Recensione CONTAGIO – regia Andrea Goracci

TEATRO DEI GINNASI

21 e 22 Febbraio 2026

Dopo aver esplorato nel suo precedente lavoro – “In alto mare” di Sławomir Mrożek  – cosa può scattare nella mente degli uomini, pur di sopravvivere, quando una comunità si trova privata di uno dei bisogni primari (il cibo); ora Andrea Goracci torna a interrogarsi, e a interrogarci, sulle dinamiche che si vengono ad instaurare in una comunità, dove il contagio delle idee “deve” essere virale per essere democratico.

Andrea Goracci

Dove la “qualità” delle idee rischia di passare in secondo piano a favore dei “numeri”, ovvero dei contatti da conquistare.

Gestire il popolo – diceva Giorgio Gaber – “è sempre un grosso problema per chi governa: bisogna scendere alla portata di tutti, bisogna adeguarsi. E così quando saremo tutti scemi allo stesso modo, la democrazia sarà perfetta”.

In maniera circolare allora lo spettacolo di Andrea Goracci si apre con l’analisi del concetto di democrazia proposto da Giorgio Gaber, per chiudersi provocatoriamente sul nostro essere inclini al conformarci. Canta Gaber:  

Il conformista
È uno che di solito sta sempre dalla parte giusta
Il conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa
È un concentrato di opinioni
Che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani
E quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire
Forse da buon opportunista
Si adegua senza farci caso e vive nel suo paradiso

(da “Il conformista” di Giorgio Gaber)

Giorgio Gaber

Ma a cosa allude Gaber quando dice “bisogna scendere alla portata di tutti?” E perché scendere alla portata di tutti porta l’uomo ad “adeguarsi”?

Il popolo non ne è consapevole ma chi decide di governarlo invece lo è assai. Sa, ad esempio, che l’uomo per natura tende prevalentemente a circondarsi di “sicurezza”. 

La tensione alla sicurezza e all’essere protetti da qualcun altro, prevale – se non educata allo sviluppo e all’esercizio critico – su quella a combattere per i propri diritti, assumendo la responsabilità della propria libertà.

Perché esseri liberi non è una felicità spensierata, ma un gran peso che implica la necessità di diventare creatori di se stessi, facendo propri valori precedentemente imparati.

Ecco allora che “scendere alla portata di tutti” significa insistere su questa tensione umana alla sicurezza, facendo sentire al popolo come il poter mettere la responsabilità della propria libertà nelle mani di chi governa – abdicando quindi ad uno sguardo critico – sia un vantaggioso scambio. Estremamente rassicurante. Al popolo non resta infatti se non “adeguarsi”: stare sempre “dalla parte giusta”, che spesso equivale a quella del più forte.

Il conformista
Non ha capito bene che rimbalza meglio di un pallone
Il conformista, aerostato evoluto che è gonfiato dall’informazione
È il risultato di una specie
Che vola sempre a bassa quota in superficie
Poi sfiora il mondo con un dito e si sente realizzato

Vive, e questo già gli basta
E devo dire che oramai
Somiglia molto a tutti noi
Il conformista, il conformista

(da “Il conformista” di Giorgio Gaber)

Lo spettacolo di Andrea Goracci prosegue ben visualizzando allo spettatore lo spirito satirico della drammaturgia di Enzo Ferrara: restituendo la suggestione cioè di come chi ci governa sia assai spaventato da chi osa pensare con la propria testa. 

Ecco allora che tre esponenti di tre diversi pensieri politici fanno ingresso in scena brutalmente prelevati per fare un test, da qualcuno che dice di prendersi cura della società. Fuori si sta  diffondendo, si dice, un virus che porta le persone a perdere le proprie idee, per contagiarsi l’una con l’altra in un’unica direzione di pensiero.

I tre esponenti dei tre diversi orientamenti politici sono: Stefano, un anarchico individualista interpretato con vibrante convulsività da Luca Vergoni; Aldo, il comunista vigorosamente musicale di Pietro Bovi e Daniela, una rampante esponente del capitalismo, interpretata con seducente supponenza da Francesca Blasutig.

Li accomuna un certo nervosismo impositivo, sintomo di una vacillante consapevolezza di sé, che mette a rischio la loro capacità di apertura critica verso nuovi inaspettati scenari. Nervosismo sul quale subito intuisce di poter far leva un misterioso infermiere senza nome, identificato buzzatianamente dal numero del livello raggiunto nella sua carriera sanitaria. Ad interpretarlo con serpeggiante ambiguità è Andrea Barbati.

Le diverse “fissazioni politiche” dei tre – ovvero i loro tre diversi modi di immaginare il nostro stare al mondo, che fanno di loro dei trasmettitori di bacilli di un diversificato sguardo critico sul reale – risultano, per qualcuno, da tenere sotto stretta osservazione. Cioè sotto controllo.  Come cavie. Anche perché, proprio in quanto “fissazioni”, risultano idee più restie “ad adeguarsi”.

Scopo del prelevamento dei tre, così come riferito dall’ambivalente infermiere deputato ad accoglierli – che non a caso ogni volta che entra in scena, in un ammiccante a parte, si addolcisce la bocca con una caramella prima di parlare – è studiare attraverso di loro un vaccino, che permetta a ciascuno là fuori di mantenere le proprie idee.  

Intanto però il mellifluo infermiere invita con blanda assertività ciascuno dei tre a rinunciare ai propri abiti – seconda pelle con la quale ciascuno parla visivamente della propria personalità – a favore di un rassicurante e anonimo pigiamino, uguale per tutti (la cura dei costumi è di Lucia Cipollini). Lo stesso infermiere poi subdolamente compensa questa iniziale richiesta di rinuncia alla perdita d’identità, con lusinghe personalizzate per ciascuno dei tre. Avendo scoperto nel frattempo i loro punti deboli, ovvero quei punti dove i loro nervi si danno scoperti. Vulnerabili. 

Punti deboli diversificati, ma con un unico denominatore comune: la paura di non sentirsi al sicuro. Raggiungere questa paura – cioè quello “scendere alla portata di tutti” che conduce l’uomo ad “adeguarsi”, come lo definiva Gaber – significa avere a disposizione un terreno fertilissimo sul quale chi dice di proteggerci, semina. E raccoglie. Allevando un virus che in questo microcosmo in scena replica il suo insinuarsi, così come avviene nel macrocosmo esterno. Perché un virus per diventare virale ha bisogno che qualcuno “gli creda” . E la paura, ovvero il nostro costituzionale senso di insicurezza, ci tenta “a credere”.  

In uno spazio al di là di precise coordinate spazio-temporali, con una regia volutamente incentrata su un’efficace interpretazione degli attori, Andrea Goracci porta in scena uno spettacolo brillante, che  restituisce con satirica profondità gli inciampi del nostro essere umani. 

In un bel fermento la platea, prevalentemente giovanile, si è lasciata trascinare nei meandri delle amare contraddizioni, proprie del nostro uso della libertà. Contraddizioni che non impediscono una continua e fertile ricerca di un sempre nuovo equilibrio tra l’ostinarsi e il conformarsi. Tra ciò che ci viene detto, e il sano desiderio di porsi dubbi e quindi di verificare attraverso altri punti di vista, l’opinione propinata.  

Opinione che in ogni momento, cerca di diffondersi tra noi. Come un virus.  Come il supposto infermiere. Diffondendo un contagio manipolativo, che ci allontana sempre più dall’intrattenere “contatti” con l’Altro. Imbonendoci, cioè, “a credere” e quindi a diffidare dell’Altro, la cui diversità minaccia la nostra sicurezza di “adeguati”. Di conformisti.

Pietro Bovi, Andrea Barbati, Luca Vergoni, Francesca Blasutig


Recensione di Sonia Remoli

Recensione di PA’ (È un brusio la vita) – uno spettacolo di Claudio Boccaccini

TEATRO DEI GINNASI

28 -29- 30 Gennaio 2026

E’ un avventuroso viaggio dentro il corpus delle opere di Pier Paolo Pasolini, questa nuova creazione di Claudio Boccaccini.

Un lavoro che onora il Poeta e la sua memoria, ancora così necessaria per la costruzione della nostra identità individuale e collettiva. 

Un lavoro che si dà come esercizio di responsabilità culturale, etica ed ermeneutica: per il presente e per il futuro.

In un suggestivo montaggio drammaturgico, Boccaccini rintraccia e libera risonanze interne alle opere pasoliniane che, attratte in un avvincente intreccio, danno vita ad un continuum che sa arrivare trasversalmente alla sensibilità dello spettatore.

La drammaturgia delle luci – cifra della vis registica di Boccaccini – ispirando e orientando l’avvincente drammaturgia del sonoro, origina una costruzione dello spazio scenico abitato dalla restituzione di piani cinematografici, ulteriormente valorizzati dalla raffinatezza delle coreografie e dalla la cura dei costumi.

Il sipario si alza sulla restituzione della festosa scena della passione di Cristo del cortometraggio “La ricotta” (1963): metafora della sacralità del sottoproletariato oppresso dalla società dei consumi e dall’indifferenza intellettuale. Dove Stracci, il protagonista – una comparsa che soffre di una fame atavica e vive umiliazioni sul set cinematografico – diventa “un autentico Cristo” in una società che ha perso la pietà e la spiritualità, trasformando la Passione in spettacolo. 


A questa denuncia Boccaccini lega, come in sovrimpressione, il prologo dell’opera teatrale “Orgia” (1968), a sua volta simbolo della devastazione interiore dovuta al conformismo borghese e al nuovo fascismo consumistico. Dove il corpo si fa luogo di scontro: sacrificio rituale che denuda le menzogne della società, culminando in una morte che sancisce l’impossibilità di un adattamento.

Ma poi in questa parte destruens, si inserisce lo sguardo dei soldati che liberarono i lager (in Pasolini metafora del consumismo, in quanto nuova forma di annientamento del “diverso”) come portatori di uno sguardo puro su un orrore indicibile. E l’accorata preghiera di Pasolini: “Vi prego, siate come quei soldati, i più giovani di quei soldati, che sono entrati per primi oltre i reticolati di un lager… E lì i loro occhi… Ah, vi prego, siate giovani come loro!”.

Su l’ Avanti! del 22 Ottobre 1975

Una preghiera che invita a guardare la realtà con la capacità di indignarsi e di commuoversi, alla quale Boccaccini allaccia la poesia “ Io sono una forza del Passato”: dove il Poeta si descrive come un “feto adulto” che, consapevole del proprio radicamento storico, cerca disperatamente i resti di un passato contadino e sacro nel presente consumista. 

Il montaggio drammaturgico-registico di Boccaccini prosegue nel continuare ad evocare ulteriori suggestioni, coinvolgendo e stimolando lo spettatore in un’affascinante avventura, immersa in seducenti atmosfere.

Complice la persuasiva e accattivante espressività del cast attoriale.

I 12 interpreti in scena – Mattia Aquilano, Marina Basile, Mirella Bisio, Enrico Bolasco, Alessia De Simone, Giulia Fontanella, Ines Le Breton, Ignazio Martorano, Daniela Moccia, Fabrizio Musillo, Luca Salzarulo, Alessandra Tedeschi – brillano per una vibrante versatilità, esaltata dalla fluida coralità musicale, assai ricca in ritmo. 

E’ questo uno spettacolo dall’appassionata caratura poetica, dove emerge l’afflato di Boccaccini per la potenza dell’eredità pasoliniana: una memoria militante che prende posizione contro l’indifferenza e la banalità del male.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo IL BUIO IN AGGUATO – regia di Claudio Boccaccini

TEATRO DEI GINNASI, dal 19 al 21 Giugno 2024 –

Perché è così importante ricordare ?

Non solo per non dimenticare il passato ma anche per continuare a consultarlo. 

Continuare a interrogarlo, guardandolo con nuovi occhi, ci permette infatti di cogliere ogni volta qualcosa in più: qualcosa che precedentemente non ci si era rivelato. Come anche lo spettacolo di Claudio Boccaccini ama  suggerirci.

Questo significa essere capaci di cura e di responsabilità; significa tenere alta la consapevolezza di chi siamo, da dove veniamo e dove abbiamo la possibilità di spingerci. 

Per non perdere niente di quello che esce dalla nostra vita. Niente e nessuno.

Da qui parte la regia di Boccaccini: esplorando i vari significati insiti sia nel concetto di “buio”, che quelli celati nell’ “aspettare  pronti”, come in un agguato.

La drammaturgia si apre con un atroce dubbio, che minaccia di essere confermato.

Il dubbio, parola chiave di tutto lo spettacolo e strettamente connesso al concetto di buio, si manifesta attraverso una mancanza di chiarezza e quindi come qualcosa di difficile intellegibilità. Qualcosa che resta nascosto e che minaccia di sopraffarci. 

Variazioni di un concetto che  Boccaccini ci versa nelle orecchie ricorrentemente attraverso l’insinuante carattere tzigano di una composizione rapsodica per violino. Alla quale sinistramente si aggiunge il motivo, dalla pura dolcezza, di un carillon.

Dubbi che – con un sapiente disegno delle ombre – Boccaccini sceglie anche di visualizzare facendoli scivolare come pioggia sui volti dei personaggi.

Il regista Claudio Boccaccini

Ma la capacità di confondere e di celare, propria delle tenebre di cui il buio ama avvolgersi, ha anche un suo grande fascino: spesso seducentemente legato anche al rosso piacere della sopraffazione, epurato da una messianica ossessione di ricerca della purezza.

Seduzione che gli interpreti, in qualità di testimoni dell’accusa – vale a dire Marina Basile, Alessia Consorti, Aurora Giuliani, Ignazio Martorano, Daniela Moccia, Alessandra Tedeschi – sanno far scivolare al di sotto della compostezza delle loro dolorose testimonianze. Ed è proprio questo sapiente lavoro – registico e quindi attoriale – “a sottrarre”, che rende le loro narrazioni un magnifico ed atroce solletico emozionale. 

Così come l’inganno insidioso – e altrettanto umano – a insistere nello sciogliere il dubbio in un sordo ascolto dei suoi pungolamenti, sa farsi poesia. Soprattutto quando l’amore di una figlia (Giorgia Guarnieri) riesce a esprimere la lacerante spinta a restare ciechi, anche al cospetto della luce oscuramente abbacinante della verità.

Dolcemente “illegale” e meravigliosamente straziante è allora il suo ancorarsi plastico al padre (Fabrizio Musillo), rigido come una croce alla quale è tentata, solo per un attimo, di crocefiggersi. E sarà proprio questo momentaneo cedere alla tentazione di un assecondamento filiale che le permetterà di trovare la forza necessaria per auto-deporsi dall’amata croce.

Pronta poi a trovare anche le parole per metterne a conoscenza suo figlio (Tiziano Ticconi). Perché ricordare, significa anche comprendere – senza assecondare – le debolezze nelle quali può cadere la nostra natura umana. 

Accorate sentinelle del buio, anche se da due diverse prospettive, gli avvocati e le loro acute assistenti (Giorgia Guarnieri, Alessia De Simone, Andrea Meloni, Anastasia Ulino). Loro il compito di penetrare – sotto la supervisione dello sguardo rigoroso ma necessariamente non infallibile della giudice (Valentina Noviello) – la copertura nebulosa e le tenebre terrestri della verità.

Perché il lato oscuro della nostra umanità attacca continuamente il nostro stare al mondo; si apposta e improvvisamente – ma sempre al momento giusto – insidia e poi attacca, come in un agguato. E’ attento e sa aspettare. E conosce la cura non del proteggere ma del sopraffare.

Perché è nel concetto stesso del “guardare” che si cela un’enantiosemia, una sorta di contraddizione: si guarda sia per proteggersi da un attacco, che per sfoderare un attacco al momento giusto.

E sia il guardare in risposta all’attacco, sia l’attacco come risultato di un attento guardare, sono due fini di una stessa azione: “l’aspettare pronti”. L’altro concetto chiave, in aggiunta al concetto di “buio”, intorno al quale Boccaccini costruisce la sua regia.

Perché proprio su questa contraddizione si articola il nostro concetto di giustizia possibile.

Quell’ ambiguo “aspettare pronti” allora si materializza nelle posture, negli sguardi, nei ritmi finanche dei respiri degli interpreti sulla scena. E non è qualcosa solamente di attivo, ma anche di passivo: una tentazione subdola a scegliere di non far nulla come altra faccia del manipolare.

Di riflesso, sul pubblico arriva potentemente un denso e accattivante stato di ansia e di attesa, che permette di seguire avvincentemente l’articolarsi di una dramma nell’incertezza del suo finale.

E quando accade, questa è la cifra del successo di uno spettacolo: proprio quel riuscire a tenerci in sospeso – condizione alla quale difficilmente ci concediamo,  preda di un’assurda fretta a capire tutto  e subito – che seppure scaturisce dal timore che nel racconto possa accadere qualcosa di negativo, ci seduce a trattenerci nel gioco.

Uno spettacolo necessario.


Recensione di Sonia Remoli