer ci creano un nuovo Eden da desiderare, diverso da quello di cui parla la Genesi: una creazione subdola perché nasce dal “separare”, cioè escludere, da un bene essenziale comune – come ad esempio l’acqua – coloro che non sono disposti a pagarlo ad un prezzo stupefacentemente proibitivo.  Un’acqua che ora, così (perversamente) desiderata, è un bene esclusivo di quei pochi che possono non essere tagliati fuori, separati,  da un Eden che oltre ad essere proibito (cioè diversamente immorale) è anche “proibitivo”  (difficilmente accessibile economicamente) . 

Giorgio Sales

Ma come saremo arrivati fin qui ? L’acqua è un bene essenziale, pubblico e soprattutto gratuito. Nasce come un dono, ma a noi oggi forse non interessano più i doni: prezioso è solo ciò che si riesce a comperare ad un prezzo scandaloso. 

E chissà con quale alibi, con quale “altrove da noi” proveremo la nostra innocenza, la nostra estraneità a questa degenerazione?

O forse, come il personaggio principale di questo spettacolo, solo dopo aver vissuto tutto ciò, saremo capaci di tornare a sentire davvero il sapore autentico delle cose.

Walter Prete

“SETE” è il prodotto di un collettivo informale composto da Giorgio Sales (interprete), Lorenzo Parrotto (regista) e Walter Prete (drammaturgo) che ha scelto di affidare alla capacità che solo “il racconto” possiede, di provare a tenere insieme ciò che invece sfugge alla comunicazione attuale. 

Lorenzo Parrotto

Obiettivo raggiuto, trovando il giusto equilibrio drammaturgico, interpretativo e registico tra una graffiante provocazione e un’accattivante critica degli attuali costumi. 

A cui volentieri si presta attenzione, lasciando che l’istrionico Giorgio Sales – dalla densa presenza scenica  e dalla cesellante interpretazione  magneticamente variegata – ci versi nelle orecchie un farmaco, che per sua natura è veleno e cura. 


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo IL BUIO IN AGGUATO – regia di Claudio Boccaccini

TEATRO DEI GINNASI, dal 19 al 21 Giugno 2024 –

Perché è così importante ricordare ?

Non solo per non dimenticare il passato ma anche per continuare a consultarlo. 

Continuare a interrogarlo, guardandolo con nuovi occhi, ci permette infatti di cogliere ogni volta qualcosa in più: qualcosa che precedentemente non ci si era rivelato. Come anche lo spettacolo di Claudio Boccaccini ama  suggerirci.

Questo significa essere capaci di cura e di responsabilità; significa tenere alta la consapevolezza di chi siamo, da dove veniamo e dove abbiamo la possibilità di spingerci. 

Per non perdere niente di quello che esce dalla nostra vita. Niente e nessuno.

Da qui parte la regia di Boccaccini: esplorando i vari significati insiti sia nel concetto di “buio”, che quelli celati nell’ “aspettare  pronti”, come in un agguato.

La drammaturgia si apre con un atroce dubbio, che minaccia di essere confermato.

Il dubbio, parola chiave di tutto lo spettacolo e strettamente connesso al concetto di buio, si manifesta attraverso una mancanza di chiarezza e quindi come qualcosa di difficile intellegibilità. Qualcosa che resta nascosto e che minaccia di sopraffarci. 

Variazioni di un concetto che  Boccaccini ci versa nelle orecchie ricorrentemente attraverso l’insinuante carattere tzigano di una composizione rapsodica per violino. Alla quale sinistramente si aggiunge il motivo, dalla pura dolcezza, di un carillon.

Dubbi che – con un sapiente disegno delle ombre – Boccaccini sceglie anche di visualizzare facendoli scivolare come pioggia sui volti dei personaggi.

Il regista Claudio Boccaccini

Ma la capacità di confondere e di celare, propria delle tenebre di cui il buio ama avvolgersi, ha anche un suo grande fascino: spesso seducentemente legato anche al rosso piacere della sopraffazione, epurato da una messianica ossessione di ricerca della purezza.

Seduzione che gli interpreti, in qualità di testimoni dell’accusa – vale a dire Marina Basile, Alessia Consorti, Aurora Giuliani, Ignazio Martorano, Daniela Moccia, Alessandra Tedeschi – sanno far scivolare al di sotto della compostezza delle loro dolorose testimonianze. Ed è proprio questo sapiente lavoro – registico e quindi attoriale – “a sottrarre”, che rende le loro narrazioni un magnifico ed atroce solletico emozionale. 

Così come l’inganno insidioso – e altrettanto umano – a insistere nello sciogliere il dubbio in un sordo ascolto dei suoi pungolamenti, sa farsi poesia. Soprattutto quando l’amore di una figlia (Giorgia Guarnieri) riesce a esprimere la lacerante spinta a restare ciechi, anche al cospetto della luce oscuramente abbacinante della verità.

Dolcemente “illegale” e meravigliosamente straziante è allora il suo ancorarsi plastico al padre (Fabrizio Musillo), rigido come una croce alla quale è tentata, solo per un attimo, di crocefiggersi. E sarà proprio questo momentaneo cedere alla tentazione di un assecondamento filiale che le permetterà di trovare la forza necessaria per auto-deporsi dall’amata croce.

Pronta poi a trovare anche le parole per metterne a conoscenza suo figlio (Tiziano Ticconi). Perché ricordare, significa anche comprendere – senza assecondare – le debolezze nelle quali può cadere la nostra natura umana. 

Accorate sentinelle del buio, anche se da due diverse prospettive, gli avvocati e le loro acute assistenti (Giorgia Guarnieri, Alessia De Simone, Andrea Meloni, Anastasia Ulino). Loro il compito di penetrare – sotto la supervisione dello sguardo rigoroso ma necessariamente non infallibile della giudice (Valentina Noviello) – la copertura nebulosa e le tenebre terrestri della verità.

Perché il lato oscuro della nostra umanità attacca continuamente il nostro stare al mondo; si apposta e improvvisamente – ma sempre al momento giusto – insidia e poi attacca, come in un agguato. E’ attento e sa aspettare. E conosce la cura non del proteggere ma del sopraffare.

Perché è nel concetto stesso del “guardare” che si cela un’enantiosemia, una sorta di contraddizione: si guarda sia per proteggersi da un attacco, che per sfoderare un attacco al momento giusto.

E sia il guardare in risposta all’attacco, sia l’attacco come risultato di un attento guardare, sono due fini di una stessa azione: “l’aspettare pronti”. L’altro concetto chiave, in aggiunta al concetto di “buio”, intorno al quale Boccaccini costruisce la sua regia.

Perché proprio su questa contraddizione si articola il nostro concetto di giustizia possibile.

Quell’ ambiguo “aspettare pronti” allora si materializza nelle posture, negli sguardi, nei ritmi finanche dei respiri degli interpreti sulla scena. E non è qualcosa solamente di attivo, ma anche di passivo: una tentazione subdola a scegliere di non far nulla come altra faccia del manipolare.

Di riflesso, sul pubblico arriva potentemente un denso e accattivante stato di ansia e di attesa, che permette di seguire avvincentemente l’articolarsi di una dramma nell’incertezza del suo finale.

E quando accade, questa è la cifra del successo di uno spettacolo: proprio quel riuscire a tenerci in sospeso – condizione alla quale difficilmente ci concediamo,  preda di un’assurda fretta a capire tutto  e subito – che seppure scaturisce dal timore che nel racconto possa accadere qualcosa di negativo, ci seduce a trattenerci nel gioco.

Uno spettacolo necessario.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo PASTICCERI – Io e mio fratello Roberto – di e con Roberto Abbiati e Leonardo Capuano

TEATRO LE MASCHERE, dal 18 al 20 Giugno 2024 –

Tutto è “a vista”.

La scena riproduce un laboratorio di pasticceria, dove lavorano “dal vivo” due fratelli. Sono fratelli gemelli. 

Ma qualcosa inizia a sottrarsi “alla vista”: uno dei due non ha nome proprio, prima caratterizzazione di un’identità. Il sottotitolo dello spettacolo recita: “Io e mio fratello Roberto”. E quella che sembrerebbe una privazione, inizia pian piano ad avere il sapore di una iper protezione, con un retrogusto di sopraffazione.

Acuta scelta drammaturgica di anticipare quella che è l’ontologia dei fratelli gemelli: generalmente difficili da distinguere e quindi con un’innata fame d’identità da soddisfare. Quella necessità di sviluppare un “me” separato da un “noi” diventa allora cruciale, alimentata anche dal dover competere fin dall’inizio per risorse condivise nello stesso tempo.

Leonardo Capuano e Roberto Abbiati

E così l’empatia che i gemelli provano l’uno per l’altro può trasformarsi in una lotta interiore per arrivare ad essere individui “unici”. Un mondo sotterraneo, non “a vista”, di emozioni e relativi atteggiamenti di cui, ad esempio, ci parla la balbuzie di Roberto.

Ma siamo in una cucina, il luogo per eccellenza delle trasformazioni, dove non solo i cibi ma anche le emozioni meno commestibili possono diventare pietanze gustose: utili alla vita. Serve l’azione del fuoco, non solo quello del gas ma anche quello dell’anima: quello che si sprigiona dal lasciarsi condurre dalla musica, dall’amore. Dall’improvvisare quando non si ricordano più le parole.

La scena è una stanza – un luogo fisico ma anche della mente – dove si può dar libero corso sia alla propria aggressività (grazie all’uso dei coltelli) che al propria energia sessuale. Un’energia vibrante che ripetutamente però resta bloccata da qualcosa: come l’orologio al centro della parete. Fermo all’orario in cui è avvenuto un terribile imprevisto, per sostenere il peso del quale non sono risultate sufficienti le risorse a disposizione dei due fratelli. Un trauma. 

Roberto Abbiati e Leonardo Capuano

Ma non tutto nella vita può seguire delle istruzioni, come avviene per le ricette dei dolci. E tra queste cose c’è anche l’amore, che non vuole essere controllato. Ma controllare.

Sarà per questo che in amore vince chi “viene dopo”: Roberto, il fratello balbuziente che del lavoro in pasticceria fa fatica a seguire le regole della logica, finendo per dipendere dalla gestione dell’altro fratello, quello “affidabile”.

Ma Roberto è dotato di una diversa intelligenza, che va al di là dei precisi confini fissati dai principi della logica: è un‘intelligenza emotiva la sua, che gli permette di muoversi meglio negli imprevisti poetico-erotici dell’amore, ad esempio. Lui sa stupirsi (per questo può sembrare uno che “viene dopo”) e di conseguenza sa produrre stupore. E il suo sguardo, anche quando è fisso, è creativamente perso.

Roberto Abbiati

Roberto Abbiati, l’interprete, è i suoi occhi. Parlare con la voce è secondario per uno come lui: non se ne sente la mancanza. E la sua balbuzie, pur essendo un “blocco emotivo”, in realtà viene come trasformata in una preziosa gemma che caratterizza la sua individualità. Ben oltre i suoi baffi. Quando poi parla, gli esce una vocina piccola piccola ma così suadente, da veicolare meravigliosamente un’abilità (inconsapevole) nell’arte dell’uso della parola. Tanto da sedurre, in primis, il suo stesso fratello.

Ma lui, così rigido nella sua individualità, nella sua egoità, non si permette di goderne; anzi rimprovera Renato di un “cattivo” uso delle parole, che lo riducono “a un burro”. Se invece sapesse quanto è irresistibilmente amabile quando si lascia spalmare dalle parole di Roberto! Ma lui ha ancora bisogno di credere che un vero uomo deve essere efficiente e ricco in nerbo: “Io sono io e lui è mio fratello Roberto, che arriva sempre dopo”.

Leonardo Capuano e Roberto Abbiati

In verità il meno identificato dei due fratelli è proprio lui: ancora così traumaticamente legato a suo padre e ai propri rigidi confini personali. E Leonardo Capuano, che lo interpreta, sa rendere con sensibile efficacia questo suo intimo dissidio, colto così bene da Roberto:“ Mio fratello non è nato simpatico, parla bello sciolto e mi legge nei pensieri”. E’ un uomo pervaso da una forte carica erotica che agisce nella manualità che necessariamente si sprigiona in una cucina, metafora della donna ideale: la mamma.  Ma la sua manualità non riesce a decollare fuori dai luoghi comuni delle ricette seduttive. Si fida solo di se stesso e delle sue bavaresi alla fragola e non ce la fa ad incuriosirsi fino a farsi preda del mistero che incarna una donna. Lui sa essere protettivo con le sue donne (le bignoline) e con suo fratello: ma la protezione è una forma di controllo non di arrendevolezza, di scioglievolezza.

Roberto Abbiati e Leonardo Capuano

Per questo è così spaventato dall’effetto che gli suscitano le parole di Roberto: lo fanno sentire perso, disorientato. Gli fanno perdere la memoria: e si blocca. E così lo spettacolo. Come l’orologio, che ricorda ossessivamente, ma silenziosamente, qualcosa di incontrollabile. Di cui non riescono a parlare tra loro i due fratelli. Ma con noi del pubblico sì, in teneri a parte. Questa esperienza familiare traumatica, come a suo modo può esserlo l’amore per una donna, richiede però di essere ancora ben “amalgamata” – dolcemente sì, come ordina il fratello a Roberto – ma anche rendendosi disponibili a una trasformazione.

Di cui si hanno i primi segnali nella modalità di preparazione dell’ultimo dolce della serata: una torta Charlotte, alla quale i due fratelli gemelli lavorano finalmente a quattro mani, senza subordinazioni. Un “noi”, dove trova libera espressione lo stile e quindi l’identità di ciascuno dei due pasticceri.

Leonardo Capuano e Roberto Abbiati

Uno spettacolo gustoso, profumato, eccitante, commovente, sorprendente: ingredienti follemente amalgamati all’interno di una drammaturgia calvinianamente leggera, portata ogni volta alla giusta temperatura da due interpreti irresistibili.

Leonardo Capuano e Roberto Abbiati


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo AMEN di Massimo Recalcati – regia di Valter Malosti

FESTIVAL NARNI CITTA’ TEATROChiostro di Sant’Agostino – 14 Giugno 2024 –

In una notte racchiusa dalle pareti affrescate di un chiostro del XVIII secolo ma libera di brillare sotto un cielo tempestato di stelle, i rintocchi dell’orologio della Torre dei Priori hanno segnato l’amen: il tempo della fine dell’attesa e quindi l’ora dell’inizio dello spettacolo. 

Un raggio di luce accompagna allora l’entrata in scena degli artisti del suono: co-protagonisti insieme agli interpreti dello spettacolo immaginato dallo slancio creativo di Valter Malosti, regista del testo teatrale scritto da Massimo Recalcati.

Valter Malosti

Malosti sceglie, in fertile accordo con l’essenza del testo, di “concertare” le voci di Marco Foschi, Federica Fracassi e Danilo Nigrelli – alle quali affida l’interpretazione di una selezione di brani della drammaturgia – ai suoni dello sperimentalismo in continua evoluzione del sound designer e musicista Gup Alcaro e alla chitarra laconica e brumosa, gravida di suggestioni, di Paolo Spaccamonti.

“Concertare” significa preparare per un’azione comune ed è qualcosa di diverso da una fusione; è piuttosto una cooperazione che riconosce le diverse peculiarità messe in campo. E quella del “concertare” è la cifra stilistica scelta da Valter Malosti per restituire registicamente il fecondo contrasto che agita il testo di Recalcati.

Massimo Recalcati

Le parole scelte dal celebre psicoanalista e saggista sono parole che sanno di esprimere il loro potere creativo: prendono vita da un eccesso di dolore che, lungi dalla tentazione alla rassegnazione, si trasforma in un desiderio disperato di lotta e di resistenza.

Sono parole che sanno di essere anche suoni dal potere fonosimbolico. E quello che prorompe dalla drammaturgia come un grido è un eccesso anche acustico, che ci viene restituito attraverso la sapienza di chi conosce intimamente quell’asprezza del suono vibrantemente acuto e quel carattere di esplosione polmonare, proprio dell’atto di alzare la voce in un grido.

Un grido che, al di là di una singolare esperienza personale, desidera richiamare l’attenzione della comunità, anch’essa coinvolta in questa disperata ed eccitante esperienza dello stare al mondo. 

Ecco allora che all’ “uomo” Massimo Recalcati si affianca lo “psicoanalista-antropologo” per restituire il valore di quella che è la radice etimologica di ogni nostro “gridare”: quel chiamare aiuto inteso dai nostri progenitori come l’atto di chiamare a condivisione  tutti i concittadini. Quel “quiritare”, da cui deriva il nostro “gridare”, significava infatti chiamare a raccolta i concittadini di allora: i Quiriti, appunto. Una parola dall’impatto unico: quello del suo originarsi dalla consapevolezza che avevano gli abitanti di una piccola cittadina dell’Italia centrale – nata su una sponda del Tevere ventotto secoli fa – che quando si gridava aiuto, si stringeva come cittadinanza.

Un grido che qui si origina dal ricordo di un’incubatrice: Recalcati, infatti, nato prematuro in tempi in cui non esisteva ancora la neonatologia, racconta di aver ricevuto insieme battesimo ed estrema unzione. Lui stesso, incarnazione del possibile coabitare di vita e morte. Un ricordo che si fa materia emozionale attraverso la sublime messa in scena acustica del regista-artista Valter Malosti. 

Un’incubatrice che ci parla di quel mortificante isolamento protettivo, durante il quale si è privati del contatto uterino con la propria mamma. Ma a qualche livello “l’imprinting” del suo battito cardiaco continua a insistere nel battito di suo figlio. Di concerto alla sua voce che, anche in quest’utero di vetro, riesce ad insinuarsi e a nutrirlo. 

Paolo Spaccamonti, Federica Fracassi, Danilo Nigrelli, Gup Alcaro

Torbida  e pulsante come linfa vitale ci scorre dentro la voce di Federica Fracassi, scelta per interpretare la Madre, primo esempio della relazione e quindi della “concertazione” tra vita e morte. E nonostante il lutto che già veste, ma che non la abita e da cui eccedono guizzi di vibrante rosso sangue, “nuda” e distante ci si dà iconograficamente come una Venere botticelliana pervasa da “furor maliconicus”: quello de “La nascita di Venere”, allegoria neoplatonica incentrata sul concetto di amore come energia vivificatrice.


Una relazione, quella della vita “con” (e non “contro”) la morte, indispensabile ma che rischiamo continuamente di smarrire. Lo abbiamo sperimentato macroscopicamente durante i lunghi mesi di pandemia, dove a salvarci era il momentaneo allontanamento dalle relazioni. Anche noi, in qualche modo, chiusi terapeuticamente in un’incubatrice di vetro: quella delle pareti della nostra casa, che si estendevano attraverso i vetri dell’incubatrice-computer.

Marco Foschi, Federica Fracassi, Danilo Nigrelli

Ed è intorno al fertile “concertare” di vita e di morte, reso acusticamente dall’elettricità melmosa e metallica dei suoni e delle voci, che Valter Malosti costruisce l’epifania della vita. Che ritorna: ancora e ancora. Anche nei momenti più mortiferi: basta non smettere di accordare il nostro orecchio ai richiami acustici del nostro essere battuti dal battito cardiaco “concertato” al ritmo del nostro passo, espressione invece della nostra volontà disperata, a insistere a continuare a vivere. 

Perché sebbene ci sia sempre qualcosa di irrisolto che resta e che tende a riproporsi, noi abbiamo facoltà di accordare la nostra luce al buio di questa irresolutezza. Attraverso un nostro “come”, simboleggiato dalla parola “Amen”: un suggello d’apertura alla vita, che si fonda sulla chiusura della morte. Come avviene nell’atto della nascita, nell’atto dell’amore, nell’atto della morte: “concerti” di vita e di morte. 

Ecco allora che questo testo teatrale, che nasce come un “grido”, si apre in un meraviglioso elogio del potere della “relazione”: il solo davvero efficace nel rievocare la vita anche nei momenti di morte. 

Federica Fracassi, Paolo Spaccamonti, Danilo Nigrelli, Marco Foschi

Della madre è l’insegnamento a desiderare la vita nonostante tutto, a cantarne un inno attraverso la trasmissione di quel battito del cuore che non smette di insistere. E che, quasi come un ancestrale imprinting, il figlio Recalcati ritroverà nel ritmo del passo del padre-soldato : qui un solennemente sfibrato Danilo Nigrelli, che sa rendere con efficacia l’eroe dal fascino rigorosamente decadente, incontrato dall’adolescente Recalcati tra le righe de “Il sorgente nella neve” di Mario Rigoni Stern . Ma quel battito del cuore è rintracciabile anche nell’imprinting di cui si nutriranno i battiti-carne con la sua amata donna.

Paolo Spaccamonti e Gup Alcaro

Quei battiti resi succulenti dalla voce e dalla rievocazione del sopravvissuto e ancora affamato di vita Marco Foschi, interprete di Enne 2, il partigiano di “Uomini e no” di Elio Vittorini, altro eroe incontrato nelle prime letture del giovane Recalcati. Il suo impaziente desiderio di vita trova massima espressione nella relazione palpitante con la sua donna, di cui Marco Foschi rende tutta la gustosa e drammaticamente impetuosa forza vitale, che lubrifica i sensi.

Uno spettacolo esperienziale – questo di Valter Malosti ispirato al testo di Massimo Recalcati – denso di quella sacralità che invita lo spettatore a parteciparne, aprendosi in un ascolto libero dai rigidi principi della logica. Un ascolto indifeso che, solo, riesce a rendere onore al potere della parola, che qui si fa carne. E di cui riusciamo a sentirne la lacerazione innamorata. Fino a toccarla. Contagiandoci di vita pulsante.

Andrée Ruth Shammah

Fertilmente visionaria, com’è nella sua cifra artistica, Andrèe Ruth Shammah: la direttrice artistica del Teatro Franco Parenti che ha scelto di produrre questo spettacolo, la quale non appena ricevuto in lettura il testo di Recalcati ne ha colto le potenti vibrazioni dionisiache, confluenti in un punto di fuga che ha dell’apollineo. Le vibrazioni necessarie per riaprirsi alla vita, e quindi al teatro, dopo l’oscurità dei mesi vissuti durante la pandemia. E non solo.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo ACCABADORA – regia di Veronica Cruciani –

TEATRO ARGENTINA, 12 e 13 Giugno 2024 –

Teatro Argentina

Quanto è necessario per Maria “capire con esattezza” la segreta complicità che Bonaria Urrai aveva con la morte ?  Lei stessa dimentica che da bambina “giocava a fare torte di fango impastate a formiche vive, con la cura di una piccola donna”. Ed era bella “come lo sono a volte le cose cattive”.

Sono davvero separate la vita e la morte? E il bene dal male ?

Sarà davvero peccato avvicinare i confini della vita a quelli della morte, sottraendo un ultimo “metro” di vita? 

Non fanno forse qualcosa di simile gli uomini con i confini delle loro terre, sottraendo una parte del confine degli altri, per inglobarla nel loro nuovo confine? 

Anna Della Rosa

E la madre di Maria, non si arroga forse l’arbitrio di fissare il suo confine di madre subito dopo la terza figlia? 

E Maria, la quarta figlia, non rappresenta forse “quel metro” di confine di maternità a cui si può rinunciare, facendola diventare “fill’e anima” di un’altra donna?

Ci ostiniamo a mettere confini dichiarando che così si fa perché è giusto, quando in verità ci abita il gusto segreto di sopraffare l’altro: inclinazione che riceviamo in corredo dalla natura, non appena veniamo al mondo. Ma l’amore no, quello viene dopo l’odio. Viene se si ha voglia d’impararlo, l’amore.

Anna Della Rosa

Questo appassionato testo drammaturgico scritto da Carlotta Corradi, ispirato all’omonimo celebre romanzo di Michela Murgia edito da Giulio Einaudi Editore, ne “amplia il respiro “ – come la stessa autrice osservò leggendolo, dopo averlo commissionato alla Corradi .

E ci parla anche di questo: di quanto sia importante per Maria, difronte al corpo morente della sua seconda madre, capire – anzi sentire – qual è il vero nome del mistero di quella loro relazione. Ora che quel mistero è stato “separato dalla violenza sottile dell’analisi logica”.

La Corradi immagina allora che Maria compia un suo “nostòs” : un suo viaggio di ritorno, non solo fisico (da Torino a Soreni) ma anche dentro se stessa, attraversando con il suo racconto tutto quel “non detto”, che ha caratterizzato il rapporto con la tzia Bonaria Urrai. 

Anna Della Rosa

Perché Maria è ora pronta per tentare di mettere insieme tutti gli elementi della storia passata, per dare vita a una nuova forma di comunicazione. Lo ha imparato (ancora senza consapevolezza) andando via dall’Isola: è nel Continente, a Torino, che scopre un nuovo criterio di comunicazione “urbanistica”. Quello secondo cui si possono costruire prima le strade (le vie di comunicazione) e poi i confini per i palazzi e le piazze, suddivisi tra loro per “quadri”. Come se fossero le relazioni umane a fare le città-persona. Poi le cose: i palazzi, le piazze. 

E proprio così Veronica Cruciani costruisce la sua accorata regia al testo della Corradi: per quadri, collegati tra loro da una nuova rete stradale di comunicazione. Quella del racconto di Maria.

Anna Della Rosa

Il racconto di chi ha bisogno di sperimentare se è vero che “le cose se devono accadere, accadono da sole”, o se invece ci sono anche realtà ontologico-esistenziali più grandi di noi, che ci precedono. Come quella di essere “figli”: una realtà che nessuno di noi può scegliere. E si viene al mondo senza volerlo, plasmati per svariati anni, o per tutta la vita, dalle parole di altri (i nostri genitori), persone che nessun figlio ha scelto. 

Così come, a volte, abbiamo bisogno che l’Altro sia disponibile a fare ciò che non è in grado di fare. Al di là del confine che crede lo racchiuda.

Anna Della Rosa

Sconfinata è Anna Della Rosa, la generosa interprete di Maria e di tutta quella geografia umana che la compone: la sua disponibilità, come persona prima ancora che attoriale, la guida nell’attraversare gli impervi, più spesso assenti, confini di una moltitudine di microcosmi esistenziali. Quelli, ad esempio, tra una Maria ancora bambina alla quale si richiede di essere donna o quelli che separano l’imprevisto piacere di ri-nascere nello sguardo di Bonaria Urrai dalla sconcertante incapacità di guardare lei, Bonaria Urrai, per accettarla nella sua accecante multiformità. Lei che sembrava solo una sarta avvolta dal nero delle ombre. Ma la Maria di Anna Della Rosa sa trovare il modo sconosciuto di ri-nascere ancora una volta, ora abitata da una nuova consapevolezza. E scoprirà, anche lei, di essere sconfinata.

Anna Della Rosa

La scena minimalista, dal cromatismo emozionale, si libera nel corso della narrazione di quella geometria confortata da angoli, per aprirsi – rompendo tutti i piani conosciuti – ad un’accoglienza di vuoto, che sa riempirsi della presenza fondante dell’Altro. Perché siamo Relazione.

Veronica Cruciani e Michela Murgia


Recensione di Sonia Remoli