Recensione di CASA LELLA -drammaturgia Giovanna Malaponti – regia Emanuele Baroni e Giovanna Malaponti

SPAZIO DIAMANTE

13 e 14 Gennaio 2026

Cosa non si fa per piacere! Per piacere agli altri. 

E com’è difficile amarsi ed essere amati per come si è, incluse le nostre diversità!

Com’è facile, invece, vivere il sogno di un altro: il sogno che un altro ha scelto per noi. E che finiamo di accettare di vivere per non restare soli. Per stare al gioco delle convenzioni sociali. Per non restarne esclusi. 

Anche di questo ci parla la drammaturgia di Giovanna Malaponti, qui interprete e co-regista insieme ad Emanuele Baroni di uno spettacolo raffinatamente graffiante.

Uno spettacolo che rappresenta lo sviluppo del progetto presentato lo scorso aprile al Festival InDivenire 2025 e premiato come Miglior Progetto Under 30.

Ambientata in una Roma degli anni ‘40, la drammaturgia racconta come nella quotidianità di una casa di piacere possa sorprendentemente venire alla luce una profonda e lacerante storia d’amore. 

Siamo nella centrale e affollatissima Via del Pellegrino ma, in questa coinvolgente finzione, anche noi del pubblico diveniamo possibili avventori.

E’ a noi infatti che, con fare seducentemente famelico, la maîtresse Lella si rivolge (un’avvolgente Giovanna Malaponti) spingendosi fin sul proscenio pur di attirare la nostra attenzione. E’ vero quello che dice: il suo luogo di piacere può essere caldo e accogliente come un abbraccio. Ma a volte l’abbraccio, come si scoprirà, può divenire anche una morsa da cui è difficile liberarsi.

Sebbene la sua postura sensualmente corvina sia decisamente accattivante e la sua voce di una musicalità mordace, ciò che parla davvero di Lella è la delicatezza dei movimenti delle sue mani. Quelle mani con le quali da piccolina e’ stata introdotta all’amore. 

Nella promozione della sua casa di piacere Lella – oltre a vendere incontri calorosi come “abbracci” – sa di poter contare sulla gioiosità delle “sue signorine”. Una in particolare, Vita, è la sua “punta di diamante”, qui interpretata da una solare Claudia Ligorio dai dolci occhi neri e dal rosso sorriso malandrino, premiata al Festival InDivenire 2025 quale Miglior Attrice emergente. Ma Vita è anche una giovane donna che “deve vedere cosa il mondo ha da regalarle”. Un mondo dove la multiforme cromaticità del bianco sa ancora di “zucchero filato”.

La signorina Penelope (la lunare Alice Tempesta) ha un fare diverso: sotto il suo stare al mondo apparentemente ombroso e distaccato, cela una capacità di amare così vera, da riuscire a lasciar libero chi a lei sceglierà di non unirsi. L’amore, scoperto per la prima volta proprio a “Casa Lella”, ha saputo in lei rendere fertili quelle crudezze della vita familiare e del lavoro che fino a quel momento l’avevano fatta rigida e insensibile. Ora, in amore, scopre la bellezza del condividere: “ti devo far assaggiare tutto quello che mangio, cosa che prima mi faceva schifo”. Perché Vita è riuscita ad insegnarle “ad usare la bocca non solo per dovere, ma anche per piacere”. E lo stesso dono della libertà Penelope saprà restituire a Vita, proprio nel momento di maggior sofferenza.

Tra i frequentatori abituali di Casa Lella c’è Giorgio (un efficacissimo Valerio Castriziani): giovane militare disarmato dalle atrocità della guerra (“una parte di me è rimasta incastrata lì”), incapace di amare, capace solo di vincere. Le sue dichiarazioni d’amore per Vita sono sempre vincolate a continui “se”, che celano e poi rivelano comandi: “se mi dici di sì, ti tratterò da regina” e successivamente “ora vai da Lella e le dici che tu te ne vai. Tu sei la regina mia”. Sollecitazioni ben diverse dai “se vuoi ti aspetto” o “se vuoi andiamo al mare” di Penelope, che di fronte ai “non posso”, “non sono coraggiosa” di Vita sente che, proprio per amore, può saper accettare la sua decisione. Per lei così dolorosa.

Assai sapientemente lo spazio scenico sa visualizzare nella sua ambigua nudità – sottolineata dalla drammaturgia del disegno luci di Tommaso Lo Cascio – come tutta la narrazione e la messa in scena dello spettacolo si riferiscano non tanto e non solo ad uno spazio fisico, ma ad un luogo della nostra mente, dove ciò che è diverso e libero fatica ad integrarsi con ciò che crediamo di conoscere univocamente.

Ne parla efficacemente anche l’uso degli oggetti di scena che, dandosi nella loro infinita versatilità di significanti, non sono solo quello che appare, ma molto altro. 

Ecco perché questa “Casa Lella” di via del Pellegrino lascia un segno nello spettatore: parla di tutti noi, pellegrini d’amore.

Emanuele Baroni, Claudia Ligorio, Alice Tempesta, Giovanna Malaponti, Valerio Castriziani


Recensione di Sonia Remoli

Recensione IL BAMBINO DALLE ORECCHIE GRANDI – scritto e diretto da Francesco Lagi

SPAZIO DIAMANTE

dal 3 al 6 Aprile 2025

Come si mantiene la magia di un incontro, con quella grazia del convergere nell’istante?

E’ un mistero.

E’ qualcosa di segreto.

E’ qualcosa che invita a tenere gli occhi chiusi.

Magari, forse, si può provare iniziando a tenersi il più possibile lontani dalla tentazione tutta umana a voler capire e a voler sapere tutto dell’altro.

Perché più si cerca di capire, più ci si allontana, più non si sente nessun solletico. Anzi, l’altro inizia “a pesare troppo” – come rivelano anche i sogni dei due protagonisti in scena – tanto da desiderare “ridurlo in un formato” a noi più congeniale, da portare e da sopportare.

Anna Bellato – Leonardo Maddalena

Le parole rischiano di ammazzare educatamente a colpi d’ascia ogni tensione erotica, soprattutto se guidano un discorso logico-investigativo. Meglio licenziarle affidandosi alla pelle, proprio come canta Franco Califano:

E’ la pelle, è la pelle
Altro che cuore, luna e stelle
Non sognare, non sperare
Non s’inventa l’amore
Noi, eccoci là
Stanchiamo i corpi e non parliamo mai
C’è il silenzio e parla lui
E lo fa come nessuno

Nello specifico, forse sarebbe meglio evitare di usare parole come: “e poi ?”.

L’inganno è quello di credere di avvicinarsi a qualcosa che arde di verità. In verità ci si sta avvicinando al tepore, se non al freddo. Perché sebbene ci sentiamo spinti a rendere tutto chiaro, in realtà la trasparenza non aiuta a toccarsi: ad incontrarsi intrigantemente.

Ne parlano anche gli oggetti di scena (curati da Salgo Ingala): tutti di vetro o di plexiglass trasparente. Belli, sì, ma solo per un pò. Poi diventano insignificanti, anonimi, assai poco interessanti. Troppo chiari. Sterili.

C’è durata, probabilmente, se si riesce a dare vita a continui nuovi inizi: avendo cura dei nostri piccoli misteri che ci rendono interessanti, proprio perchè poco chiari, sfuggenti. Seducentemente imperfetti.

Ma riuscire a dare vita a continui primi incontri, a continui primi inizi, è decisamente un’arte.

Ecco allora che lo spettacolo si dona come un invito ad imparare ad ascoltare suoni più che parole; ad assaporare il buio più che la luce, in quel viaggio in mare aperto – ricco in imprevedibilità e in mistero – che è la quotidianità. Quella quotidianità diurna che siamo portati, a differenza della notte, a regolamentare in ritualità, così rassicuranti ma necessariamente insipide. Soprattutto se si sta inaugurando una relazione a due.

Perché di giorno siamo diversi da come siamo di notte: tutto un verificare se si hanno gli stessi gusti, le stesse abitudini. Per capire se può funzionare, se può durare. Ma non funziona: non c’è gusto. Non scoppiano fuochi d’artificio.

Meglio sarebbe forse allora osare, rischiando di mandare tutto in pezzi, e poi imparare l’arte di rimetterli insieme. Ricominciando ogni volta. E sbagliando sempre meglio. Perché, come scoprono i due protagonisti, spesso ci si sceglie per i propri difetti comuni.

Si percepisce che il Lui di Leonardo Maddalena e la Lei di Anna Bellato sono in grado di fare fuochi d’artificio: ne parlano i loro occhi in quei rari momenti in cui sono in silenzio. Quando parlano, invece, sembrano voler studiare e fissare complicate coreografie di un minuetto, anziché lasciarsi volteggiare in un valzer. Stringendosi l’un l’altra apertamente a sperimentare, a ogni nuovo e vertiginoso giro, una sensazione di libertà assoluta.

Francesco Lagi

Lo specchio che ci pone di fronte questa sapientemente arguta drammaturgia di Francesco Lagi, ci porta ad esplorare lande personali nient’affatto placide: così reali e insieme così assurde che, solo guardandole attraverso il riflesso della coppia in scena, si rivelano in tutta la loro natura godoniana.

Ma la profonda freschezza poetica di Anna Bellato e di Leonardo Maddalena riescono a rendere stimolante – e finanche divertente – accettare l’invito a viaggiare nel nostro quotidiano, proprio come lo spettacolo ci offre di provare a fare.


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello studio ANDROMEDA (o della memoria ritrovata) – scritto e diretto da Francesco d’Alfonso –

SPAZIO DIAMANTE, 10 Maggio 2024 – Festival inDivenire

Come ci affascina l’essere ricordati !

E come può essere affascinante anche “farsi memoria”: ricercare i frammenti sparsi di storie e tentare di riunirli attraverso il racconto ! 

Come erano soliti fare gli aedi greci o i cuntisti siciliani. E come ha fatto anche Francesco d’Alfonso in questo studio, di cui è drammaturgo e regista. Sua cura e sua passione sono state quelle di tentare di dare una possibile forma all’ Andromeda: la tragedia di Euripide andata persa, di cui si conservano non più di quaranta piccoli frammenti.

Francesco d’Alfonso immagina allora che, in una sorta di rituale magico-cosmologico che si avvale del potere demiurgico della parola, il racconto di un cuntista – del quale si ode la voce fuori campo (quella di Gabriele Cicirello) – riesca a scongiurare il rischio che si perda la memoria del mito di Andromeda.

E’ sarà così allora che la tormentata chiusura con la quale si apre la scena, che così tanto allude alla sublime bellezza del blocco marmoreo dell’ “Andromeda” di Auguste Rodin per rendere lo stato di dimenticanza in cui attualmente si trova il mito, potrà sbocciare nella mirabile completezza del ricordo.  

Andromeda” di Auguste Rodin

Il potere vivificante del racconto dona movimento alle acque del mare così come alle costellazioni del cielo, in un mondo “dove la terra confina col cielo, e il cielo col mare“. Ne nasce una danza che disegna onde e cinge gruppi di stelle generando una spuma che si materializza sulla scena attraverso voluttuosi drappi (i costumi sono curati da Elina Maria Vaakanainen),  materia sulla quale prende vita una suggestiva coreografia di movimenti scenici, le cui interpreti sono Giada Primiano, Federica Bisceglia, Sofia Russotto.

Il mito racconta che la madre di Andromeda, Cassiopea, si fosse macchiata del peggiore dei peccati di cui si potevano macchiare gli umani: quello di hibrys (ovvero superbia, tracotanza). Dichiarò infatti che sua figlia Andromeda era più bella delle stesse Nereidi, le quali, offese, riferirono il fatto a Poseidone, che per punirla fece invadere le acque del territorio etiope da una creatura mostruosa. Consultato l’oracolo Ammone per trovare una possibile espiazione al peccato della moglie, a Cefeo fu detto di sacrificare la propria figlia in pasto al mostro. E così si fece. 

Ecco allora che la scena lascia intravedere la tormentata Andromeda incatenata ad uno scoglio, in attesa di essere divorata dal mostro.  Di lei al di là della sublime bellezza della sua postura non possiamo non notare la modernità del ragionare: così libero e così angosciato. Che non conosce rassegnazione. “Chi sono io ?” – osa chiedersi – “perché sono così infelice?… la giustizia mi ha abbandonato”. 

Francesco d’Alfonso rende con efficacia in questa sua drammaturgia le dinamiche psicologiche che abitano i personaggi di Euripide,  espressione di un’umanità così inquietamente moderna, rispetto ai personaggi delle tragedie di Eschilo e di Sofocle, rassegnati alla volontà divina.  

Davvero espressiva Eny Cassia Corvo, interprete di Andromeda: nonostante il corpo preda delle catene. Dilaniante la sua lucidità nel definire l’atteggiamento passivo dei suoi genitori, rassegnati a “condurla viva al sepolcro”. Una madre che le fa dono e danno di una straordinaria bellezza. Un padre, da lei amato sopra ogni creatura, che non fa nulla per sottrarla alla morte. E la consegna al supplizio di una non meglio definita attesa.

Ma all’improvviso, di ritorno dall’impresa vittoriosa contro Medusa, arriva lui: Perseo, “colui che osa andare per l’aria del cielo”. E subito ne resta rapito dalla bellezza, pur così imprigionata nei movimenti; pur così stravolta dalle lacrime. Ne è preso a tal misura che “per poco non dimenticò di battere nell’aria le ali”. 

La regia di Francesco D’Alfonso sceglie di non far risaltare la pesante immobilità in cui si trova costretta Andromeda rispetto alla leggerezza di cui è dotato Perseo, che Euripide faceva arrivare come un deus ex machina.   Chiede e ottiene che il Perseo di Giorgio Sales la convogli tutta nella mobilità degli occhi, nella vibrazione degli sguardi, nella vaporosità dei colori della sua voce. Anche nel ballo di intenzioni e di promesse che si scambiano, la potenza incandescente della loro tensione è tale che non serve che si tocchino. La regia di Francesco d’Alfonso lavora in sottrazione e coglie nel segno.

L’amore tra Andromeda e Perseo fu tale che durò oltre la morte: dalla terra al cielo. Perché l’ardire del loro vivere fece sì che Atena li consegnò al mondo delle stelle. 

E se è vero che la costellazione di Andromeda è facilmente individuabile nel cielo boreale soprattutto tra settembre e gennaio, è parimente vero che alimentare il ricordo, ovvero riportare al cuore le storie che rischiano di andare perse, è la cifra della nostra umanità. 


Recensione di Sonia Remoli