Drive my car

Il film, che ha vinto:

  • il premio per la migliore sceneggiatura al 74° Festival di Cannes
  • il Golden Globes come miglior film straniero
  • il miglior film del 2021 per la National Society of Film Critics è un adattamento cinematografico dell’omonimo racconto di Haruki Murakami, contenuto nella raccolta “Uomini senza donne”. (Leggi il comunicato ANSA).

E’ inserito qui tra le Recensioni Teatrali per il suo intrecciarsi strettamente al teatro.

Una coppia vive la perdita della figlia di quattro anni. Riescono a rimanere insieme e a mantenere ciascuno una propria forma di equilibrio, accettando di farsi interpreti di un racconto. 

Un racconto a puntate, che la moglie, in una sorta di trance erotico, “consegna” di volta in volta al marito. Lei, appena raccontato, lo dimentica: sarà il marito a memorizzarlo per ri-raccontarlo alla moglie, che ne farà una sceneggiatura per la tv. Nessuno dei due sa, ancora, che questo racconto a puntate parla di loro, del loro destino. La moglie, infatti, attraverso i convegni d’amore, è come se domandasse inconsapevolmente aiuto, per continuare a vivere. In risposta, riceve un racconto-oracolo da decifrare: proprio come avveniva a Delfi, quando per bocca della Pizia, il dio Apollo consegnava i suoi responsi enigmatici a chi si rivolgeva a lui in cerca d’aiuto.

Il responso dei responsi era costituito dal monito “conosci te stesso e vivi secondo misura”. Misura o autodisciplina che la stessa liceale, protagonista del racconto-oracolo, s’impone ma che poi smarrisce per un’incapacità, tutta umana, di entrare davvero in relazione con l’altro. Più avanti si scoprirà che la parte finale del racconto è stata consegnata non al marito ma ad un giovane amante della moglie. Il quale, in un momento d’angoscia, successivo alla morte della stessa, deciderà di consegnare/confidare al marito la vera conclusione del racconto.

Il potere magico-terapeutico della parola, alla base di ogni relazione, permea tutto il film e viene sottolineato dai testi (e dall’interpretazione degli stessi) delle due pièces teatrali messe in scena dal marito regista: “Aspettando Godot” di S. Beckett e “Zio Vanja” di A. Cechov. Testi che parlano dell’umana difficoltà di vivere, cioè di entrare in relazione con gli altri. Disponiamo però di due “chiavi” per entrare dentro la nostra casa, per conoscere noi stessi, attraverso l’altro: l’amore e la relazione con il personaggio da interpretare. 

Due modalità di entrare in relazione così profonde, da superare la stessa diversità delle lingue: innovazione del marito-regista è infatti quella di mettere in scena una sorta di babele delle lingue, in cui tutti riescono magicamente a comprendersi a un livello più profondo. Il titolo stesso del film cela questo messaggio: guidare la mia auto equivale a dire guidare la mia vita e quindi conoscere me stesso. “Bisogna vivere – scrive Cechov – spaventoso non è conoscere la verità ma vivere senza sapere come stiano veramente le cose”.

Dopo la morte della moglie, il marito continuerà il proprio percosso conoscitivo affidandosi ad una misteriosa ragazza che gli farà da autista. Sarà lei ora la sacerdotessa di Apollo che lo aiuterà a proseguire il percorso verso la conoscenza di sé, in una dinamica a specchio. “E’ indispensabile entrare in relazione con qualcuno, fidarsi – dice Cechov – per conoscersi, per vivere”. Ma soprattutto per sviluppare una creativa capacità di soffrire.

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