– I SONETTI DELLA PASTASCIUTTA di Aldo Fabrizi – interpretazione Massimo Popolizio

PICCOLO FESTIVAL DI DRAMMATURGIA CONTEMPORANEA

LE VOCI DEL PRESENTE 2026

dal 19 Settembre all’11 Ottobre

Teatro Tor Bella Monaca

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19 Settembre

I sonetti della pastasciutta

Nell’arena gremita del Teatro Tor Bella Monaca, sabato 19 Settembre u.s. è stata inaugurata la terza edizione del Piccolo Festival di Drammaturgia Contemporanea della Compagnia Orsini, dal titolo “Le voci del Presente”.

Le “Voci del Presente” sono i pensieri, le paure, le speranze che abitano la nostra contemporaneità: sono le sfide ai problemi attuali alle quale siamo chiamati a rispondere; sono le barriere geografiche e generazionali da superare. Ad esempio, gettando un ponte tra il centro della città di Roma e la sua periferia. Ma, anche, gettando un altro ponte tra il mondo della tradizione e quello dell’innovazione.

Come il Festival della Compagnia Orsini propone ogni anno, portando la drammaturgia contemporanea d’autore e gli spettacoli di rilievo nazionale nella periferia romana e facendo incontrare i grandi maestri del teatro di ricerca e gli artisti affermati con le compagnie emergenti di giovani talenti. Per dare vita ad un Teatro che sia davvero uno spazio della comunità, come hanno ricordato Francesco Feletti (socio e co-direttore artistico della Compagnia Orsini) e Filippo d’Alessio (direttore operativo del Teatro Tor Bella Monaca) prima dell’inizio dello spettacolo.

Francesco Feletti, Riccardo Rossi ospite in sala, Filippo D’Alessio

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Lo spettacolo di apertura del Festival è stato affidato alla maestria di Massimo Popolizio, che ha incantato il pubblico in arena con la sua interpretazione raffinatamente popolare di alcuni sonetti della raccolta “La pastasciutta” di Aldo Fabrizi, in felice sinergia con il violoncello di Giovanna Famulari.

Il sapiente gioco scenico di unire le due nature colte dell’interpretazione – la cifra teatrale di Massimo Popolizio e quella del violoncello della Famulari – alla canzone popolare romana, sortisce l’effetto squisitamente politico di creare un cortocircuito, che finisce per unire due mondi sociali. Proprio come era nelle intenzioni di Aldo Fabrizi, quando scelse la struttura metrica del sonetto in endecasillabi per dare vita al suo elogio della pastasciutta.

Apre lo spettacolo l’interpretazione di Giovanna Famulari di “Bella Roma”, brano pop/melodico all’italiana, con sfumature jazz e confidenziali, tipico dello stile del cantautore e pianista romano degli anni ‘60 Bruno Martino. Una canzone d’amore e di elogio per Roma, proprio come una dichiarazione d’amore per la pastasciutta è quella dell’Aldo Fabrizi di Popolizio: un innamorato che desidera essere riamato, trasformandosi idealmente nel suo oggetto d’amore. Sorprendente per lo spettatore è avvertire come tutte le sfumature dell’amore vengano restituite da Massimo Popolizio nell’elogio epico e familiare dell’amata pastasciutta, riuscendo ad esprimere finanche l’ineffabile.

In un abbraccio fisico e metafisico.

Come l’abbraccio con il violoncello: stretto tra le gambe e appoggiato al petto, vicino al cuore. Un rapporto intimo, quasi simbiotico, di profonda vulnerabilità, capace di trasformare il dolore, la nostalgia e il tempo che passa nella bellezza della vita. Una sorta di saudade romana, un ponte emotivo tra presenza e assenza: un sentimento che si radica profondamente nell’identità di un popolo. Complice quel timbro pizzicato, secco e metallico, proprio del violoncello, che regala una sfumatura cerimoniale, quasi sacrale.

Come l’abbbraccio con l’endecasillabo:  la metrica dell’epica e della lirica d’amore; il verso principe della grande tradizione letteraria italiana di Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso. Oltre che  la veste d’ordinanza della poesia romana di Gioacchino Belli. Utilizzarlo per abbracciare la cucina romana — fatta di ingredienti poveri ma gustosamente viscerali e dal sapore assai deciso — non fa che dare vita ad un seducente corto circuito di acuta ironia.

Perché a Roma il cibo non è mai solo nutrimento: è un rito, una liturgia. Una dichiarazione d’amore: dove una porzione di amatriciana o di carbonara non sono più solo un piatto, ma un valore eterno, degno di essere scolpito nel marmo del verso classico.

Massimo Popolizio, interprete e regista colto e raffinatissimo, dimostra di saper coniugare splendidamente l’endecasillabo alla cadenza, alle pause e alle tipiche troncature del dialetto romanesco. Ne asseconda l’ironia disincantata, il cinismo bonario e l’espressività teatrale, donando alla lettura un ritmo spontaneo ma rigoroso.

Perchè da sempre nutrirsi non è solo un atto puramente biologico e quotidiano, ma anche una forma di conoscenza, di riflessione, di connessione spirituale. Da Platone in poi, ad esempio, il momento del pasto condiviso è il palcoscenico ideale per la nascita delle idee. Condividere il cibo simboleggia l’abbattimento delle barriere e la creazione di una comunità. Il nutrimento del corpo infatti apre la strada al nutrimento della mente, attraverso il dialogo.

Non a caso a fine rappresentazione il pubblico è stato invitato a condividere un piatto di amatriciana. Insieme, per celebrare in un gesto la gioia di esistere: unendo in un unico boccone la vita e la morte; il sacrificio e il godimento.

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Recensione di Sonia Remoli