– ORLANDO – regia Andrea De Rosa

-con Anna Della Rosa-

TEATRO VASCELLO

dal 3 all’ 8 Marzo 2026

Seduta ai piedi di una maestosa quercia – “solido ormeggio al suo cuore fluttuante” – è lì che ci aspetta: quasi mimetizzandosi con la corteccia alla quale fluidamente si appoggia. Come a contagiarsi della sua resistenza alle avversità. 

Lei è Virginia Woolf: l’autrice e l’amante. Ma anche Orlando: il personaggio e l’amata Vita Sackville-West, a cui l’omonimo romanzo è dedicato. 

Fluidità che confluiscono nella travolgente interpretazione di Anna Della Rosa: tutto in lei trova empito, librandosi nell’attraversare gioie e disperazioni d’amore. In un coesistere di arcana solennità, complice liricità, musicale eleganza.

Quello che il regista Andrea De Rosa ha immaginato per lei, è un sacro rito da celebrare sotto la chioma (qui di proiettori e graticce) della quercia che domina il centro della scena. Proprio come erano soliti fare i Druidi celti. La cura delle scene è di Giuseppe Stellato, in sinergia con la drammaturgia del disegno luci di Pasquale Mari.

Una quercia che, come Orlando, nell’arco della sua vita diviene forte e maestosa. Con calma: Orlando ha impiegato oltre 400 anni.

Una quercia che ha un nome femminile, nonostante l’immaginario collettivo la percepisca come un albero maschile. Per quella sua resistenza e solidità, caratteristiche in realtà di chi vive la vita appieno. E la difende: maschio o femmina che sia, come un dono di spontanea e naturale ambivalenza. Che si mostra attraverso un’audace e ammirevole danza degli opposti, che danno vita a quello che chiamiamo Uno.

Anna Della Rosa (ph. Andrea Macchia)

Qualcosa di simile avviene in Orlando: creatura umana che attraversa romanzescamente epoche storiche diverse (dal 1500 al 1928) mantenendo una personalità simile, ma sperimentando differenti habiti di genere. Diversamente accolti in se stesso e nel corso delle epoche che attraversa. 

Il romanzo “Orlando: A Biography “, pubblicato da Virginia Woolf nel 1928, racconta infatti le avventure biografiche di un poeta che attraversa quattro secoli, vivendo tutte le sfumature della vita e dell’amore: al femminile e al maschile. Il romanzo termina quando Orlando – oramai scrittrice di successo grazie al poema La Quercia, scritto per testimoniare la feconda varietà del sentire sperimentato – diviene consapevole di tutta la ricchezza emotiva ed esistenziale derivante dalla libera espressione del suo fluttuare tra maschile e femminile.

Andrea De Rosa (ph. Andrea Macchia)

La regia di Andrea De Rosa – in sinergia con la drammaturgia di Fabrizio Sinisi, basata sulla traduzione aggiornata di Nadia Fusini e sul carteggio, sempre curato dalla Fusini, tra Virginia e Vita – apre la struttura narrativa del romanzo alla tensione documentativa del carteggio. Sagomando cronologicamente l’attenzione sulla magia di alcuni incontri, che hanno dato forma alla vita di Orlando-Virginia-Vita.

In una sacra circolarità, qui tutto nasce e termina per la mancanza dell’Altro. Nel tempo della mezzanotte: culmine dell’oscurità e insieme punto di passaggio tra la fine di un giorno e l’inizio del successivo. Momento di misteriosa transizione e di epifania creativa. Qualcosa di così intenso, da non riuscire ad essere tradotto con parole univoche.

Ma poi la parola arriva: è epica, è “Orlando”. Etimologicamente “che ha fama di ardito”. Orlando: un’azione verbale in divenire, che sembrerebbe contornare qualcosa, ma che contemporaneamente non chiude il contorno con un orlo.

E poi arriva anche la forma: sarà una biografia-romanzo. Dedicata a Vita Sackville-West: colei che ha fatto scoprire a Virginia Woolf cosa significhi desiderare. Cosa significhi scoprirsi disponibili a desiderare: sentire di essere ispirati da qualcun altro, senza però riuscire a “dirlo”. Solo a “supporlo”: “Supponi che Orlando si riveli essere Vita e che sia tutto su di te e la lussuria della tua carne e la seduzione della tua mente… ti secca? Dì sì o no”.

Anna Della Rosa (ph. Andrea Macchia)

Una indicibile libertà intellettuale che si nutre della solitudine del sentirsi manchevoli, “incagliati nel ghiaccio”. Ecco allora che, in un enigmatico intreccio tra vita e letteratura, l’inno all’estasi dell’avventura della vita finisce per legarsi, qui in Virginia Woolf, all’ossessione per la letteratura. Alla paura di non poter più scrivere, a causa di una malattia mentale cronica.

Arriverà così una nuova mezzanotte. Ma il passaggio tra la fine del giorno e l’inizio del successivo resterà bloccato.

Un tragico addio alla vita culmina in un “Adagio lamentoso” che si spegne in silenzio. Come la Sinfonia n. 6 in Si minore Patetica di Čajkovskij: una sinfonia con un segreto programma interiore, capace di dar forma sonora ai reconditi turbamenti dell’autore.

Così, ora, diversamente irresistibile diviene per la Woolf l’attrazione verso “la dura radice della terra”; diversamente irresistibile il suo “solido ormeggio”: per un cuore non più fluttuante ma ossessionato dall’idea di non poter più scrivere. “Orlando si era ammalato di letteratura“.

Ci saranno fogli che come foglie scenderanno su di lei, regalando tepore al suo adagiarsi sul baratro. Fogli capaci di donare nuova vita ad un romanzo autobiografico, trasformato qui da Andrea De Rosa in una stupefacente lettera d’amore.

Che fa di Orlando – proprio come nelle intenzioni del drammaturgo Sinisi – “un inno a Vita e alla Vita, nonché la testimonianza di una speranza estrema: mentre la vita dei corpi finisce, quella delle parole è più lunga e diversa – abbatte i confini dei sessi, delle identità, perfino della morte».


Recensione di Sonia Remoli