POVERI CRISTI – Ascanio Celestini al Teatro Vascello

TEATRO VASCELLO

dal 13 al 22 Febbraio 2026

Ascanio Celestini compone un cantico per quelle creature che sono alla periferia della società.

Creature le cui storie hanno come baricentro “un parcheggio”: teatro di un invisibile microcosmo esistenziale. Un luogo non solo fisico ma anche sociale ed esistenziale. Uno spazio, nella sua umiltà, di inclusione sociale: chi lo abita e’ solidale con l’altro. E dell’altro sa coglierne la bellezza: quella che gli altri ignorano. 

(…) Noi siamo state fortunate stanotte. Noi abbiamo assistito a un prodigio. Un Cieco, Una Vecchia e una Donna con la testa impicciata, tre persone nel cuore della notte, sono scese in strada per salvare la vita a un Barbone “.


Un’umanità improbabile che però sa assomigliare a un presepe francescano. Un presepe minimalista: come l’allestimento scenico di ieri sera al Teatro Vascello. Che nella sua bellezza povera, ricorda la forma del Tau francescano, composto qui da pezzi di arredo trovati e poi ricomposti per dare nuova forma alle storie di vita, anche degli stessi oggetti.

Un luogo, il parcheggio del supermercato, dove convivono persone che scelgono opportunità immediate. Ma non mancano, anche, piccole-grandi ambizioni da esplorare.


A differenza di quelli che stanno chiusi nel bar di fronte al parcheggio del supermercato e che non escono mai. Impegnati alle slot machine.

A differenza di quelli che vanno in Chiesa, anche lei limitrofa al parcheggio.

Ma “Dio non ci vede” – grida ostinatamente la Donna impicciata con la testa.

Non le vede le ingiustizie subite dagli ultimi tra gli ultimi: i poveri cristi come quelli che Celestini incontra al Quadraro di Roma. 

Non le vede le ingiustizie subite dal Barbone e dalla Prostituita non più giovane, che puzza irrimediabilmente di copertoni bruciati. Ma che, grazie al profondo contatto umano con la Vecchia Saggia, impara a dare valore al suo essere “persona”.

Ad esempio facendo un buon uso del proprio tempo: un tempo non totalmente dedicato al lavoro, ma con dei limiti orari scelti da lei stessa. Magari per poter andare qualche volta in biblioteca, dove i libri sono gratis. O al museo, quel giorno al mese che è gratis. Gratis per tutti. Anche per lei.

Lei stessa applicherà la bellezza della gratuità alla sua professione stabilendo, ogni volta a caso e senza preventivamente avvertire i clienti, quando cadrà il giorno gratis all’interno delle mensilità del suo calendario.

Perché come ha sentito e visto testimoniato dalla Vecchia Saggia – “donna di larghissime vedute” che non giudica ma “guarda solo alla persona”“il buono e il cattivo sta da tutte le parti”. 

E «la cultura non è sapere le cose a memoria, come ti fanno credere in chiesa e a scuola”.

Dove, “se ti impari quello che dicono loro, ti fanno credere che quella è la cultura.

E invece no! La cultura significa che le cose le capisci e poi le sai fare per davvero”.

Una sorta di “buona novella” quella che la Vecchia Saggia fa circolare tra la Puttana, il Barbone e la Donna Impicciata con la testa. Poveri cristi che sanno testimoniare, attraverso l’amore reciproco, una sacra forma di salvezza terrena.

Membri, loro, di una comunità con la quale Ascanio Celestini ha desiderato incrociare il proprio sguardo, usando generosamente ed autenticamente le loro stesse parole, per dare forma ai suoi spettacoli.

Parole poi ricucite in un racconto, che Celestini legge al musicista Gianluca Casadei , il quale all’impronta inizia a scriverne la musica, traducendone le emozioni. Dando così vita, tra loro, a quella tessitura relazionale dell’ interplay, che si dà come una conversazione estemporanea e un ascolto reciproco, segno di amicizia, di rispetto e fiducia reciproca. Tessitura relazionale che Celestini ad ogni replica accorda anche con il pubblico.

Perché Ascanio Celestini – una delle voci più note del teatro di narrazione – sente profondamente l’urgenza di mettere a servizio la sua visibilità artistica per dare risonanza alle storie belle di chi non ha voce : “fiabe moderne che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo”, così amava definirle Vincenzo Cerami.


Ha iniziato più di 10 anni fa a raccogliere queste storie, che poi hanno preso forma attraverso tre spettacoli: “Laika” (2015) “Pueblo”(2027) e “Rumba”(2023). Spettacoli dedicati al far conoscere la bellezza di un paesaggio nascosto, che non merita di essere conosciuto solo quando è teatro dei fatti di cronaca.

Perché tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi con tenerezza: che non ci giudichi troppo severamente nel nostro essere umani. Qualcuno che, come un testimone, rivolga con cura il suo sguardo sull’Altro in difficoltà. Anche per renderlo consapevole di essere oggetto di ingiustizia. Un prezioso sguardo di cui si fa portatore Ascanio Celestini e il collettivo d’inchiesta con il quale da anni collabora in un lavoro di ricerca, di scoperta, di testimonianza.

Uno sguardo prezioso sulle gesta apparentemente inutili di una comunità di disgraziata, eppur solidale, bellezza.

Uno sguardo che sceglie di farsi cantico per quelle creature che, seppur alla periferia della società, sono capaci di fare prodigi.

Uno sguardo politico necessario.

Gianluca Casadei – Ascanio Celestini


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo ACCABADORA – regia di Veronica Cruciani –

TEATRO ARGENTINA, 12 e 13 Giugno 2024 –

Teatro Argentina

Quanto è necessario per Maria “capire con esattezza” la segreta complicità che Bonaria Urrai aveva con la morte ?  Lei stessa dimentica che da bambina “giocava a fare torte di fango impastate a formiche vive, con la cura di una piccola donna”. Ed era bella “come lo sono a volte le cose cattive”.

Sono davvero separate la vita e la morte? E il bene dal male ?

Sarà davvero peccato avvicinare i confini della vita a quelli della morte, sottraendo un ultimo “metro” di vita? 

Non fanno forse qualcosa di simile gli uomini con i confini delle loro terre, sottraendo una parte del confine degli altri, per inglobarla nel loro nuovo confine? 

Anna Della Rosa

E la madre di Maria, non si arroga forse l’arbitrio di fissare il suo confine di madre subito dopo la terza figlia? 

E Maria, la quarta figlia, non rappresenta forse “quel metro” di confine di maternità a cui si può rinunciare, facendola diventare “fill’e anima” di un’altra donna?

Ci ostiniamo a mettere confini dichiarando che così si fa perché è giusto, quando in verità ci abita il gusto segreto di sopraffare l’altro: inclinazione che riceviamo in corredo dalla natura, non appena veniamo al mondo. Ma l’amore no, quello viene dopo l’odio. Viene se si ha voglia d’impararlo, l’amore.

Anna Della Rosa

Questo appassionato testo drammaturgico scritto da Carlotta Corradi, ispirato all’omonimo celebre romanzo di Michela Murgia edito da Giulio Einaudi Editore, ne “amplia il respiro “ – come la stessa autrice osservò leggendolo, dopo averlo commissionato alla Corradi .

E ci parla anche di questo: di quanto sia importante per Maria, difronte al corpo morente della sua seconda madre, capire – anzi sentire – qual è il vero nome del mistero di quella loro relazione. Ora che quel mistero è stato “separato dalla violenza sottile dell’analisi logica”.

La Corradi immagina allora che Maria compia un suo “nostòs” : un suo viaggio di ritorno, non solo fisico (da Torino a Soreni) ma anche dentro se stessa, attraversando con il suo racconto tutto quel “non detto”, che ha caratterizzato il rapporto con la tzia Bonaria Urrai. 

Anna Della Rosa

Perché Maria è ora pronta per tentare di mettere insieme tutti gli elementi della storia passata, per dare vita a una nuova forma di comunicazione. Lo ha imparato (ancora senza consapevolezza) andando via dall’Isola: è nel Continente, a Torino, che scopre un nuovo criterio di comunicazione “urbanistica”. Quello secondo cui si possono costruire prima le strade (le vie di comunicazione) e poi i confini per i palazzi e le piazze, suddivisi tra loro per “quadri”. Come se fossero le relazioni umane a fare le città-persona. Poi le cose: i palazzi, le piazze. 

E proprio così Veronica Cruciani costruisce la sua accorata regia al testo della Corradi: per quadri, collegati tra loro da una nuova rete stradale di comunicazione. Quella del racconto di Maria.

Anna Della Rosa

Il racconto di chi ha bisogno di sperimentare se è vero che “le cose se devono accadere, accadono da sole”, o se invece ci sono anche realtà ontologico-esistenziali più grandi di noi, che ci precedono. Come quella di essere “figli”: una realtà che nessuno di noi può scegliere. E si viene al mondo senza volerlo, plasmati per svariati anni, o per tutta la vita, dalle parole di altri (i nostri genitori), persone che nessun figlio ha scelto. 

Così come, a volte, abbiamo bisogno che l’Altro sia disponibile a fare ciò che non è in grado di fare. Al di là del confine che crede lo racchiuda.

Anna Della Rosa

Sconfinata è Anna Della Rosa, la generosa interprete di Maria e di tutta quella geografia umana che la compone: la sua disponibilità, come persona prima ancora che attoriale, la guida nell’attraversare gli impervi, più spesso assenti, confini di una moltitudine di microcosmi esistenziali. Quelli, ad esempio, tra una Maria ancora bambina alla quale si richiede di essere donna o quelli che separano l’imprevisto piacere di ri-nascere nello sguardo di Bonaria Urrai dalla sconcertante incapacità di guardare lei, Bonaria Urrai, per accettarla nella sua accecante multiformità. Lei che sembrava solo una sarta avvolta dal nero delle ombre. Ma la Maria di Anna Della Rosa sa trovare il modo sconosciuto di ri-nascere ancora una volta, ora abitata da una nuova consapevolezza. E scoprirà, anche lei, di essere sconfinata.

Anna Della Rosa

La scena minimalista, dal cromatismo emozionale, si libera nel corso della narrazione di quella geometria confortata da angoli, per aprirsi – rompendo tutti i piani conosciuti – ad un’accoglienza di vuoto, che sa riempirsi della presenza fondante dell’Altro. Perché siamo Relazione.

Veronica Cruciani e Michela Murgia


Recensione di Sonia Remoli