Sottobanco

TEATRO GOLDEN, dal 21 Settembre al 2 Ottobre 2022 –

“Quanto gli metti a Cardini?” – ovvero: come si riconosce un talento? E come si valorizza?

In questo spettacolo il regista Claudio Boccaccini, con lo stile che lo contraddistingue e che fa della luce uno speciale contrappunto alla narrazione, sceglie di parlarci delle condizioni in cui versa la scuola. Non solo quella degli anni ’90, descritta nel romanzo di Domenico Starnone “Sottobanco” (1992), a cui lo spettacolo si ispira.

Al netto dei problemi di gestione, la scuola allora come oggi continua ad essere attraversata da una divisione che ne evidenzia due anime: quella che si affida alle valutazioni quantitative, che tendono ad uniformare gli studenti ad uno standard (Foucault la chiamava la “scuola dispositivo”) e quella attenta alla scoperta e alla valorizzazione delle preziose differenze che identificano ciascun studente (la scuola, invocata, ad esempio, dal coro dei bambini nel video “The Wall” dei Pink Floyd).

Qui, nello spettacolo, la sagacia porta Boccaccini a costruire una trama narrativa sotterranea, affiorante attraverso la particolare interpretazione attoriale, dove ad essere pizzicate con tatto sono le corde del riso assieme a quelle della riflessione: amara, a volte, ma anche costruttiva e quindi propositiva. Nello specifico, Boccaccini mette in scena la cosiddetta “scuola dispositivo” affidando ad un irreprensibile “in totem” Paolo Perinelli la poetica ipocrisia del Preside; ad una maledettamente affascinante Silvia Brogi la frustrazione della Prof. Mortillaro; ad un intrigante e viscido Riccardo Bàrbera l’opportunismo del Prof. Cirrotta ; all’irresistibile risata di Marina Vitolo, l’invidia della Prof. Alinovi; e ad un avvincentemente inavvicinabile Enoch Marrella, la religiosa falsità del Prof. Mattozzi . L’anima scolastica, invece, più sensibilmente aperta alla valorizzazione delle diversità degli studenti è affidata all’interpretazione di una strepitosa Gaia De Laurentiis (l’effervescente Prof. Baccalauro) e all’appassionata persuasività di Felice Della Corte, l’attento Prof.Cozzolino per il quale non c’è studente che non abbia qualche qualità.

Al di là delle fragilità umane degli stessi professori, ciò che il regista Boccaccini riesce a far serpeggiare con acume, e qui il teatro diventa strumento sociale e politico di irrinunciabile valore, è l’idea di una scuola dove “infilare un errore dietro l’altro significa essere creativi”. Una scuola, quindi, dove poter apprendere a desiderare: condizione base per permettere a ciascun allievo di scoprire il proprio talento. Soprattutto in questo particolare periodo storico, dove si assiste ad un’eclissi della spinta a desiderare tra le nuove generazioni, accendere il desiderio, e quindi la vita, diventa essenziale.

Perché, come non si stanca di ribadire il Prof. Cozzolino, uno studente come Cardini, caratterizzato da una serie di difficoltà legate alla ricerca della propria identità, non può essere valutato con lo stesso criterio con cui si valuta, ad esempio, l’impeccabile allieva Solofra Sonia. C’è un fascino misterioso insito nell’insegnamento così come c’è una richiesta di essere affascinati nell’apprendimento: “Non abbiamo saputo prendere Cardini dal verso giusto” riconoscerà l’accurata Prof. Baccalauro.

La scuola, così come i libri, sono luoghi dell’apertura, della pluralità dei linguaggi, dell’osmosi. Per enfatizzare questo messaggio, il Teatro Golden, attraverso un’iniziativa davvero preziosa, ha lanciato la campagna di sensibilizzazione “Libri in via di estinzione. Salvali grazie a Sottobanco”. Per tutto il periodo della messa in scena dello spettacolo (ovvero fino al 2 ottobre p.v.) ci si potrà scambiare con il proprio vicino di poltrona un libro, per scongiurarne estinzione.

Jorge Mendez Blake – El Castillo – 2007

La potenza di un libro può incrinare la rigidità e l’asfissia creata da atteggiamenti di separazione e di discriminazione. Il desiderio ha bisogno di libertà per esprimersi. Ce lo ricorda anche l’installazione “El Castillo” di Jorge Mendez Blake (2007) la quale, basandosi sulla convinzione che la scrittura è di per sé una costruzione e la lettura una forma di creazione, trasforma l’astrazione letteraria in spazio, dando così una dimensione fisica all’azione del leggere. Un muro può cadere, quindi, perché irrimediabilmente minato alla base dalla forza delle parole e dai valori di convivenza civile, che la Letteratura e il Teatro non smettono di metterci a disposizione ogni giorno.

Jorge Mendez Blake – El Castillo – 2007 (dettaglio)

Il filo di mezzogiorno

TEATRO ARGENTINA, dal 26 Maggio al 5 Giugno 2022 –

Come si sopravvive ad una caduta? Si può “discernere nel cadere”?

Vibrante e pura, Donatella Finocchiaro veste i panni di una Goliarda Sapienza passionale e onirica, vestita da notte e di notte. Sbuca di nascosto da una quinta, ci viene a cercare, ci prende per mano e come in una ripresa in soggettiva ci apre il teatro della sua mente: allucinato e insieme crudelmente lucido. Così, spudoratamente: come le regole della buona dizione esigono di fare, per pronunciare correttamente quelle maledette “e” aperte. Che ti scardinano la mascella. E non solo.

Con il desiderio impellente di raggomitolarsi vicino a noi della platea, come era solita fare con la madre, nel letto. Lei, però, senza guardarla. E ci avverte che la conditio sine qua non per sopravvivere lì, nel suo teatro mentale, è accettare il caos, dove tutto vive e coesiste nello stesso luogo. Dove i vivi e i morti stanno insieme. Adattando la vista alla foschia che avvolge tutto. Nel disperato tentativo di riallacciarsi alle proprie radici, che l’avviluppano ma insieme la sostengono; che l’aggrovigliano ma anche la nutrono. Ma soprattutto affermando e confermando la propria estraneità ad ogni pregiudizio morale. 

Al termine di questo notturno prologo, Iuzza (vezzeggiativo usato dalla famiglia al posto di Goliarda) entra nel sipario e ci conduce nella stanza della sua casa, dove l’analista (un fragile e immenso Roberto De Francesco) si reca tutti i giorni all’ora di mezzogiorno. Lui, quello che si ostina a chiamarla “Signora” e che ha cercato di organizzare il suo caos dentro categorie assolute, cercando di imporle la sua personale verità. Scoprendo poi nel corso del setting di essere anche lui, però, un paziente bisognoso.

Da qui l’idea registica di Mario Martone, resa con efficacia scenografica da Carmine Guarino, di immaginare uno stanza “a specchio”: rendendo così anche scenograficamente una particolare dinamica relazionale tra paziente e terapeuta (e più in generale umana). Avendo difficoltà a vedere le nostre ombre e persino le nostre virtù, la vita ci regala relazioni. L’altra persona ci fa da specchio, riflettendo la nostra immagine e dandoci la possibilità di ritrovare noi stessi. Da questo meccanismo non è immune neanche il terapeuta.

Come nella vicenda di Goliarda Sapienza, i problemi personali del terapeuta spesso approdano nel suo studio, vestiti dei panni dei propri pazienti. Condizione umanissima, che il regista sceglie di sottolineare senza giudicare, riconoscendogli tutta la dignità che merita. Non a caso, infatti, attraverso l’elegante adattamento di Ippolita di Majo, il registra Mario Martone costruisce una narrazione nella quale ripercorre la terapia con Ignazio Majore, rinomato freudiano dell’epoca, ma lo fa mettendo in scena uno sguardo che, grazie alla sovrapposizione della scrittura di Goliarda Sapienza, va via via rischiarandosi e insieme infoscandosi.

E lo specchio s’infrange: ne sentiamo il rumore; ne vediamo gli effetti. Perché così è la vita: coerenza-repellente. Martone, sulla scia del più profondo sentire della Sapienza, fa di questo spettacolo un inno all’incoerenza, così indissolubilmente legata alla natura umana. La sua è una narrazione interiorizzata e simbolica, che alterna i dialoghi con Majore a momenti di elaborazione analogica dei ricordi (che a posteriori verrà definita “scrittura di transfert”).

Terapia e passato si fondono in un unico nodo apparentemente inscindibile: uno problematizza l’altro, uno analizza l’altro. Da questa esperienza selvaggia, Goliarda Sapienza raccoglie i cocci di quello che vive come l’ennesimo amore ingiustamente soffocato. Abbandonata anche da Citto Maselli, il compagno che l’aveva indirizzata nelle mani di Majore, si rinchiude in casa e tenta di rimettere insieme quel garbuglio di emozioni indistricabili, che la brusca interruzione della terapia non le ha permesso di riconoscere e comprendere.

Ferita ma furiosamente viva, intuisce che ora la sua terapia funzionale e salvifica, è la scrittura. Capace di restituirle una libertà, che non esclude le trappole dell’umano, dolorosamente necessarie. Così, passo dopo passo, Goliarda Sapienza si riappropria della propria carne, delle proprie idee ma soprattutto del diritto alla morte. E così, scendendo in platea, per farsi prossemicamente più vicina a noi, ci invita a “pensare”, prima ancora di “dirlo” (cioè di ridurlo nelle convenzioni del linguaggio) che muore solo chi ha vissuto.