PALMA BUCARELLI E L’ALTRA RESISTENZA – Cinzia Spanò

TEATRO TORLONIA

dal 26 al 29 Marzo 2026

Scruta il cielo cercando segni al di là delle nuvole, la Palma Bucarelli di Cinzia Spanò.

Il suo è un vegliare, un prendersi cura.

Un’inclinazione vitale che trova corrispondenza posturale nel suo darsi prevalentemente di taglio: una scelta che si apre alla discontinuità, alla difesa, alla continua ridefinizione della propria posizione. Il suo è un non allinearsi, un rifiutare l’appiattimento, mostrandosi in una prospettiva più tagliente: schiva ma vigile. 

Prospettiva sottolineata, e sapientemente visualizzata, da una suggestiva drammaturgia del disegno luci fatto di lame che aprono a nuovi sguardi e da un particolare uso della propria ombra: un’amplificazione dell’interiorità che giganteggia sulla realtà.

Fasciata nel suo tailleur rosso ematite – un rosso cromaticamente scuro che parla della sanguigna voglia di vivere di chi è consapevole delle proprie aspirazioni e della necessaria disciplina per raggiungerle – la Palma Bucarelli di Cinzia Spanò va dritta all’obiettivo e scrive al Ministro segnalando il pericolo che corre il patrimonio artistico italiano con la guerra che bussa alle porte.

Il Ministro dell’educazione nazionale Bottai – verificato attraverso il sopralluogo di un ispettore il grado di assoluta mancanza di sistemi di protezione nei musei – decide di autorizzare lo spostamento di tutte le opere più preziose, per nasconderle in posti sicuri.

Pioneristica sovrintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna dal 1942 al 1975, prima donna alla guida di un museo pubblico in Italia, Palma Bucarelli si distingue per le sue scelte indipendenti ed innovative. Prima che l’Italia subisca bombardamenti, lei si adopera ad immaginare come non restare impreparati nel mettere in sicurezza le opere d’arte. E’ molto preoccupata ma, ancor di più, intenzionata a salvaguardare la bellezza del patrimonio della Galleria Nazionale di Arte Moderna. E, più in generale, del “museo” che è l’Italia.

Il primo rifugio viene individuato nel palazzo Ducale di Urbino, poi gli sarà preferita la Rocca di Sassocorvaro nel Montefeltro. Ma questi rifugi si riempiono velocemente e occorre trovare nuovi luoghi sicuri. E poi le opere della Galleria non sono tutte trasportabili: la Bucarelli allora immagina e mette a punto un sistema per conservarle in sicurezza anche all’interno della stessa Galleria. Alle teste di cera di Menardo Rosso provvede lei personalmente, così come a fotografare tutte le opere, in modo da poter assicurare un opportuno restauro nell’eventualità venissero danneggiate. 

Non potendo le opere della sua Galleria trovare rifugio nelle Marche, sarà un sogno a guidarla nella ricerca visionaria, e piena di appassionato realismo, di un rifugio. E’ così che individua il Palazzo Farnese di Caprarola. Lei stessa con la sua Topolino si recherà continuamente per verificare la sicurezza della conservazione.

Ma “l’arte non deve fermarsi neanche in guerra”.

Ed è per questo che bisogna continuare ad acquistare per la Galleria. Interessanti trova, la Bucarelli, opere di giovani quali Renato Marino Mazzacurati, Emilio Vedova, Toti Scialoja: ora vanno proposti lavori che indaghino l’interiorità, che portino a vedere oltre la tela. Non è più il momento della pittura figurativa.

E questa prospettiva si fa strada anche in altre espressioni artistiche: la Spanò regista, opportunamente ricorda come in quegli stessi anni del Novecento si assista alla nascita di Topolino (Mickey Mouse). Un simpatico animaletto antropomorfo, caratterizzato come un simpatico perdente (ispirato al vagabondo di Charly Chaplin) che se la cava con coraggio e ingegnosità. 

A teatro invece fa il suo ingresso Fortunello: personaggio portato al successo da Ettore Petrolini, emblema di colui che attraversa la vita e le sue assurdità riuscendo a cavarsela. Quasi una personificazione ironica della fortuna stessa, nel contesto caotico del primo Novecento.

Ma arriva il momento in cui cadono bombe anche su Milano: sul Duomo di Milano.

“Mussolini ci aveva promesso una guerra breve…ma alla fine non c’è stato niente di vero di quello che ci avevano promesso: l’unica cosa vera sono le vittime”.

Palma Bucarelli trema al pensiero delle sue opere a Caprarola. E non smette di recarsi lì a verificare. Ma occorre spostarle: quel rifugio non è più sicuro. Ma come? 

“Noi non lo sappiamo ancora … ma faremo tutto il possibile”. 

(ph. Laila Pozzo)

La Bucarelli torna a immaginare, torna a scrutare il cielo.

Intanto a Spoleto i tedeschi hanno aperto le casse, destinate a Roma, per trafugare i pezzi più belli. E molte di quelle opere non sono state più ritrovate.

Intanto Hitler nutre il sogno di costruire a Linz il museo d’arte più grande del mondo, con le opere che sta razziando al mondo.

Intanto il nuovo ministro fascista ordina di spostare al nord le opere d’arte rifugiate.

“Occorre disobbedire”.

Finiscono i soldi: tutti si vendono qualcosa pur di mangiare.  La Bucarelli non si perde d’animo e decide di trasformare i giardini della Galleria Nazionale di Arte Moderna in orti e aie per allevare animali da cortile.

I tedeschi arrivano anche al rifugio di Carpegna: qui però lo storico dell’arte Paquale Rotondi riesce ad impedire loro di aprire le casse, complice la loro ignoranza. Rotondi riuscirà, alla fine della seconda guerra mondiale, a salvare circa diecimila opere d’arte italiane dalla distruzione e dal saccheggio delle truppe naziste e dai bombardamenti alleati. E poi c’è Emilio Lavagnino funzionario delle Belle Arti e storico dell’arte, il cui contributo fu fondamentale nel salvataggio del patrimonio artistico romano.

“La rabbia dei fascisti è la più bella medaglia che ci possiamo appuntare sul petto”.

Ora si attiva anche la Città del Vaticano che, grazie alla sua neutralità, diventa deposito sicuro per opere d’arte prelevare da tutta Italia.

La resistenza continua: il 23 marzo 1944, i partigiani dei GAP compirono un attentato in via Rasella a Roma contro il reggimento nazista “Bozen”, uccidendo 33 soldati. La feroce reazione tedesca, ordinata da Hitler, portò alla rappresaglia delle Fosse Ardeatine il 24 marzo: 335 italiani (tra detenuti, ebrei e civili) furono trucidati, con un rapporto di 10 a 1. Dopo la strage delle Fosse Ardeatine i tedeschi tentarono di nascondere il massacro minando e facendo esplodere gli accessi alle cave per seppellire i corpi. Nonostante il tentativo di segretezza, l’orrore venne scoperto e, a un mese di distanza, il 24 aprile 1944, i partigiani di Bandiera Rossa commemorarono le vittime. 

La resistenza continua: servirà ancora un anno. 

Ma “resistere” trascende il valore storico-militare: “resistere” è un fondamento etico, culturale, politico, fondato sulla dignità umana.

Resistere non è solo un ricordo: è anche un orizzonte.

Significa – oltre che vigilare – immaginare, sperimentare, azzardare. Per avere cura. 

E questo spettacolo ne è una splendida testimonianza.

Cinzia Spanò è Palma Bucarelli



Recensione di Sonia Remoli

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