LA SORELLA MIGLIORE – regia Francesco Frangipane

– di Filippo Gili –

TEATRO VASCELLO

dall’8 al 12 Aprile 2026

Evoca un’eleganza nostalgica, l’interno dai toni sofisticati dove la penetrante regia di Francesco Frangipane ambienta la labirintica drammaturgia di Filippo Gili.

Un interno – luogo non solo fisico – pieno di spigoli più che di morbidezze, che parla di come chi lo abiti si impegni – senza riuscirci davvero – a non pensare a “come si stava bene prima, male ora, e forse ancora peggio in futuro” (la cura delle scene è di Francesco Ghisu).

Emerge dall’inquieto torpore di ombre oniriche, la coscienza di un fratello che otto anni prima ha ucciso una ragazza in un incidente stradale, sotto l’effetto di stupefacenti e con una momentanea interdizione alla guida. Una coscienza, la sua, che lui dichiara risiedere “nell’intercapedine” fra il bene e il male.

Questo fratello (Luca, interpretato da un efficace Alessandro Tedeschi ) trova accoglienza domiciliare in casa di sua sorella (Sandra) e assistenza legale nell’altra sorella, Giulia.

Ma cosa si nasconde sotto queste diverse forme di aiuto?

Cosa rivela in noi il peso di un dolore? 

E’ in questi meandri che ci invita ad addentrarci la drammaturgia di Filippo Gili.

Ed è così – in un accattivante gioco di specchi dove ciascuno scopre un proprio recondito rimando nel modo di essere dell’altro pur apparentemente così dissimile – che interpretazioni calibrate e sapientemente straripanti mettono a nudo le stratificazioni e le intercapedini dell’animo umano. 

Ecco allora che il fare plateale della sorella avvocato, ci si rivela progressivamente in tutto il suo cavilloso serpeggiamento: la Giulia di Vanessa Scalera sa intrigare lo spettatore, infatti, con il suo darsi prossemico, posturale, vocale teso spasmodicamente alla ricerca di intercapedini legali (e non solo) dove insinuarsi. 

E allora ci si chiede: ma davvero a noi interessa cercare la verità, la giustizia?

O forse, soprattutto quando ci tocca così da vicino, propendiamo a manipolarla questa presunta verità, a boicottarla, cercando dettagli allo scopo di confonderla e di rallentarla? Dando voce così a quel “campo di X” e a certe nostre esigenze interiori, altrimenti sconosciute.

Esigenze qui colte acutamente dalla sorella Sandra: una sorprendente Aurora Peres, apparentemente schiva e lontana dai riflettori, come la descrive anche sua madre. Una composta Michela Martini pronta anche lei a intercettare spazi per furtivi piaceri.

Perché essere sorelle e fratelli oltre a poter rappresentare un supporto emotivo, costituisce anche “un limite” al narcisismo dell’Altro: così diverso eppure familiare. Tanto da farci da specchio, come questo spettacolo riesce efficacemente a visualizzare.

Perché essere sorelle e fratelli ci getta in un confronto che – al di là della gelosia – può aiutare a definire la nostra identità. Avviandoci all’apprendimento della condivisione.

Perché è in famiglia, prima forma di società civile, che può iniziare a costruirsi quel legame di comunità, che va oltre quello del sangue.

Uno spettacolo accattivante, questo scritto da Filippo Gili e diretto da Francesco Frangipane, che riesce a restituire allo spettatore tutta la sensazione di come in noi si insinui l’inquieta seduzione a cercare spazi di confine per invadere l’altro.

Spazi di confine, intercapedini, di un interno familiare prima ancora che sociale.


Recensione di Sonia Remoli

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