– AUTOBIOGRAFIE DI IGNOTI – Elena Bucci

TEATRO BASILICA

13-14-15 Marzo 2026

Che cosa significa coltivare il proprio talento?

Forse chiudersi a realizzare quell’unica attitudine verso la quale, al momento, abbiamo avuto modo di sentire un trascinamento?
O magari lasciare che ci avvolga comunque una vaga nebulosità, dalla quale possono emergere nuove propensioni di noi stessi, così coinvolgenti da non volerne seguire una sola? 

Come accadde al poeta e scrittore portoghese Fernando Pessoa: che pubblicò assai poco in vita non riuscendo spesso a chiudere in maniera univoca i suoi scritti. Visto che ogni finale, anziché concludere l’argomento, era l’occasione di nuove possibili aperture, di nuove possibili prospettive.

Perché “l’azzurro è troppo azzurro” per noi. 

Così come capita a “la Monica”: una delle identità delle “Autobiografie di ignoti” accolte nel flusso di coscienza di Elena Bucci. A “la Monica” capita che certe parole poetiche la sollevino in alto e la facciano volare, volare. Ma poi ad un certo punto dalla troppa bellezza, “la Monica” sviene.

Ecco, forse avere talento significa essere disponibili a svenire quando, scoprendo una nuova passione che riflette una nostra attitudine che non conoscevamo ancora, riusciamo a lasciarcene trasportare fino a sfiorarne la bellezza. “Venendo meno”: perchè abbiano avuto accesso a qualcosa di infinitamente grande per le nostre capacità sensibili.

Coltivare talenti significa allora lasciarsi vestire da un abito, come quello indossato da Elena Bucci: pieno di aperture, di tagli.  Un “habitus”, un modo di stare al mondo, dove ci possono raggiungere sempre nuovi indizi sulle nostre attitudini, perché ci manteniamo aperti a possibili rivelazioni su di noi.

Coltivare talenti significa anora fare e poi lasciare (e lasciarsi) la libertà di scegliere, e di non scegliere. Scoprendo che “il treno dei desideri nei nostri pensieri all’incontrario va”. 

Significa “sposarsi con un velo di appuntamenti da tenere tutti aperti”.

“E se” – ci invita a immaginare Elena Bucci – “se la nostra vita fosse come un bar?”

Un fumoso luogo di occasioni, di incontri. Dove attraverso le vite di altri sconosciuti abbiamo l’opportunità di scoprire parti di noi che costituiscono quell’io che crediamo unico, mentre invece è meravigliosamente frammentato in molteplici identità. Di cui possiamo sentire le voci, come accade a “la Monica”. E di cui possiamo scoprire di innamorarci. Accorgendoci di non sentirci soli, anche quando siamo da soli. 

Ed è in un fascinoso bar con luci basse e un’avvolgente fumosità – seguita da quell’identità musicale che prende forma attraverso Fabrizio Puglisi – che Elena Bucci, creatura dal fascino vellutato ma aperto anche a improvvise ruvidezze, così come a echi di infantile ancestralità, si declina in fantasmagoriche variazioni di umanità. Restituendole a noi attraverso nuovi profili e prospettive di se stessa. 

Il suo è un flusso di coscienza ricco in imprevisti: curve, salite e inebrianti discese. Sempre alla ricerca di nuovi incroci: tutti da esplorare. Lasciando entrare ogni possibile corrente energetica e assecondandone ogni possibile interruzione e ripresa.

Contagiati dal suo sentire, può capitare di uscire dal Teatro Basilica con una strana apertura alla curiosità di scoprire che “domani è un altro giorno” e chi sa cosa potremo conoscere di noi stessi.

Magari di desiderare una vita spericolata, “di quelle che non si sa mai”.



Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo CANTO ALLE VITE INFINITE – Progetto Terra mater matrigna – di e con Elena Bucci

TEATRO BASILICA, dal 3 al 5 Maggio 2024 –

E’ un moto di ricerca che nasce da una sensazione di esilio.

E’ il grato rammarico di aver tradito le proprie origini e l’eroica malinconia che accompagna un tornare. Solo ora capace di cogliere, recuperare e quindi tradurre ciò che prima risultava inassimilabile.

E’ un processo alchemico di separazione, di cottura e quindi di purificazione.

E’ il raggiungimento di quel “libero uso del proprio” – che passa per l’attraversamento degli opposti – di cui parla Friedrich Hölderlin.

E’ poesia di greca e di dantesca memoria: un nostos e un itinerarium mentis ad matrem novercam.

Elena Bucci

Ma per accedere al cancelletto – ricoperto di fedele edera – a custodia dei sottilissimi confini tra presente e passato, tra vita e morte,

occorre vestirsi di buio. E farsi buio.

Occorre girare su sé stessi fino a rischiare di perdere l’equilibrio.

Occorre rendersi flessibili e quindi disponibili ad accogliere tutto come “canne al vento”.

Allora ci si ritrova trasformati in creature volatili capaci di alzarsi da terra e di tornare ad ancorarsi, questa volta con la prensilitá di artigli. Fino a riuscire a giocare a stare su una zampa sola. 

Così ci si dà Elena Bucci, stregata e poi complice della Luna, parlando la magia del canto. Resiliente ad una luce satinata che cela il troppo per poter aprile lo spettro cromatico (la cura delle luci è affidata a Loredana Oddone). Il suo corpo ora sa usare le ginocchia per sostenere il peso del passato, i piedi per aderire alla terra e da lì potersi librare. Le sue braccia sanno prendere la forma più adatta a reggere il peso della tradizione per poterlo lanciare in una trasformazione.

Christian Ravaglioli e Elena Bucci

E la sua voce: gracchiante e insieme così modulante; graffio e balsamo. Contrappuntata dalle musiche originali di Christian Ravaglioli al pianoforte e alla fisarmonica. E dalla drammaturgia del suono di Raffaele Bassetti.

Christian Ravaglioli e Elena Bucci

Solo così le è permesso sfogliare la sua storia e la storia della sua Terra come fossero pagine di un libro. Solo così le è permesso dialogare e riconciliarsi con i fantasmi delle vite infinite che hanno dato forme diverse alla sua esistenza.

E fare la pace, perdonare, accogliere avendo misericordia. 

Perché lei ora sa di aver fatto e di continuare a far del bene con il Teatro.

Perché il suo teatro affronta argomenti che l’informazione giornalistica stenta ad affrontare.

Perché quella della Bucci e della sua compagnia Le Belle bandiere é la vocazione a portare in salvo quella molteplicità di specie umane, artistiche e linguistiche a rischio di estinzione. O di divisione.

Christian Ravaglioli e Elena Bucci

Perché “la bellezza è nella molteplicità: lì il suo mistero”.

Un diluvio di applausi cade su questo mirifico viaggio. Che lo accoglie pienamente.

Elena Bucci


Recensione di Sonia Remoli

Recensione dello spettacolo RISATE DI GIOIA – Storie di gente di teatro – da un’idea di Elena Bucci –

TEATRO VITTORIA, dal 19 al 24 Settembre 2023

Ma quanto è bello un teatro abbandonato ! Di quanto fascino resta impregnato ! Non quello, certo, tipico di una florida attività commerciale. No. Piuttosto quello di un luogo che riesce comunque a farci da perimetro, lasciandoci però liberi di volare. Ancora.

Marco Sgrosso (Umberto) e Elena Bucci (Tortorella) in “Risate di gioia” al Teatro Vittoria di Roma

Soprattutto se a scoprirlo per noi e a disvelarcelo, quasi come archeologi che sanno come muoversi tra le rovine dell’Arte, sono due “dipendenti” del mondo del teatro. Non quelli bagnati dalle luci della ribalta ma delle tinche teatrali: coloro, cioè, che generalmente si trovano ad interpretare solo piccole battute per di più di scarsa importanza nell’articolarsi della storia raccontata. Tortorella e Umberto sono delle tinche sì, ma innamorate perdutamente della vita: quella che fluisce continuamente dentro la magica scatola teatrale.

Marco Sgrosso (Umberto) e Elena Bucci (Tortorella) in “Risate di gioia” al Teatro Vittoria di Roma

In questo epifanico spettacolo, che nasce da un’idea di Elena Bucci – che ne condivide la drammaturgia, le scene, i costumi, l’interpretazione e la regia con Marco Sgrosso e che trova nel disegno luci di Max Mugnai un sublime contrappunto nel riuscire a “portare alla luce” ogni “rinvenimento” dell’anima – tutto accade durante una notte di Capodanno. La notte più magica ed evocativa di ogni altro giorno dell’anno. La notte in cui inevitabilmente si ripensa a ciò che è stato e – titubanti ma anche eccitati – ci si apre ad un futuro tutto da inventare.

Marco Sgrosso (Umberto) e Elena Bucci (Tortorella) in “Risate di gioia” al Teatro Vittoria di Roma

Spettacolarmente la scena si apre nel momento in cui – lontani dagli schiamazzi di fine anno – Tortorella e Umberto, prossimi al rinvenimento archeologico di un teatro diroccato e abbandonato, ne dilatano quel che resta della membrana-sipario. E quasi come entrando dentro il taglio di un quadro di Lucio Fontana, restano investiti da un nuovo “venire al mondo”. Nuovamente partoriti, i due sono invasi da una meraviglia totalizzante: che paralizza e insieme apre al desiderio di volare. L’interpretazione e l’uso della voce di Elena Bucci e di Marco Sgrosso è tale da rendere queste due spinte con palpabile metafisica. E assistervi come spettatore è un’estasi inebriante. La parola e il gesto passano, infatti, continuamente da una sorta di intorpidimento a una divina musicalità. Che rapisce. Perché “niente sta fermo” ma tutto fluisce in uno scorrere eracliteo. Dove anche la musica (è Raffaele Bassetti a curarne la drammaturgia e il suono) si mette a servizio della parola: ne cerca continuamente la radice, la sottolinea, l’accarezza, la segue quasi sussurrando. In un unicum di rara bellezza.

Elena Bucci (Tortorella) e Marco Sgrosso (Umberto) in “Risate di gioia” al Teatro Vittoria di Roma

Finalmente soli sulla scena, Tortorella e Umberto sono tentati di cogliere questa occasione per immaginare di essere, per una volta, ciò che non sono mai stati nella realtà: dei primi attori . In verità però su questa tentazione narcisistica finisce per prevalere ancora una volta la meraviglia. E quella che voleva essere un’esibizione individualistica, si impreziosisce di una sacra voglia di coralità e di altruismo. Perché loro sono l’Arte e non il Teatro. E al pronunciare le parole magiche “ti ricordi !?” vengono invasi – in un furore tra l’apollineo e il dionisiaco – dall’urgenza di riportare alla memoria, e quindi alla vita, tutti coloro che pur nei loro piccoli ruoli artigianali costituivano il “profumo” del teatro. Un insieme di funzioni – dal suggeritore al portaceste – che davano forma ad un micro linguaggio costituzionale del teatro. Un elogio del “piccolo” che piccolo non è. E come tale va salvaguardato, ricordato. Per tenerlo ancora in vita. Perché loro sono “gli antenati” e vanno menzionati non solo quale reticolo di indispensabili funzioni ma anche ricordandone i nomi e i cognomi. Perché “chiamare per nome” salva l’identità e cura l’unicità del valore di ciascuno.

Marco Sgrosso (Umberto) e Elena Bucci (Tortorella) in “Risate di gioia” al Teatro Vittoria di Roma

Ma dalla preziosa rievocazione di Tortorella e Umberto prendono corpo anche i turbamenti degli “stregati” : gli attori, perennemente in bilico tra “sono io o sono il personaggio?” e che proprio in questa fluidità, in questo perdersi, ci restituiscono il meglio di ogni essere umano. Perché il loro non è un semplice “fare finta” ma un essere disponibili a restare “stregati”. Ogni volta. Sono “le belle bandiere”, duttili ad essere invase dal vento della follia: una disposizione d’animo umana e divina, di cui non si riesce a dare una definizione esaustiva e categorica. Così come avviene per l’amore. Perché porta sempre altrove. Ed è la magia di ogni improvvisazione. Gli attori sono un mistero: vivono nella speranza di lasciare una scia, di essere ricordati. Vivono ossessionati dalla memoria: dapprima da quella relativa alla fedeltà al copione e poi da quella che deriva dall’aver saputo tradire il copione stesso. Struttura, rigore ma anche libertà e ribellione. Perché questo è il Teatro. Perché questa è la Vita.

Marco Sgrosso (Umberto) e Elena Bucci (Tortorella) in “Risate di gioia” al Teatro Vittoria di Roma

Uno spettacolo ricco e accurato come un archivio. Vivo, però: pulsante. Così attento al fascino delle minuzie da rapire. Totalmente.

Un teatro di ricerca, questo della Compagnia “Le belle bandiere” che si origina dal desiderio di imparare e di continuare a trasmettere il patrimonio tecnico-poetico dei maestri, in un fluire di esperienze e di pensiero.

Un teatro di incontri e di reciproche illuminazioni, che risveglia energie insospettate e nutre l’immaginazione.

Perché noi siamo chi abbiamo incontrato. E possiamo evolverci a seconda di chi e cosa vogliamo incontrare.

Perché apertura, confronto e curiosità sono necessità imprescindibili, nel Teatro e nella Vita: aiutano a prendere coscienza del proprio valore e dei propri limiti e a guardare il mondo da prospettive sorprendenti. Scongiurando l’autoreferenzialità.

Un Teatro sovversivamente amoroso – quello della Compagnia “Le belle bandiere” – di cui abbiamo un immenso bisogno.  

Marco Sgrosso (Umberto) e Elena Bucci (Tortorella) in “Risate di gioia” al Teatro Vittoria di Roma


Recensione di Sonia Remoli