Servo di scena

TEATRO QUIRINO, Dall’8 al 20 Febbraio 2022 –

Uno spettacolo sull’esigenza di vivere, nonostante tutto, di teatro e per il teatro. Anche quando ciò che ci circonda sembra cadere a pezzi. Anzi, soprattutto perché tutto il resto sta cadendo a pezzi. Il teatro sta alla vita così come il servo di scena sta al capocomico: il teatro serve, sostiene, infiamma e soprattutto libera.

Perché nasce dall’urgenza, esclusivamente umana, di guardare ma soprattutto di essere guardati; di parlare ma soprattutto di essere ricordati, base ontologica dei rapporti umani, così come del rapporto attore-spettatore. Finalmente qualcuno ci guarda e mentre ci guarda ci fa esistere in modo nuovo, ci fa nascere un’altra volta. Questo è il messaggio che al di là dei capricci, dei facili egoismi e delle modalità narcisistiche, ci consegna Sir Roland, un attore ormai vecchio e al tramonto, capo comico di una compagnia inglese degli anni ’40.

Con l’apertura del sipario entriamo nell’elegantemente ricercato camerino di Sir, dietro al quale si sopraeleva il retro di un palcoscenico, ovvero un fondale di quinte armate, che fa da confine-non confine tra due spettacoli. Un’idea scenografico-narrativa metateatrale che sottolinea, anche visivamente, il continuum tra vita e teatro, tra attore e spettatore. 

Lo spettacolo prende avvio da una tempesta emotiva alimentata dal servo di scena tuttofare Norman (un elegante e sensibile Maurizio Micheli) e dalla prima attrice nonché moglie di Sir, Milady (una brillante e raffinata Lucia Poli) disperatamente addolorati per la fuga isterica di Sir a poche ore dall’inizio della recita.

Norman, da buon servo di scena qual è, fa credere a tutti di nutrire un solido ottimismo sulla positiva risoluzione della situazione; Milady invece spinge affinché si rimandi lo spettacolo : “Che sarà mai!”- dice. E rincalza: “E poi: ma esiste qualcuno a cui interessa se lui recita o no?”, introducendo così il tema fondante dello spettacolo. Benché esausto e in evidente disequilibrio fisico e mentale, Sir (un intensissimo Geppy Gleijeses) ritorna in camerino, pronto a qualsiasi cosa pur di stare lì, proclamando: “Non posso, non devo, non voglio, saltare la replica” e continua: “Ogni sera, in scena, mi mangio la vita!”. 

Poco prima dell’annuncio che resta solo mezz’ora dall’andare in scena, ha inizio, a favore di pubblico, complice una piccola pedana roteante (sottostante il mobile da toelette di Sir), il rituale della cerimonia del trucco, per entrare magicamente nella pelle del personaggio da interpretare: “Re Lear”.

È questa l’occasione per delle riflessioni sul mestiere dell’attore e su ciò che dà senso a questo particolare modo di prendere la vita, dove il dolore nasce insieme alla parola e la parola è ciò che ti consegna alla memoria, al ricordo.

Arriva il momento del “chi è di scena” e sebbene con evidente fatica e con un notevole ritardo (colmato con arguta improvvisazione dai colleghi sulla scena, le cui ombre vediamo proiettate sul retro del telo bianco al centro del fondale), Sir/Re Lear entra in scena sostenuto non solo dal servo di scena e dalla direttrice di scena ma soprattutto dalla voglia di dire, ancora una volta: “Eccomi qua: sono venuto a vedere lo strano effetto che fa, la mia faccia nei vostri occhi e quanta gente ci sta e se stasera si alza una lira per questa voce che dovrebbe arrivare fino all’ultima fila …”.

Ma lo spettacolo non termina qui, almeno per noi che sediamo nella platea dietro al palco. E un colpo di scena ribadirà, ancora una volta, quanto sia di vitale importanza per noi umani essere negli occhi e nella mente di qualcun altro.

Lo spettacolo è un omaggio a Turi Ferro nel centenario della nascita.

Leggi l’articolo dell’ Adnkronos

Leggi l’intervista a Geppy Gleijeses dal Corriere della Sera

Un tram che si chiama desiderio

TEATRO QUIRINO, dall’ 1 al 6 Febbraio 2022 –

Delle gambe di donna salgono dal piano terra al primo piano di uno stabile cinereo e squallidamente tetro. Le stesse gambe che per arrivare lì, al quartiere dei Campi Elisi, sono prima salite su un tram, chiamato Desiderio e a seguire su un altro tram, chiamato Cimitero. Gambe che, non solo “geograficamente” attraversano il luogo del desiderio (eros) e quello della morte (thanatos), per arrivare al quartiere d’oltretomba dei Campi Elisi. Le gambe sono di Blanche, una brillante professoressa di lettere, amante di Walt Whitman e di Edgar Allan Poe, recentemente vedova di un marito e di una tenuta nel Mississippi.

Sta raggiungendo, qui, nel quartiere dei Campi Elisi, sua sorella Stella, che la ospiterà per un periodo. Non appena entra in scena, Blanche (una dannatamente divina Mariangela D’Abbraccio) ci si manifesta subito come una donna fuori posto, disorientata perché già dislocata altrove: “non mi reggo in piedi” è la sua prima battuta. Una donna dall’allure di Jackie Kennedy e amante delle camicette bianche, come l’Arcadina cechoviana, con la quale condivide anche un disperato bisogno di piacere agli altri. “Come sto?” chiede a tutti, mettendosi sotto i riflettori ma scegliendo lei sotto quale luce mostrarsi.

La luce delle ombre (rese intensamente dalla metamorfica D’Abbraccio) che continuano a seguirla dalla tenuta Belle Rêve al quartiere dei Campi Elisi: luoghi che di “bello” hanno solo il nome. Quando i riflettori si spengono e lei resta sola, il suo fallace sostegno è l’alcol, il cui tocco ha il potere di arrivarle dritto nelle vene, surrogato di un calore e di un’ebrezza insoddisfabili.

Ma dall’alcol dipende anche Stanley (un magnetico e bestiale Daniele Pecci), il marito di sua sorella: i due si annusano e si riconoscono subito: “io non lo tocco quasi mai” mente lei. E lui, allusivo: “c’è gente che non lo tocca ma che si lascia toccare”. Perché per Stanley una donna “deve mettere subito le carte in tavola”, non solo quelle relative alla tenuta Belle Rêve.

Così come in casa sua non può esistere privacy e le porte o non ci sono o vengono lasciate aperte. Inclusa quella del bagno. Ma la prima a nascondergli cose è proprio sua moglie Stella, che non solo non lo avvisa dell’arrivo della cognata ma nasconde (soprattutto a se stessa) un desiderio malato dietro un altro bel nome: amore. Stella infatti si lascia accecare da una prepotente tenerezza, che gli fa vedere il marito come “un cucciolotto”: “ci si sopporta un po’ ” dice per giustificare la sua dipendenza, nonostante lui arrivi spesso, invasato dalla rabbia, a distruggere quello che prende in mano. E di fronte ai deliri della sorella, si limita a dire: “come sei buffa”. Stella è sfuggente come una quaglia, analogia che la stessa Blanche intuisce ma che poi applica all’ammorbidirsi del fisico della sorella.

Blanche invece riconosce immediatamente il desiderio animale che l’accomuna a Stanley. E ammiccantemente gli si propone con piume e pelli di volpe, chiedendogli di aiutarla ad allacciare bottoni. Ma lui le dirà che con i bottoni non ci sa fare: non sa, a differenza del bottone, unire e tenere insieme due parti. Non sa entrare in relazione.

Così a Blanche non resta che continuare ad affidarsi al buon cuore degli estranei. Come sempre. Per sempre.

Perché il desiderio può essere il luogo dell’inganno ma anche della verità. Quella verità capace di essere generatrice di vita. Quella vita che è desiderio di essere desiderati dal desiderio dell’altro. 


Una regia potente, quella di Pier Luigi Pizzi, capace di tenere incollato lo spettatore per due ore e mezzo. Complici gli attori e la stessa magnificente scenografia. Pecci e la D’Abbraccio hanno interrotto gli applausi per dedicare lo spettacolo a Monica Vitti.

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