– Questo terribile amore per la guerra –
-.-.-.-.-
COMPAGNIA PoEM
TEATRO COMUNALE CORTESI di SIROLO
21 Agosto 2026

———
E’ una città “aperta” quella che sanno immaginare i PoEM: una città composta da una comunità che ama spingersi oltre il paradosso fondativo di ogni città. Quello per cui tracciare i confini perimetrali di un territorio (sui quali saranno edificate le mura) implica “un taglio” tra ciò che è all’interno e ciò che resta all’esterno: tra il dentro e il fuori; tra il noi e il voi; tra il cittadino e lo straniero; tra il simile e il diverso. Taglio che riaccende nell’umano quell’ancestrale pulsione alla sopraffazione, che fa sì che la nascita della città vada in parallelo con la nascita della tragedia.

Cadmea
———
Ha confini osmotici la città immaginata dai PoEM: una città che, anche quando si trova assediata, sa entrare in contatto con la propria paura e con quella di chi spinge alle porte: il diverso, lo straniero, il nemico. Perché il “diverso” che minaccia il “nostro ordine” non è qualcosa di così distante da noi, ma sempre qualcosa che parla anche di noi: che ci fa da specchio, che ci affratella.
Un fratello diverso con il quale, di volta in volta, va trovato creativamente un modo per entrare in relazione. Come ci rivela l’inaspettato incontro-scontro alla porta settima tra i fratelli nemici Eteocle e Polinice.

PoEM – Potenziali Evocati Multimediali è un’ impresa sociale nata nel 2021 da una classe della Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino. Un’impresa sociale a cui si sono uniti il regista e autore Gabriele Vacis – tra i più apprezzati della scena contemporanea – e lo scenofono Roberto Tarasco (esperto musicale, regista, light designer, scenografo).
Il loro costituirsi come “impresa sociale” rivela come i nostri ventenni riescano, nonostante tutto, a credere nella possibilità di generare fiducia e coesione sociale all’interno del territorio.
Poetica dei PoEM è infatti quella di promuovere l’inclusione all’interno della città attraverso pratiche teatrali finalizzate non solo alla restituzione scenica, ma anche propedeutiche alla diffusione dell’interazione sociale.
Sono pratiche, le loro, volte a promuovere l’interesse verso la ricerca della consapevolezza di sé e l’ascolto degli altri: e’ loro convinzione che “il futuro della bellezza sia nella relazione”.

Un’idea di comunità che l’architettura cittadina di Sirolo metaforicamente restituisce in maniera esemplare: nelle sue mura antiche si incastona infatti il Teatro Comunale Cortesi, edificato con la pietra bianca del Conero, la stessa utilizzata anche per le mura. Simbolo di come un confine possa darsi non solo come separazione necessaria a definire un’identità, ma anche come soglia dove venirsi incontro con l’altro.

Una vocazione civile cifra stilistica del Teatro Cortesi, erede della testimonianza di impegno teatrale come servizio civile del regista Franco Enriquez (1927-1980). Una testimonianza, la sua, votata ad un’idea di teatro come spazio vivo di dialogo, di educazione e di coscienza collettiva. Dove il palcoscenico diviene presidio di pace, di responsabilità civile e di pensiero critico.

Franco Enriquez
———
Tema infatti di questa XXII edizione del Festival e Premio Nazionale Franco Enriquez 2026 promosso dal Teatro Cortesi di Sirolo è: “Il teatro, una via per la pace”.
E all’interno della programmazione sono state inserite due serate consecutive dedicate all’esigenza di interrogare la guerra attraverso il teatro, la parola e il mito. Nello specifico, il 20 agosto si è tenuta la lectio magistralis di Gabriele Vacis “Meditazione sulla guerra” e il 21 agosto la messa in scena dei PoEM “Sette a Tebe. Questo terribile amore per la guerra”, per la regia di Gabriele Vacis.
Una scelta che rivela la necessità di indagare il nostro rapporto con la guerra: ad esempio partendo dalla rilettura del mito che Eschilo scelse per parlare alla Grecia del suo tempo (“I sette contro Tebe” andarono in scena nel 467 a. C. durante le Grandi Dionisie conquistando il primo premio) per arrivare poi a sentire come la drammatizzazione di questo mito continui a risuonare nel nostro contesto socio-politico attuale.
Oggi come allora ci troviamo infatti in un periodo storico di transizione tendente a un forte consolidamento della Città/Nazione come potenza militare. Atteggiamento dove si rischia di smarrire il valore di Nazione come “casa” da cui partire per dialogare con il mondo.

La tragedia di Eschilo riflette allora – come appassionatamente sottolineato dalla drammaturgia che scaturisce dalla sinergia tra i PoEM e Gabriele Vacis – su come sia importante tornare “a sentire” un’esigenza critica di unità, piuttosto che limitarsi ad accettare un’egemonia subdolamente securitaria. Un atteggiamento, un prendersi cura della Città, che aiuterebbe a limitare il propagarsi del germe di una guerra civile, capace di distruggere la Città dall’interno.
Questa rilettura dei “Sette a Tebe” sceglie poi di mettere in relazione la riflessione di Eschilo ad una pluralità di sguardi sulla guerra, propri di alcuni autori contemporanei (come Bertold Brecht, Sun Tzu, James Hillman, Henri Laborit, Franklin J. Shaffner) arrivando a chiedersi: “ma da dove inizia tutto questo? Da dove arriva questo terribile amore per la guerra?”.
Il mito ci ricorda che tutto iniziò quando una donna fu oggetto di mire di possesso – proprio come un territorio – da parte di un dio.

Zeus infatti vedendo Europa (giovane principessa fenicia figlia di Agenore re di Tiro, nonché sorella di Cadmo, futuro fondatore di Tebe) e desiderando farne un suo possesso, si tramutò in toro e con un dolce inganno la sottrasse ai suoi familiari e alla sua terra.
Precedentemente Europa aveva fatto un sogno premonitore in cui due terre, l’Asia e l’Occidente, litigavano per possederla. La terra d’Occidente vinse la contesa e, portata da Zeus sull’isola di Creta, Europa diede il nome al continente europeo.
L’Europa quindi non nasce “pura” o isolata, ma come sintesi di popoli e culture. Il mito celebra infatti lo scontro-incontro interculturale tra la civiltà fenicia e quella greca, che fino ad allora rappresentavano mondi distanti e incomunicabili.

Un’origine elegantemente rievocata nell’intro dello spettacolo dei PoEM: mentre gli spettatori infatti prendevano posto in sala, sul palco andava in scena una poetica danza di seducenti giochi e dolci inganni tra uomini e donne: danza che, nel profondo, ci intriga terribilmente. Non è un caso che la dea Armonia sia figlia della danza erotica tra Ares ed Afrodite. Ma la tensione tra l’amore e la violenza può essere resa fertilmente creativa, oltre che sconfinare in esiti distruttivi.
Ecco allora che i giovani di PoEM – consapevoli esponenti di una generazione “cresciuta in una campana di vetro e tenuta a bada a colpi di televisione e merendine” – dismessi gli “habiti” di interpreti si chiedono, in qualità di attuali protagonisti del loro tempo: “cosa faremo quando toccherà a noi partire per le armi”? E che contributo può offrire il nostro impegno civile attraverso “la finzione vera” messa in scena dal teatro?
Ci confidano così di aver iniziato, nella loro ricerca anche personale, a interrogare le generazioni che li hanno preceduti in famiglia su “cosa resta della guerra”. Cosa si eredita. Cosa ciascuno di loro, della loro generazione, ha ereditato. I nomi, ad esempio. Anche loro confini che ci definiscono, e insieme soglie dove potersi ritrovare insieme a chi non c’è più.

Ma resta anche la traccia del sentire l’epica esigenza di ritornare a scoprire e a rievocare canti, ereditati da chi ci ha preceduto.
Il canto infatti è un archetipo di identità e di comunione: un invisibile collante che azzera le distanze, sincronizza i cuori, custodisce e tramanda le tradizioni, i riti di passaggio, le lotte e le rinascite di un popolo. Il canto rende udibile l’invisibile, liberando il dolore e la gioia incontenibili.
E sul canto, la regia di Gabriele Vacis e la consulenza musicale di Roberto Tarasco, intessono l’appassionante restituzione scenica dei PoEM.
L’effetto sul pubblico arriva come un richiamo irresistibile: un coinvolgimento profondo che scioglie ogni nodo, ogni resistenza. E unisce coralmente palco e platea.
Partecipare insieme ai PoEM alla loro riflessione sulla guerra, lasciarsi attraversare dai loro interrogativi e dal loro desiderio di immaginare e dare forma creativa ad un efficace coinvolgimento individuale e sociale verso la guerra, apre anche lo spettatore verso una nuova sensibilità all’ascolto dei “rumori” che la contraddistinguono, facendoli risuonare dentro ciascuno. Ed è così che si inizia a diventare consapevoli di come si possa “imparare la pace dai racconti di battaglia”.

Lo spazio scenico della restituzione – metafora della loro idea di città – si da’ come uno spazio immerso in un fondale nero ma aperto a correnti di flussi vitali, che arrivano a infrangere la quarta parete, fino a far cadere il concetto di finzione teatrale. Dove cioè il coro dei cittadini di Tebe da testimone dell’assedio si fa anche voce collettiva di una società contemporanea minacciata.
Testimonianza concreta del loro desiderio di lasciarsi “toccare” dall’altro, aprendo uno spazio di ascolto reciproco che – proprio perché consapevole del fascino terribile per Ares che tutti ci lega – si libera da sterili pregiudizi.
Non a caso la loro restituzione manda in scena un Eteocle che è insieme anche Polinice, e viceversa: due fratelli allo specchio.

Molto efficace anche la scelta registica, sottolineata da accattivanti soluzioni scenofone, di affiancare al testo originale di Eschilo una traduzione contemporanea del valore degli scudi e delle insegne con i quali ciascuno dei sette guerrieri si fregia di presentarsi alle porte di Tebe. Ciascuno scudo è allora qui associato alle caratteristiche tecniche di una diversa arma da fuoco contemporanea, utilizzata nei combattimenti che sono alle nostre porte.

Così come risulta assai interessante la soluzione di utilizzare elastici per visualizzare l’importanza del saper restare – con l’altro che tira all’altro capo dell’elastico – in una creativa tensione, che riesca a spingersi al là di un fine distruttivo.
La rilettura dei “Sette a Tebe” di Gabriele Vacis e dei PoEM dona ascolto e restituisce voce a ciò che Eteocle riduce a silenzio : il sentire dell’opinione pubblica. Consegnandoci una preziosa testimonianza di come sia necessario e possibile integrare il sentire al ragionare; la logica alla razionalità inconscia dell’immaginazione, l’umano al sacro.
Perché l’opinione pubblica – al di là dell’essere intesa come un’ indifesa massa indistinta di persone impotenti di fronte agli eventi – è invece un organo vibrante autorizzato a scegliere di legittimare o meno un certo esercizio del potere. Non a caso rischia continuamente di essere influenzata dalle pubbliche relazioni e dai mezzi di comunicazione di massa. E’ quindi responsabilità dei cittadini – e urgenza del teatro – dare forma ad un’opinione pubblica il più possibile libera da condizionamenti.
Affinché la “nostra terra” inizi a smettere di essere “piena di vita buttata” per divenire “piena di vita seminata”.

Il 30 agosto p.v. lo spettacolo “Sette a Tebe. Questo terribile amore per la guerra” riceverà il Premio Franco Enriquez 2026 per la fertilità civile della sinergia creativa che i PoEM e Gabriele Vacis sono riusciti a seminare.
“Sette a Tebe” è una produzione PoEM Impresa Sociale con Artisti Associati Gorizia e Fondazione ECM Settimo Torinese.
In scena: Davide Antenucci, Andrea Caiazzo, Pietro Maccabei, Lucia Raffaella Mariani, Eva Meskhi, Erica Nava, Enrica Rebaudo, Edoardo Roti, Letizia Russo, Lorenzo Tombesi, Gabriele Valchera.

———
Recensione di Sonia Remoli
