Recensione dello spettacolo BIANCO – Il volto di Jackson Pollock e Lee Krasner – di Marco Buzzi Maresca – regia Gianni De Feo

TEATROSOPHIA

da 23 al 26 Gennaio e dal 30 Gennaio al 2 Febbraio 2025

Eppure il colore bianco sempre cova l’idea di un che di malizioso, di sfuggente e di beffardo. “Che incute più panico all’anima di quel rosso che atterrisce nel sangue” – scriveva Melville.

Esiste un’inquietudine nel simbolismo bifronte di questo colore: come tutto ciò che è divino, il suo essere ambiguamente legato alla luce, suscita riverenza e istilla terrore. 

Non è facile ottenerlo come pigmento perché non è facile coglierlo con i nostri occhi: tende a virare sempre verso il nero. Infatti più pigmenti ci sono in una mistura, meno luce viene riflessa nei nostri occhi. E tutto prende di torbido.

Jackson Pollock e Lee Krasner

Non è facile gestirlo come spazio: la pagina bianca o la tela bianca sono spesso paralizzanti. E ci parlano del nostro rapporto insidioso non solo con la luce ma anche con la libertà: l’aneliamo ma ne subiamo anche la troppa apertura, gli infiniti inizi, le molteplici scelte, l’accecante purezza. Ed è angoscia.

“Bianco” è il titolo di questo appassionato e appassionante lavoro teatrale su un testo inedito di Marco Buzzi Maresca per la regia di Gianni De Feo, che incentra la sua attenzione sul “volto” di Jackson Pollock e Lee Krasner, anche lei grande artista nonché moglie di Pollock dal 1945 al 1956.

Il volto, si sa, orienta chi ci guarda nell’immaginare chi siamo e cosa pensiamo: gli fornisce una chiave di lettura. Ecco allora che questa sapientemente allucinata messa in scena sceglie di partire dal “volto” dei due artisti e dalle modalità del “volgersi” dell’uno verso l’altro, così da poter accedere alle loro anime. Alla loro urgenza di conoscere, ora, se stessi. Al di là della simbiosi.

In un continuum di bianco, i loro volti trovano un corrispettivo nei loro costumi di scena (a cura di Roberto Rinaldi – Sartoria Giulia Balbi), divenendo come un’unica tela esistenziale. Entità fantasmatiche che sentono l’urgenza di raccontarsi, di mostrarsi, come in un’attività di “dripping” di se stesse.

Gianni De Feo e Serena Borelli

(ph. Manuela Giusto)

Interpreti del dannato lirismo erotico del testo inedito di Marco Buzzi Maresca, il Pollock di Gianni De Feo e la Lee Krasner di Serena Borelli ossessivamente si cercano e cercano se stessi ; si plasmano e allontanano le loro mani dal corpo e dalla psiche dell’altro; si compenetrano e tagliano il cordone ombelicale che li lega.

Il tutto, in una ipnotizzante danza rituale di gesti e di parole (le coreografie sono curate da Maria Concetta Borgese) fusa alla proiezione delle tele dipinte (video maker Fabio Patrizi – disegno luci Gloria Mancuso). 

Serena Borelli è Lee Krasner

(ph. Manuela Giusto)

De Feo e Borelli sono musica ma anche strumenti musicali; pittura e corpi roteanti; racconto ma anche delirio ed estasi. I due interpreti in scena cercano e trovano continuamente nuovi equilibri fisici e psichici per perdersi per poi darsi, in una scena che è il luogo della loro mente (le scene così come i costumi sono curati da Roberto Rinaldi). E vi riescono con una tale generosità, da permettere al pubblico di lasciarsi catturare nei loro gorghi, a vari livelli di coinvolgimento.

Gianni De Feo è Jackson Pollock

(ph. Manuela Giusto)

Gianni De Feo e Serena Borelli ci introducono attraverso uno stupefacente viaggio onirico – complice anche la drammaturgia musicale curata da Gianni De Feo e da Roberto Rinaldi sulle musiche originali di Theo Allegretti – nelle metamorfosi del “volto” di  Jackson Pollock e di Lee Krasner  con un trasporto tale, da riuscire a far avvertire allo spettatore tutta l’inquietudine che cela la folle libertà  racchiusa nel colore bianco.

Gianni De Feo e Serena Borelli

(ph. Manuela Giusto)


Recensione di Sonia Remoli

Recensione degli spettacoli MADRE-PERLA da Antonio Mocciola e PERFORMING 4:48 da Sara Kane – regia di Giorgia Filanti

CENTRO CULTURALE CAPPELLA ORSINI, 29 Maggio 2024

Rassegna teatrale inserita all’interno del “Festival De Rebus Amoris” –


Quella di essere figli è una condizione esistenziale che ci unisce tutti.

Nessuno di noi sceglie di venire al mondo, quali saranno i propri genitori e neppure i progetti con i quali loro scelgono di darci una forma, già prima della nostra nascita.

Veniamo al mondo “raccontati e scritti” da altri e interpretiamo le loro richieste per molti anni della nostra esistenza. E non sempre riusciamo, più avanti negli anni, a fare qualcosa di nostro di quello che gli altri hanno precedentemente fatto di noi.

E’  il caso delle protagoniste di questi due spettacoli: la Madre-perla (anche lei figlia, prima di essere madre) del racconto di inquietante bellezza di Antonio Mocciola e la protagonista di Performing 4:48 di Sara Kane

Storie di figlie che ancora rincorrono quelle attenzioni mai ricevute, quel riconoscimento emotivo mai arrivato. Perché l’identità e l’autostima sono doni sociali: si ricevono.

Loro invece crescono come figlie non guardate, non ascoltate, non difese, non amate. E crescendo, a loro volta – come per effetto di un perverso imprinting – replicano queste mancanze sugli altri, che siano figli o amanti. Perché quello che non si è ricevuto, quello che non si è conosciuto, non si può offrire agli altri. 

Entrambi gli spettacoli – curati dall’appassionato sguardo registico di Giorgia Filanti – sono dei flussi di coscienza di sacra bellezza, scolpiti da quelle ripetizioni ossessive che li rendono veri e propri rituali.

Madre-perla (un’intensamente enigmatica Teresa Ruggeri) è una Joan Crawford che ha perso il suo potere sugli altri: ha perso, com’è naturale ed inesorabile in ogni ciclo di vita, il meglio della sua giovinezza.

Si sono spenti i riflettori su di lei, essendosi spenti i bagliori iridescenti del suo continuare a farsi “madreperla”. Da poter continuare a far brillare: ma in modo diverso, ora non più giovane.

Teresa Ruggeri

Spenta si è la sua capacità cioè a fare qualcosa di proprio, ovvero a produrre del proprio materiale luminoso intorno all’insinuante invasione di corpi irritanti ed estranei, infiltratisi nella sua vita. Come fanno i molluschi di alcune conchiglie secernendo quel materiale che solidificandosi diventa appunto madreperla. Materiale (di difesa creativa) prezioso per lucentezza ed iridescenza e per la capacità di riflettere la luce in modo unico.

Ma madreperla è un materiale molto delicato e si graffia facilmente. E questo sta succedendo a Joan Crawford che avendo perso la consapevolezza di cosa significhi ora la femminilità, si ostina a continuare a puntare su quel che resta di una femminilità “estetica”, naturalmente in declino.

E quella che l’avvento del cinema ha trasformato in una femme fatale, le fragilità esistenziali rivelano nella sua originaria natura di strega clawnesca, dalla seduttività anche distruttiva.

Distruzione alla quale si consegna anche la protagonista del secondo spettacolo Performing 4:48, che ci si dà attraverso una dionisiaca performance allucinatoria (molto interessante il lavoro sul corpo restituito da Serena Borelli; audio e luci affidati a Diego Pirillo).

Serena Borelli

Notturna e misteriosa, la protagonista – quasi come una falena – si è evoluta dallo status di “farfalla” per riuscire a vivere nella notte dell’esistenza ricevuta in sorte. In questo processo evolutivo punta – per gestire al meglio le minori temperature notturne e quindi proteggere i propri pensieri – su foltissime capigliature. E su abiti (ali) dalla pigmentazione tale, da potersi mimetizzare con l’habitat così carente di calore (amore) e di luce.

Ma la sua capacità di adattamento non riesce a tenere il ritmo del progressivo raffreddamento dell’ambiente (sociale). Risultando troppo visibile (diversa) e quindi vulnerabile. Perché la sua autentica natura, così ricca in curiosità, anela in verità a farsi vedere, per essere riconosciuta e amata. Un desiderio che si rivelerà fatale. E, disorientata dalla freddezza della luce, si brucerà.


Due lavori, questi curati da Giorgia Filanti, seducentemente inquietanti nell’aver sapientemente scelto come portare luce sull’oscurità esistenziale e socio-affettiva in cui siamo immersi.

La sala che ha ospitato gli spettacoli, una delle sale della Cappella Orsini