– ARCHITETTURE DELLA MERAVIGLIA di e con Tlon -Maura Gancitano e Andrea Colamedici al Moisai 2026

– Muse, immaginazione e costruzione dello stupore –

SALA OTTAGONA della DOMUS AUREA

10 Ottobre 2026


MOISAI 2026

Voci contemporanee in Domus Aurea

2-18 Ottobre 2026


Nell’incredibile bellezza della Sala Ottagona della Domus Aurea, sabato 10 ottobre u.s. è andato in scena il quinto incontro della nota Rassegna di visite guidate e performance MOISAI 2026 – Voci contemporanee in Domus Aurea. 

La Rassegna – promossa e organizzata dal Parco archeologico del Colosseo, con la direzione artistica di PAV – il 10 ottobre prevedeva un evento dedicato alla Musa Urania, una delle 9 muse figlie di Zeus e Mnemosyne. 

Muse a cui Nerone sceglie di affidare la persistenza della meraviglia legata alla dimora che rappresenta non solo il suo ego divino, ma anche il suo smisurato amore per l’arte e la conoscenza. 

E allora quali migliori custodi scegliere se non le figlie di Mnemosyne? Lei, la dea della memoria, custode – fin dai tempi in cui il sapere si tramandava solo oralmente – della trasmissione del sapere? 

Ad ognuna delle 9 Muse sue figlie, la rassegna MOISAI continua ad affidare le 9 performance in programma in questa quinta edizione 2026. 

Nello specifico alla Musa Urania e’ stato affidato sabato 10 ottobre l’incontro filosofico condotto da Maura Gancitano e Andrea Colamedici di Tlon, dal titolo: “Architetture della meraviglia – Muse, immaginazione e costruzione dello stupore”. 

Urania (il cui nome deriva da Ouranos, “Cielo”) rappresenta lo sguardo rivolto verso l’alto. E per i filosofi antichi la filosofia nasce proprio dalla meraviglia (thaùma) che l’uomo prova guardando il cielo stellato: atto che spinge l’anima a superare i confini del mondo sensibile, avvicinandola a leggi universali.


Come, infatti, la Musa Urania misura e traduce il movimento degli astri in armonia e numeri geometrici, così la filosofia cerca il Logos che governa la realtà, trasformando il caos dell’esperienza umana in una possibile forma di comprensione.

Ma c’è di più: sul movimento degli astri che Urania misura e traduce, i due architetti della Sala Ottagona – Severus e Celer – costruirono il meccanismo per la celebre coenatio rotunda: un salone per banchetti a struttura girevole. Secondo le descrizioni storiche dello scrittore Svetonio, questa straordinaria sala da pranzo ruotava continuamente giorno e notte su se stessa, imitando il movimento della volta celeste, e quindi del Sole e degli astri.  Gli ospiti banchettavano quindi presi dalla meraviglia per un tale spettacolo che simulava la manifestazione del darsi dell’universo.

Una meraviglia che Nerone amava coltivare attraverso l’otium, condizione esistenziale propria della vita vera: non quella trascorsa nel torpore o nei piaceri della folla, ma quella dedita alla sapienza e alla filosofia. Perché solo chi ama dedicarsi all’otium, dialogando con il pensiero dei grandi del passato, riesce a uscire dai confini del presente, contattando tutte le epoche della storia.


Eredità neroniana testimoniata dalla Rassegna MOISAI attraverso il proprio progetto permanente di valorizzazione culturale del Parco archeologico del Colosseo quale luogo in cui la tutela del patrimonio si intreccia alla produzione artistica contemporanea. Testimoniando così come la capacità dei grandi monumenti come la Domus Aurea possano continuare a generare pensiero, immaginazione e nuove forme di esperienza culturale. 

Ma se la meraviglia, condizione dell’animo di cui la Musa Urania è la manifestazione, non si dà come qualcosa di momentaneo, ma come una vera e propria postura esistenziale – quella cioè di non smettere di perdere d’occhio il cielo – qui in Domus Aurea l’eccezionalità sta nel fatto che il
cielo è finito sotto, a seguito degli interramenti dovuti alla “damnatio memoriae”. Un cielo che però viene riscoperto intorno al 1480: quando la memoria da dimenticare torna di nuovo alla luce. Vive un nuovo inizio. Anche grazie a Mnemosyne e alle sue 9 figlie. 

Ecco allora che la prima domanda con la quale i due filosofi Maura Gancitano e Andrea Colamedici ci hanno invitato a interrogarci – quasi come portavoce, loro, dell’oracolo di Urania – è stata: “che cosa cercava chi si è sceso in queste grotte nel Cinquecento?”.
E, più in generale: “che cosa serve affinché accada la meraviglia?”.

Interrogarsi è infatti l’essenza del filosofare: il motore primario della ricerca della conoscenza, la condizione per iniziare ad aprirsi alla meraviglia.

Nerone in qualche modo ci offre una risposta esperienziale nel momento in cui sceglie di denominare il Padiglione del Colle Oppio come “il padiglione dell’otium”. Un padiglione dinamico, da percorrere in attesa di scoprire sempre qualcosa di sorprendentemente nuovo. 


Un percorso dove – per preparare emotivamente l’ospite ad accogliere la meraviglia delle meraviglie, ovvero la Sala Ottagona – Nerone sceglie di farlo sostare immediatamente prima nella Sala di Achille a Sciro: una sala a pianta rettangolare absidata e riccamente decorata a grottesche ma di dimensioni intime e dal basso soffitto. Concepita come tale dagli architetti Severus e Celer proprio per accompagnare l’ospite verso un crescendo di stupore, prima di accedere alla monumentale e rivoluzionaria Sala Ottagona.


Per essere introdotti al manifestarsi della meraviglia quindi – ci dice Nerone – occorre intraprendere un paziente percorso di attesa per arrivare poi al cospetto di qualcosa la cui bellezza è tale da arrivare a toglierci la parola. Qualcosa la cui meraviglia può assumere una forma ambivalente e destabilizzante: Esiodo definiva ad esempio l’effetto di Pandora sugli uomini come “un bel male”. Anche Platone ed Aristotele – ci ricordano Maura Gancitano e Andrea Colamedici – sostenevano che il termine greco per meravigliarsi (thaumàzein) racchiudesse in sé sia lo stupore positivo, sia l’inquietudine o il timore reverenziale di fronte all’ignoto.

Qualcosa che è proprio all’origine della filosofia e che ha portato gli uomini “a sapere di non sapere”. 
Qualcosa di così entusiasmante che chiede di essere accolto senza fretta di uscirne. 
Qualcosa che oggi abbiamo smarrito, presi come siamo dalla fretta di correre dietro a tutto, per paura di perderci qualcosa.

In verità quello che perdiamo è la bellezza di lasciarci meravigliare da qualcosa.

La Sala Ottagona


La Roma in cui Seneca – che per 13 anni fu precettore e consigliere politico di Nerone – scrive il suo “De brevitate vitae” era molto simile alla Roma di oggi: sporca, piena di traffico, dove tutti andavano di corsa. Seneca già allora invitava ad allargare la propria giornata, prendendosi il lusso di dedicare tempo a scoprire ciò che in ciascuno di noi può provocare meraviglia.  Anche Goethe dirà che “il brivido di meraviglia” rappresenta la parte migliore dell’essere umano e la massima vetta a cui l’esperienza e l’intelletto possano aspirare. Perché cercare di contattare occasioni di meraviglia – e abitarla senza fretta – è il modo per arrivare ad essere raggiunti dalle Muse e dal loro sapere. 
Una trascendenza che oggi abbiamo perduto. Così come abbiamo perduto la capacità di restare in attesa dell’arrivo di questo contatto.


Quel giovane romano che cadde accidentalmente in una spaccatura nel terreno sul Colle Oppio e si ritrovò all’interno di una grande “grotta” sotterranea ricoperta di affreschi colorati e ne restò profondamente meravigliato, non ebbe fretta. Cercò ancora, si aprì lentamente un varco più ampio per calarsi dentro e per guardare anche cosa si celava intorno. Ebbe cura della sua occasione di meraviglia.

Scesero poi anche artisti del Rinascimento (tra cui Raffaello, Pinturicchio, Ghirlandaio e Filippino Lippi) per studiare quelle pitture antiche, che chiamarono “grottesche” credendo di trovarsi in grotte naturali. Un sorprendente stile nuovo, mai conosciuto prima, che venne copiato, studiato, rielaborato e che influenzò profondamente l’arte del Rinascimento, e non solo.

E questo grazie a quel giovane romano che, pur trovandosi a cadere dentro il crepaccio del terreno, non ebbe fretta di correre dietro al fare la cosa che aveva in programma di fare. Si soffermò a lungo, invece, accogliendo il contatto con quella forma di meraviglia dalla trascendenza meravigliosa. 


Contatto che possiamo riuscire a sentire anche oggi tornando ad aprirci a quel chiedere, a quel domandare e a quell’attendere che è alla base della conoscenza, della filosofia. 

Se Pindaro era solito chiedere alla Musa l’oracolo per farsene lui portavoce (fr. 150 S.-M.), e se Dante Alighieri domandava ad Urania di essere aiutato per riuscire a pensare e a mettere in versi “forti cose” (Purgatorio XXIX, 40-42) e se ancora oggi la Rassegna del MOISAI continua ad affidare alle 9 muse figlie di Mnemosyne la fertile riuscita degli eventi della propria rassegna, anche noi possiamo tornare a cercare, a domandare e ad affidarci a questa trascendenza meravigliosa, attendendo l’ispirazione che ci avvicinerà all’indagine di una nuova occasione di conoscenza.

Una serata davvero ricca di ispirazione si è rivelata quella affidata alla Musa Urania – ispirazione alla quale siamo stati introdotti anche grazie al farsi oracolo di Maura Gancitano e Andrea Colamedici – dove si sono manifestate occasioni di meraviglia da portare con se, anche dopo l’uscita dalla Domus Aurea.


Recensione di Sonia Remoli

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