UNO SCANDALO CHE DURA DA DIECIMILA ANNI
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– Liberamente ispirato a La Storia di Elsa Morante (ed. Einaudi) –

E’ attraverso il felice espediente narrativo di uno sciopero – che per sua natura si dà come un atto di dignità, di solidarietà e di mobilitazione dei lavoratori per provare a bilanciare eventuali squilibri di potere nel rapporto con il datore di lavoro – che Fausto Cabra sceglie acutamente di aprire il suo spettacolo, liberamente ispirato a “La Storia” di Elsa Morante.
Un atto, quello dello sciopero, che – proprio in quanto strumento necessario a tutelare i diritti comuni dei lavoratori nei confronti di “superiori” che, a loro modo, vorrebbero scrivere la storia con la “S” maiuscola – qui diviene cornice meta teatrale di solidarietà umana, organizzata tra chi certe scelte che cadono dall’alto prova a non condividerle.

Fausto Cabra
Ma l’espediente narrativo dello sciopero gioca ancora un altro fertile ruolo: quello di fornire l’occasione per un appassionato incontro. Quello tra la donna, che si trova a gestire l’attesa del ritardo del volo generato dallo sciopero, e un libro.
“La Storia” di Elsa Morante è quel libro.

Un libro che legge, e da cui è letta, la donna in attesa di ripartire.
Un libro da cui gli “attori” sono letti e che portano in scena in qualità di “personaggi”.
Un libro capace di leggere la nostra vita di oggi, così come quella dei lettori che vi posarono gli occhi e le mani nel 1974, anno della sua pubblicazione e del clamoroso riscontro di pubblico.
Una meraviglia che si verifica quando un libro sa farsi corpo, così da attrarci come un amato che, proprio in quanto tale, riesce a parlare intimamente non solo “a noi”, ma anche “di noi”. Generando una spinta trasformativa al nostro abituale scorrere del tempo.

Da qui prende vita una drammaturgia intensamente poetica – frutto del sodalizio artistico tra l’attore e regista Fausto Cabra e lo scrittore Marco Archetti – orientata a rintracciare quelle corrispondenze profondamente vitali, che tendono a restare in ombra all’interno dell’opera della Morante. Ma anche attraverso le quali il libro trova autentica espressione.
Pur essendo ambientato durante la Seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra.
Pur essendo abitato da una lacerante tensione dialettica tra le pulsioni umane più creative e quelle più distruttive.

In un nudo spazio shakespeariano Fausto Cabra sceglie allora di portare in scena la sua drammaturgia (la cura delle scene e dei costumi è di Roberta Monopoli) dove, complice la strabiliante bravura dei tre interpreti in scena, lo spettatore non fatica a dare libero sfogo alla propria fulgida immaginazione. Sono Franca Penone, Alberto Onofrietti, Francesco Sferrazza Papa. E loro è la capacità di far irrompere lo straordinario nella realtà, generando un’esperienza estetica profonda.

Franca Penone (Ida Ramundo), Francesco Sferrazza Papa (Useppe) , Alberto Onofrietti (Nino)
Ma in verità qui, in questa restituzione, c’è un quarto protagonista: la luce.
Fausto Cabra infatti sceglie di disegnare con la luce una drammaturgia parallela che non può non arrivare a tutti: una testimonianza, questa, erede di quell’urgente desiderio della Morante di chiamare a raccolta ognuno di noi. Sempre. Nonostante tutto.

Ecco allora che la luce – così come immaginata dallo stesso Cabra e da Marco Renica, in sinergia con la drammaturgia del suono curata da Mimosa Campironi – riesce ad agire su ognuno come un potente linguaggio simbolico che modella e sagoma l’atmosfera, guidando l’intelligenza emotiva dello spettatore. Una vera e propria scrittura scenica che delinea, attraverso ombre e cromatismi, le profondità psicologiche e narrative del capolavoro della Morante.

Capolavoro ambientato nella Roma tra il 1941 e il 1947, dove gli eventi della seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra sono mostrati attraverso gli occhi della popolazione: quella sulla quale ricadono le decisioni prese dal “gran mondo”.
Al centro c’è la storia di una famiglia: quella della maestra Ida Ramundo (Franca Penone) e dei suoi figli Nino (Alberto Onofrietti) e Useppe (Francesco Sferrazza Papa). Un “lessico familiare” che poi si intreccia a mille storie e a mille volti, sapientemente restituiti dai tre interpreti in scena. Una famiglia-una comunità capace di andare avanti nonostante tutto. E che non sopravvive solo alla guerra e alla alla fame: sopravvive alla Vita, che continuamente li mette “alla prova”.

(ph. Salvatore Pastore)
E ciò che lo spettatore si porta a casa all’uscita di questo spettacolo – così necessario nel frangente storico che stiamo attraversando – è proprio quella fertile suggestione del messaggio, secondo cui tutti noi gettati sul palco della Vita siamo “in prova”: in cammino. Fuori e dentro di noi.
E che, seppur consapevoli di aver lasciato andare, o di aver visto sottrarci, incontri e occasioni che potevano fiorire come semi, restiamo ancora stimolati dal sentire che ce n’è sempre una nuova, di occasione, che ci aspetta. E che “probabilmente è un fiore e non un’erbaccia”.

Perché, nonostante tutto, stare al mondo può essere anche spudoratamente bello: “sia quando la vita racconta la morte, sia quando la morte racconta la vita”.
“Uno scandalo che dura da diecimila anni” – quello che vede coesistere eros e thanatos, la tensione ad attrarci e l’istinto a sopraffarci – che non esclude dalla Storia la possibilità di rintracciare o creare piccole-grandi occasioni di meraviglia. Nonostante tutto. Facendo emergere e coltivando in noi anche un’altra spinta: quella che ci muove a compassione dell’Altro.

Spinta che, ad esempio, riesce a percepire Nino, quando afferma: “Loro nun lo sanno, a Ma’, quant’è bella la vita”.
Spinta che riesce a restituirci Fausto Cabra, ogni volta che la Morante la semina nel testo.
Ne scaturisce una messa in scena che lascia il segno.
Una produzione Teatro Franco Parenti, Centro Teatrale Bresciano, Fondazione Campania dei Festival.

Alberto Onofrietti, Franca Penone, Francesco Sferrazza Papa
Recensione di Sonia Remoli
