– LETTERE A BERNINI – di Marco Martinelli

– con Marco Cacciola –

TEATRO VASCELLO

dal 24 al 29 Marzo 2026

Non è uno spettacolo da osservare: è un evento comunitario da condividere. 

Il Bernini di Marco Cacciola entra dalla platea in soggettiva, chiuso nel suo giaccone, intento a contenere un’incontenibile rabbia. 

E’ un uomo di oggi, così come le fattezze del suo studio artistico (la cura delle scene è di Edoardo Sanchi): cifra del Teatro delle Albe – di cui Marco Martinelli è fondatore insieme a Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Marcella Nonni –  è attraversare e “mettere in vita”, in una preziosa occasione di confronto, il classico e il nostro presente. 

Quello in scena è un Bernini che ha un urgente bisogno di essere ascoltato: cerca dapprima in uno specchio ma vede qualcosa che non accetta.  Non soddisfatto, prende i suoi strumenti e come un direttore d’orchestra prova a cercare soddisfazione laddove si sente più potente: dando vita ad una nuova creazione. Ma non funziona.

Questa volta è diverso. La drammaturgia del disegno luci (di Luca Pagliano) in sinergia con quella del suono (di Marco Olivieri) sottolineano questo indomabile tormento interiore, da cui il Bernini di Marco Cacciola si lascia generosamente attraversare, “rovinare”.

E’ accaduto qualcosa di inaudito: una donna, sì proprio una donna, non si è sottomessa alla sua arroganza e ha cercato giustizia facendo “escalation”. 

Bernini è bloccato: non riesce a creare. Non riesce a trovare le parole per dirlo, il suo furore. Cerca e trova aiuto nel nostro ascolto.  “Sta tutto infuocato il Bernino”: un fuoco, il suo, che produce una fulgida tensione nella voce e nel gesto di Cacciola. Una tensione alla ricerca di un febbrile equilibrio, che trova splendida espressione nelle sue mani, nei suoi occhi, finanche nei suoi capelli. Perché “l’equilibrio è tutto nell’arte: se lo capisci, capisci anche quando romperlo”. 

@Enrrico Fredigoli

Ma questa donna – Francesca Bresciani – è riuscita a smontare il suo “io”, anche all’esterno. I cardinali a cui lei scrive, finiscono per scrivere a loro volta al Bernini di renderle il compenso dovuto. 

Bernini fa di tutto per denigrarla ai nostri occhi, così da far risaltare la propria posizione di potere. Eppure, nonostante i suoi sforzi, si percepisce che una parte di sé la sta ammirando: “questa non tene paura”. E scrive di lui ai cardinali: “il Bernino è il più grande, ma non s’intende di gioielli come i lapislazzuli”. 

A lei, infatti, Bernini aveva commissionato il Tabernacolo con intarsi di lapislazzuli della Cappella del Santissimo Sacramento della Basilica di San Pietro in Vaticano, scegliendo non a caso proprio lei tra altri quattro colleghi uomini.   

E più il Bernini cerca di spiegarci, in un florilegio di insulti, come il darle 700 scudi anziché 1900 (l’ammontare pattuito) sia stata la cosa più giusta da fare, più si percepisce cha qualcosa scricchiola in lui. 

Perché proprio in una “longobarda”, in una quindi senza una vera conoscenza della civiltà, lui rintraccia qualcosa di luminoso. Così come gli accade di notare in un altro “longobardo” con il quale aveva interrotto i rapporti, sempre per una questione di soldi: quel Borromini “bravo a disegnare ma capriccioso, con quella sua voglia di uscire dalle regole per fare chimere”.  

Non a caso alcuni definivano Bernini come “il drago del Giardino delle Esperidi”: un custode indomabile del proprio primato. Ma lui si considerava così meritevole del primato conquistato perché sapeva quale sofferenza per lui comportava fare arte: “se non ti ammazzi, come fai? Come fai a farle splendere le carni, se non facendoti male?”.

E quel Borromini pretende di pestargli i piedi: lui così cupo e triste “che non si magna un’emozione …che non sa stare al mondo”. 

“Mai avere paura” – si ripete Bernini – caricandosi su un tappeto di musica rock. 

Ma la drammaturgia e la regia di Martinelli ci fa arrivare, insinuante, la sensazione di quanto lui, in verità, implori attenzione. Ora. Da noi. Questo stesso suo sfogo, infatti, può essere letto anche come una magnifica orchestrazione registica di lampi visionari, di insistenze, di ritorni traumatici. 

E poi arriva l’ultima lettera della giornata: non è l’effetto delle lamentele della Bresciani su qualche altro cardinale. E’ sì un cardinale ma che questa volta gli comunica il suicidio di Borromini. E l’ultima traccia di rabbia evapora. Lasciando che qualcosa si sciolga in Bernini. 

@Enrico Fedrigoli

L’arroganza si stempera e può fare ingresso la compassione umana. E il riconoscimento sincero di un artista, di cui ora riesce a stimare il valore senza necessariamente ricoprirlo di denigrazione. 

E’ il trionfo del Bernini uomo, umano. Che la drammaturgia e la regia di Marco Martinelli  raccoglie e accoglie quasi come il risultato di un’operazione alchemica.  Dove attraverso un affresco di colori, di suoni, di lingue, di sensazioni, capaci di dare forma a magnifiche contraddizioni umane, si arriva ad un processo di trasmutazione interiore.  

Un prezioso incontro con un fascinosamente oscuro Bernini, questo che ci propone Marco Martinelli, che mette al centro del suo lavoro l’importanza esistenziale, tutta teatrale, dell’incontrarsi con l’altro: così diverso eppure simile. 

Perché “ l’altro che interroghiamo e che ci interroga – dichiara Martinelli –  è il nostro specchio rovesciato” .  

L’altro parla di noi: ci rivela e ci fa scoprire ricchi in mistero. 


Recensione di Sonia Remoli