– SISTEMA NERVOSO – di e con Leonardo Capuano

TEATRO LE MASCHERE

15 e 16 Maggio 2026

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Rassegna Serale CON#tatto


Dopo aver esplorato con poetica comicità le inquietanti dinamiche insite nelle relazioni della prima forma di società civile, ovvero il microcosmo familiare (vedi gli spettacoli Pasticceri: Io e mio fratello Roberto e Elettrocardiodramma ), qui in Sistema Nervoso lo sguardo brillante e acuminato dell’autore, regista e performer Leonardo Capuano si allarga all’analisi macrocosmica delle perverse dinamiche insite nel rapporto tra individuo e sistema esterno.

Leonardo Capuano


Il focus dell’analisi resta sempre quello del pensare in maniera non lineare il rapporto tra corpo e sintomo: perché il corpo non chiede una sostanza, ma una trasformazione di stato. Se cambia il sistema, cambia il modo in cui il corpo si organizza.

Il sistema nervoso umano, ad esempio, interpreta il contatto fisico come l’informazione base sulla quale costruire una memoria. Il tatto infatti è la prima forma di linguaggio ed è capace di donarci la conferma della nostra esistenza grazie alla percezione dell’altro.

Non a caso Capuano fa iniziare questa sua drammaturgia con l’urlo silenzioso, ma non meno disperato, di un uomo solo, privato del conforto di un sistema di contatti. Un uomo che ci si offre steso, ripiegato su un fianco, consapevole di poter trovare una conferma tattile solo attraverso “la pelle” del suo tavolo.

L’uomo non ha un nome – perché tutti li può contenere – ed è ossessionato dal senso di vuoto che gli procura vivere. E questo perchè il suo sistema nervoso nel cogliere, tradurre ed elaborare gli stimoli del sistema nervoso globale con cui entra in contatto, non ne ricava nulla di davvero soddisfacente e realizzante.

“Ho corso tutto il giorno come un pazzo e non mi sono mosso di un millimetro”…

Dov’è finito tutto, chi l’ha rubato?” 

Un interrogativo che lui finisce per sottoporre al confronto delle aree della sua mente – oramai le uniche presenze che riesce a “contattare” – alle quali, nel suo lucido delirare, attribuisce una sorta di identità tattile: “Scimmia “ e “Sassofonista” rendono diverse aree dell’ es;  “Capitano”, “Direttore” e “Medico” il Super io.

“Tutto dipende dalle circostanze”: questa è la conclusione a cui arrivano. Ovvero tutto dipende dal sistema nervoso globale. Perché il sistema nervoso individuale può pure far bene il suo lavoro di “ponte” tra esterno e interno, ma se “le circostanze globali” sono poco nutrienti, cioè non restituiscono valore alla diversa unicità del singolo individuo, il risultato – o meglio “il contatto” – che ne deriva è mortificante.

Ma mai abbattersi troppo – si dicono. Dopo essere sprofondati sul fondo, occorre risalire. E l’invito-testimonianza del personaggio di Capuano è: allora “tieni il tempo!”. Un guizzo di geniale creatività che con sapiente leggerezza rivela come si può contattare il ritmo della pelle del tempo. E non solo quello musicale. Contatto molto più energizzante di quello restituito dalla superficie del bordo del tavolo, che tuttavia – contagiato da questa nuova prospettiva – viene rivitalizzato quale oggetto di scena dalle insospettabili sorprese funzionali e relazionali.

E’ possibile quindi reagire a “circostanze globali” mortificanti. E per convincersi dell’efficacia di questo nuovo atteggiamento vitale, basta osservare l’effetto che produce sul personaggio di Capuano: guardandolo non si può non sentire come nel “tenere il ritmo” sia perfettamente in sintonia con se stesso. Il suo stesso corpo cambia divenendo sensualmente vitale, musicale.

E allora – continua – “teniamo il tempo per tutto il tempo che serve: finché non riusciamo a muoverci a tempo. Anche tutto il giorno, se serve”.  E se gli altri ci domandano cosa stiamo facendo – non vedendoci correre dietro al tempo, evaporandoci dentro – rispondiamo consapevolmente: “tengo il tempo!”. 

E non bisogna credere all’altro – dentro e fuori di noi – quando ci dice che “non ci vede” (e quindi non ci rimanda la conferma del nostro valore): lo dice infatti solo se “non ci può vedere, cioè se non ci può soffrire.”

Resta inevitabile però che la conferma da parte dell’altro sia necessaria, vitale. E’ importante infatti per capire anche “chi gestisce il nemico, chi lo smista”. Ma soprattutto per “prestarci soccorso reciproco”. Per essere umanamente – e non commercialmente – utili a qualcuno. Per prestarci – senza comprarlo – sollievo.

Perché è forte l’inclinazione, tutta umana, a ossessionarsi sulla paura di quello che eventualmente ci aspetta dietro l’angolo. Una paura di cui noi spesso non siamo consapevoli, a differenza invece di chi sa che questa inclinazione umana può risultare molto utile per manipolarci. 

E allora, con fecondo paradosso, l’uomo in scena ci provoca così: “e se diventassimo noi il pericolo?”. Se cioè anziché uniformarci alla massa, illudendoci di riceverne in cambio una qualche forma di sicurezza, “ci sparpagliassimo”?

Potrebbe risultare difficile. Ma, in fondo – continua l’uomo in scena :  “cosa c’è di meglio di un bel cancello davanti a te, che si apre e tu entri ?”. E non importa se  capitano fallimenti: l’importante è continuare ad aprire un cancello dietro l’altro. E, nel farlo, diventare fra noi amici: “per sopportare insieme l’insopportabile”. Proprio come fa un sistema nervoso sano, che si esprime attraverso “una risposta integrata” ai segnali che provengono dal nostro corpo e dall’ambiente che ci circonda.

Perché ciò che regala forma e senso al nostro stare al mondo, è “incontrarsi”. Entrare in contatto l’uno con l’altro.

Una drammaturgia davvero spiazzante e piena di energia, questa di Leonardo Capuano. Trasversale: leggibilissima a vari livelli, tutti emozionanti. Ma soprattutto stimolanti. Perché l’uomo che Leonardo Capuano manda in scena è una sorta di archetipo della nostra condizione esistenziale moderna e contemporanea. Un archetipo che in quanto tale non si limita a descrivere concetti astratti ma sa tradurre istinti, paure e desideri in immagini e narrazioni vive, capaci di parlare direttamente al cuore, senza mediazioni razionali. 

Complice della sapientemente arguta drammaturgia, una capacità interpretativa poeticamente vibrante, tenera e feroce, disorientante eppure capace di trascinare in profondità lo spettatore dentro un possibile nuovo orientamento esistenziale. 

Uno spettacolo – ambientato suggestivamente in paesaggi di sottotesti e di controluce emotivi – avvincente e pieno di ritmo anche nei momenti più drammatici. Capace di risintonizzare corpo e mente per un nuovo avvio. Per un nuovo “contatto”.

Una produzione Compagnia Orsini.


Prossimi spettacoli della Rassegna serale CON#tatto:


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo PASTICCERI – Io e mio fratello Roberto – di e con Roberto Abbiati e Leonardo Capuano

TEATRO LE MASCHERE, dal 18 al 20 Giugno 2024 –

Tutto è “a vista”.

La scena riproduce un laboratorio di pasticceria, dove lavorano “dal vivo” due fratelli. Sono fratelli gemelli. 

Ma qualcosa inizia a sottrarsi “alla vista”: uno dei due non ha nome proprio, prima caratterizzazione di un’identità. Il sottotitolo dello spettacolo recita: “Io e mio fratello Roberto”. E quella che sembrerebbe una privazione, inizia pian piano ad avere il sapore di una iper protezione, con un retrogusto di sopraffazione.

Acuta scelta drammaturgica di anticipare quella che è l’ontologia dei fratelli gemelli: generalmente difficili da distinguere e quindi con un’innata fame d’identità da soddisfare. Quella necessità di sviluppare un “me” separato da un “noi” diventa allora cruciale, alimentata anche dal dover competere fin dall’inizio per risorse condivise nello stesso tempo.

Leonardo Capuano e Roberto Abbiati

E così l’empatia che i gemelli provano l’uno per l’altro può trasformarsi in una lotta interiore per arrivare ad essere individui “unici”. Un mondo sotterraneo, non “a vista”, di emozioni e relativi atteggiamenti di cui, ad esempio, ci parla la balbuzie di Roberto.

Ma siamo in una cucina, il luogo per eccellenza delle trasformazioni, dove non solo i cibi ma anche le emozioni meno commestibili possono diventare pietanze gustose: utili alla vita. Serve l’azione del fuoco, non solo quello del gas ma anche quello dell’anima: quello che si sprigiona dal lasciarsi condurre dalla musica, dall’amore. Dall’improvvisare quando non si ricordano più le parole.

La scena è una stanza – un luogo fisico ma anche della mente – dove si può dar libero corso sia alla propria aggressività (grazie all’uso dei coltelli) che al propria energia sessuale. Un’energia vibrante che ripetutamente però resta bloccata da qualcosa: come l’orologio al centro della parete. Fermo all’orario in cui è avvenuto un terribile imprevisto, per sostenere il peso del quale non sono risultate sufficienti le risorse a disposizione dei due fratelli. Un trauma. 

Roberto Abbiati e Leonardo Capuano

Ma non tutto nella vita può seguire delle istruzioni, come avviene per le ricette dei dolci. E tra queste cose c’è anche l’amore, che non vuole essere controllato. Ma controllare.

Sarà per questo che in amore vince chi “viene dopo”: Roberto, il fratello balbuziente che del lavoro in pasticceria fa fatica a seguire le regole della logica, finendo per dipendere dalla gestione dell’altro fratello, quello “affidabile”.

Ma Roberto è dotato di una diversa intelligenza, che va al di là dei precisi confini fissati dai principi della logica: è un‘intelligenza emotiva la sua, che gli permette di muoversi meglio negli imprevisti poetico-erotici dell’amore, ad esempio. Lui sa stupirsi (per questo può sembrare uno che “viene dopo”) e di conseguenza sa produrre stupore. E il suo sguardo, anche quando è fisso, è creativamente perso.

Roberto Abbiati

Roberto Abbiati, l’interprete, è i suoi occhi. Parlare con la voce è secondario per uno come lui: non se ne sente la mancanza. E la sua balbuzie, pur essendo un “blocco emotivo”, in realtà viene come trasformata in una preziosa gemma che caratterizza la sua individualità. Ben oltre i suoi baffi. Quando poi parla, gli esce una vocina piccola piccola ma così suadente, da veicolare meravigliosamente un’abilità (inconsapevole) nell’arte dell’uso della parola. Tanto da sedurre, in primis, il suo stesso fratello.

Ma lui, così rigido nella sua individualità, nella sua egoità, non si permette di goderne; anzi rimprovera Renato di un “cattivo” uso delle parole, che lo riducono “a un burro”. Se invece sapesse quanto è irresistibilmente amabile quando si lascia spalmare dalle parole di Roberto! Ma lui ha ancora bisogno di credere che un vero uomo deve essere efficiente e ricco in nerbo: “Io sono io e lui è mio fratello Roberto, che arriva sempre dopo”.

Leonardo Capuano e Roberto Abbiati

In verità il meno identificato dei due fratelli è proprio lui: ancora così traumaticamente legato a suo padre e ai propri rigidi confini personali. E Leonardo Capuano, che lo interpreta, sa rendere con sensibile efficacia questo suo intimo dissidio, colto così bene da Roberto:“ Mio fratello non è nato simpatico, parla bello sciolto e mi legge nei pensieri”. E’ un uomo pervaso da una forte carica erotica che agisce nella manualità che necessariamente si sprigiona in una cucina, metafora della donna ideale: la mamma.  Ma la sua manualità non riesce a decollare fuori dai luoghi comuni delle ricette seduttive. Si fida solo di se stesso e delle sue bavaresi alla fragola e non ce la fa ad incuriosirsi fino a farsi preda del mistero che incarna una donna. Lui sa essere protettivo con le sue donne (le bignoline) e con suo fratello: ma la protezione è una forma di controllo non di arrendevolezza, di scioglievolezza.

Roberto Abbiati e Leonardo Capuano

Per questo è così spaventato dall’effetto che gli suscitano le parole di Roberto: lo fanno sentire perso, disorientato. Gli fanno perdere la memoria: e si blocca. E così lo spettacolo. Come l’orologio, che ricorda ossessivamente, ma silenziosamente, qualcosa di incontrollabile. Di cui non riescono a parlare tra loro i due fratelli. Ma con noi del pubblico sì, in teneri a parte. Questa esperienza familiare traumatica, come a suo modo può esserlo l’amore per una donna, richiede però di essere ancora ben “amalgamata” – dolcemente sì, come ordina il fratello a Roberto – ma anche rendendosi disponibili a una trasformazione.

Di cui si hanno i primi segnali nella modalità di preparazione dell’ultimo dolce della serata: una torta Charlotte, alla quale i due fratelli gemelli lavorano finalmente a quattro mani, senza subordinazioni. Un “noi”, dove trova libera espressione lo stile e quindi l’identità di ciascuno dei due pasticceri.

Leonardo Capuano e Roberto Abbiati

Uno spettacolo gustoso, profumato, eccitante, commovente, sorprendente: ingredienti follemente amalgamati all’interno di una drammaturgia calvinianamente leggera, portata ogni volta alla giusta temperatura da due interpreti irresistibili.

Leonardo Capuano e Roberto Abbiati


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo ELETTROCARDIODRAMMA di e con Leonardo Capuano –

TEATRO LE MASCHERE, dal 4 al 6 Giugno 2024 –

E’ un cocktail di allucinazioni stupefacentemente verosimili, dove i principi della logica (quello di identità-non contraddizione e quello di causa-effetto) diventano come idrosolubili, dissolvendosi nel liquor cerebrospinale del personaggio sulla scena. 

È un gioco per divertirsi; sono sogni dove ci si scopre intrepidi.

E’ l’esigenza di creare un ambiente sicuro nel quale riuscire ad esplorare e ad affrontare una serie di difficoltà legate a emozioni e pensieri.

E’ il teatro nel quale possono trovare rappresentazione  affetti ed emozioni appartenenti alla storia relazionale e che, contestualizzati nel qui ed ora, permettono di accedere a un mondo interiore singolare e collettivo.

Una dimensione dove sentir dire “devo fare un elettrocardiodramma” fa sì che l’espressione verbale venga tradotta letteralmente e che il personaggio in scena si faccia lui stesso “elettrocardiodramma”. Portando in salvo l’essenza della vita. 

E il merito è della terapia teatrale, dove ci si può permettere di essere altro da sé. Come in un gioco, come in un sogno. 

Il personaggio in scena – interpretato con lisergico realismo da Leonardo Capuano – ci si dà come un’epifania. Non ha un nome proprio perché non ne ha bisogno: è un personaggio di un inconscio collettivo in cui tutti, in qualche modo, confluiamo. Una creatura maschile dotata anche di un’esuberanza di femminile.

L’occasione – così ci racconta – è data dal fatto che in un ipotetico gioco, come profetizzato macabramente da sua madre, è caduto dalle scale svenendo. E ora sente in testa un gran rumore. 

Ed è da qui che parte il suo farsi elettrocardiodramma, dove la tecnica medica riesce a fondersi argutamente con quella teatrale. 

E quella che in medicina è una riproduzione “grafica” dell’attività elettrica del cuore, qui sulla scena diventa una riproduzione “verbale”. I cui picchi sono resi con episodi di balbuzie acuta. Leonardo Capuano è mirabilmente credibile: pulito ma intenso; ossessivo e poetico; stralunato ma vero.

Le tensioni generate dalle cellule cardiache che in medicina sono registrate da un apparecchio (il cardiocardiografo) qui sono registrate dalla sua gamba  destra che si attiva meccanicamente, al di là di ogni efficace controllo. In presenza di un’acutizzazione della tensione si attiva un altro movimento involontario, rapidissimo, ripetuto ossessivamente: quello della sua mano destra.

Il movimento della carta del cardiocardiografo – che esce verso sinistra contemporaneamente all’oscillazione verticale delle linee prodotte dalle variazioni di potenziale – è resa da un movimento sull’orizzonte di sinistra dalle sue gambe, che scorrono lasciando immaginare il prodursi del continuum di carta.

Leonardo Capuano

Da tutto l’acuto lavoro drammaturgico e fisico-interpretativo di Capuano emerge l’insostenibile leggerezza dello stare al mondo, sostanzialmente soli anche se in compagnia, in balia di ogni evento e di ogni sua molteplice interpretazione. Senza poter contare sul conforto di un qualche equilibrio: cercato, anzi “rincorso” per tutto lo spettacolo. Come una palla: ma non è una palla. E’ l’idea gestuale di un’armonia, dalle sembianze di un cerchio.  Ecco allora che per provare ad andare al di là dei fraintendimenti delle parole e della stessa gestualità, il personaggio – quasi come una nike -si auto-mutila l’uso delle braccia.

Ma sarà poi vero che dove non arriva la natura arriva la chimica ? Esisterà mai un farmaco per gestire il peso del quotidiano vivere? E se non c’è, che si fa?  Come si gestisce tutto questo caos esistenziale ? 

Non c’è fretta. Per procedere bisogna ritrovare la calma. E poi suvvia: queste domande esistenziali tengono impegnati, fanno passare meglio il tempo! Perché finché c’è qualcosa da attendere, non va poi così male. Ce ne parlano i suoi occhi: persi, sì, ma che non smettono mai di cercare. Senza  fine.

Perché la nostra piccola vita è il racconto di infiniti sogni. E del sogno che tutti li genera, li accoglie e li distrugge.

E’ questo l’esito dell’elettrocardiodramma. Forse.

Un testo drammaturgico, questo di Leonardo Capuano davvero di grande efficacia, anche lirica: incantevoli i dialoghi concretamente illogici con un’immaginaria donna al primo incontro. Una tempesta di emozioni.

Solo un sensibile e rigoroso lavoro di ricerca può come in Padovano far assurgere a luminosa semplicità ciò che semplice non è. Affatto. Ed è un trionfo di intensità, che irretisce chi guarda.


Recensione di Sonia Remoli