Fuggi la terra e l’onde

TEATRO INDIA, 8 Settembre 2022 –

Si fa strada nel buio. Ed entra con scanzonata eleganza, lui: chiuso nel profondo mare nero di un abito, dal quale spumeggia, bianchissima, una camicia. Il blu resta imprigionato negli occhi; l’acqua salata tra i capelli. Eppure il capriccio di un’onda gli invade la fronte. Solo su lui, complice, cade a picco la luna.

Sempre scanzonatamente, cavalcando l’estro e l’imprevisto delle onde, fischietta e ci pare di sentire: “Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti, siamo gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri, e non abbiamo da mangiare,  come è profondo il mare, come è profondo il mare”. Un dramma collettivo. E ci guarda insistentemente. Anche noi lui. E decidiamo di “salire a bordo”. La sua voce ci fa accomodare; ma è un attimo.

Avanzano le onde e, basculando, siamo costretti a cercare di continuo l’equilibrio. Misterioso è il mare, mai spaventoso. Complice, mai amico. “Sul mare si fugge o si rincorre qualcosa”: così scrive Joseph Conrad. Ma, come una canzone d’amore, il mare sa anche cullare i nostri cuori: cosi il finale de “La mer” di Charles Trenet. È un fascinoso montaggio di testi letterari e musicali, tenuto insieme dal fil rouge del tema del desiderio, quello scelto e organizzato da Lino Guanciale per questa magica serata.

E poi leggende e credenze marine da tutto il mondo, dove scopriamo essere “eroi gli uomini, quando incontrano l’onda del mare”. La platea si lascia incantare da questo interprete, profondo e dolce, che sa declinare tutti i colori del mare servendosi dei suoi occhi, dei suoi capelli, della sua voce, del suo corpo. Tra sussulti, sorrisi, sospiri e risa, prendono vita onde di applausi, che si srotolano sul “piccolo” mare di Corigliano Calabro, così come sul “grande” mare dell’epica. E sui versi dell’ Eneide, vanno le note di Fred Buscaglione.

E ancora: due diverse traduzioni a confronto: quella celeberrima di Annibal Caro e quella attualissima di una studentessa, che però trova come esaltare il focus del testo: la natura di “profugo” di Enea. Il fondatore della nostra civiltà, sì Enea, era un profugo. È interessante ricordarlo. Così come profugo della contemporaneità, per cinque lunghi anni, è stato il piccolo-grande Alì Ehsani, protagonista del libro “Stanotte guardiamo le stelle” (Feltrinelli). “Non litigare mai e non rassegnarti mai”: questi i “comandamenti” ereditati da suo fratello Mohammed, che non riuscirà ad arrivare insieme a lui in Italia. In mare e in terra, il suo fianco resterà orfano di questa preziosa presenza.

E come tutti coloro che ardono tra le fiamme del desiderio vitale, anche Alì non potrà fare a meno di aspettarlo tornare. Non tornerà. Ma scoprirà, Alì, che basterà alzare lo sguardo per ritrovarlo nelle stelle che popolano il cielo sopra di lui.

Lino Guanciale ha conosciuto personalmente Alì e quale testimonial di UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite), oltre all’impegno per le campagne in Italia, ha partecipato a brevi missioni in Libano nel 2017 e in Etiopia nel 2019. Nel mondo sono oltre 80 milioni le persone costrette alla fuga per guerre e persecuzioni. Donne, uomini e bambini sfidano il mare, il deserto e le montagne in lunghi e drammatici viaggi alla ricerca di un futuro e di un posto più sicuro.

“Restituire speranza a chi ha perso tutto, significa restituirla anche a noi stessi – dice Lino Guanciale nel suo diario di viaggio – Perché la cura reciproca è l’unico antidoto efficace contro la violenza e le derive fondamentaliste”.

Recentemente, il 25 agosto scorso, Lino Guanciale ha ritirato il Premio Ginesio Fest 2022 “All’ Arte dell’Attore”. Il direttore artistico Leonardo Lidi e i giurati del Premio San Ginesio, Remo Girone, Rodolfo di Giammarco, Lucia Mascino, Francesca Merloni e Giampiero Solari, si sono detti orgogliosi di conferire questo riconoscimento ad uno degli attori che negli ultimi anni si è sempre più distinto non solo per le sue indiscusse qualità attoriali, ma anche per la sensibilità artistica. Aspetti, questi, che lo hanno reso uno degli artisti più amati dal pubblico italiano.

Gli uccelli

TEATRO INDIA, 3 e 4 Agosto 2022 –

Entrano insieme, attraversando velate nuvole, uniti dal comune intento della narrazione. Sono Uccelli che si appollaiano in diagonale sulla sinistra del palco; Umani che si stanziano nel centro; Suoni che si sintonizzano sulla destra.  

Rievocano “l’inverno del loro scontento”, quando dalla notte del 3 dicembre, tutte le nuvole, sepolte nel petto profondo del mare, iniziarono ad incombere minacciose. Un vento di ghiaccio a salire. Gli intenti a mutare. E gli Uccelli ad essere “sempre più agitati e fruscianti come seta”.

Nell’omonimo racconto di Daphne Du Maurier, a cui lo spettacolo si ispira, non sono stati gli Uomini ad andare a chiedere agli Uccelli di prendere il governo delle loro città, come nella celebre commedia di Aristofane. No. Qui gli Uccelli, animati da una fame senza desiderio, sembrano stregati da un incantesimo. Costretti “con regole assegnate” e “codici di geometrie esistenziali”. Ubriachi di moto: il vento li anima, il vento è il segnale che precede i loro attacchi. Vento che gli interpreti rendono magnificamente nella voce; attraverso un’accurata prossemica ed esteticamente con ventagli neri, di piume.

La scrittrice Daphne Du Maurier

Gli uomini li guardano ma non sanno osservarli: solo Nat Hocken (colui che ripara cancelli e rafforza argini) sa farlo. Solo lui si rende conto che stanno “cambiando le prospettive al mondo”. Ma come Cassandra non viene creduto. Gli Uccelli hanno modo così di invadere le città, come gli Achei di uscire (apparentemente) all’improvviso dal cavallo di Troia.

Li vediamo anche, gli Uccelli: inquietantemente disegnati e proiettati su teli di velatino. Sono bianchi, sono neri, sono piume, sono becchi: “mescolati in strane amicizie, in cerca di una specie di liberazione, mai soddisfatti, mai fermi…come uomini che temendo una morte prematura, per reazione si buttano a capofitto nel lavoro oppure impazziscono”. La strana agitazione degli Uccelli risalta con evidenza anche perché le città sono molto tranquille e apparentemente si sentono ben protette. Appese alla routine quotidiana, alla musica della radio o ai comunicati-oracolo, trasmessi di tanto in tanto. Che questa volta non sono frutto dell’appassionata recitazione di Orson Welles, quando la sera del 30 ottobre del 1938, convinse mezza America che i marziani avevano dichiarato guerra alla Terra, dando vita a “La Guerra dei Mondi” !

Aleggia un’incomprensibilità della natura umana che ricorda “l’immensa complessità e la confusione dell’andare avanti degli uomini” raccontato con disperata malinconia in “Uccellacci e uccellini” da P.P.Pasolini.

Particolarmente accordati gli attori (Lorenzo Frediani, Tania Garribba, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Stefano Scialanga e Camilla Semino Favro): la voce di ognuno, “corpo” più di un corpo. Sofisticatamente efficaci i costumi dei tre “Uccelli” , riempiti da posture e piccoli scatti assai credibili.

Suggestivo il contributo sonoro di rumori e strida di uccelli (l’elettronica è di Alessandro Ferroni) deformati e ritmati come in una partitura e malinconicamente accompagnati dalla chitarra elettrica di straziante bellezza di Fabio Perciballi.

La regia di Lisa Ferlazzo Natoli e l’adattamento di Roberto Scarpetti hanno saputo restituire efficacemente il clima d’attesa, le atmosfere ossessive e il finale inquietantemente risolto nella minaccia di un’attesa ulteriore. Particolarmente persuasiva, inoltre, l’idea di coniugare metaforicamente la narrazione a tinte gotiche con il clima di rilassatezza, da club degli anni ’40.

La scrittrice Daphne Du Maurier

Central Park West

TEATRO 7 SETTE presso L’ORTO BOTANICO, 17 Luglio 2022

di Woody Allen

regia Antonello Avallone

con Flaminia Fegarotti, Claudio Morici, M. Angelica Duccilli, Elettra Zeppi, Antonello Avallone –

Due coppie di amici si frequentano da anni. Apparentemente tutto procede perfettamente tra loro ma non appena si insinua un sospetto che poi risulta confermato, allora tutte le parti coinvolte rivelano di essersi già da tempo accorte di qualcosa, senza aver sentito l’urgenza di andare oltre.

Perché finisce un amore ? Che cos’è davvero “l’intimità” ? Come si sopravvive a tradimenti seriali? Avviliscono o fanno scoprire insospettatamente di voler essere più “aperti” ? Queste, alcune delle domande dentro alle quali il testo di Woody Allen va a spiare, a origliare, ad annusare, ad allungare la mano, in maniera leggera o ammiccantemente profonda ma sempre con uno scoppiettante effetto esilarante.

Effetto che la compagnia teatrale diretta da Antonello Avallone dimostra di saper sostenere per tutto lo spasmodico crescendo dei colpi di scena. I dialoghi tra i personaggi sono ricchi di sottintesi e malintesi, di bugie e di contraddizioni. Ma è proprio da questo non detto incomprensibile che scaturisce la tragedia e, insieme, la risata.

In scena una living room borghese, al centro della quale troneggia un elegantemente minimalista mobile bar, sul quale occhieggia beffardo un Ennio Flaiano in giarrettiere. Per antonomasia roccaforte della socializzazione, soprattutto quella che più visibilmente stenta a decollare, il mobile bar promuove preludi a sconcertanti rivelazioni, che poi sanno di poter atterrare in morbidezza, se non altro sull’immancabile divano.

Phyllis ( una Elettra Zeppi che sa come mantenersi funambolesticamente sull’orlo di una crisi di nervi) è una psicanalista di fama, che scrive i suoi libri manipolando e sciacallando i casi clinici dei suoi pazienti (e che un po’ ricorda il Trigorin de “Il gabbiano” di A. Cechov).

Carol (la vibrante Flaminia Fegarotti) e’ ossessionata dal successo e dal carisma della sua amica Phyllis. Howard ( l’intensamente tragi-comico Antonello Avallone) è uno scrittore interessante ma non di successo, incline alla depressione e a replicare suicidi ( un po’ come il Treplev de “Il Gabbiano”). Sam è l’avvocato di successo alla ricerca di una nuova “intimità” ( il croccante fuori e morbido dentro Claudio Morici). Juliet (la dolcissima M. Angelica Duccilli) è, apparentemente, l’ Elena di Troia della situazione.

Uno spettacolo che ruba scroscianti risate, imbarazzate risatine e insospettate riflessioni.

Lo scenario “en plein air” dell’Orto botanico corona il tutto.

Riccardo II

TEATRO INDIA, 20 e 21 Giugno 2022

Un lento e dilaniante gocciolio stanco accompagna il nostro prendere posto in sala. Un gocciolio di sangue, scopriremo più avanti. “Sangue” è una parola che ricorre costantemente in questo adattamento del regista Danilo Capezzani. “Sangue” che scorre e sangue che stagna e gocciola; “sangue” come casata, discendenza, famiglia; “sangue” come temperamento, indole; “sangue” come coraggio; “sangue” come vendetta: “non c’è balsamo se non il sangue”.

Capezzani sceglie di presentarci fin da subito un Riccardo II umanissimo nelle sue contraddizioni. Un re, mollemente disteso sul suo trono e che non appena tutto l’uditorio si è seduto, si gira su un fianco, verso noi del pubblico, per confidarci quanto “lunga e tortuosa” è la sua condizione di re, che “conosce più tormenti mortali di quelli che lo adorano”. Che proverebbe una qualche consolazione se solo riuscisse a trovare “un paragone” tra la sua condizione e il mondo.

È il cruccio che apre e chiude lo spettacolo; è il cruccio degli addii: di chi sta iniziando a seguire la Fine, la morte. La nostra più vecchia amica, quella che ci ha accompagnato per tutta la durata del nostro cammino. Unica vera certezza dell’essere umano. E in qualche maniera, volendo anche noi fare “un paragone”, è la stessa condizione “esistenziale” che ha dato origine alla composizione della struggente ballata “The Long And Winding Road” dei Beatles: unica presenza musicale dello spettacolo.

Cantata (o anche solo fischiettata) e accompagnata dal vivo dalla chitarra classica. Con sublime suggestione. Interessante è che anche John, Paul, George e Ringo siano riusciti a partorire questo loro capolavoro, nel loro “ultimo” periodo, trovandosi in pesante disaccordo fra loro, sia dal punto di vista artistico, che personale. E Riccardo II, come il cantante, indispettito dal dolore, si rivolge alla Fine, alla Morte, desideroso di capire perché, che senso ha, essere lasciato così: “inerme, senza sapere la via da seguire”. Senza trovare nessun aiuto, non solo in un vero amico ma neppure nelle lenti e nei prismi di un binocolo.

Questo interessante sguardo di Capezzani sulla figura di Riccardo II, umanissima proprio nel suo essere piena di contraddizioni, viene declinato anche scenograficamente attraverso l’idea di un regno simile ad un ring, al cui centro troneggia, di sbieco, un re dispotico ma anche insicuro, incline alla riflessione, all’introspezione. Un re, che non sa dove “mettere i piedi”: che abita il suo trono/letto a testa in giù, appoggiando i piedi sul guanciale, o che, nell’andare verso la guerra d’Irlanda, sale in piedi sopra divani. Un re giovane, quasi adolescenziale.

Un re solo: gli altri personaggi raramente entrano nel ring. Prevalentemente sfilano sui praticabili sopraelevati che lo circondano, quasi fossero sulle mura del palazzo. Ne emerge un senso di soffocamento, di oppressione, di accerchiamento, più che di potere. È un re che cerca, a volte implora, il conforto e il sostegno del pubblico. Consapevole che molti tra noi faranno come Pilato. Consapevole di aver perso potere sul suo popolo.

Un re che, disperato, sfonda il sipario e si appropria di un ultimo spazio. Vulnerabile. Un re, come un Cristo crocefisso e tradito dai suoi. Un re che si ostina a trattenere una corona, in bilico tra un’aureola e una fascetta per capelli. Il sipario è dietro. E cela il mondo degli intrighi. Un mondo nuovo che sta prendendo forma, come un ologramma. E che cerca una nuova figura di re.

J. Coghlan, Riccardo II nel castello di Pomfret

Un mondo che emerge dalla nebbia, che una volta dipanata, lascerà nudo Riccardo II. E lui, a quel punto cercherà di avvolgersi nel sipario: ultima cortina tra vecchio e nuovo mondo. A volte si ha la sensazione di una regia cinematografica, ricca di primi piani, mezzi campi (anche in soggettiva) e campi lunghi.

Gli attori dimostrano un’ottima gestione del corpo e della voce. In alcuni magici momenti sembra che intorno a Riccardo II ruoti un malefico carillon. L’uso delle luci rende con molta efficacia la diversa densità delle atmosfere che permeano la zona antistante e quella retrostante il sipario: il mondo dell’introiezione, del racconto da consegnare ad un uditorio da mandare a casa in lacrime (complice anche un poetico testamento rap) e quello delle cospirazioni, delle ambiguità, dell’avanzare del nuovo, della fine di un ciclo.

Tutto lo spettacolo brilla di una cura vertiginosa.

E rapisce.

Vite a scadenza

TEATRO MARCONI, 15 Giugno 2022 –

“Audace è chi riesce a fare qualcosa del proprio buio”. Senza lasciarsene schiacciare.

Dopo la morte del padre, avvenuta quando aveva solo sette anni, Elias Canetti (premio Nobel per la Letteratura nel 1981) dedica tutta la sua vita a “fare qualcosa del proprio buio”: il trauma della morte. Imprevista. Inattesa e che nel suo essere inimmaginabile, ci coglie impreparati. Indifesi. E ci angoscia. In questo testo Canetti prova a immaginare, invece, un’ipotetica società “diversa”, dove lo stato di impotenza umana di fronte alla morte viene rovesciato grazie ad un espediente: si nasce sapendo già la data della propria morte. La propria data “di scadenza”. Ma sarà davvero preferibile?

Claudio Boccaccini, regista di questo adattamento, all’età di sette anni, scopre, come racconta nell’emozionante monologo “La foto del carabiniere”, cosa significa vivere la morte. Nascere dalla morte. Intorno ai sette anni, infatti, viene a conoscenza del fatto che la sua nascita è stata possibile anche perché qualcuno (il vicebrigadiere dell’Arma dei Carabinieri Salvo D’acquisto) sentì l’urgenza di fare qualcosa del “buio altrui”, quello dei ventidue civili ingiustamente rastrellati per essere condannati a morte dalle truppe naziste, nel corso della Seconda guerra Mondiale. Tra i ventidue civili, Tarquinio, il padre di Boccaccini. Il ventitreenne Salvo D’Acquisto scelse allora di “tramontare”, di anticipare la “scadenza” della propria vita, di stabilire lui (forse) una “scadenza”, offrendosi alla morte. Forte della consapevolezza di lasciare un prezioso testimone, regalando inebriante vita non solo ai suoi amici ma anche ai loro figli. In atto e in potenza: già nati o ancora solo desiderati. 

Sarà forse per un simile destino di prossimità alla morte che, in questo adattamento del testo di Canetti e nella resa registica dell’intero spettacolo, Claudio Boccaccini rivela una speciale sensibilità nel lavorare sul binomio vita-morte e sull’angoscia ad esso collegata.

Un orologio senza lancette abita il fondale, quasi stampato su uno stropicciato lenzuolo di raso nero che ricopre un letto (per eccellenza luogo di nascita-vita-morte) posizionato verticalmente. In alcuni momenti chiave dello spettacolo, le lancette mancanti del quadrante dell’orologio vengono rese, con geniale naturalezza, da posizioni assunte dai personaggi. Apparenti “padroni” di questo tempo distopico. Loro stessi “lancette” del nuovo tempo.

Ma nonostante ciò, anche da questa umanità “semplificata” emergono insoddisfazioni e nuove paure, rese da un disegno luci spietatamente avvincente e da un’espressività struggentemente ambigua degli interpreti, in bilico tra l’orgoglio di vivere nel momento di “massimo progresso” della storia e l’inspiegabile fascino per l’inquietante, ma vibrante, vita di chi li aveva preceduti.

Nello specifico, il disegno luci sa rendere l’insinuarsi della luce che si fa strada all’interno delle crepe che attraversano l’angoscia. E al contempo sa come rendere l’emergere delle ombre da un’apparente quiete rassicurante: sintomo dell’insistenza della vita, che non si accontenta di “programmi”, “di scadenze” e che scopre di volersi nutrire ancora di caos vitale.

La densa espressività degli interpreti, poi, sa non escludere lampi di vertiginosa audacia dentro quella paura, che solo apparentemente cerca la quiete. Un’espressività che riesce ad esprimersi anche nonostante le maschere, che in alcuni momenti dello spettacolo gli interpreti indossano e che danno vita ad efficaci giochi di specchi.

Perché gli uomini, forse, sono fatti per continui inizi, per nuovi orizzonti tutti da scoprire. E proprio per questo, ricchi di fertile eccitazione. Perché nella vita si muore non una volta ma continuamente. E altrettanto continuamente si nasce. E forse la spinta per continuare ad iniziare ci viene proprio dal sapere che prossima ed imprevista arriverà una nuova morte. 

Lo spettacolo si avvale dell’efficace contributo del tecnico delle luci e del suono Andrea Goracci.

La musica originale del coro, che accompagna lo splendido epilogo dello spettacolo, è di Alessio Pinto. 

Pene d’amor perdute

Gigi Proietti GLOBE THEATRE Silvano Toti, Dal 10 al 19 giugno 2022 –

Direzione artistica Nicola Piovani

Regia di Danilo Capezzani

Prodotto da Politeama s.r.l. e Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”

Alla corte di Navarra del regista Danilo Capezzani si ama ascoltare Musica: l’Arte che include tutte le 9 arti delle Muse, capace di donare all’uomo la possibilità di trasformare ogni cosa in un ordine che incanta. Il re di Navarra (dalle sembianze di un giovane Yves Saint Laurent) ha un debole per suonare la chitarra. Ma ogni piacere rende deboli. Così invita i baroni della sua corte, che il regista immagina come dei collegiali e che il re (della moda francese Yves Saint Laurent) veste in divisa bianca, a firmare un contratto nel quale ci si impegna per tre anni a rifuggire da ogni piacere, in nome dell’imperituro ideale della gloria, raggiungibile solo se “inciso” sul proprio corpo e sulla propria anima. Muovendo cioè guerra alle passioni: “morti al mondo”. In nome di un sapere, chiuso alle competenze dei più. Divino. Il re, per primo, dà l’esempio: si spoglia della sua amata chitarra, che nasconde dentro un’inconscia botola: “ci rivediamo fra tre anni!”. Ma Berowne, uno dei baroni della sua corte, oppone resistenza: “se ogni piacere è vano, il più vano è quello avuto con pena”. Tesi già sostenuta da Sant’Agostino: fare il bene senza piacere, e quindi solo per dovere, non ha alcun valore. Perché Berowne sa che è proprio la legge, la regola, il divieto, a fondare il peccato: “allora io studierò ad esempio dove fare una cenetta sopraffina, quando il fare festa mi si nega espressamente”. E come se ciò non bastasse, Berowne s’accorge anche di una “concreta” contraddizione nel contratto: a giorni la figlia del re di Francia verrà a corte per riavere l’Aquitania e il divieto di parlare con donne, pena il taglio della lingua femminile, sarà trasgredito. Con ipocrisia il re propone di correggere l’articolo introducendo l’assoluzione “solo per pura necessità”. “Allora, firmo!” si affretta a dire Berowne, intuendo la crepa e quindi lo spiraglio di libertà. Questo sarà infatti l’inizio della fine del contratto: “questa necessità ci farà tutti spergiuri, tremila volte in tre anni “. Infatti, al palesarsi della prima presenza femminile, sarà il guitto dandy Armado a cadere vittima dell’arco di Cupido, che lo fa perdere dietro ad una contadina: la sensual dark Jaquinette. Lui che avrebbe dovuto offrire “ricreazione” agli studiosi di corte narrando le gesta di coloro che si sono immolati per rincorrere la gloria, scopre che tutti i suoi sensi non possono se non sottostare alla dittatura dell’occhio. E i suoi rossori lo tradiscono. E il suo incedere è sempre meno ancorato a terra ma si libra alla ricerca di un pericolosamente irresistibile disequilibrio. E neppure la consultazione della rivista Vogue, suo “manuale” di sublimazione o di “preghiera”, riesce a contenere a lungo i suoi spasmi. All’arrivo della principessa di Francia e delle sue damigelle, allo stesso destino risponderanno gli studiosi di corte, incluso il re. Perderanno la testa ma scopriranno di essere sì gentiluomini, ma anche “giocatori d’azzardo”.

Il regista Danilo Capezzani, pur attenendosi al testo originale, sceglie di rivelare attraverso una gestualità elegantemente ridicola e di evidenziare attraverso i doppi sensi delle parole, l’irrefrenabilità della natura umana: “straziante, meravigliosa, bellezza del creato”.

Taglio argutamente saggio, in una commedia incentrata sulla potenza del desiderio. I giovani attori dimostrano di esserne efficaci interpreti. Su tutti spiccano il virtuosismo del tenero smargiasso spagnolo Don Adriano de Armado e l’acuta urgenza del barone di corte Barowne.

Il Quirino in Galleria

GALLERIA SCIARRA, dal 4 Giugno al 1 Ottobre 2022 –

Si è vestita di radiosa luce fuxia ieri sera la Galleria Sciarra per accogliere gli ospiti della serata inaugurale della terza edizione de Il Quirino in Galleria, la kermesse di spettacolo dal vivo, abbinata alla proposta gastronomica del Bistrot Angolo Sciarra, firmata dallo chef Massimo Borrutzu. Il cartellone è arricchito da incontri sul tema della tutela dei diritti dei rifugiati, con l’intervento di giornalisti e di protagonisti del dibattito civile. A coronamento del tutto, l’atmosfera magica e suggestiva della Galleria Sciarra sarà esaltata e valorizzata da esibizioni di Tango, eseguite da maestri qualificati. 

Fuxia è anche la tinta che allude ed enfatizza il tema della femminilità: iconograficamente centrale all’interno della splendida decorazione ad encausto delle pareti della Galleria, denominato appunto la “Glorificazione della donna”. Un omaggio alla madre Carolina Colonna Sciarra, da parte del principe Maffeo, proprietario della Galleria.

Per una lodevole proposta del Teatro Quirino – Vittorio Gassman, lo spazio della Galleria Sciarra, poco conosciuto pur essendo vicinissimo alla Fontana di Trevi, è stato chiuso e riservato per una kermesse estiva, al fine di promuovere lo stesso e l’arte a tutto tondo. L’ Anac (Autorità Nazionale Anticorruzione) e l’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma, con fertile sensibilità, hanno avallato questo desiderio, intuendo la preziosità della divulgazione del bello, in uno spazio avvolto come in un abbraccio dal Teatro Quirino, le cui vetrate si affacciano in Galleria.

L’introduzione della serata, affidata all’accogliente professionalità di Pino Strabioli, è stata punteggiata da brevi ed efficaci interventi di benvenuto da parte dell’Amministratore Delegato del Teatro Quirino Rosario Coppolino; del Presidente dell’Anac Giuseppe Busia e dell’Assessore alla Cultura del Comune di Roma Miguel Gotor. In chiusura al momento di benvenuto, ci è stato regalato un efficace tratteggio storico-artistico della Galleria Sciarra. 

Un eclettico e delizioso aperitivo del Bistrot Angolo Sciarra ha anticipato l’inizio del concerto di Greg & The Four Freshmen, con Claudio Gregori (voce), Massimo Pirone (trombone e direzione), Stefano Sastro (piano), Francesco Perrotti (contrabbasso) e Carlo Battisti (batteria). All’ingresso degli interpreti sul palco, la tonalità fuxia della luce si scompone nei due colori da cui trae origine: il blu e il rosso. In questa nuova atmosfera coreografica si svolge l’esecuzione musicale, durante la quale è stata servita la cena, squisitamente raffinata, sempre curata dallo chef Massimo Borrutzu, del bistrot Angolo Sciarra.

L’atmosfera rilassata, sottolineata dai toni del blu ma anche grintosa, enfatizzata dai toni del rosso, tipica degli hotel di Las Vegas degli anni ’50 e ’60 sviluppa energia e freschezza grazie a questa formazione di eccellenti musicisti Jazz, picarescamente capitanati dal Maestro Massimo Pirone. E un elegante e scanzonato Greg, in occhiali da sole, risulta garbatamente irresistibile nelle vesti di diligente allievo di Dean Martin e Frank Sinatra. Tema centrale del repertorio musicale l’Amore in tutte le sue declinazioni: dai toni del blu a quelli del rosso.

Una serata curata in ogni dettaglio e vibrante in creatività, ottimo preludio ad una kermesse che profonderà bellezza fino alla fine dell’estate.

Scheggia ancora di mille vite

TEATRO INDIA, Dal 30 Maggio al 1° Giugno 2022 –

TEATRO INDIA
 30 maggio – 1° giugno 2022

 Giorgio Barberio Corsetti
 SCHEGGIA ANCORA DI MILLE VITE
 
esercitazione a cura di Giorgio Barberio Corsetti
 
da Pier Paolo Pasolini
 
assistenti alla regia Andrea Lucchetta, Luigi Siracusa
 con Anna Bisciari, Lorenzo Ciambrelli, Doriana Costanzo, Alessio Del Mastro, Vincenzo Grassi, Ilaria Martinelli, Eros Pascale, Marco Selvatico, Giulia Sessich

musiche originali e maestro di coro Massimo Sigillò Massara
 scene Alessandra Solimene
 costumi Francesco Esposito
 direttore di scena Alberto Rossi
 fonica Laurence Mazzoni
 sarta Marta Montevecchi
 Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
 in co-realizzazione con Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”
 
L’ iniziativa fa parte del programma PPP100-Roma Racconta Pasolini promosso da Roma Capitale Assessorato alla Cultura con il coordinamento del Dipartimento Attività Culturali

 
orari: dal 30 maggio al 1°giugno 2022 ore 19.00 – durata: 1h30’ –

Spuntano come fiori, baciati da un canto crepuscolare. Un canto che, la regia di Giorgio Barberio Corsetti e le musiche originali di Massimo Sigillò Massara maestro di coro, rendono incanto, incantesimo, rito magico. L’attenzione cade sulla parola: la prima delle magie dell’uomo, capace di generare l’impossibile, passando per l’intonazione della voce e per il ritmo del respiro, su cui si regge il suono. Consapevoli del potere dell’asserzione, i ragazzi di borgata di Corsetti spuntano dall’ansia tipica “di chi è, ciò che non sa”, di chi ama e conosce ora e ancora, “spinti da un festivo ardore”. Sono gli allievi del Biennio di specializzazione in recitazione e regia dell’Accademia “Silvio d’Amico”, la cui esercitazione, una produzione del Teatro di Roma, curata appunto dal regista Giorgio Barberio Corsetti, ne costituisce l’esito. E’ il regista a condurci da loro, guidandoci appena fuori dal Teatro India, dove la natura, indifferente e selvaggia, prende il sopravvento sull’edilizia civile e su quella post-industriale. Quasi fossimo noi del pubblico una macchina da presa, Corsetti di volta in volta ci gira verso il nuovo obiettivo da raggiungere ed inquadrare con il nostro sguardo: ora, ad esempio, l’interno di un edificio ormai privo di tetto. Qui i ragazzi si raccontano stornellando. Ed è un nuovo incanto. Rime pittoresche, salaci e pungenti, di sfottò uniti alla saggezza popolare dei proverbi : un spaccato di vita quotidiana fondato sul “contrasto”, una gara di bravura fra cantori dell’improvvisazione. 

Il “nostro sguardo” viene spostato poi su un lato del cortile esterno del teatro, dove è stata ricreata l’ambientazione di un bar. Qui, dove “appare ancora dolce la sera”, i ragazzi di borgata sono soliti ritrovarsi, tra Viale Marconi e la stazione di Trastevere, “in tuta o coi calzoni da lavoro, ridenti e sporchi”. La carrellata dello sguardo prosegue e da dietro le inferriate dello stabile, o dall’unica finestra libera, parte un’invettiva contro le madri: quelle vili, mediocri, servili e feroci della “Ballata delle madri”. Veniamo condotti poi dentro, al buio: unico chiarore caravaggesco quello di una tavola dove i ragazzi si apprestano a farsi una spaghettata ma … non mangiano. E poi ancora più dentro ad assistere ad una scena di corteggiamento, separati da un velatino. E poi, di nuovo prossimi all’esterno, assistiamo al frantumarsi del mandala di un momento privato del poeta, catturato da Letizia Battaglia. E di nuovo fuori: tra la ferocia di uno scippo e la leggerezza di una partita di pallone. Fino al commiato: nella natura. Dalla quale, i ragazzi di vita, “come allora, scompaiono cantando”. “Sempre senza pace”: uno sguardo alla vita, uno sguardo alla morte. 

La feroce freschezza degli allievi dell’Accademia “Silvio D’Amico”, complici la suggestiva scelta delle coordinate spazio-temporali da parte del regista Corsetti e la sublime malinconia evocata e declinata con elegante efficacia dalle musiche originali di Massimo Sigillò Massara, maestro di coro, fanno di questa esercitazione un gioiello di “folgorazioni figurative”, cesellato da un originale sodalizio armonico tra musica, versi e teatro.

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La tempesta

TEATRO ARGENTINA, Dal 28 Aprile al 15 Maggio 2022 –

Apre lo spettacolo un nero roboare di tuono, punteggiato solo dalle piccole luci delle applique dei palchetti: stelle di un insolito firmamento. L’ alzarsi del sipario rivela una situazione atmosferica e psichica primordiale, dove un conico fascio di luce infilza dense e frattaliche nuvole di fumo. Grida di uccelli anticipano l’ascesa di una gigantesca luna di tulle nero: sipario di nuovi sconvolgimenti.

Il regista Alessandro Serra ci trascina quasi dentro a un quadro, ad esempio “Pescatori in mare” di William Turner, dove l’imbarcazione è simboleggiata dal fluttuare danzato di uno spirito dell’aria. La luna nera accoglie, modellandosi e rimodellandosi, tutto l’impeto del vento e dà avvio alla sua metamorfosi. Si fa liquida, assorbendo anche l’irruenza dell’acqua, fino a scomporsi in onda proprio nell’attimo in cui si avvicina troppo alla Terra. Scroscia il primo fragoroso applauso.

William Turner, Pescatori in mare, 1796

Al termine della tempesta, la scena si apre su un’isola rappresentata da un semplice rettangolo di tavole, dove udiamo Prospero dire di aver scatenato “per puro caso” tutto questo. Prospero, con la sua narrazione, incanta l’amata figlia Miranda, nell’orecchio della quale versa parole che destano l’etimologica meraviglia che la caratterizzano. Suggestivamente shakespeariana la scelta prossemica del regista, che ci propone il colloquio tra i due immaginando Miranda stesa a terra su un fianco, nel massimo della ricezione uditiva: con un orecchio riceve le parole del padre seduto dietro di lei, con l’altro si appoggia ad una conchiglia che le fa come da cassa di risonanza.

Serra ci propone un Prospero quasi nelle vesti di schermidore, teso a proteggersi dalle proprie, più che dalle altrui, intemperanze. Può contare sull’aiuto di una deliziosamente insinuante Ariel, che riesce con tenera eleganza (quasi come la Titty di Gatto Silvestro) a piegarsi e ad infilarsi, anche fisicamente, ovunque lui voglia. Solo lei può plasmare quel che resta della Luna, trasformandolo in un nuovo mare, in coltre o in un elegante abito nel quale ingabbiarsi e poi librarsi.

Da una feritoia di luce prende corpo il luciferino Caliban, che lamenta il passaggio da “re di se stesso” a servo di Prospero. Il rapporto nostalgico con il sacro permea tutto: dall’adattamento al disegno luci. Il valore simbolico della figura geometrica del triangolo (che rimanda alla spiritualità) si ritrova ad esempio in alcuni abiti di Caliban, oppure nei triangolari coni di luce da cui è sempre abitata la scena: questi sembrano conficcarsi in un tempo reale e insieme ancestrale. Un tempo indefinitamente lontano eppure così presente, tanto da vibrare meraviglia. 

Ambiguo e affascinante è il tempo del sonno che qui, come in altri spettacoli di Serra, assume un valore potentissimo. Tempo, sì, in cui il corpo si ritempra e il cervello rielabora tutti i dati e gli stimoli ricevuti durante la veglia. Ma soprattutto tempo che si sposa ad una morte momentanea: Hypnos, dio del sonno, e Thanatos, la Morte, erano fratelli gemelli e figli di Nyx, la notte. Il sonno di Serra si consuma su un fianco (“dando il fianco”, come a rappresentare la massima delle vulnerabilità) e porgendo l’orecchio a ciò a cui di giorno preferiamo non prestare attenzione.

Il tempo del mito torna anche nella rappresentazione dell’Amore: il regista mette in scena oltre all’amore eroticamente romantico di Miranda e Ferdinando, messo alla prova dal padre di lei e rappresentato come un gioco altalenante intorno ad un’asse di legno, anche quello descritto ne Il Simposio di Platone. Coinvolge Caliban e Trinculo: il loro incontrarsi assume la forma di quella fusione indivisibile rappresentata dagli uomini-palla, che solo successivamente furono separati da Zeus. E poi va oltre, coinvolgendo anche Stefano: di nuovo l’allusione è alla forma geometrica “sacra” del triangolo.

Uno spettacolo che sa ammaliarci e turbarci parlandoci della difficile gestione del potere da parte degli uomini: un potere che “nasce dal desiderio e dalla ricerca dell’intero e che si chiama Amore”. E la cui massima espressione è il perdono. E poi, soprattutto, ci parla del potere del Teatro: un omaggio al teatro con i mezzi del teatro, trucchi da due lire che però possiedono una forza che trascende la realtà .

Questo testo, con il quale Shakespeare si commiata dalle scene, sembra porci di fronte alla domanda: siamo davvero liberi di scegliere se vendicarci o perdonare? E la libertà, è davvero ciò che desideriamo? I momenti più speciali dello spettacolo, che danno la cifra della rilettura di Alessandro Serra, forse sono quelli senza dialoghi dove emerge, con una chiarezza che a volte toglie il fiato, lo straordinario modo con il quale gli attori occupano il quadrato della scena: attraverso il potere evocativo di ogni gesto e la forza sovrannaturale della presenza. “E’ lo spirito del teatro” – direbbe Ariel: è l’arte della drammaturgia, capace di plasmare l’immaginario e creare così l’uomo.