– LA BALLATA DI UN UOMO QUALUNQUE – scritta e diretta da Francesco d’Alfonso

– Azione scenica liberamente ispirata a La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj –

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AUDITORIUM CAPPELLA SAPIENZA UNIVERSITA’ DI ROMA

dal 6 all’8 Novembre 2026

Atteso appuntamento del del Festival della Divina Sapienza 2026, Opera vincitrice del XIX Concorso europeo per il Teatro e la Drammaturgia Tragos (sezione rielaborazione testi letterari), “La Ballata di un uomo qualunque” è la riscrittura che il drammaturgo e regista Francesco d’Alfonso ha realizzato del racconto di Lev Tolstoj: “La morte di Ivan Il’ic”.

Questa operazione possiede un profondo valore simbolico, che va al di là di una scelta stilistica: è un atto di metamorfosi culturale ed esistenziale. La ballata, infatti, chiedendo ad un autore di trattenere solo i nodi drammatici fondamentali, si eleva a simbolo universale, divenendo un archetipo collettivo. L’attore si fa cantastorie ( o testimone ) e il testo un pezzo di memoria collettiva da preservare dall’oblio.

Come una ballata, la vita e la morte non sono un oggetto statico ma un flusso temporale: hanno una loro cadenza fatta di accelerazioni, pause, momenti di gioia e battute d’arresto.  Una coreografia di base la cui esecuzione richiede un’interpretazione personale che simboleggia, a qualche livello, il rapporto tra le regole del gioco del destino e la scelta della volontà umana sul modo in cui muovercisi dentro.

Ecco perchè, nonostante la ballata popolare nasca per raccontare una storia legata ad un evento memorabile, l’esigenza di Francesco d’Alfonso è stata quella di scegliere di legare la ballata ad “un uomo qualunque”: proprio per veicolare il desiderio di poter guardare ogni esperienza umana potenzialmente come un racconto epico o lirico, in cui l’individuo è chiamato ad attraversare prove, incontri e trasformazioni.

Un concetto, questo, che si lega sinergicamente alla domanda sulla quale si interroga l’edizione 2026 del Festival della Divina Sapienza: “c’è ancora qualcosa per cui vivere?”.

Il Festival della Divina Sapienza 2026 – ideato e diretto da don Gabriele Vecchione e promosso dall’Ufficio per la pastorale universitaria della diocesi di Roma e dalla cappellania della Sapienza – sceglie infatti di darsi come un ponte tra fede e cultura laica, trasformando così la cappella universitaria da semplice luogo confessionale, in un presidio culturale aperto ad ospitare l’arte, la filosofia, il cinema, il teatro, la musica, la scienza e la letteratura.

L’edizione 2026 – partendo dall’osservazione di come il presente sia percepito come un tempo caratterizzato prevalentemente dalla dissoluzione dei riferimenti e quindi dalla solitudine dell’individuo – pone l’invito ad interrogarsi sulla possibilità che ci sia ancora, nonostante tutto, qualcosa per cui vivere.

L’obiettivo non è quello di voler riempire un vuoto in modo retorico, ma di imparare ad abitarlo, così da riuscire a cercare e a trovare una nuova possibilità di orientamento.

Alla base del progetto del Festival c’è l’idea che la cultura, intesa non come accessorio elitario ma come strumento concreto di trasformazione, possa aiutare a restare in ascolto, permettendo la scoperta di nuove “costellazioni di senso”.

Filo conduttore è l’importanza di tornare a puntare sulla dignità dell’individuo: valore intrinseco e inalienabile che appartiene ad ogni essere umano per il solo fatto di esistere, indipendentemente dal ruolo sociale che occupa, dal successo che ha ottenuto, o dalle capacità personali. Un valore che trova fertile concretizzazione nel momento in cui si torna ad avvertire la necessità di non poter fare a meno di entrare in relazione con l’altro: di contattarlo nonostante la sua diversità.

Un valore, quello della dignità, intorno al quale gravita la produzione tolstojana alla quale “La ballata di un uomo qualunque” di Francesco d’Alfonso rende omaggio.

Nella sua drammaturgia la voce narrante diventa quella di Gerasim: il giovane contadino che sente il trasporto di prendersi cura di Ivan Il’ič e che qui Francesco d’Alfonso immagina, dopo la morte del suo padrone, scegliere di farsi testimone dell’esperienza con lui condivisa. Un’esperienza piena di dignità, per accompagnare un altro uomo ad attraversare la sofferenza, fino all’incontro con la morte. Gerasim sente che quella preziosa occasione di umanità vissuta insieme ad Ivan Il’ič può diventare canto per altri uomini e donne, perché parla di qualcosa che tutti coinvolge: la paura della morte. Una paura che, a qualche livello, cela la paura della vita.

Una paura che qui nel testo si cerca di superare rendendo la vita un luogo e un tempo dove circondarsi esclusivamente di sicurezze, in ogni ambito: nel lavoro, nella vita di coppia, nel tempo libero, nel modo di farsi guardare dagli altri. Questo è il tipo di vita che ha sempre condotto Ivan Il’ič: la vita “comme il faut”. Una vita, cioè, conforme alle regole dettate dai superiori, da applicare senza nessun coinvolgimento critico ed emotivo.

Anche nel tempo libero: Tolstoj – e così Francesco d’Alfonso – sottolineano come gli momenti di “intervallo” dall’impegno del lavoro, o dall’impegno della vita familiare, non siano più spazi relazionali generativi: momenti di transizione cioè in cui non si è più ciò che si era prima, ma non si è ancora ciò che si diventerà. Qui, ogni intervallo è solo l’occasione per aspettare che la sfortuna, o la morte, di un simile si trasformi in un vantaggio per se stessi.

Lo stesso gioco del whist – apparente oasi di fuga dalla pesantezza delle formalità quotidiane, che Ivan ama condividere con il giudice Pëtr Ivanovič, suo amico dai tempi dell’università – è un gioco che ruota ancora attorno al concetto di autocontrollo, rappresentando lo specchio di una società che fa del decoro, della compostezza e del contegno esteriore un valore assoluto.

Ecco allora che quella vita che apparentemente sembra tutta improntata alla sicurezza, rivela in realtà un sotterraneo habitat da jungla: un ambiguo paesaggio che nasconde, sotto il decoro di una composta e raffinata distanza verso ogni coinvolgimento relazionale, un selvaggio impulso alla sopraffazione.

Vivere comme il faut implica il cieco aderire ai codici di comportamento dettati dalla società sul modo di vestirsi, di parlare, di muoversi e persino di pensare. Chi è comme il faut non disturba l’ordine costituito: è rassicurante per il sistema perché il conformismo non mostra mai spunti di critico dissenso. Al sistema non importa quanto una persona sia arida, egoista o corrotta moralmente; finché i suoi modi rimangono comme il faut, la società la accetterà e la rispetterà.

Ma ad un certo punto la vita di Ivan Il’ič così confezionata inizia a porgere il fianco a dei piccoli colpi del destino. Il  primo è quello che lo porta a scegliere di sposarsi con una donna del suo livello, che però crede nel valore della relazione: cosa che lui invece detesta, impegnato com’è a separare nettamente i doveri dalle relazioni. Il successivo colpo del destino si fa sentire quando scopre di non essere più apprezzato sul posto di lavoro. Pensa allora di poter aggirare questa delusione cambiando lavoro e puntando ad ottenerne un altro con uno stipendio notevolmente più alto. E ci riesce. Ma proprio quando tutto sembra essere di nuovo confezionato “comme il faut”, gli capita di “distrarsi” durante le udienze e di ritrovarsi stranamente condotto verso qualcos’altro.

Accade poi che questa strana distrazione arrivi a contagiare anche altri momenti della sua quotidianità. Un giorno infatti, nel salire una scala per sistemare personalmente il drappeggio delle sue nuove tende, si ritrova a scenderle bruscamente a causa di una caduta. Un’interessante metafora tolstojana che parla di come la sua ossessione securitaria a voler dar forma ad una vita-teatro di ipocrite apparenze, lo stia invece conducendo verso un sipario che si apre su qualcos’altro.

E’ così che si accorge di avere “un corpo che parla”: che è sostanza, oltre che forma. Ma Ivan fa di tutto per rimanere sordo a questo segnale e per tutta risposta si impegna ad indossare ancora meglio la sua uniforme esistenziale a “liberarsi da tutto ciò che nella vita personale può guastare il retto corso degli affari di servizio”.

E quando il suo corpo si ribellerà a questo modo di essere ignorato e quella di Ivan diventerà una vera e propria agonia, sarà il suo servitore Gerasim a fargli conoscere un diverso significato del “prestare servizio”. Smontando cioè con il suo modo di fare “quella contraffazione dei rapporti di umanità e di amore che si chiama cortesia”.

Cortesia che in maniera sempre più malcelata faticano a riservagli ancora i suoi familiari, da quando quell’atroce dolore al fianco inizia a rovinargli l’umore: Ivan Il’ič si ritrova così sempre più solo. Privato non solo di un’autentica cura compassionevole da parte dei suoi familiari, ma anche senza efficaci cure terapeutiche da parte dei medici consultati. Nei quali Ivan non può evitare di rispecchiarsi: il loro modo di lavorare con distanza senza entrare in relazione con l’altro, era quello che anche lui aveva fatto proprio nel suo campo lavorativo.

Solo Gerasim – con il suo atteggiamento pieno di dignità verso Ivan – gli fa conoscere per la prima volta la rivoluzionaria bellezza del prendersi cura di un altro, con sincero interesse. Ed è così che Ivan si accorge per la prima volta di desiderare sopra ogni cosa la vicinanza, e non la distanza, altrui. Il loro tocco.

Un tocco di cui inizia ad avvertire la presenza anche dentro di se: nel dolore si fa strada infatti una voce che gli chiede cosa desideri davvero.  Una voce con cui gradualmente impara ad entrare in dialogo, fino ad arrivare a toccare il dubbio – che poi diventerà consapevolezza – che quello che lui ha fatto per tutta la vita seguendo il principio del “comme il faut” non è stato un modo di vivere umanamente dignitoso verso se stesso e verso gli altri.

A  questa fulgente consapevolezza si accompagna una sconosciuta capacità a provare finalmente un sentimento di compassione per l’altro: a cominciare dai suoi familiari. Ed è attraverso questo continuo processo di ascolto che il dolore, seppur presente, arriva a non fargli più paura. E la morte può arrivare dandosi in tutta la sua luce.

L’azione scenica de “La ballata di uomo qualunque” di Francesco d’Alfonso riesce a sottolineare con grazia poetico-musicale gli snodi centrali del racconto tolstojano. La costruzione dello spazio scenico e la cura verso la parola e il gesto degli interpreti rendono lo spettacolo trasversalmente fruibile in tutta la sua dolcezza pungente.

L’Ivan Il’ič di Giovanni Cannata restituisce epidermicamente tutta la parabola di un uomo che da manichino tra manichini – come efficacemente visualizzato dallo spazio scenico – attraverso l’insinuarsi del dolore, arriva ad ascoltare se stesso, gli altri e finanche le sollecitazioni della morte. Una descensus ad inferos la sua, che sa arrivare a contattare la luce.

Il Piotr Ivanovič di Jacopo Carta è l’incarnazione del conformismo ipocrita: di questo parlano la sua postura e le sue movenze ancor prima delle sue parole.

Il Gerasim di Gabriele Enrico è un inno alla lirica musicalità del gesto e della voce: il suo è il canto di un umano pieno di dignità.

Praskov’ja Fiodorovna Golovina, la moglie di Ivan Il’ič di Irene Ciani è l’elegante e acuta espressione dell’amore frustato che finisce per accontentarsi ipocritamente di una sicurezza, che però resta affamata di umana dignità. Ne parlano sapientemente l’ambiguità continua dei suoi sottotesti e quell’uso incantevole delle sopracciglia che, proprio come nel testo tolstojano, alludono ad una menzognera tendenza a filtrare le emozioni attraverso la razionalità.


Oggi Domenica 8 Novembre

alle ore 18:00

ultima replica dello spettacolo


Recensione di Sonia Remoli

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