Mirrors

TEATRO BIBLIOTECA QUARTICCIOLO, 24 Febbraio 2023 –

Chiedere a qualcuno di definirsi non è mai facile. A meno che non ci si accontenti di nascondersi dietro a delle “etichette”. Se si è adolescente, poi, la confusione è normale che regni sovrana. La verità più difficile da accettare è che possiamo raccontarci solo attraverso gli altri.

Una scena dello spettacolo “Mirrors” di Emilia Martinelli

I due adolescenti in scena, Alex e Alix, non lo sanno ancora ma lo hanno comunque intuito. Alix, infatti, il cui vero nome è Alice, ha sentito il bisogno di ri-nominarsi perché le andava troppo stretto “ereditare” un nome carico solo delle aspettative dei suoi genitori (che adoravano “Alice nel Paese delle Meraviglie” e fantasticavano una figlia che le somigliasse).

Jessica Bertagni (Alix) in una scena dello spettacolo “Mirrors” di Emilia Martinelli

In verità, il nome che abbiamo e che sembra essere così identificativo (non a caso lo chiamiamo nome “proprio”) identifica i desideri che gli altri (i nostri genitori) hanno avuto su di noi, nell’attenderci. Alix non lo sa ma sente l’esigenza di tramutare il nome ricevuto, in un nome “più vago, meno definito” – dice lei – nel quale potersi muovere con un po’ più di respiro.

Michele Breda (Alex) e Jessica Bertagni (Alix) in una scena dello spettacolo “Mirrors”

E in effetti (solo) questo è in nostro potere: fare qualcosa di personale di quello che gli altri ci hanno dato (il nome, la vita). Alex, uomo e quindi dalla mentalità più lineare, pensa di potersi raccontare parlando di ciò che gli piace e di quello che non gli piace. Gli piace la musica, soprattutto, perche copre o riempie (almeno per un po’) quel rumore bianco che lui associa al silenzio e che tanto lo inquieta. Ma soprattutto gli piace mangiare. Insomma entrambi, con percorsi diversi, hanno intuito che quel qualcosa che ci “definisce”, quel “quid” che ci permette di raccontarci in maniera autentica, fa capo ai nostri desideri.

Michele Breda (Alex) e Jessica Bertagni (Alix) in una scena dello spettacolo “Mirrors” di Emilia Martinelli

Ciò che facciamo in nome del nostro desiderio ci rappresenta. Ma ciò che ci fa esistere davvero è essere l’oggetto del desiderio degli altri. Chi non ci considera, ci rende invisibili. E i ragazzi lo sentono moltissimo. I due attori della Compagnia “Fuori Contesto” Jessica Bertagni (Alix) e Michele Breda (Alex) brillano in autentica naturalezza nel rimandarci desideri, incertezze e timori propri dell’adolescenza. Facendo luce sul diverso modo di reagire insito nella natura femminile e in quella maschile, sanno raccontarci di quel “senso di vuoto” così difficile da colmare.

Michele Breda (Alex) e Jessica Bertagni (Alix) in una scena dello spettacolo “Mirrors” di Emilia Martinelli

Finendo poi, insospettatamente, ad intuire che in realtà è preferibile non colmare completamente quell’ impellente “senso di vuoto”, perché è proprio da lì che si origina il piacere solleticante della curiosità, della ricerca. Questo dichiara quella “tavolozza di colori emotivi” di Alix: lei che, alla richiesta del compito in classe di argomentare il titolo “chi sono?”, curiosando proprio nel suo vuoto, sceglie di parlare della ricerca della propria identità collegandosi al passaggio che avviene tra “Alice nel Paese delle Meraviglie” a “Alice attraverso lo specchio”.

Michele Breda (Alex) e Jessica Bertagni (Alix) in una scena dello spettacolo “Mirrors” di Emilia Martinelli

Ed è interessantissimo scoprire come la mentalità lineare maschile porta invece Alex a rispondere al titolo dello stesso tema attraverso “una fotocopia” della propria carta d’identità. Lui preferisce raccontarsi con ciò che risulta misurabile; lei invece attraverso l’incommensurabile. Comune, invece, è il bisogno di musica: di un linguaggio più immediato, col quale legarsi quasi in simbiosi.

Emilia Martinelli, la regista dello spettacolo “Mirrors”

Di questo spettacolo profondo e insieme godibilissimo non può non apprezzarsi la scrittura e la regia di Emilia Martinelli, capace di proporre un affresco accurato di una stagione della vita che non è anagraficamente confinabile. Per rimanere vivi: continuando a “capovolgere i nostri pensieri” . Al termine dello spettacolo non sorprende scoprire il fatto che questo progetto sia risultato vincitore al bando “In Viva Voce” promosso da ATCL. Uno spettacolo realizzato partendo da una ricerca sul campo, che ha coinvolto circa 300 adolescenti delle scuole e dei laboratori di teatro, condotti a Roma, dalla regista della compagnia.

Il Teatro della Biblioteca Quarticciolo

Il Teatro Biblioteca Quarticciolo traboccava di presenze e di energie vivissime e diversissime tra loro ma tutte accomunate dall’esigenza di rimanere incollate alla narrazione sulla scena. Nessun telefonino è riuscito a rovinare questo incanto. 

Lo spettacolo replicherà:

– il 28 febbraio con un matinée al Teatro Comunale R. Falk di Tarquinia

– a Marzo nelle scuole della Regione Lazio.


Movimento scenico Chiara Casciani ed Emilia Martinelli

I ragazzi e le ragazze nei video: Viola Bufacchi, Elsa Ceddia, Lukman Cortoni, Alessio Falciatori, Anna Profico, Daniele Prosperococco.

Assistente alla regia Carlotta Solidea Aronica

Scenografie digitali e grafic design Luigi Vetrani

Video ragazzi e ragazze, stage mapping e mixer video live Stefano Fiori

Disegno luci David Barittoni

Realizzazione oggetti di scena Vasco Araldi

Produzione: Compagnia Fuori Contesto, Hubstract Made for Art

Con il contributo della Regione Lazio


Interno Bernhard

TEATRO ARGENTINA, dal 17 al 29 Gennaio 2023 –

Il poliedrico regista Andrea Baracco, sempre così interessato all’umanità che si nasconde dentro quei personaggi che sembrano meno predisposti ad accoglierla, è il curatore di questo interessantissimo progetto della Compagnia Mauri-Sturno “Interno Bernhard. Qui, lo spettatore, pur rischiando di essere fagocitato da insoliti esempi di umanità, coglie l’occasione di entrare a conoscere i loro “ambienti vitali”.

Andrea Baracco, il regista dello spettacolo “Interno Bernhard”

Nel primo dei due testi di Thomas Bernhard, immenso e irrinunciabile autore del Novecento non solo tedesco, ci troviamo al cospetto di un duplice paradosso umano: un intellettuale sceglie di ricevere in casa propria, rinunciando al plauso ufficiale, coloro che lo insigniranno della laurea honoris causa per aver scritto un Trattato su come poter salvare il mondo: eliminandone l’umanità.

Roberto Sturno e Stefania Micheli in una scena di “Interno Bernhard”

L’autore del Trattato (un efficacissimo Roberto Sturno), pur consapevole che l’insigne premio gli verrà conferito da chi in realtà non ha letto l’opera o non l’ha compresa (vista la paradossale soluzione proposta e teorizzata in essa) non rinuncia al piacere, e quindi a quella parvenza di calore, comunque insito nell’attesa di un’insolita cerimonia privata.

Per poi trasformarla in una pubblica denuncia della perdita di confidenza degli umani con gli elementi della natura. Nessuno “vive”: ci si limita a trovare bello “esistere”. Tirare avanti. Per questa tragicomica consapevolezza, “il riformatore” preferisce isolarsi nel suo microcosmo mentale, oltre che fisico: un asfittico e opprimente ambiente plumbeo, quasi una cappellina cimiteriale sul cui trono/sepolcro campeggia un uomo vivo e morto, profondamente sensibile e solitario. Dove non è più tollerata aria “nuova” ed è ritenuto avvilente dover sprecare di prima mattina la parola “fuori”.

Qui, anche il tempo sembra aver trovato una misurazione autonoma: sono scritte parietali dove lo spostarsi di un raggio di luce fa da lancetta digitale. “Il riformatore” del caos non vive-sepolto in solitaria: viene accudito da una donna, con la quale è in continua opposizione: quasi un’urgenza per poter accendere una qualche scintilla vitale. Per fare entrare calore: oltre che con i soliti pediluvi.

Perché tutto gli rovina lo stomaco: la cucina, la filosofia e la politica. È un’ossessione di assoluto quella che sovrasta l’ineluttabile imperfezione dell’esistenza, per Thomas Bernhard. E che tramuta la commedia in tragedia. E viceversa. Non resta, quindi, che concepire la vita come un acrobatico esercizio di resistenza artistica.  

Roberto Sturno e Glauco Mauri in una scena di “Interno Bernhard”

Suonando “all’interno Minetti””, lo spettatore viene apparentemente accolto nella apparentemente calda hall di un hotel. Dove, Minetti (un trascendentale Glauco Mauri), ormai attore vecchio e disincantato, arriva in un 31 dicembre. Da trent’anni viaggia per teatri con la sua inseparabile valigia, dove custodisce la maschera di Re Lear. Anche nella hall di questo hotel, Minetti si confronterà con due giovani donne che ricordano in qualche modo le due figlie di Re Lear.

Glauco Mauri in una scena di “Interno Bernhard”

Ma in verità la hall è (anche) il foyer di un teatro dove Minetti attende di essere convocato, anche questa sera del 31, per andare in scena con il suo personaggio. Il direttore del teatro non arriverà ma l’occasione dell’attesa sarà colmata da un racconto ammaliato e ammaliante sull’arte dell’attore. Una sorta di insolita lectio magistralis, dove “l’interno” fisico lascia penetrare quello mentale in un gioco di scambi, dove i personaggi del teatro osmoticamente passano nel foyer/hall e gli ospiti dell’hotel penetrano sul palco. Perché questa è l’arte di vivere: un’arte mai disgiunta dalla paura. Dove si va sempre cauti nella direzione opposta alla meta.

“Siamo venuti per niente, perché per niente si va -direbbe De Gregori- e il sipario è calato già su questa vita che tanto pulita non è, che ricorda il colore di certe lenzuola di certi hotel”. Lo spettatore pretende di essere divertito e l’attore è tentato di assecondarlo. E invece no: va turbato. L’attore è inquietudine. L’attore deve terrificare.

Glauco Mauri in una scena di “Interno Bernhard”

E intanto il direttore del teatro non arriva. Ma “più aspetti, più diventi bello” – dice Minetti. Qualcosa accadrà. Qualcosa di terrificante ma indubbiamente necessario. Che collega spettacolarmente e narrativamente le due facce (“Il riformatore del mondo” e “Minetti”) dello stesso “interno”.

Andrea Baracco, Glauco Mauri e Roberto Sturno

“Il direttore del teatro” arriverà: agli applausi. Lunghissimi. E, così come gli attori, sembra dirci: “Eccomi qua, sono venuto a vedere lo strano effetto che fa. La mia faccia nei vostri occhi…”.

Il meraviglioso cast di “Interno Bernhard”