– RICCARDO III – regia Andrea Chiodi

da William Shakespeare

– Riduzione e Adattamento Angela Demattè –

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con Maria Paiato

TEATRO ARGENTINA

dal 3 al 15 Marzo 2026

Un elegantissimo tavolo ovale abita la scena, al momento di prendere posto in sala. Un tavolo che, proprio per la sua forma ovale, rimanda a una fluidità relazionale: senza la gerarchia dei capotavola, senza posizioni dominanti. Un po’ com’è la condizione della Corte descritta nel dramma shakespeariano: priva di una guida solida, con il trono acefalo, oggetto di subdole contese. Una Corte come paralizzata nell’attesa, e quindi incapace di fermare l’ascesa di un tiranno.

La cui mente, dalla razionale spigolosità anomala, metaforicamente incombe sul magnifico tavolo ovale: dall’alto. E trova un corrispettivo nel delizioso carillon con giostra di cavalli, appoggiato sul tavolo. Lo spettatore che ha appena preso posto in sala, non sa che si sta preparando qualcosa di sorprendente (la cura delle scene è di Guido Buganza). 

Infatti, di lì a poco, entra in scena lui: il Riccardo III di una fascinosa Maria Paiato.

Il suo è un ingresso laterale, in sordina, su uno stretto tappeto di luce sinistra. 

Il suo è un ingresso claudicante: non solo nell’andatura ma anche nell’andare. Smarrito, Riccardo III sembra seguire un richiamo, guidato dalle note del “Moon River” di Johnny Mercer e Henry Mancini. Alla ricerca della pace di un luogo a cui appartenere: “dove niente di brutto possa accadere”.

(ph. Ilaria Vidaletti)

Luogo dell’anima rappresentato dalla magia emanata dal suo carillon. Ma le cose non stanno così. Scopriamo infatti come quello che crediamo un dolce richiamo d’infanzia celi invece il ricordo di un trauma: quello di essere stato escluso.

Escluso dal racconto familiare: “Madre, raccontami ancora dei nostri antenati. Ancora Madre, perché è difficile da ricordare! ”.

Un racconto che qui sa di fiaba, nella quale lui vuole essere libero di immaginare di essere incluso. Almeno come eventuale possibile re: “mio fratello se dovesse diventare re si chiamerebbe Edoardo IV e io come mi chiamerei?”. Ma mortificato nel suo desiderio immaginifico di bambino, si sente rispondere ripetutamente: “Tu non diventerai re”. 

Ed è sorprendente come il piccolo Riccardo III di Maria Paiato risulti così credibile nel trovare in sé tutti i colori che il desiderio di questo bimbo si accinge ad attraversare: dalla meraviglia al disincanto; dall’accorato appello al capriccio. 

La prepotente fame di “essere incluso” di cui Riccardo III sarà preda, risponde anche a questo trauma. Ne deriva di conseguenza l’intima decisione di recidere ogni legame emotivo con le proprie radici: per non appartenere più a nulla e a nessuno. E sarà il terrore del bisogno esistenziale di creare legami – che potrebbero ancora una volta rivelarsi traumaticamente deludenti – a portarlo a ripiegarsi su se stesso. Non solo fisicamente.

Magnificamente sinistro è il modo in cui il regista Andrea Chiodi sceglie di presentarci la Corte: con un fermo immagine di sublime bellezza ( la cura della drammaturgia del disegno luci è di Cesare Agoni). 

Dal quale emerge questa lussureggiantemente statica macchia di viola. 
E’ del colore dell’attesa che il regista Chiodi sceglie infatti di vestire ogni membro della corte (la cura dei costumi e’ di Ilaria Ariemme).

L’effetto estetico e poetico generato – complici la raffinata coreografia dei piccoli movimenti scenici e lo stile recitativo elegantemente trattenuto – e’ davvero speciale. E permette allo spettatore di sentire tutta la condizione di stallo in cui versava a quel tempo la Corte. 

Su questo terreno indifeso emergono le seducentemente malefiche macchinazioni – non prive di sagace ironia – del Riccardo III di Maria Paiato. Che Chiodi vuole vestito in total black: il colore che assorbe la luce per manifestarsi attraverso un misterioso potere.

Un potere connotato anche da una sorta di ribellione adolescenziale che si dà – con noi del pubblico – attraverso un’irresistibilmente subdola richiesta di complice comprensione. 

E’ quel suo voltarsi escludendo la corte.

E’ quel suo uso dell’avverbio temporale “ora” che, trascendendo la definizione cronometrica, elegge ogni spettatore a confidente. Convocandolo in un presente assoluto: nell’individuazione di un momento di svolta e di non ritorno.

Tanto la Corte resta ingessata nelle scelte, quanto Riccardo brilla in repentinità. E con ardore che affascina e terrorizza prosegue inesorabile. 

Lui, a differenza della Corte – qui interpretata da Riccardo Bocci, Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria, Giovanna Di Rauso, Giovanni Franzoni, Igor Horvat, Emiliano Masala, Cristiano Moioli, Lorenzo Vio, Carlotta Viscovo – non contempla l’attesa passiva: le sue macchinazioni devono tramutarsi immediatamente in azione. Non c’è tempo per lasciar decantare i progetti.

Ed è dalla dichiarazione d’intenti presentata allo spettatore in questo celeberrimo monologo, che si origineranno tutti gli eventi successivi. 

Angela Demattè

Davvero avvincente e pieno di cura lo sguardo sinergico che qui lega la riduzione e l’adattamento di Angela Dematté alla regia di Andrea Chiodi, nell’esplorazione delle cause che possono condurre – non solo il personaggio di Riccardo III ma più in generale l’animo umano – a dare libero sfogo al nostro comune istinto alla sopraffazione. 

Andrea Chiodi


Con il quale veniamo corredati fin dalla nascita, in attesa di ricevere un’adeguata educazione sentimentale. Perché a differenza dell’aggressività, l’amore non è un istinto: l’amore – e quindi l’ascolto rispettoso dell’Altro – si impara.


Recensione di Sonia Remoli