VERMIGLIO – film di Maura Delpero

Film vincitore del Leone d’argento

alla 81ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia

Film selezionato per rappresentare l’Italia

ai Premi Oscar del 2025 nella sezione del miglior film internazionale

Venire alla luce – nascere – è un po’ come andare in guerra: è un combattere per riuscire a stare al mondo, senza disertare il proprio desiderio di vita.

Il film è punteggiato da grida di neonati che devono trovare il modo di farsi ascoltare: la famiglia è il primo campo di battaglia, oltre ad essere il luogo dove si può imparare ad amare e ad essere amati.

Direttore della fotografia Mikhail Krichman

“Vermiglio” si apre iconograficamente con una scena di mungitura che sembra uscita da un quadro di Jan Vermeer. E ci arriva la sensazione netta di come anche la mucca si lasci mungere solo a patto che si realizzi quella sorta di sintonia relazionale, propria del rito del dare e del ricevere. 

La scena ci viene consegnata negli occhi con una prospettiva così intima che lo sentiamo tutto il trasporto epidermico con il quale Lucia, la mungitrice (Martina Scrinzi), si lega alla mucca fino a costruire insieme a lei una sorta di accordo musicale. 

E’ la regia della Delpero a guidarci nella comprensione delle immagini che compongono la narrazione, quasi facendoci entrare fisicamente nei loro sotto-testi: nella ricchezza dei significati che riescono ad esprimere. 

Lucia (Anna Thaler), Adele (Roberta Rovelli) e la regista Maura Delpero

In questo caso sono inquadrature che ci fanno percepire come quella del “nutrire” non sia solo un’operazione seriale, come potrebbe apparire quella della mungitura oppure quella, successiva, del versare il suo latte in svariate ciotole. Perché ogni ciotola é cinta da mani che accolgono il latte in maniera personalissima. Ed è proprio quel certo “calore” con cui viene versato ad ognuno il “suo” latte, che permetterà a chi ne berrà di confrontarsi, con maggiore o minore audacia, con il bianco latte della neve là fuori: quel gelo che si attacca sulle ossa e sull’anima. Perché è proprio di una madre alimentare ciascun figlio non solo con il latte, ma anche con il gusto della vita.

Orietta Notari (zia Cesira) e Tommaso Ragno (Cesare Graziadei)

Adele (Roberta Rovelli) la mamma della famiglia Graziadei, così come la zia Cesira (Orietta Notari) sono madri molto accudenti ma piuttosto in ombra nel testimoniare il quotidiano gusto della vita, funzione che sembra essere stata rilevata dal padre. In un’occasione però Adele testimonia qualcosa di molto più profondo del quotidiano accudimento: qualcosa che aiuterà sua figlia Lucia a riprendersi da un trauma. Smarritasi in una profonda depressione, le mani di Adele torneranno ad essere per Lucia un linguaggio, prima ancora che un accudimento: quella lingua originaria che al momento della nascita è il nostro primo contatto con il mondo. Quella lingua che riesce a trattenere la vita, evitando che precipiti nel non senso.

Lucia (Martina Scrinzi) e Adele (Roberta Rovelli)

Cesare – un Tommaso Ragno ieraticamente sornione, pervaso da quell’enigmatica bonomia che riesce a parlarci del dietro delle cose – è invece il padre della famiglia Graziadei. A lui è affidato, in qualità di insegnante, l’addestramento esistenziale e culturale del suo esercito familiare e di quello paesano. Un esercito che accoglie soldati di tutte le età, diviso in due classi:

una che ancora non conosce il campo di battaglia della guerra; l’altra invece di chi ha combattuto ma ha dimenticato cosa significhi desiderare vivere.  E a questo devono essere riaddestrati, perché essere consapevoli del proprio desiderare e alimentarlo, lo fa concretizzare. 

L’occhio registico della Delpero ci porta a vedere poi cosa succede “nella trincea” delle camere da letto: luoghi dove si sta stretti stretti per regalare più respiro alle fantasie. Dove ci si confida sui pensieri e sulle domande più segretamente vitali: quelle che non si possono confessare fuori da quel luogo franco ma che si riveleranno preziosissime per trovare il coraggio di portare sul campo di battaglia esterno ciò che il desiderio conoscitivo suggerisce. 

E la telecamera della Delpero ci porta epidermicamente lì, stretti stretti a loro. Perché la vita e la guerra vanno sentite con gli occhi dei bambini: con le loro curiosità, con le loro paure, con il loro coraggio, con la loro capacità di accoglienza. 

Come quando arriva dal fronte bellico un disertore siciliano. Siamo infatti alla fine della Seconda Guerra Mondiale e il film è ambientato in un villaggio di montagna del Trentino Alto-Adige, ultimo comune della Val di Sole, storicamente zona di frontiera: il villaggio di Vermiglio

Pietro (Giuseppe De Domenico) Flavia (Anna Thaler) e Lucia (Martina Scrinzi)

Pietro (Giuseppe De Domenico) è fuggito dal campo di battaglia portando con sé, dopo avergli salvato la vita, il commilitone Attilio (Santiago Fondevila Sancet). Il ragazzo è parente dei Graziadei che, grati, scelgono di ospitare Pietro. Ma che significa essere un disertore?

Lucia (Martina Scrinzi)

Il Maestro Cesare sostiene che è un concetto “relativo”, come quello di “vigliacco”. Ma a Vermiglio non tutti la pensano così. Per i bambini di casa Graziadei Pietro è un uomo che viene da un Paese favolosamente lontano – la Sicilia – dove magicamente crescono delle meravigliose arance color vermiglio. 

Quel rosso con una sensazione acuta, come di acciaio rovente – per dirla con Kandinskij – che fatalmente presagirà i futuri eventi in cui si troverà coinvolta la famiglia Graziadei. 

Pietro (Giuseppe De Domenico) Flavia (Anna Thaler) e Lucia (Martina Scrinzi)

Un colore preziosissimo che nasce dalla combinazione e dalla trasformazione di due elementi alchemici- il mercurio e lo zolfo – con i quali un tempo si credeva di poter dar vita ad ogni altro materiale, incluso l’oro. Un colore quindi dalla potete carica seduttiva, come può esserlo la vita che non teme quella vitalità fulgente in cui la morte ama avvolgersi. Quella velatura così caratteristica del pigmento vermiglio per la quale gli artisti impazzivano e che piaceva da togliere il fiato a chi la guardava. 

Quella seduzione di vermiglio che qui nel film, così come nella vita, alcuni personaggi scoprono di voler seguire, spingendosi al di là dei confini rassicuranti, ma non fulgenti, del quieto e regolato vivere. Perché così è fatta la natura umana.

Con cruda grazia ce ne parlano i dialoghi, ma ancor di più ciò che non si dice ma parla dagli sguardi: quando guardare non basta più e si osa insinuarsi più sotto, oppure dietro. 

Lucia, colei che sa mungere, cadere in amore per un uomo dall’irresistibile “fascino esotico” ma anche rialzarsi e riprendere a desiderare, ne è un luminoso esempio ( l’interprete Martina Scrinzi è risultata vincitrice del Nuovo Imaie Talent Award nell’ambito della 81esima mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia per la sua interpretazione in Vermiglio). Lei sa riconoscere il potere di certi incontri, soprattutto se di frontiera, capaci di dare un nuovo corso all’ esistenza. 

Lucia (Martina Scrinzi)

Il suo slancio a conoscere e quindi a desiderare non s’incaglia – come invece accade a sua sorella Ada  (Rachele Potrich) – sull’ossessione mortificante ad ”eccellere” nella vita. Perché Lucia a qualche livello ha metabolizzato la regola dettata dal padre lasciandola sopravvivere solo come tensione: se è vero che occorre eccellere, per eccellere occorre anche osare e quindi poter sbagliare, per poi riaggiustare il tiro e spingersi più avanti. 

Ada  (Rachele Potrich)

Ed è questo che desidera insegnare loro il padre – un davvero mirabile Tommaso Ragno, dal necessario piglio “traumaticamente virtuoso”, per usare una definizione cara a Massimo Recalcati – facendo sentire la sua voce con la solennità del ruolo paterno e con la passione incandescente di un insegnante. Posture indispensabili per poter aiutare a sviluppare una libertà, generativa di profonde passioni. Al tempo stesso però Cesare Graziadei è un padre e un insegnante consapevole che il raggiungimento dell’ “eccellenza” è sempre in bilico, a causa del “relativismo” nel quale siamo immersi. In vita e in guerra.

Lucia (Martina Scrinzi)

La Delpero sembra ispirare la sua regia all’estetica di Jan Vermeer: in moltissime inquadrature si possono rintracciare citazioni da dipinti quali “La ragazza con l’orecchino di perla”, “La lattaia” ecc.

Come Vermeer, anche la Delpero è attentissima a riconsegnarci immagini di ordinaria vita quotidiana, ricchissime di dettagli: non solo quelli che si danno in luce ma anche e soprattutto quelli che si celano nelle ombre. Inoltre, ci sono elementi che si riescono a notare, proprio come nei quadri di Vermeer, solo guidati da una particolare attenzione. 

Ad esempio l’uso che anche la Delpero fa del colore blu oltremare: sembra farlo cadere come polvere su alcune ombre preziose, oppure farlo sopravvivere nella laccatura di alcuni oggetti particolarmente significativi, custodi di segreti. Perché il blu è il colore di cui si tingono i sogni, sosteneva Joan Mirò. 

Un colore da sempre associato al “sacro”, inteso sia in senso laico che religioso. Perché quello del blu, soprattutto del blu oltremare, è un “blu vero” (scevro di verde) che ci parla di quell’andare oltre, da cui l’uomo è stato sempre attratto.

Lucia (Martina Scrinzi)

Perché nutrire sogni e segreti, non è proprio solo di coloro che tornano dalla guerra – come si dice in Paese, a Vermiglio – ma è proprio dell’essere umano gettato nella vita. 

Perché la vita stessa è un segreto, sembra sussurrarci la Delpero, che vale la pena esplorare. 

Il cast


Recensione di Sonia Remoli

Serata inaugurale della stagione 2024-2025 del TeatroBasilica, condotta da Antonio Calenda- ospite Alessandro Preziosi

TEATROBASILICA, 26 Settembre 2024

In una calda notte del settembre romano si è atteso con entusiasmo  l’inizio della Serata inaugurale della Nuova Stagione del Teatro Basilica.

Ad aprire i festeggiamenti, il saluto di Antonio Calenda, tra i più prolifici registi teatrali italiani, che nel 2019 ha partecipato alla riapertura dello spazio Sala 1 di Piazza San Giovanni – rinominato TeatroBasilica – dove tuttora collabora attivamente come supervisore artistico e dove ha presentato nel 2020 la sua interpretazione dell’ Enrico IV di Pirandello con Roberto Herlitzka. 

Roberto Herlitzka

Calenda ha iniziato col sottolineare il carattere di “cenacolo” di questa realtà teatrale: un luogo di ritrovo di artisti legati dalla tensione al confronto reciproco e impegnati nella celebrazione del rito del coniugare le radici della tradizione con gli slanci del teatro dell’avvenire.

Quest’anno – a suggello di tale inclinazione – prenderà vita un progetto con l’Università di Tor Vergata su Aristofane, partendo dagli studi del grecista di fama internazionale nonché specialista della drammaturgia greca Benedetto Marzullo. Di lui non si può non ricordare anche che – con la collaborazione di altri grandi intellettuali italiani di quegli anni tra cui Luigi Squarzina e Umberto Eco – nel 1971 creò il DAMS (Corso di Laurea in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo) e lo diresse da 1971 al 1975.  

Anche quest’anno il TeatroBasilica  ha rinnovato la residenza ai giovani del Gruppo della Creta – ospitalità riservata a chi dimostra una particolare sagacia culturale – con i quali sono stati creati o selezionati gli spettacoli della stagione prossima all’inizio.

Un cartellone quello della stagione 2024/2025 che – sulla scia del padre della medicina Ippocrate – desidera rivalutare il valore terapeutico della frequentazione teatrale. Ippocrate infatti, per mantenere i suoi pazienti in salute, prescriveva loro di trovare il tempo di allontanarsi dalla vita quotidiana per recarsi nell’isola di Kos dove – oltre a riposare e magari anche digiunare – dovevano vedere almeno tre tragedie e una commedia.

Tema centrale di questa sesta stagione del TeatroBasilica  – non a caso denominata “Persona” – è infatti una particolare attenzione e cura verso lo Spettatore in quanto personaggio, individuo, essere umano. Persona, appunto. 

Sono spettacoli di drammaturgia italiana proposti dallo sguardo dell’ultima generazione di teatranti. E proprio per questa particolare scelta vocazionale, il TeatroBasilica si sta affermando quale “spazio del contemporaneo su Roma”, con l’obiettivo di rendersi “bottega del teatro che verrà”. Saranno quindi ospitati per presentare la loro ricerca alcune delle compagnie più interessanti del teatro italiano del futuro come Greta Tommesani e Federico Cicinelli, il collettivo Be Stand, gli artisti di Labirion Officine Trasversali e il Gruppo RMN.

Greta Tommesani

Per la prima volta il TeatroBasilica si aprirà all’ospitalità di una compagnia internazionale: dal Belgio i Poetic Punkers presenteranno la loro ultima produzione “Mario e Maria”.

Poetic Punkers

Brilla poi all’interno di questa caleidoscopica stagione il progetto “La stanza dello Spirito e del Tempo” che proporrà incontri – condotti dagli artisti ospiti in stagione – che stimoleranno la comunicazione tra le pratiche e la comunità teatrale romana. Le giornate di scambio varieranno dai due ai cinque giorni e saranno distribuite per tutta la stagione. 

Archivio-MARCELLO-NORBERTH foto di-MARCELLO-NORBERTH

E poi ancora una cascata di eventi multidisciplinari: la mostra fotografica in memoria di Marcello Norberth; approfondimenti sulla geopolitica del Limes Club; presentazioni di libri; un evento letterario condotto dal geniale poeta e scrittore Davide Brullo; ascolti di musica elettronica curati da Marco Folco e ancora molto altro. 

Alessandro Preziosi e Antonio Calenda

A testimonianza della filosofia del TeatroBasilica, ieri sera ha preso corpo la rievocazione – di fulgente bellezza – di quel rito che alchemicamente sa legare le radici della tradizione agli slanci del teatro dell’avvenire.

Antonio Calenda ha scelto infatti di inaugurare questa sesta stagione del TeatroBasilica assieme ad un suo storico allievo: Alessandro Preziosi. Ed è stato entusiasmante sentire la qualità dell’energia che scorre ancora tra i due: una solida complicità che onora al tempo stesso la tradizione e il testimone critico.

Alessandro Preziosi è l’araldo nell’ “Agamennone” di Antonio Calenda

Calenda – che condivide con Preziosi il fertile fascino per il diritto giuridico (si è infatti laureato con una tesi in Filosofia del Diritto incentrata intorno al concetto di giustizia nell’ Orestea di Eschilo) – ha fin da subito colto nel giovane Preziosi la ricchezza del suo sguardo al testo teatrale: gli veniva dall’esigenza di un’analisi della battuta anche dal punto di vista  della “norma”. E sortiva una restituzione interpretativa plurisemanticamente fascinosa.

Alessandro Preziosi entra in scena onorando il teatro di Eduardo: non solo interpretando con raffinata suspence un brano tratto da “L’arte della commedia” ma facendo sua con vibrante originalità la massima eduardiana che “a teatro la suprema verità è la suprema finzione”. 

E regalandoci una splendida dimostrazione dell’arte dell’incredulità, sulla quale si basa il lavoro dell’attore. 

La serata è proseguita tra monologhi, piacevoli bizzarrie, arguzie e facezie mantenendo, fino a superarle, le aspettative di questa speciale ricorrenza. 

Dalla prima fila della platea si librava il fascino di due grandi ospiti: Francesca Benedetti e Paolo Bonacelli, onorati dall’amorevolezza del ricordo dei due protagonisti in scena.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo MALEDETTO NEI SECOLI DEI SECOLI L’ AMORE – dal racconto di Carlo D’Amicis – con Valentina Sperlì – regia di Renata Palminiello –

TEATRO LE MASCHERE, dal 24 al 26 Settembre 2024 –

Piccolo Festival di Drammaturgia Contemporanea “Le voci del presente”

– dal 4 Giugno al 10 Ottobre 2024 –

Che cos’è “normale” ?

Che cosa significa che “è normale” che un uomo in coma reagisca a degli stimoli verbali?

Cos’è che fa reagire un uomo – o meglio un cadavere immerso in un sonno letargico – agli stimoli di una presenza fisica al suo cospetto?

“Sentire di essere desiderato dal desiderio dell’altro”, risponderebbe Jacques Lacan.

Perché percepire il desiderio dell’altro ci fa esistere, ci dona un’identità, un valore. E’ un lievito che ci fa vibrare, ci rende tonici: evita il nostro appassimento nell’indifferenziato sopravvivere.

Ed è un po’ anche l’effetto che la perversione seduttiva del desiderio dell’uomo ora in coma è riuscito a sortire sul suo “irraggiungibile” oggetto del desiderio. 

Lei è Lady Mora: colei che ha indugiato nel ricambiare l’amore di suo cugino e che ora si scopre sedotta dalla sua assenza. 

Un’assenza che si materializza attraverso la consegna a lei delle “chiavi” della sua vita. Una vita che ora lui, con subdola raffinatezza, le permette di scegliere se “indossare” o meno.  Abbandonato l’inefficace e ronzante “tu sei Ninni mia”, ora lui si propone come colui che dona quello che non ha.

Lei inizia a parlargli solo perché così le viene detto. Ma parlare ha uno stupefacente magnetismo: la parola è la prima magia nelle mani dell’essere umano. Complice, qui, il pungente sperimentalismo linguistico di Carlo D’ Amicis: una scrittura, la sua, così iper-realistica da divenire quasi metafisica.  Generosa nello stanare tutti i sottostesti e le polivalenze lessicali di cui si gonfiano le sue parentesi tonde, custodi dell’essenza plurisemantica della comunicazione.

“Maledetto nei secoli dei secoli l’amore”, di Carlo D’Amicis, Manni Editori (2008)

La narrazione – affidata alla raffinatezza alchemica di Valentina Sperlì – brilla del potere dell’inaspettato: è la rottura dei piani del suo ritmo, associata a quella repentinità del felino gesto da pantera, a rendere l’ascolto irresistibile. Ecco allora che la presunzione inaspettatamente abdica alla meraviglia; il cinismo sfiora il piano della tenerezza; la ripetitività si scatena nell’improvvisazione. 

E, a qualche livello, Lady Mora scopre di essere disposta a rinunciare a galleggiare sulla superficie delle acque della vita – a differenza dei telespettatori che si rivolgono a lei, cartomante, quasi fosse l’Oracolo di Delfi – per incamminarsi in un profondo percorso di ricerca interiore. Dove si farà trovare nuda, senza difese, disponibile a disattendere ogni antico proposito difensivo di fuga.

“Unica e sola” sì, ma questa volta non nel senso di “insostituibile” ma in quello di “dannatamente sola”.

Non più la presunzione di essere “sole e luna”, quanto piuttosto la consapevolezza di essere drammaticamente irraggiungibile. Unica sopravvissuta. Privata di quella che credeva la sua identità privata. Manchevole.

Non più colei che – al di sopra di tutto e di tutti – detiene un suo cogito: guardo, penso, dico e quindi accade; non più una donna che accorre al capezzale di suo cugino, che non vede da 40 anni, spinta solamente dal senso del dovere. E maledice l’amore.

Ma una donna che finalmente si lascia raggiungere in qualche modo dall’amore. Un incontro, questo, che ora sta cambiando quello che considerava “il normale” andamento della sua vita.

Ora c’è tempo, c’è un nuovo tempo. E allora il suo corpo si muove, come stregato dal tintinnio di quelle chiavi, che lui ha messo nelle sue mani. Esce dalla camera dell’ospedale e va dalla Stazione Termini a Via delle Ninfee: da una chiusura, verso un nuovo inizio. Verso quel luogo dove lui, una volta smesso di inseguirla, si era rinchiuso: Centocelle. 

Perché l’amore è anche un’impostura, è anche una sopraffazione. Ce ne parla con sublimità il suo corpo che ora, finalmente raggiunto dall’amore, cerca di arroccarsi su quella poltrona di cielo. Ed è qualcosa di così insolito: una paura ma anche un che di desiderabile; una fuga mista a un desiderio di essere presa. 

E lei allora si lascia scivolare giù dal cielo fino a terra, fino a imbrattarsi tutta. Accorgendosi di non essere sola: con lei c’è “il testimone” della sua nuova esistenza: Zampa Furio.  Con lui scopre – proprio in quella “cella” dove si era ritirato a vivere suo cugino – un memoriale di tracce d’amore. Ovunque, su qualsiasi occasione di vita. Un luogo intriso di lei e a lei sconosciuto. 

Un luogo a cui finalmente dare ossigeno e in cui ricaricarsi. Un luogo che chiede di essere finalmente nutrito e tirato a lucido. Perché sente che questo luogo sconosciuto, le appartiene profondamente: parla di lei, è anche la sua dimora. 

La di-mora di La dy – Mora: dove “tu più ti allontani, più ti sento mio… Respirandoci”.

Renata Palminiello

La regia di Renata Palminiello rivela tutta l’essenza drammaturgica di questo racconto di Carlo D’Amicis. E ne fa, con la complicità di Valentina Sperlì, un’occasione di teatro fisico e coinvolgente, ispirato al teatro della crudeltà. Un teatro attento a cogliere – con una recitazione quasi intimista – le sfumature più recondite del testo.

Allo spettatore è richiesto, in qualche modo, uno sforzo nel collaborare nel ricostruire il racconto in scena: volutamente non tutto è chiaro e questa enigmaticità chiama ogni spettatore a fare un percorso personale, dentro le tracce seminate dall’interprete.

Perché il Teatro è un luogo che ci permette di vivere diversamente: un luogo che riesce a tirar fuori da ciascuno quell’indomita volontà di vita, che guida i sopravvissuti di ogni distruzione.  

Perché il Teatro ci fa sentire la nostra precarietà, connessa alla nostra inestinguibile capacità di amare.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo CHICCHIGNOLA di Ettore Petrolini – regia Massimo Venturiello –

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Il 10 Novembre 2025, nella solenne cornice della Sala della Regina – Camera dei Deputati

Massimo Venturiello riceve il Premio Petrolini

TEATRO SALA UMBERTO

dal 19 al 22 Settembre 2024

Un luccichio di sorrisi, di flash e di molteplici eccitazioni ha illuminato ieri la serata di inaugurazione della Nuova Stagione Teatrale alla Sala Umberto di via della Mercede, 50.

In scena la celebre commedia di Ettore Petrolini “Chicchignola”’ per la regia di Massimo Venturiello, con Maria Letizia Gorga e con (in o.a.) Franco Mannella, Claudia Portale, Carlotta Proietti e lo stesso Massimo Venturiello nelle vesti di un multiforme Chicchignola.

Lo sguardo registico di Venturiello sceglie di aprire lo spettacolo con l’ironico struggimento del “Tango romano” – brano musicale scritto a quattro mani da Ettore Petrolini e dal Maestro Angelo Burli. 

Il Maestro Burli e Petrolini

Nella seducente malinconia del ritmo binario è racchiuso un sogno che Chicchignola fa suo: vivere una nuova primavera, stagione della vita e dell’animo che dura sempre troppo poco – “un friccico” – ma che fa così bene “ar core”. Riviverla, sarebbe “un sogno d’oro”.

Con questo “prologo” – rivisitazione petroliniana del cliché erotico-sentimentale proprio del teatro di rivista – il regista Venturiello inizia a seminare tracce del filo conduttore che attraverserà tutta la commedia. 

La vita come l’amore è una danza, un tango, che si balla in coppia e dove – dicono i milongheros di Buenos Aires – “l’uomo conduce e la donna dispone e seduce”. 

Siamo intrecciati cioè, come i ballerini di tango, in un “dialogo” dove – anche senza condurre – si comunica all’altro con i propri spostamenti ( di peso ed emotivi ) il proprio respiro. Insieme a tutta una serie di informazioni, che diventano di ispirazione per i passi successivi dell’altro.

Massimo Venturiello

Così, la sagacia del Venturiello regista, ci invita a guardare la splendida commedia di Petrolini, che non a caso ebbe così tanto successo al tempo e ancora oggi non smette di intrigarci. Perché la sua drammaturgia ci legge, parla di noi, di come sia difficile entrare in relazione con noi stessi attraverso l’altro. Ma anche di come non possiamo farne a meno. 

Il sipario si apre infatti su un altro sogno, quello di Eugenia, compagna di Chicchignola: anche il suo sogno – come quello del suo compagno – parla di “oro”.  Ma le sue sono monete e non la fulgente inafferrabilità di un rinnovato sentimento amoroso. 

Massimo Venturiello

Lei si sente furba perché cerca, e crede di aver trovato, la sicurezza economica e reputa invece Chicchignola un fallito perché non la segue nel suo egoismo concreto.

Lui introduce allora un altro passo: non quello della furbizia ma quello dell’ “ingegnosità”, del talento a saper creare e, con perspicacia, saper superare sfide.

Ma lei, Eugenia, non lo segue nel respiro del suo passo “ingegnoso”, né se ne lascia ispirare per proporre qualcosa di diverso. No: apparentemente lo asseconda ma solo per poter intrecciare di nascosto un’altra danza con un nuovo ballerino. 

Perché alla fine – pensa lei – che valore ha un uomo che ama dare vita ad un gioco? Che senso ha produrre e aspirare a vendere qualcosa di immateriale, che non si mangia e che non dà granché da mangiare?

E così Chicchignola, in un mondo di presuntuosi furbetti, diventa ridicolo. 

Ma niente è solo come appare, perché le più disparate personalità vivono dentro di noi. E quella che appare è, spesso, solo quella che abbiamo scelto di far vedere: quella che riteniamo “più presentabile”, più furba, più efficace per essere accettati dai più. 

Sono i “sogni” a mettere in scena ciò che noi siamo davvero.

E Chicchignola sceglie di restare fedele, nonostante tutto e tutti, al suo sogno di una nuova primavera. E si diverte (amaramente) a portare alla luce con il potere delle sue arti – ovvero quella dell’ingegno, quella dell’analisi psicologica, quella della maieutica socratica nonché quella del relativismo pirandelliano – le nascoste identità di tutti.

Un po’ come sollevando le coperte, sotto le quali ciascuno nasconde le sue vere identità. Coperte che l’estro di Alessandro Chiti sceglie di utilizzare  per vestire la scena, realizzando piani diversi di uno stesso patchwork di conformismo.

Maria Letizia Gorga, Carlotta Proietti, Massimo Venturiello, Claudia Portale, Franco Mannella

In scena gli attori Maria Letizia Gorga (una penetrante Eugenia), Franco Mannella (un esplosivo Egisto), Claudia Portale (una dolcemente ambigua Lalletta), Carlotta Proietti (un’enigmatica Marcella) e Massimo Venturiello (un Chicchignola davvero ricco in carisma) volano con il ritmo, ci seducono attraverso il riso e così facendo rendono disponibili noi del pubblico a seguirli nel respiro dei loro passi. Restando loro, sempre in ascolto di ogni nostra reazione. 

Una danza, un tango, davvero irresistibile.

Un modo di fare teatro – allegro, selvaggio, guitto – e di continuare a difenderlo, nella sua essenza irrinunciabile di “dialogo”.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo CARA UTOPIA di Maria Teresa Berardelli – con Claudia Crisafio – regia di Marianna di Mauro –

TEATRO LE MASCHERE, dal 17 al 19 Settembre 2024

LE VOCI DEL PRESENTE, Piccolo Festival di Drammaturgia Contemporanea

Lei può fare tutto: ha il destino scritto nel nome.

Pasqualina é infatti colei che sa soffrire, postura esistenziale di chi prende sulle proprie spalle il peso del mondo e nel farlo si scopre vertiginosamente libera, in confidenza con la morte.

Pasqualina Losacco come il mondo, non si è fermata mai un momento, come la notte lei insegue sempre il giorno. Ed il giorno verrà.

E sarà quello in cui incontrerà un grande cuoco, così da diventare anche lei una grande cuoca. Le piace sopra ogni cosa cucinare e mangiare. Gode nel ripetere a mente i piatti che sa cucinare meglio: ricordarli la nutre, in tutti i sensi. 

Pasqualina Losacco ora ha 75 anni: per natura è raffinata come una regina e incarna un’anima che sa squittire. Ce ne parla un suo deliziosissimo ghigno, il suo musetto secco e appuntito, il suo passo piccolo e veloce e il suo curvarsi come per annusare la terra, avendo in testa un’acconciatura di nuvole inquiete.

E’ curiosa, coraggiosa e quindi intelligente. 

Perché Pasqualina è accorta, mette in campo una sorta di saggezza efficace e concreta, che si manifesta nel modo di acquisire e di utilizzare le conoscenze e nel gestire le situazioni in cui si trova. Anche le più traumatiche. La sua è l’attitudine a comprendere le cose nel loro profondo e nel loro contesto.  Gliel’ ha insegnata il suo sogno, quello di cui è impastata la sua essenza: saper ben “cucinare”, verbo cardine della nostra cultura.

Nel descrivere una trasformazione – quella delle materie prime non sempre commestibili, gustose o salubri da mangiare così come sono – l’arte del cucinare infatti ci parla  della necessità di preparare a “far entrare in relazione” gli ingredienti, realizzando ciò che serve alla vita.

Perché non è sufficiente procurarsi le materie prime, occorre “renderle fruibili”. Ed è di stupefacente bellezza come una necessità biologica si traduca in un’attività culturale, estetica e politica.

Chi sa cucinare associa, separa, assimila, valorizza le materie prime, dando vita ad un’alchimia. “Batti bene la carne – diceva la nonna a Pasqualina – che ti purifichi!”.

Perché l’alchimia culinaria è l’arte di separare le parti meno nobili di un alimento, di depurarlo, di perfezionarlo. Ed è una metafora profondissima che ci pervade. Chi cucina purifica “la propria materia” per estrarne l’essenza: saperla unire ad altri ingredienti significa raffinarla ma anche renderla umana, capace di relazionarsi con altro.

Una drammaturgia potente come un rituale magico; incandescente e insieme “teneramente commestibile” nel sapersi avvicinare al sentire del pubblico. 

Claudia Crisafio, l’interprete di Pasqualina, si lascia modellare ossa, tendini e deglutizioni dalle parole selezionate e “cucinate” da Maria Teresa Berardelli: parole conosciutissime ma di cui ora torniamo ad assaporare il fascino, così da lei trasformate, mescolate.

E allora la voce della Crisafio si fa sguardo per contagiarci della meraviglia dell’ineffabile : ed è evocazione. Oppure si fa gusto, per lasciar plasmare il corpo in una metafisica brama di vorace curiosità. Fino a che – come preziosa materia prima – tutto il suo essere arriva a lasciarsi disponibilmente dilatare oppure possedere da movimenti compulsivi.

Un’eccitazione di cui parla il virtuosismo delle sue mani, mosse da una misteriosa diteggiatura nell’atto creativo del dosare, del versare, dell’impastare, dello stendere e del provocare la lievitazione. Una coreografia maestosamente quotidiana. 

E’ l’acuta regia di Marianna di Mauro, la poesia del suo disegno luci, a rendere carismatico ogni istante, incarnando proprio nel quotidiano più ai margini la densità di un sogno. 

Un sogno “caro” come può esserlo “un’utopia”: preziosa, impegnativa e (apparentemente) ingrata. Cifra di un mondo assurdo ed equilibrato in cui ciò che più si ha di davvero caro non è caro, non è acquistabile. 

L’utopia è infatti il sogno di un non-luogo buono, di cui si sa tollerare bontà e irrealtà. Un idealismo spinto e ricco di valori, dove seppur dichiarare un profondo desiderio non necessariamente gli darà luogo, la fedeltà a quel desiderio avrà però un buon luogo di responsabilità nell’ universo interiore di ciascuno. 

Dentro di noi l’utopia non è bizzarra fantasia ma certezza matematica. Come in Pasqualina.

E con pazienza si potrà arrivare lontano: noi stessi siamo i figli dell’utopia di tanti che, saggi, non sognarono un mondo perfetto, ma un mondo migliore.

Uno spettacolo magnetico, energizzante, lirico, politico.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione del film CAMPO DI BATTAGLIA – regia Gianni Amelio –

Con

Alessandro Borghi

Gabriel Montesi

Federica Rosellini

 Film presentato all’ 81ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica 

Quante forme può assumere il nostro slancio vitale, immerso nell’emergenza traumatica della guerra?

Nella cornice che si avvia a chiudere il Primo Grande Conflitto Mondiale e ad aprire il fuoco dell’attenzione sull’esplosione della successiva guerra pandemica della Febbre Spagnola, lo sguardo poeticamente lacerato di Gianni Amelio riesce a relazionarci alla guerra da un’insolita prospettiva: quella che la vede campo di battaglia tra inedite forme di slancio vitale.

Il regista Gianni Amelio

Il film si ispira, realizzandone un libero adattamento, al libro di Carlo PatriarcaLa sfida” e ha, tra le altre cose, il merito di riaccendere l’attenzione cinematografica sulle conseguenze – mediche ed esistenziali – provocate dalla guerra e dalla pandemia della febbre spagnola, che raggiunse il suo picco nell’ottobre del 1918. Un trauma di cui si è poco parlato al tempo, per vari motivi, non ultimo quello per cui all’epoca costava troppo ammettere di brancolare nel buio. 

Ma ogni trauma è tale proprio perché accade un evento per il quale le attuali risorse per affrontarlo non si rivelano più efficaci. E seppur immersi nel buio, ne vanno ricercate delle altre. Perché “sopravvivenza” non equivale più solo a “resistenza”. Perché diverse sono ora le paure e le aspettative. Perché mutando i confini della libertà, emergono necessariamente altre identità di noi stessi.

Ed è  all’interno di questo disperato campo di battaglia civile che desidera indagare il prezioso film di Gianni Amelio.

Gabriel Montesi (Stefano)

Stefano (Gabriel Montesi) è uno dei due ufficiali medici di un ospedale militare del fronte trentino-friulano. Pur dichiarando di essere ormai insopportabilmente insoddisfatto del lavoro che svolge, non ce la fa ad uscir fuori da questa situazione stagnante che lo sta spegnendo. E che equivale – proprio nel suo rimanere cieco e sordo a come si stia modificando il suo sguardo sulla guerra – ad una sorta di automutilazione del suo slancio vitale.

Federica Rosellini (Anna) e Gabriel Montesi (Stefano)

Un accecante senso del dovere verso la patria e verso l’appartenenza allo status borghese lo portano allora a riversare la sua insoddisfazione in una disamina ossessiva tra chi, dei malati ricoverati, “deve” tornare a combattere al fronte e chi invece “deve essere giustiziato” avendo mentito sul proprio stato di salute, traumatizzato dall’esperienza di guerra appena fatta. 

E’ un gioco di specchi quello che lui inconsapevolmente mette in atto: anziché prendersi cura dell’effettivo stato di salute fisica e morale dei militari, punisce e obbliga chi non dimostra (un ottuso) slancio vitale nel ritornare al fronte, per compensare il fatto di non riuscire lui stesso ad affrontare la guerra con lo stesso slancio iniziale. Il suo fanatismo politico si trascina dietro allora un fanatismo medico, pur di non trovarsi lui stesso faccia a faccia con la nausea che lo pervade e che gli parla della necessità, ora, di un cambio di slancio vitale.

Gabriel Montesi (Stefano)

Come se cambiare punto di vista significhi esclusivamente essere inefficienti e traditori. E non anche avere la capacità di rimanere in contatto con la natura autentica del proprio sentire, che necessariamente muta immersa in un diverso contesto socio-esistenziale.

E infatti non è un caso che l’ossessione verso l’efficientismo predisponga alla prepotenza tipica degli intolleranti, che attribuisce paranoicamente all’Altro le proprie responsabilità.

Impotente quindi di fronte all’ascolto del suo desiderare, e di conseguenza anche verso quello degli altri, Stefano si auto elegge allora allo status di un dio che ogni giorno – quasi come in un contesto da “giudizio universale” – si sente chiamato a giudicare tra Bene e Male. E soprattutto a ben separarli. 

Gabriel Montesi (Stefano) e Alessandro Borghi (Giulio)

Con Stefano, nell’ospedale militare, lavora anche un suo amico d’infanzia – Giulio (Alessandro Borghi) – dalla vocazione di ricercatore e che, anche sbattuto in prima linea, non può fare a meno di continuare a chiedersi cosa significhi “aver cura” degli altri ora, quasi al termine della guerra. La sua postura medica ed esistenziale ci parla del continuo essere in ascolto se il suo sentire resta confermato o se invece propone delle variazioni. 

Alessandro Borghi (Giulio)

Scopre così che ora non ce la fa a “giudicare” e a “separare nettamente” – come fa il suo amico Stefano – il Bene dal Male. E clandestinamente prova compassione per i soldati che si ritrovano a desiderare di mentire pur di non tornare ancora sul campo a combattere. La sua compassione – paradossalmente al concetto istituzionale di cura – si concretizza nell’amplificare, dietro consenso, le ferite di guerra dei soldati, ancora ricoverati ma “giudicati” ottusamente idonei al ritorno in guerra dal “dio Stefano”.  Così enfatizzata, però, la nuova non idoneità elimina ogni dubbio e di conseguenza legittima il congedo autorizzato dal campo di battaglia.

E così, un luogo deputato alla cura e alla riabilitazione finisce per rivelarsi – in un contesto fuori dall’ordinario com’è la guerra – il campo dove si gioca la battaglia tra chi insensibilmente non si cura delle ferite dell’anima oltre che di quelle del corpo e chi, per curare le ferite dell’anima, mutila ancor di più il corpo.

Federica Rosellini (Anna)

I due amici e colleghi saranno poi raggiunti a sorpresa da una loro compagna di studi, ora ridimensionata a volontaria della Croce Rossa – Anna – (Federica Rosellini): una studentessa troppo brava per essere donna e quindi per poter essere riconosciuta nel suo autentico valore anche di medico.  Una figura femminile “mutilata” nel suo slancio vitale ma che fino alla fine- nonostante tutto – riesce a non abbandonare la sua vocazione verso la medicina, accogliendola come un fertile enigma, anche esistenziale, dalle molteplici soluzioni. Un po’ come l’amore.

Federica Rosellini (Anna)

Quasi in sciopero dalle parole – sono in lei i silenzi a prevalere – è nei suoi occhi che lo spettatore può leggere tutta l’ondivaga sublime inquietudine che la abita. S’ intuisce che in passato fosse molto vicina a Giulio e così continua a fare ora. Scoperto il suo insolito slancio vitale verso “il concetto di cura”, dopo un iniziale tentennamento, sceglierà di seguirlo fino a farsi testimone della sua vita.

Federica Rosellini (Anna) e Alessandro Borghi (Giulio)

Un film, questo di Gianni Amelio, che contribuisce a guarirci dalla tentazione all’assuefazione che la guerra tende ad ispirarci. Un film che tonifica l’elasticità del nostro slancio vitale.

E che ci racconta come “il prendersi cura” – così come la democrazia – si fondino sul principio dell’instabilità, del pluralismo, del mediare, del tradurre, dell’accogliere e del comporre le differenze e le diversità. 

Un “prendersi cura” che non trova compimento una volta per tutte: la vita, la democrazia e la medicina non si danno infatti per sempre: sono il frutto di una continua ricerca.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo EVA: GUIDA ESISTENZIALE X DONNE CONSAPEVOLI – tratto da “Il diario di Adamo ed Eva” di Mark Twain – adattamento e regia Alessio Pinto –

TEATRO TOR BELLA MONACA, 12 Settembre 2024 –

In un lussureggiante eden naif (le scene e i costumi sono curate da Loredana Labellarte) nasce la Eva di Alessio Pinto. La incarna una Dafne Barbieri meravigliosamente meravigliata, feconda in musicalità e in colori espressivi.

E’ un’ Eva spumeggiante, morbidamente primitiva, acutamente ingenua e quindi destinata a divenire decisamente molto consapevole. Molto più della Eva di Mark Twain

Il suo è il raggiungimento della consapevolezza di essere una donna dotata non solo di un’intelligenza di tipo razionale ma anche di un’intelligenza emotiva. 

Totalmente sua la narrazione dalla quale non è mai assente il suo Adamo, amato così come è, così come creato: con la sua pigrizia fisica, mentale ed emotiva. E lei è consapevole di non poter fare a meno di avere per lui una predilezione rispetto ad ogni essere del creato. 

Dafne Barbieri

Per convincerlo ad interessarsi di lei, ha scoperto l’arte della seduzione: un uso del suo corpo che inizia ad andare oltre l’esplorazione conoscitiva, oltre la capacità motoria di flettersi, di ondularsi, di rompere i piani, di correre e scattare. E con il corpo anche la sua voce inizia a rendersi duttile a plasmarsi in toni, colori, ritmi sempre più fascinosi. E poi anche gli occhi iniziano a guardare con altre intenzioni ”conoscitive”. E la Barbieri è sapientemente generosa nel dare vita a tutte queste scoperte seduttive. 

Ma Adamo non entra nel grande gioco della relazione: lui scappa. Teme da matti Eva perché è diversa da lui: troppo. Lui è abituato a considerare “buone” cose simili a lui: indifferenti e – soprattutto – utili. 

E anche la Eva di Alessio Pinto – come quella di Mark Twain – si modella per ridimensionarsi alle pretese sminuenti di Adamo: evita che lui si senta in imbarazzo per la sua perspicacia, come quella del saper entusiasticamente dare un nome alle cose. Non smette di farlo, no. Ma trova anche qui un modo per nominare le cose senza farlo sentire in difficoltà, in difetto. Quasi fosse suo il merito.

Le Partenze Intelligenti

Nei momenti più deludenti va allo stagno per verificare cosa sta succedendo dentro se stessa: se ciò che sta facendo vivifica o mortifica la sua natura. E scopre che l’uomo non è “un esperimento”, come lei. E che questo significa che l’uomo ha bisogno di essere assecondato: come se specchiandosi nello stagno volesse vedere due immagini riflesse. 

Ma a lei questo non basta: non è in lui, né solo in lui, che si realizza la sua consapevolezza a vivere momenti di felicità, di momentanea realizzazione. 

La Eva di Alessio Pinto allora inizia ad assumere la consapevolezza che essere servile non la fa stare bene come quando dà linfa invece al cervello: a sue idee personali.  A lei piace sposarsi con la filosofia perché è l’essere grata del suo slancio vitale – guidato da una costante meraviglia – che la conduce ad impazzire di curiosità di sapere. E quindi a sperimentare instancabilmente, fino al raggiungimento della prova che dimostrerà la sua teoria. Ne trae un piacere così profondo, che teme il giorno in cui finiranno le cose da scoprire: allora resterà priva del suo irresistibile piacere. 

Ma oltre ad inaugurare il metodo scientifico e la filosofia, Eva scopre anche le regole del desiderare: che è preferibile non avere troppa fretta nel conoscere tutto. Perché solo un’attesa, e quindi un senso di mancanza, può mantenere vivo più a lungo il suo piacere . 

Alessio Pinto

E la Eva di Alessio Pinto fa un passo in più: scopre e inaugura il piacere eterno. La consapevolezza cioè di lasciare tracce di sé nelle future donne amanti del sapere.

Perché Eva è – e resterà – il simbolo della capacità ad entrare in relazione: non è un caso che ami tanto parlare. Infatti raccontare, confrontarsi – e quindi contaminare e contaminarsi dei semi dell’ Altro – rende “eterni”. 

Ed è così – con il piacere di conoscere (e quindi di “rubare”, ovvero di “sottrarre” all’indifferenza) il bello della conoscenza – che lei sublima, ad esempio, la sua consapevole tendenza a voler “rubare” cose belle come la Luna. Di giorno no, ma di notte lo farebbe senza paura. Ma di Luna ce n’è una sola; e ancora una volta sarà il piacere della condivisione a farla desistere a “rubarla”.

E poi Eva scopre la morte, assistendo un porcellino in fin di vita. E è da lui che impara la dignità dell’ accogliere la morte. E di godere del suo arrivo.

Perché morire può significare non solo ritornare polvere ma anche lasciare scie luminose per chi ci ha conosciuti e amati e per chi, grazie a queste tracce luminose che resteranno di noi, ci conoscerà in futuro, portando avanti il piacere del meravigliarsi. 

Proprio come fanno le stelle: Eva con i suoi esperimenti era arrivata alla teoria – non ancora confermata – che si sciogliessero completamente morendo. Ma, grazie anche a lei, ci fu chi andò avanti nel piacere di sapere e scoprì che le stelle morte non smettono di essere luminose.

Come la Eva, incarnata nella Dafne Barbieri di Alessio Pinto, continua a ricordarci. 

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Rassegna UILT Lazio “Libero Teatro in un Teatro Libero”

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Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo S_MEME di Flavia Di Domenico e Marina Vitolo – regia Francesca La Scala –

TEATRO PORTA PORTESE, 10 e 11 Settembre 2024 –

Rassegna ROMA COMIC OFF 2024 – “Il Festival del Teatro Off della Capitale” – dal 10 al 18 Settembre –

Frizzante ieri sera l’atmosfera al Teatro Porta Portese che ospitava l’atteso spettacolo – scritto e interpretato da Flavia Di Domenico e Marina Vitolo – intitolato “S_MEME” per la regia di Francesca La Scala.

Lo spettacolo è inserito nel programma della seguitissima Rassegna Roma Comic Off 2024 – il Festival del Teatro Off della Capitale – in scena dal 10 al 22 Settembre 2024

Un teatro – seppur ormai crollato – continua ad essere scelto da un’attrice come suo rifugio esistenziale.  Dimenticata da registi e produttori, anche la sua identità e la sua professionalità sembrano crollate. Stessa sorte scoprirà legarla ad una sua ex collega, che cercherà accoglienza proprio nello stesso teatro scelto da lei. 

Ma un crollo non è necessariamente solo una disfatta: può anche assumere il valore di una forte scossa, di un urto necessario per rivedere un certo punto di vista. Ed è quello che le due attrici – in passato acerrime rivali sulla scena – scopriranno. 

Marina Vitolo e Flavia Di Domenico in una scena dello spettacolo

Le due attrici nonché autrici del testo Flavia Di Domenico (Anna) e Marina Vitolo (Regina) – perfettamente a loro agio nel cercare e nel cogliere i giusti tempi comici altalenati a commoventi tinte drammatiche – trascinano il pubblico su travolgenti onde emotive.

Complice la cura delle scene, sapientemente esaltata da un raffinato disegno delle ombre, così come i contributi musicali scelti per sottolineare opportunamente alcuni snodi drammaturgici. La regia dello spettacolo è di Francesca La Scala.

Recuperata la complicità umana e professionale, le due attrici – profondamente bisognose (economicamente, umanamente e professionalmente) di attirare su di sé l’interesse di registi e produttori – si lasceranno incantare e manipolare da facili e ben remunerate occasioni di visibilità televisiva, anche se di scarsissima qualità. 

Diventeranno, grazie ad una rete di inganni costruita dapprima da loro stesse e poi, una volta sempre più “famose” dalla loro manager (Maya, interpretata dalla stessa Francesca La Scala), la brutta copia delle professioniste che erano. 

Francesca La Scala

Ma il destino continuerà a dare loro ancora una possibilità, proprio attraverso un altro “crollo”: per poter ricominciare tutto da capo. In maniera diversa.

Uno spettacolo travolgente che, grazie ad un esilarante coinvolgimento comico – opportunamente punteggiato da momenti di riflessione – pone l’attenzione su una situazione professionale pungentemente reale. 

E’ infatti necessario e urgente tornare ad investire nel Teatro, metafora del conoscere umano che, attraverso la moltiplicazione dei punti di vista, illumina la realtà in cui siamo immersi secondo prospettive diverse, sempre in dialogo tra loro. 

Perché il Teatro promuove il consolidarsi del pensiero critico.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo IL BARDO, VIAGGIO NELL’IGNOTO di William Shakespeare – a cura di Mamadou Dioume – regia Gina Merulla

TEATRO FRANCIGENA di Capranica (VT), 8 Settembre 2024

IMPACT FESTIVAL 2024

Foto di scena by Emanuele Antonio Minerva

Non ci sono scene: i loro corpi sono luoghi sempre nuovi. 

Non ci sono costumi: solo una seconda pelle nera esalta la lussureggiante policromia delle fibre della loro energia. 

Sono la splendente testimonianza di ciò che una concertazione tra il linguaggio della razionalità e quello dell’inconscia interiorità riescono a plasmare plasticamente a livello vocale ed energetico. 

In questo sublime viaggio verso l’ignoto shakespeariano, a dare l’avvio al percorso è un tema assai caro al Bardo perché a fondamento della psiche umana, di cui Shakespeare fu un fine conoscitore: il potere della relazione tra esseri umani e le sue infinite e naturalissime perversioni. 

Il gruppo di lavoro seguito da Mamadou Dioume – attore e collaboratore di Peter Brook nonché Direttore Artistico del Festival – e composto da Francesca Rafanelli, Francesca Mastroddi, Luciano Masala, Damiano Allocca, Lorenzo Colombo, Marco Chiappini, Antonella Prodon, Julia Tola, Fabrizio Ferrari – porta in scena allora, grazie al penetrante ascolto registico di Gina Merulla, anche Direttrice Artistica del Teatro Hamlet Associazione organizzatrice del Festival,  una coreografia di intenzioni che narrano di quanto bisogno abbiamo dell’attenzione dell’Altro. E del danno psichico che subiamo nel momento in cui si tramuta in indifferenza. 

Ecco allora prendere vita la magia dello sguardo, quello distratto e accennato, così come quello più attento e accogliente e che fa esistere, fino allo sguardo che si fa muro rigido e invalicabile verso la diversità dell’Altro. 

Ecco la delusione del restare esclusi, del non essere riconosciuti nel proprio merito e quindi tagliati fuori dal gruppo della socialità. Invisibili, inesistenti.

Foto di scena by Emanuele Antonio Minerva

E poi dopo lo sguardo-muro, arriva l’a’ambigua calunnia manipolatoria che viene versata nelle orecchie e che accende le nostre reazioni più violente. Di cui siamo non sempre consapevoli, perché conoscere noi stessi e poi aprirsi all’attenzione del conoscere l’Altro implica il desiderio di intraprendere un viaggio di esplorazione umana, di cui non si possono sapere in anticipo le conclusioni. 

E’ il fascino proprio di un viaggio dentro di noi che osa muoversi verso l’ignoto, di cui le opere shakespeariane sono una preziosissima testimonianza. Scendono infatti nelle profondità delle dinamiche della psiche umana comprendendole e poi spiegandole a noi, attraverso un’analisi smagliante sui rapporti tra Teatro e Realtà. 

I drammi di Shakespeare sono intessuti di pulsioni alle quali non possiamo resistere ed è per questo che leggendoli abbiamo la netta sensazione che siano loro a leggerci fino in fondo. Perché il Bardo ha dato vita più che a ruoli teatrali a vere e proprie personalità, dove ogni personaggio è un tratto peculiare della natura umana. 

Foto di scena by Emanuele Antonio Minerva

E la sinergia del testo shakespeariano associato o alternato al gesto del movimento coreografico, capace di parlare ai nostri occhi e di scavare dentro le nostre anime, ci ha rapiti e sedotti. Infiammati e turbati. 

Pur essendo uno splendido spettacolo dal punto di vista estetico, ciò che fa la differenza non è l’elogio della forma. Perché qui la forma è il risultato non tanto e non solo di un lavoro tecnico quanto di una disponibilità assoluta degli interpreti ad essere totalmente presenti in scena.

Arriva sottilmente o in maniera deflagrante al pubblico una complicità e quindi una fiducia ad aprirsi nell’esplorazione dei propri abissi interiori, incluso il proprio peggio. Che è ciò che ci accomuna tutti nella nostra condizione di esseri umani. E che solo conoscendolo, e magari provando a farci amicizia, potremo riuscire a rendere profondamente creativo. Divino.

La regista Gina Merulla

E’ ciò che parla dalle spalle degli interpreti, oltre che dai loro volti, nudi di ogni maschera di accettazione sociale; è la scelta prossemica che predilige gli angoli; il disegno luci che cerca il cromatismo delle ombre; il corpo-psiche che si affida alla rottura dei piani; le emozioni che si aprono a congelamenti, a repentine fluidità, a guizzi istintivi, a paludosità, a complicità o a contrasti musicali.

Sono occhi, sono denti, sono mani. Sono torsioni, sono blocchi, sono seduzioni animalesche che scelgono di non opporre resistenza alla forza di gravità.

E’ lo strano, è il diverso, ad andare in scena. E noi del pubblico ci sorprendiamo a trovarlo così naturale!

E’ ciò che emerge dalla straordinaria e quindi creativa e quindi commossa complicità del gruppo di interpreti in scena, nudi di fronte alla natura umana. 

Espressione della magnifica diversità di vari punti di vista


Recensione di Sonia Remoli

Recensione del libro TANTE CARE COSE di Massimo De Lorenzo

BIBLIOTHEKA EDIZIONI

Prefazione di Luca Vendruscolo

Sono “care” e quindi preziose le “tante cose”, ovvero i tanti incontri, che Massimo De Lorenzo – noto attore di cinema e di teatro – desidera rievocare in questo delizioso libro sorprendentemente profondo, pubblicato da Bibliotheka Edizioni.

Incontri che l’autore ha vissuto lasciandosi arricchire da donne e da uomini che hanno dato una forma sempre più complessa e piú completa alla sua vita. Donne e uomini che lo hanno messo in contatto con parti diverse della sua psiche, facendo sì che potesse giungere a conoscersi meglio.

E infatti, cosa si augura ad una persona a cui si vuol bene ? “ Tante care cose!”: di fare interessanti incontri, quelli cioè che stimolano a crescere, a migliorare. In ogni momento dell’ esistenza.

“Care” sono infatti le “cose” cifra di un mondo in cui ciò che più si ha di caro non è caro, non avendo un costo economico. Perché quando ci si vuol sentir ricchi davvero, conta proprio ciò che si ha e che non può essere comprato.

Massimo De Lorenzo

E’ “la casualità” a caratterizzare gli incontri indimenticabili che Massimo De Lorenzo ha vissuto e qui rievocato. Ma “suo” è stato il desiderio a far diventare “necessità” ciò che si è presentato sotto le vesti della “casualità”: suo – grazie alla disponibilità ad entrare in un’autentica relazione con l’Altro – l’aver saputo intercettare, proprio in quel particolare incontro, la possibilità “irrinunciabile“ per accedere ai suoi desideri più nascosti, più personali, più veri. Ad esempio, quei desideri d’amore che sanno andare al di là dei confini fissati dal vivere civile e religioso. O anche quei desideri di conoscenza “erotici”, perché al di là del nozionismo: desideri di fedeli tradimenti, necessari per “rifare proprio” un insegnamento, un’eredità.

Desideri, più in generale, quali “ponti” capaci di mettere in comunicazione due linguaggi differenti: quello fondato sui principi della logica (identità-non contraddizione e causa-effetto) e quello libero da questi principi e vicino al linguaggio inconscio dei sogni. Linguaggi che narrativamente danno vita ad una duplice prospettiva: una dall’alto e l’altra che scende nelle profondità, proprio laddove sono restati incastrati alcuni desideri più personali. Con il risultato che, tornando in superficie, si scopre di conoscere meglio se stessi. Per aver “lasciato le vesti” precedenti: quelle che portano a dire – come alibi al non mettersi in gioco – “…nessuno ti vuole bene come la tua famiglia, la Calabria è sempre la Calabria e nessun posto ci rende felice come starcene a casa propria, che noi abbiamo il cibo più buono, il mare più bello e poi la famiglia…”.

E così quella che apparentemente si presenta come una gradevolissima raccolta di mail reali o immaginarie – una collana di perle di saggezza comica e poetica – in verità ha l’essenza di un’esplorazione “in soggettiva”, dove ogni mail narrativamente “è montata a schiaffo” all’interno di una narrazione quasi cinematografica.

Sono mail che non nascono per avere una risposta: Massimo De Lorenzo non scrive a loro (ai suoi destinatari) ma a tutti, di loro. Perché se é vero che é a loro che l’autore si è raccontato e sono loro che hanno saputo ascoltarlo con autentico interesse ( “ci aprivamo la testa con chiacchierate meravigliose”), le sue mail sono piuttosto degli atti di gratitudine alla Vita per avergli permesso di assaporare com’è “ bellissimo perdersi in questo incantesimo”: quello che riesce a distorcere immobili certezze.

Efficacissima anche la scelta di copertina: un raffinato e spiritoso disegno di Livia Alessandrini che raffigura un Massimo De Lorenzo schiacciato da una prospettiva che lo riprende dall’alto. L’immagine s’intitola “Figurante” e può alludere al fatto che assecondare chi ci guarda dall’alto ci schiaccia a vivere da “figuranti” . Solo osando – e quindi essendo curiosi di scendere dentro di noi portando alla luce i nostri desideri più autentici – ci fa evolvere da “figurante” non solo a “personaggio” ma anche a “persona”.

Perché “niente di grande è stato fatto senza passione” – ricorda hegelianamente l’autore. E perché “chi cerca, prima o poi trova, dappertutto “. Se stesso.

Un libro, questo di Massimo De Lorenzo, che ci legge. E che si fa leggere come un prezioso invito a non perdere mai la curiosità a conoscere noi stessi. Ricordandoci di essere sempre grati nei confronti di quegli incontri che ci hanno saputo plasmare contribuendo a valorizzarci o spingendoci a fare conoscenza – e, nel migliore dei casi, “amicizia – con il nostro peggio”, come direbbe Massimo Recalcati.

Perché solo cosí si generano “tante care cose”.

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Recensione di Sonia Remoli