– contrabbasso Felice Del Gaudio –
dal 9 al 12 aprile 2026

Personaggio con una propria voce e una propria presenza fisica, il contrabbasso di Felice del Gaudio apre lo spettacolo introducendo il lato oscuro, profondo e tormentato della narrazione.
Narrazione che si dà come un rito: il rito di un difficile risveglio; il rito dei continui inizi – che ciclicamente si originano dalla fine – scanditi dalle parole di Concetta: “Lucarie’, Lucarie’, … scetate”.
Formula qui in scena pronunciata da una maschera sensualmente demoniaca, incarnata in Marco Sgrosso: maschera duale, portatrice della luminosità di un buio che sa introdurre a un disordine ordinato, capace di sfidare convenzioni sociali e religiose. Un presepe che qui prende le sembianze del basso napoletano: unione di sacro e di quotidianità recondita e sordida. Luogo, non solo fisico ma anche dell’anima, che può esalare cattivi odori ma che brulica di un’ umanità viva e ricca di sentimenti. Elemento necessario per poter sperare in un’umanità che si rinnova, in un ciclo di nascita e morte; in un continuo passaggio dal vecchio al nuovo, da destrutturare continuamente: qui, in variazioni per contrabbasso e voce. Dove, in un’interazione profonda che non esclude il valore della resistenza, è l’attrito ciò che rende reale e non ideale il movimento tra la voce del contrabbasso e quella dell’attore.

Un movimento “basso” come un certo tipo di immobile napoletano: la tipica abitazione a piano terra con accesso diretto sulla strada, vero e proprio teatro di vita a cielo aperto, dove la dimensione privata si fonde costantemente con quella pubblica del vicolo.
Un movimento “basso” come un certo tipo di umanità; come i toni profondi e tormentati del contrabbasso; come le posture della maschera di Marco Sgrosso. Un movimento che “costa”, che richiede energia, che resiste e riparte con un ritmo sempre nuovo: ironico, grottesco, ansioso, misteriosamente inquietante. Come il ritmo della tarantella, che secondo Roberto De Simone (vedi La tarantella napoletana ne le due anime del Guarracino) si muove su una precisa linea di basso, sulla quale si eseguono variazioni.

Eccola allora la maschera di Marco Sgrosso insinuarsi in scena, morbidamente strisciando sul contrappunto viscerare del contrabbasso: qui il corpo di Sgrosso si fa materia che si oppone e si plasma sensualmente attraverso forme curve, vitalizzate da repentini scatti verticali. Tutto in lui recita: finanche i capelli. E la lingua: che espone l’interno all’esterno, in relazione, in sfida. In sinergia con il corpo della sua voce – melliflua, tagliente, erotica – e con le metamorfosi delle sue mani.

Uno spettacolo che vibra della tensione di una jam session e dove, come in un sacro rito, ci si apre al desiderio di una “pace senza morte”, recuperando tutta la preziosa memoria del sottosuolo: quella che ha ricevuto adeguato riconoscimento e quella che è ancora in attesa di riceverlo. Iniziando e chiudendo circolarmente il rito, cioè, con Eduardo De Filippo, Enzo Moscato e Totò, per passare poi attraverso Raffaele Viviani, Roberto De Simone, E. A. Mario, Libero Bovio, Angelo Manna, Giovanni Boccacciari, Ferdinando Russo. Cantori della sublime bellezza di una stratificazione sociale e ambientale che caratterizza l’identità della città partenopea, sin dai tempi della dominazione spagnola. Stanze che risuonano di colorita poesia, ancorate ad una tradizione destinata a non morire, vivido affresco dell’essenza di Napoli.
Lo spettacolo – che nasce come dedica al Maestro Leo de Berardinis, figura fondamentale dell’avanguardia teatrale italiana che ha sviluppato un rapporto profondo e innovativo con la cultura e la drammaturgia napoletana all’interno di un processo di sperimentazione continua – è prodotto da Le Belle Bandiere, con il sostegno della Regione Emilia Romagna e del Comune di Russi.

Recensione di Sonia Remoli
