IO E BAUDELAIRE – regia Francesca Macrí

I POETI MALEDETTI _ N.1

Un progetto BIANCOFANGO

con ANDREA TRAPANI

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TEATRO ARGOT STUDIO

dal 27 Febbraio al 1 Marzo 2026

Che cosa hanno in comune un poeta e un bambino che a scuola, di nascosto, legge poesie di Baudelaire?

Che cos’è un poeta? 
Qualcuno che sa fare del buio della paura, qualcosa di luminoso. 
Qualcuno che come “il principe delle nuvole abita la tempesta”.
Qualcuno che aiuta ad affrontare quel rimuginino che assale il nostro misterioso organo della milza, e che Baudelaire chiamava “spleen”. Perché tu, “Dio del buonumore, cosa ne sai tu dell’angoscia?”.

“Nei dintorni della sua adolescenza” quel bambino che di nascosto a scuola leggeva Baudelaire, scopre altre due magnifiche ossessioni: la musica classica e Nanni Moretti.

In particolare adora i concerti del Maestro Maurizio Pollini, bambino prodigio diplomato in pianoforte all’età di nove anni. E un giorno riesce a coronare il suo sogno di vedere da vicino e dal vivo le mani del suo mito: mani modellatrici di suono, di forma, di intenzioni.

L’esecuzione iniziò con quasi un’ora di ritardo e solo anni più tardi il giovane scoprirà che quel giorno, in quello che per lui fu un interminabile tempo d’attesa, il suo mito cadde in difficoltà, immerso nel buio del ricordo di un trauma: quello che anni prima lo costrinse ad interrompere la sonata “Al chiaro di luna” per un vuoto di memoria. Proprio lì, al Teatro La Pergola. 

Il Maestro Pollini attraversa il suo momento di buio “cantando” quelle battute che non riesce a ricordare. Risultando magari un pó goffo come l’Albatros, ma anche libero e leggero nel riuscire ad andare al di là dell’aver “paura di sbagliare un calcio di rigore”.

Perché “la paura ci fa tutti uguali: soli e vigliacchi”. 

E così, con l’ardore inquieto e inventivo di Andrea Trapani, si apre lo spettacolo I POETI MALEDETTI _ n.1 Io e Baudelaire _Who wants to live forever?

Un progetto Biancofango, di cui Francesca Macrì e Andrea Trapani condividono a quattro mani traduzione, drammaturgia e regia. E dove – legando in una partitura alchemica, poesia, musica e autobiografia – realizzano una sintesi artistica capace di trasformare il ricordo personale in esperienza esistenziale collettiva; la performance in mezzo di auto-esplorazione dell’anima.

Ne deriva un’ascolto – che si fa esperienza immersiva – dove il messaggio emotivo del verso viene potenziato dalla capacità di tradurre l’inesprimibile, propria del pianoforte. Lo strumento che più si avvicina alla voce umana, capace di “parlare” là dove le parole si fermano.

Ed è sortilegio. Un mistero che si propaga dal dialogare, come per piccoli scarti, tra la parola evocativa di Andrea Trapani e il suono dalle infinite variazioni del pianoforte, specchio dell’anima.

Una grazia feroce che sa restituire quel quid meravigliosamente maledetto, che lega l’esperienza autobiografica, i testi musicali selezionati e il verso baudelairiano.

Un verso colmo d’inquietudine, di tormento, di perversione – “rovello dell’epoca contemporanea” – che paradossalmente trova espressione soprattutto nella forma, ricca in vincoli metrici o ritmici, del sonetto. Che Baudelaire considerava di “bellezza pitagorica”, come ricorda Valerio Magrelli.

Andrea Trapani se ne fa come profeta dal barbaro incanto: solennemente sensuale, maledettamente dolce, selvaggiamente musicale. Trapani riconosce diritto di parola a ciascun demone che abita la sua mente, tanto da non riuscire ad essere più così sicuro della sua supposta identità: “Conosci chi è io, chi è Andrea?…Ma tu che dici?”.

Così come s’insinua, serpeggiando, il dilemma del “vivere per sempre”: luminosa conquista o peso dall’insostenibile leggerezza, se si resta soli, se si perde l’amore?

L’eternità è il nostro oggi: questo mondo ha un solo dolce momento messo da parte per noi” – ci ricordano Brian May e Freddie Mercury.

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Recensione di Sonia Remoli