– ATTRAVERSAMENTI MULTIPLI 2026 – ideato e curato da Margine Operativo

PARCO DI TORRE DEL FISCALE

Venerdì 12 Giugno 2026


C’è un luogo che rappresenta il riscatto civico di una periferia: un’oasi di biodiversità che preserva la campagna romana, dandosi come un punto di sovrapposizione tra la Roma Antica e il tessuto urbano contemporaneo.

C’è un luogo – brillante esempio di cittadinanza attiva – che ha coinvolto le istituzioni in un dialogo concreto, così da riuscire a trasformare un’area periferica abusiva in stato di abbandono, in un moderno polo di aggregazione e tutela. 

C’è un luogo che ospita una moltitudine di monumenti di epoche differenti: l’omonima torre medioevale (del XII sec.), sei acquedotti romani (tra cui il Claudio e il Felice) e i resti dell’antico Campo Barbarico dei Goti.

E’ il Parco di Torre del Fiscale, parte del Parco Archeologico dell’Appia Antica di Roma. Un luogo che incarna un eccezionale valore storico, sociale e paesaggistico: simbolo della rigenerazione urbana di un’area periferica ad alta densità abitativa.

E’ con questo luogo speciale che il Festival Attraversamenti Multipli – ideato dal gruppo artistico  multi/transdisciplinare Margine Operativo, coordinato da Alessandra Ferraro e Pako Graziani – ha scelto di entrare in dialogo. Un Festival che dal 2001 valorizza il Parco di Torre del Fiscale come palcoscenico diffuso, ospitando spettacoli di danza, di teatro e musica site-specific. 

Perché l’imprinting di Margine Operativo è guardare all’arte come a un dispositivo che può creare cambiamenti e solleticare la propensione a creare connessioni con altri progetti, con altri spazi dell’attivismo culturale, con altri paesaggi urbani.

Il Festival Attraversamenti Multipli è realizzato con il sostegno del Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo. L’iniziativa è promossa e sostenuta da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria – Dipartimento Attività Culturali in collaborazione con Zètema Progetto Cultura.


Tema ispiratore di questo 26esimo viaggio di “Attraversamenti Multipli” tra gli orizzonti mobili delle performing arts – all’interno di una traiettoria progettuale che si sviluppa su più anni – è LA COESISTENZA. 

Perché nessuno può considerarsi sufficiente a se stesso.

Perché siamo tutti connessi – attraverso relazioni complesse – con la terra, con il clima, con gli esseri umani, con gli animali, con le piante, con le culture.

Il valore della COESISTENZA risiede tutto, infatti, nel riconoscimento della legittimità dell’Altro. Consapevolezza che implica la rinuncia al dominio e all’usurpazione dello spazio altrui, unitamente alla valorizzazione e all’integrazione delle diverse identità che contraddistinguono ciascuno. 

Una postura esistenziale che promuove il superamento dei limiti culturali e sociali, puntando sulla coesistenza e sull’interazione, quali antidoti alla frammentazione sociale. 

“Coesistere” è infatti l’atto dinamico di abbandonare il conosciuto per l’ignoto; è l’attraversamento della soglia che separa ciò che è privato e sicuro da ciò che è pubblico e incognito; è il cambiamento di stato, che implica il superamento della resistenza posta da un ostacolo, da una diversità.

“Coesistere” è il farsi ponte tra due sponde opposte. Ma attenzione: un ponte non si può costruire da soli. Si parte da un estremo, ma se manca dove appoggiarsi, ovvero chi ti tende la mano dall’altra parte, non si può fare.

Ecco allora l’importanza di lavorare anche sul “margine”.

Perché “il margine” è la soglia che permette a due elementi di distinguersi ma, al tempo stesso, di entrare in contatto.  

Perché stando sul “margine” si riescono ad analizzare e a valorizzare elementi che stando nel “centro” sembrano secondari, o vengono addirittura esclusi.

E’ così che il “margine” diventa uno spazio di emancipazione e di ridefinizione identitaria. Dal “margine” infatti si può osservare con una prospettiva radicale: libera dagli schemi dominanti e capace di immaginare nuovi mondi. 

Proprio come si è potuto sperimentare Venerdì 12 giugno scorso, nella seconda giornata del Festival “Attraversamenti Multipli 2026”.

La serata è iniziata con uno studio scelto da Carlo Massari/ C&C Company /SPaCCa per i partecipanti del laboratorio “Farsi Corpo_sesto movimento”, dal titolo BESTIARIO UMANO. Uno studio esplorativo sugli attraversamenti emotivi fra allievi al quale ci è stata data la possibilità, il permesso, di assistere, di osservare. 

Il loro rituale di conoscenza ha avuto un inizio molto suggestivo: con gli interpreti avvolti dalla chioma di un albero, i loro piedi sopra le sue radici, in cerchio stretti al suo tronco. Connessi tra terra e cielo.

L’attraversamento energetico con la natura ha trovato un ponte in un particolare utilizzo della voce che, in un crescendo, ha preso le sembianze di una conversazione come tra diverse specie di animali.

Arricchiti di energia linfatica, gli interpreti si sono progressivamente allontanati dall’albero-totem fino ad uscir fuori dal cerchio magico del loro rito, per aprirsi nello spazio verso di noi. 

Esplorando ogni piano dello spazio e ogni forma di disequilibrio, loro osano, si lasciano andare, creano ponti come abbracci, legami come manipolazioni, incantevoli abbandoni pieni di fiducia. 

Una ricerca, la loro, sulle trasformazioni, sul cambiamento, sul sottile confine tra uomo e bestia. Ne scaturisce la fascinosa restituzione di “un bestiario umano” dove i corpi degli interpreti, rivelandosi intimamente, danno forma a sintomi che parlano di vizi, di loro virtù, di pulsioni profonde. Del loro marcare il territorio, dell’invadere e del lasciarsi invadere dall’altro. Generosamente. Egoisticamente. Un bestiario umano dove il corpo diventa il tramite visibile dell’inconscio e dei vissuti interiori di ciascuno. Parti oscure che ognuno di noi è chiamato a riconoscere e a integrare con l’energia razionale, per raggiungere un buon equilibrio di sé.


E proprio mentre tutte queste segrete differenze interiori prendevano forma, nell’aria si diffondeva il discorso di Martin Luther King Jr. “I have a dream” (1963), simbolo universale della lotta al razzismo per un’uguaglianza dei diritti umani. Un discorso il cui valore risiede nell’aver trasformato il dolore per la segregazione in un messaggio di speranza, di pace e di fratellanza. Perché integrare il diverso è possibile.

Nell’ora dell’imbrunire – con la complicità di una brezza dall’aura di presagio – ha preso forma il rituale di congedo dalla vita di Cassandra. Una performance di teatro in prima nazionale di Margine Operativo, dal titolo: KASSANDRA_OVER.

Prima di entrare nel palazzo reale di Micene, Cassandra ha infatti una visione. Vede il suo destino e quello di Agamennone, tentando invano di avvertire il re. Pur possedendo il dono della profezia donatole da Apollo, sa che nessuno le crederà: è la vendetta che le ha riservato Apollo nel momento in cui lei ha rifiutato le sue avances. Ed è così che lui le tolse la capacità di persuadere gli altri, condannandola ad essere inascoltata.

Cassandra è una donna scomoda, straniera, emarginata, perché rifiuta di assimilarsi e di sottomettersi al modello virile. Lei sceglie invece di vivere a modo suo, autonoma, con il proprio spirito critico. Rifiuta la protezione e l’amore dell’eroe Enea, rifiuta i sotterfugi, rifiuta i compromessi. Si staglia perspicace e sola contro il rosso delle fiamme di Troia, prima, e contro il bronzo affilato e lucente di Clitennestra, poi. Purché, fino all’ultimo possa “parlare con la sua voce“.

‘Ecco dove accadde. Lei è stata qui’: così lei entra e vede, permettendo anche a noi – che la stiamo aspettando disposti “nel cerchio magico di uno sguardo” – di sapere, di ricordare. Disattivando, con il nostro ascolto, la maledizione della condanna all’incredulità a cui Apollo l’aveva condannata.

Il rito che va in scena è il racconto di quel che Kassandra pensò prima di “andare a morire”, di come ripercorse la propria vicenda esistenziale, le sventure sue e della sua città, i suoi amori, le violenze subite. La sua versione dei fatti, la sua storia raccontata con la sua voce.

Sussulta sui suoi passi, profetizza con il corpo e si chiede: “perché volli a tutti i costi i doni della veggenza?”. 

E la risposta è: “Il mio ruolo era dire no”. Era andare oltre: affermando la sua non omologazione, affermando la sua non sottomissione. “Kassandra_over”.

Una dinamica, questa, raccontata nel mito perché sempre può riproporsi nella vita. Cassandra – archetipo del segnale di pericolo – viene infatti spesso invocata nella quotidianità della vita in contesti quali l’ecologia, l’arte, l’economia o la geopolitica per indicare coloro che lanciano avvertimenti cruciali sul futuro e che vengono ignorati fino all’avverarsi della crisi.

Trascendendo il mito, il significato di Cassandra è quindi diventato un’importante metafora per analizzare le dinamiche del potere, la cecità della collettività e l’importanza dell’ascolto delle voci critiche.

All’allontanarsi dell’epifania di Kassandra, i nostri occhi si sono riempiti di una nuova luminosità: quella del FUORI FUOCO di Carlo Massari/C&C/SPaCCa.

Qualcosa infatti brillava lassù, sul margine, tra gli arbusti: qualcosa di regale e di deprivato. 

Qualcosa di femminile e di maschile. 
Qualcosa che andava oltre, che attraversava i generi. Affascinava e intimoriva.

Come il suo esprimersi vocale: un’energia dal suono meccanicamente metallico ma dal contenuto bruciantemente provocatorio.

Come il suo darsi posturale: di spalle. A comunicare una barriera ma anche fiducia incondizionata: tipico di chi guida e non si cura delle critiche. Tipico di chi ha il potere di nasconderci qualcosa, risultandoci così crudelmente affascinante. C’è bisogno di sottrazione per farsi irretire.

E lui lo sa. E quando ci ha presi nella rete, si volta.

E ci chiede di guardarlo: “non come una rovina ma come un’alba”.

Perché lui è il figlio del sole, quello che corrode.

Perché lui non ama le leggi, ma le primavere.

Perché lui insinua negli umani il dubbio capace di aprire una nuova porta: “E se fosse possibile vivere diversamente?”. E il suo muoversi “diversamente” nello spazio, ne è una splendida visualizzazione.

E’ Eliogabalo. E questo è il suo ritorno.

Lui che nella società romana rappresentò lo sconvolgimento dei ruoli di genere, il sovvertimento della religione tradizionale e la minaccia dell’assolutismo orientale; oggi  si è evoluto da emblema della degenerazione assoluta a icona della libertà.

Come le cronache del passato lo descrivevano, anche l’Eliogabalo di Massari ama truccarsi, travestirsi. Ma anche mettersi a nudo.  E ci rivela come, sotto al prorompere dei lustrini e delle paillettes, sopravviva un certo suo modo di autosabotarsi. Che lo fa nascondere e poi osare, rompere i piani, le convenzioni. Come un animale braccato che anela alla sua libertà. Celebrando l’anarchia come energia distruttiva e creatrice. Un po’ come l’Eliogabalo di Artaud.

Attraversando poi il confine fluido dell’acquedotto romano – legame vitale tra una risorsa pura e la città,  ma anche simbolo rigenerativo di una civiltà – siamo stati coinvolti in un concerto per violoncello e contrabbasso, guidato da Flavia Massimo e Caterina Palazzi, intitolato “HAYALET”.

Motivo conduttore è stato il riuscire a far emergere quell’ancestrale senso di paura e fascino che resta e sopravvive a tutto: l’hayalet, appunto, tradotto dalla lingua turca come “fantasma”.

Una sensazione evocata attraverso il respiro e quindi attraverso il canto dell’ Aum – suono primordiale e vibrazione creatrice dell’universo – che simbolicamente rappresenta l’unione tra il microcosmo (l’individuo) e il macrocosmo (il tutto).

Una sensazione che ruota attorno all’idea dell’invisibile che interferisce con il visibile, evocando un’atmosfera di malinconico mistero energizzante. 

Un paesaggio sonoro rarefatto, pungente, emotivamente carico di presenze: un viaggio tra silenzi e immaginazione, tra composizioni e improvvisazioni, come quello esperito attraverso la performance musicale sperimentale per violoncello e contrabbasso di Flavia Massimo e Caterina Palazzi.


Un paesaggio sonoro magnificamente integrato al video live performance site specific LIZ + FLxER “In_Between”, il cui valore simbolico risiede nella sua natura di organismo multiforme ibrido, pensato per fondere i confini tra reale e fantastico.

Una meravigliosa installazione immersiva che apre il dialogo tra epoche, trasformando le arcate storiche degli acquedotti del Parco di Torre del Fiscale in schermi dinamici; unendo l’archeologia romana all’avanguardia del video mapping e della grafica digitale live. 

Un’installazione che solletica anche la percezione del senso di liminalità: lo spazio “nel mezzo” (In_Between), giocando con la percezione dello spettatore per creare un universo immersivo fatto di collisioni visive e biodiversità immaginativa. In una continua sovrapposizione tra arti visive e suono, che diventa “quella visione” che riprogramma, temporaneamente, l’identità dello spazio urbano notturno. 

Un’esperienza decisamente coinvolgente, l’occasione proposta dal “Festival Attraversamenti Multipli 2026”. Un’occasione che ritorna dal prossimo mercoledì 17 Giugno fino a sabato 20 giugno al Parco di Torre del Fiscale. Per poi spostarsi a Toffia, in provincia di Rieti, per una due giorni di circo contemporaneo.


Recensione di Sonia Remoli

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